Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

“Chi non ha libri rovinati non li ha letti”

libri1La frase è di Erasmo da Rotterdam ed è un po’ estrema (conosco grandi lettori che i libri li toccano con i guanti e li aprono il minimo indispensabile per poterli leggere), ma è anche il titolo di un articolo su Repubblica di qualche giorno fa di George Steiner, con il quale concordo su diversi elementi.

Si legge poco e sempre meno. – inizia Steiner – Spesso poi si leggono “riassunti”, antologie, materiale insomma predigerito.

La lettura richiede alcuni requisiti speciali.

Anzitutto una gran quiete.

In America le statistiche dicono che l’85% degli adolescenti legge con musica o televisione in sottofondo. Nessuno può leggere un testo minimamente serio in queste condizioni, scrive Steiner e sono perfettamente d’accordo. Trovare silenzio nelle nostre città e nelle nostre case è sempre più difficile. Fino all’età di 22 anni ho vissuto in zone silenziose del mio paese, ora invece abito vicino a una strada (statale?provinciale? non si sa più di chi sia). Bisogna farci l’abitudine. Ma spesso manca anche il silenzio dentro la casa, tra televisione, ipad, pc, telefonini, ecchecazzo! Occorre barricarsi nella stanza più lontana, sigillare la porta e concentrarsi.

Seconda condizione: un minimo di spazio privato dove stare con il libro, senza nessuno che ci stia tra i piedi.

A differenza della musica, che è esperienza condivisa, la lettura non lo è. A meno che non si legga ad alta voce, cioè si riprenda quella grande e purtroppo spesso abbandonata abitudine di “oralizzare” i testi scritti.

Terza condizione: avere dei libri.

Perché? Perché bisogna assolutamente tenere una matita in mano. Bisogna prender nota, sottolineare, sfidare il testo, scrivere ai margini. Ecco, io sono uno di quelli che quando ha letto un libro si vede. Matita, penna, pennarello, tutto quello che serve per annotare, sottolineare. Non solo. Se trovo un articolo di giornale che parla di quel libro, oppure di un argomento del libro, lo ritaglio e lo inserisco al suo interno. E’ bello, anni dopo, ritrovare pagine di giornali vecchi, e magari leggere articoli del tempo che fu, insieme alle impressioni che quel libro ci aveva lasciato.

Vabbe’, farneticazioni di un vecchietto.

Mo’ vado a prendere l’aipad e mi sparo una selezione di videacci da iutub… (se riesco ad accenderlo)

Musicaaaaaaaaa!!!!

5 maggio 2015 Posted by | Libri, Sani principi | , , , | 22 commenti

Fiat 600

Fiat 600

Fiat 600

Potrà sembrare strano, ma per quanto mi sforzi non ricordo di essere mai salito su una Fiat 600.

Sulla Fiat 500 sì, e tante volte, perché ce l’avevano parenti e vicini di casa. Sono salito sia sui

Fiat 500

Fiat 500

modelli con le cerniere delle portiere posteriori (con gli sportelli che si aprivano controvento, insomma), sia su quelli con le cerniere anteriori. Ci sono salito fino agli inizi degli anni ottanta sulla 500, perché c’era un mio compagno di classe del liceo che l’aveva (cioè guidava quella del padre).

Poi sono salito sulla Fiat 850, perché c’erano due zii che l’avevano comprata. la Fiat 850 era già quasi considerata una cilindrata media (e infatti questi due zii – a differenza degli altri, lavoratori dipendenti – erano artigiani). Per la precisione, uno aveva la 850 normale e l’altro il modello Special, che non ricordo cosa avesse di più rispetto all’altra, ma che era Special l’aveva scritto chiaramente su una targhetta posteriore.

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Fiat 850

La Fiat 850 la ricordo soprattutto per la sua parte posteriore tronca e poi perché nei primi anni ottanta ce l’aveva un amico con il quale si andava in discoteca. Una 850 bianca, proprio come quella della foto, che era ancora “in pista” probabilmente da una decina d’anni, se non di più.

Fiat 1500

Fiat 1500

Poi sono stato sulla Fiat 1500 del marito della farmacista presso la quale lavorava mia madre. La 1500 era una signora macchina, prodotta anche nella versione 1300. Possiamo paragonarla a quella che è oggi una Mercedes? Io penso di sì. Ci si stava comodi in cinque, senza battere ciglio. A differenza della 850, della 1500 ricordo il posteriore bello lungo, la carrozzeria leggermente rialzata sopra i fanali (sia anteriori sia posteriori) che dava a quell’auto un certo aspetto “grintoso” e il dolce rollio che accompagnava i viaggi.

Fiat 124 coupè

Fiat 124 coupè

Il fratello della farmacista, invece – giovane virgulto con tendenze da pleiboi – aveva la Fiat 124 coupè. Era rossa, con i doppi fari anteriori e – forse, ma non ricordo bene – anche posteriori. Mi sembra di ricordare come fosse ieri le sensazioni che provavo, seduto davanti mentre quell’auto affrontava le curve delle nostre colline e io mi dovevo trattenere per non scivolare di lato.

Fiat 1100

Fiat 1100

Poi ricordo la Fiat 1100 del mio vicino di casa. Era una famiglia di meridionali e d’estate il capofamiglia infilava i guanti da guida e imbarcava moglie e figli – con tanto di valigie e suppellettili vari – per passare le vacanze al sud. Ricordo quella 1100 bianca che partiva stracarica, con i bagagli sul portapacchi e tornava dopo circa un mese, altrettanto stracarica.

Fiat 124

Fiat 124

Sono stato persino sulla Fiat 124, mi sembra che si trattasse di un taxi. La 124, ai miei occhi di bambino, aveva un fascino particolare, quasi quanto la 1500. Ricordo che l’aveva uno dei due macellai vicino a casa mia (quello della macelleria bovina, perché quell’altro, della macelleria equina, non ricordo che auto avesse) e la parcheggiava sempre davanti al suo negozio.

Fiat 127

Fiat 127

Beh, poi ovviamente sono stato sulla mitica Fiat 127, c’è bisogno di dirlo? Un mio zio che svolgeva un servizio di simil-taxi la comprò appena uscita. Ai nostri occhi la sua forma, soprattutto nel posteriore, apparve rivoluzionaria: quella era modernità! pensavo, innamorato del suo posteriore. Era un’auto a due volumi, con il motore davanti, la trazione anteriore e – su alcune versioni – il portellone posteriore. La 127 resistette in produzione fin quasi alla fine degli anni ottanta e ricordo che un mio amico aveva la versione Sport, con prestazioni che facevano a gara con quelle della A112Abarth.

Queste sono state le Fiat della mia fanciullezza/adolescenza.

Ricordi che si perdono nella notte dei tempi e che riaffiorano in questo periodo, in una sorta di “rimembranza cumulativa” alla quale il mio cervello (ormai palesemente fuori uso) si mostra particolarmente abbarbicato.

P.S.: non essere mai salito su una Fiat 600 (o non ricordarsi di averlo fatto) stasera mi rende particolarmente insoddisfatto.

Musica!

28 gennaio 2015 Posted by | Ricordi, Storie ordinarie | , | 10 commenti

Il mistero della carta igienica giapponese

carta-igienicaAnni e anni fa, quando ancora stavo su un’altra piattaforma bloggara, scrissi un post nel quale descrissi brevemente alcune mie fobie spesaiole.

Vi sono alcuni generi (alimentari e non) per i quali io sono terrorizzato dall’idea di rimanerne sprovvisto; uno di questi è la carta igienica.

Quando le mie scorte scendono al di sotto di cinque-sei rotoli (oppure due-tre rotoloni) io già metto in programma l’acquisto della scorta, il che significa uscire dal supermercato di turno con una mega confezione di rotoli bianchi e/o colorati (da quali fattori psicologici dipenda la scelta del colore dei rotoli, non l’ho ancora approfondito a sufficienza).

Orbene, a giustificazione di questa mia fobia, oggi ho letto che il ministero dell’economia giapponese ha raccomandato i cittadini del sol levante di fare approvvigionamento di carta igienica per almeno trenta giorni.

E il perché rimane un mistero.

Pare addirittura che il ministero abbia chiesto alle maggiori aziende del settore di produrre rotoli speciali, senza il cartone centrale e lunghi circa 150 metri: sei di questi rotoli dovrebbero bastare per una famiglia per un mese.

Qualcuno sospetta che questo consiglio delle autorità dipenda dal fatto che quasi la metà della carta igienica prodotta nel paese arriva da una zona altamente sismica; altri che in caso di disastri ambientali la gente trascuri di dotarsi di questo prodotto, trovandosi costretta a utilizzare materiali che metterebbero a rischio gli scarichi e le fognature.

Ma la cosa ancora più strana è che questo consiglio arriva a una popolazione che per la maggioranza è ormai dotata di wc ad alta tecnologia, i cosiddetti washlet, che lavano, asciugano, deodorano, profumano, idromassaggiano, attutiscono i rumori indesiderati, diffondono musica, il tutto senza interventi manuali e ovviamente senza bisogno di utilizzare carta igienica. E hanno pure la funzione di riscaldamento della ciambella, estremamente utile in inverno, perché la ciambella del wc rimane sempre misteriosamente fredda, anche se portate la temperatura di casa a livelli africani.

Ecco, leggendo questa notizia mi sono sentito anch’io un po’ giapponese.

E non capisco come mai anche il governo italiano non diffonda una simile raccomandazione, considerato come siamo nella merda.

Però devo dire che sono due giorni che ho mutato abitudini in materia: tendo a utilizzare il bagnetto piccolo, da me sempre ignorato, al posto di quello principale.

Sarà voglia di intimità?

Mah… La vecchiaia…

Biancaneve

14 dicembre 2014 Posted by | Pensieri disarcionati, Questa poi... | , , | 15 commenti

Il chiodo fisso

C’è che mi sono accorto di essere arrivato alla bell’età di cinquant… anni (     😎     ) e di non essere in grado di affrontare un chiodo fisso.

Cioè, non ho mai sviluppato alcuna autodifesa nei confronti dei chiodi fissi, forse perché prima d’ora non ne ho mai avuti. O se li ho avuti, se ne sono andati da soli.

Questo qua invece è subdolo, perché mi lascia fare e disfare, ma sta sempre lì pronto ad assalirmi quando abbasso un attimo la guardia.

Recentemente però ho fatto una cosa. Non so se sia quella giusta, però l’ho fatta.

Stiamo a vedere…

Clic!

(E ora voglio proprio vedere…)

4 giugno 2012 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 29 commenti

Una pazzia?

Ecco dove mi piacerebbe investire

i fantasmagorici guadagni del libro…

Che poi sempre di due ruote si tratta, no?

Così magari mi farei anch’io un giretto così…

21 dicembre 2011 Posted by | Diavolerie tecnologiche, Pensieri disarcionati, Questa poi..., sogni | , , | 46 commenti

L’uomo senza amici

Oggi ho conosciuto l’uomo senza amici.

L’ho conosciuto al supermercato, al termine della spesa; conducevo uno di quei cestini con le ruote e il manico, quando – galeotto fu il pecorino – sterzando improvvisamente verso il banco dei formaggi, i nostri corbelli sono entrati in collisione, proprio davanti al banco degli yogurt. Le nostre spese si sono mischiate; panini e brioche alla marmellata sembrava si salutassero l’uno con l’altro; scatolette di carne e di tonno che si rincorrevano rotolando da tutte le parti; carte igieniche e fazzoletti usa e getta che si scambiavano profumi con i detersivi e i deodoranti per ambienti.

“Mi scusi.” ha detto lui mentre raccattava i suoi acquisti.

“Di niente. – ho risposto io mentre facevo altrettanto con i miei – Lei veniva da destra, aveva la precedenza.”

Mi sono recato in cassa, ho pagato e sono uscito dal supermercato. Nel parcheggio, ho sentito una voce alle mie spalle: “Signore! Scusi signore!”

Mi sono voltato: era lui, l’uomo senza amici. Veniva verso di me con la sua borsa della spesa che era delle stesse dimensioni della mia.

“Credo che nello scontro ci siamo scambiati qualcosa – ha detto, un po’ trafelato – Forse la mia carne è finita nel suo cestino.”

“La sua carne? Non me ne sono accorto.”

Ho frugato nella borsa e ho trovato un sacchettino del banco macelleria. Sarà stato sì e no mezz’etto di carne macinata, sessantotto centesimi.

“Forse è questa?”

“Sì grazie, è proprio questa. Aspetti che gliela pago.”

Ha iniziato a frugarsi convulsamente nelle tasche, concludendo con un “Accidenti! Non ho moneta.”

“Fa niente. Sarà per il prossimo scontro.” ho risposto sorridendo.

“No no, ma ci mancherebbe! – ha proseguito quello – Beh, senta, permetta allora che le offra almeno un caffè.”

E’ stato a quel punto che, per la prima volta, l’ho guardato negli occhi. Il suo sguardo timido e impacciato aveva qualcosa di famigliare, come se quel tipo l’avessi già visto da qualche parte. Non me la sono sentita di rifiutare la sua offerta e così ci siamo diretti, con le nostre borse sempre più uguali, verso il bar del centro commerciale e ci siamo seduti a un tavolino all’esterno.

“Per fortuna mi sono accorto che mi mancava la carne – ha esordito – altrimenti non avrei potuto farmi le lasagne stasera.”

Mi sono ricordato di quel piccolo sacchetto.

“Mi sembra un po’ poca quella carne per le lasagne.”

“Ma io le faccio soltanto per me ed è più che sufficiente. Sa, io non ho amici…” e così dicendo ha abbassato lo sguardo, mostrandomi la sua testa un po’ spelacchiata, proprio come la mia.

“Beh – ho detto – a volte capita di sentirsi soli…”

“No no – ha ribattuto prontamente – non ho detto di sentirmi solo. Io non sono solo. Io sto abbastanza bene con me stesso. Lavoro, leggo ,scrivo, vado in giro in bicicletta, cucino. Io sono soltanto senza amici.”

“Nessun amico? Impossibile.”

“Eppure è così. Giuro. Nessuno con cui parlare, scherzare, litigare, chiedere consiglio o aiuto.”

Mentre pronunciava queste parole osservavo i suoi occhi tristi, che riflettevano una strana luce: per un attimo ho avuto l’impressione che fossero i miei.

“Ma nemmeno da giovane ha mai avuto amici?”

“Alcuni sì, soprattutto ai tempi della scuola, poi le mie amicizie non le ho coltivate e si sono disperse. Nella vita ho avuto genitori, parenti, colleghi di lavoro, conoscenti, compagni di partito, fidanzate, una moglie, dei figli…”

“Lei è sposato?” ho chiesto sorseggiando il mio caffè.

“Lo sono stato. Poi mia moglie se n’è andata. Chi vuole avere un marito senza amici?”

“E i figli?”

“Ne ho due, ma ormai sono grandi e ci vediamo poco. Chi vuole avere un padre senza amici?”

Ho preso il pacchetto di sigarette e gliene ho offerta una.

“Grazie – ha detto allungando la mano – io fumo pochissimo, ma dopo il caffè ci vuole, no?”

“Anch’io fumo pochissimo.” ho replicato, notando che entrambi avevamo l’abitudine di fare uscire la prima boccata di fumo dal naso.

“Non è per farmi i fatti suoi – ho proseguito – ma si dice che vi siano diversi modi per farsi degli amici. Frequentare locali, cinema, palestre. Poi adesso che c’è pure internet…”

“Non è così facile, mi creda. Soprattutto a cinquant’anni.”

La mia età, ho pensato, cercando di convincermi che ne dimostrasse di più, anche se non era vero.

“C’è qualcosa che ci si sente dentro e che non riesce a venire fuori. – ha continuato – Qualcosa che rimane attaccata alla propria pelle, che non trova parole per farsi ascoltare, non trova sguardi per farsi osservare, non trova gesti per farsi avvicinare.”

Non sapevo che dire. Ero in serie difficoltà nel portare avanti quella strana discussione, ma per fortuna lui, l’uomo senza amici, mi è venuto in aiuto.

“Ora devo andare, altrimenti si fa tardi e non faccio in tempo a farmi le lasagne.”

Si è alzato e mi ha teso la mano. Mi aspettavo una stretta debole e molliccia e invece ho sentito una presa forte e decisa, come fosse un desiderio di riscatto – o forse un addio. Ha preso la sua borsa della spesa e si è allontanato. L’ho osservato scomparire nel parcheggio, eclissarsi tra le altre persone, confondersi con le striminzite piante del piazzale, eclissarsi nell’ombra del crepuscolo.

Solo allora mi sono accorto che non aveva pagato il conto.

Epperò! – ho pensato – Ci credo che non ha amici quello! Se invita la gente al bar e poi se ne va senza pagare…

Mi sono diretto al banco, la barista ha schiacciato un tasto della cassa, facendola tintinnare e mi ha consegnato lo scontrino con un sorriso: “Un caffè, un euro.”

Stavo obiettando che i caffè erano due, poi ho guardato il tavolino dov’ero seduto, con la tazzina vuota e il portacenere con un mozzicone e le ho dato l’euro chiesto, ricambiando il sorriso.

Ho preso la mia borsa della spesa, ho controllato di non avere dimenticato di comprare qualcosa – soprattutto la carne macinata – e mi sono diretto al parcheggio, confondendomi tra le altre persone, nella penombra dell’imbrunire.

Devo sbrigarmi – ho pensato – altrimenti non faccio in tempo a farmi le lasagne.

9 ottobre 2010 Posted by | Racconti, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , | 54 commenti

Rincoglionimento!

(Apro una parente) Dato che da un po’ di tempo il mio cellulare ha preso a fare le bizze, ho pensato di sostituirlo con un modello di una marca diversa, che oltre ad avere quello che interessa a me, ha anche il navigatore incorporato. (Chiudo la parente)

Durante le recenti feste pasquali ho avuto la prova provata del mio rincoglionimento

ormai irreversibile.

Dal momento, però, che io sono una persona razionale, che non si fa prendere dal panico, ma che cerca le soluzioni ai problemi, ho anche capito che devo adottare una serie di accorgimenti per evitare di “naufragar dolcemente in questo mare” (di m… – avrebbe aggiunto il grande poeta).

Cos’è che ha fatto scattare questa presa di coscienza?

Beh, è presto detto.

Sabato pomeriggio io e la piccolina, dopo avere sistemato le nostre cose in albergo, siamo andati a fare un giro a Milano Marittima.

Arrivato in prossimità del centro, ho cercato un parcheggio per l’auto, che non fosse soggetto a pagamento o a disco orario (e nemmeno a rimozione forzata, ricordandomi la triste esperienza dell’anno scorso).

Trovato il posto, ci siamo diretti tranquillamente verso il centro, però essendo io persona previdente, ho pensato bene di scrivermi il nome della via dove avevo parcheggiato: viale Manzoni.

Non solo, ma arrivati nella via centrale, mi sono scritto anche il nome della via dalla quale eravamo sbucati e dalla quale – ho pensato – saremmo poi agevolmente risaliti alla nostra auto: viale Romagna.

Detto fatto, sicuro di avere la situazione saldamente nelle mie mani, abbiamo compiuto le nostre scorribande per il paese (minigolf, gelato, ecc.) e poi, verso le 19, ci siamo diretti verso la nostra auto.

Abbiamo trovato viale Romagna e da lì siamo risaliti verso viale Manzoni, ma, dopo avere camminato un po’, della via intitolata all’autore dei Promessi sposi nemmeno l’ombra.

“Ohibò! – ho pensato – Essendo una piccola via chiusa, certamente l’avremo superata senza accorgercene.” e quindi siamo tornati indietro.

Siamo quindi tornati fino alla via centrale, ma di viale Manzoni nessun segno.

“Uhm… – ho ripensato – forse dovevamo risalire di più. A me era sembrata vicina al centro, ma probabilmente avrò avuto una percezione sbagliata della distanza.”

Detto fatto, siamo risaliti lungo viale Romagna, cercando di ricordare se eravamo passati per quei posti. La piccolina si stava stancando e io mi stavo innervosendo.

Siamo arrivati fino a un punto che era decisamente fuori dal nostro percorso, senza trovare alcuna traccia di viale Manzoni.

“Papà – esordisce saggiamente la piccolina – perché non chiedi a qualcuno?”

Facile a dirsi… Passanti, baristi, negozianti, edicolanti, abitanti delle case vicine… nessuno che sapesse dirci dove fosse quella maledetta via, che sembrava sparita, scomparsa, inghiottita nel nulla.

La piccolina iniziava a spaventarsi e io dovevo pure rassicurarla.

“Non è possibile! – mi dicevo tra me e me, ma poi ho pensato di avere trovato l’inghippo – Io pensavo che viale Manzoni fosse sulla destra percorrendo viale Romagna, invece probabilmente è sulla sinistra. Ecco la spiegazione: guardavamo dalla parte sbagliata!”

La piccolina mi ha guardato con aria compassionevole, come per dire: “Tu guardavi dalla parte sbagliata!”

Comunque, così pensando, siamo ridiscesi lungo viale Romagna, guardando attentamente dalla parte opposta, ma anche in questo caso nessuna traccia di viale Manzoni.

Se nella mia vita il Manzoni mi é sempre stato un po’ sulle palle, in quel momento era la persona che odiavo più di tutte.

A un certo punto ho pensato di utilizzare il cellulare.

“Figuriamoci – ho pensato – se questo coso non mi sa dire dov’è viale Manzoni!”

“Papà, ma a chi telefoni?”

“A nessuno, sto cercando una cosa” ho glissato e mi sono collegato a internet, sono andato su Google e ho inserito l’indirizzo ricercato e la risposta è stata: vuoi scaricare google maps?

“GUGOLMAPS??? Maccheccazz! Qui in mezzo alla strada!”

Ma alla fine quando uno è disperato si attacca a ogni speranza,  e così ho fatto.

Ho reinserito l’indirizzo ricercato e ho ottenuto una piantina del paese con la posizione ricercata, ma l’ingrandimento non era sufficiente a farmi capire quale direzione dovessi prendere per arrivare in viale Manzoni. Però una cosa riuscivo a capirla: tra viale Romagna (dove eravamo noi) e viale Manzoni (dove dovevamo andare) c’era qualcos’altro, cioè un’altra via che io non avevo segnato.

Sull’orlo della disperazione, siamo ridiscesi verso il centro e abbiamo trovato una tabaccheria. Ero indeciso se acquistare subito una piantina di Milano Marittima o fare un ennesimo tentativo.

Alla fine ho optato per quest’ultimo.

“Scusate – mi sono rivolto quasi supplicante ai tabacchini – sapete dirmi da che parte è viale Manzoni? L’abbiamo lasciata qui, ne sono sicuro, siamo scesi lungo viale Romagna, ma adesso non la troviamo più.”

L’uomo e la donna dietro al banco si sono guardati in faccia e hanno iniziato a domandarsi a vicenda:

“Viale Manzoni è quello dove abita la Tina?”

“No no, quello è viale Leopardi.”

“Allora è quello di Fausto e Liliana?”

“Uhm… Potrebbe essere, ma non è da queste parti.”

“Ma in viale Manzoni non c’era quel dentista…?”

“Chi? Quello dove andava la Giuliana? No no, ma che dici! Quello si è trasferito da tempo!”

Seguivo stralunato quel dialogo, quando a un certo punto l’uomo ha sbottato: “Ma sì, viale Manzoni sta qui dietro!”

“Qui dietro?” ho ribattuto io, ormai ridotto a una larva umana.

“Sì certo, qui dietro. Lei percorre il vialetto qui davanti, poi gira a sinistra in viale Ariosto e avanti una decina di metri c’è viale Manzoni.”

“Viale Ariosto?????”

“Certo, tra viale Romagna e viale Manzoni c’è viale Ariosto! Vero che c’è viale Ariosto?” chiede alla donna al suo fianco.

“Viale Ariosto? Quello dove ha affittato la casa Riccardo?”

“No, no, quello è viale Leopardi”

“Maporcaccialamiseriaccia! Grazie, grazie!” ho interrotto la conversazione e ci siamo diretti verso viale Ariosto, dal quale siamo risaliti in pochi minuti a viale Manzoni.

“Papà, ti eri perso!”

“Chi, io? Naaaaaaaa……. È che non avevo segnato… insomma, sapevo la zona, ecco, ma, insomma, vabbeh…”

Ora di arrivo all’auto: 20.30

P.S.: il giorno dopo a Mirabilandia, dopo avere parcheggiato l’auto tra migliaia di altre automobili, a un certo punto la piccolina mi dice: “Papà, ti sei dimenticato di segnare il numero del nostro parcheggio!”

“Ommadonnamia…”

(Ma questa è tutta un’altra storia…)

7 aprile 2010 Posted by | Questa poi..., Storie ordinarie | , , , | 13 commenti