Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Supponiamo che…

… stiate facendo un giro in bicicletta.

E’ mattina presto, il temporale della sera prima ha lasciato l’aria frescolina e voi vi sentite in piena forma per sfruttare questa temperatura ideale.

Percorrete una strada immersa nella campagna adiacente al grande fiume, costeggiate i pioppeti e pedalate con vigore, quasi che la strada fosse in perenne discesa.

A un certo punto vi avvicinate a una vecchia fattoria abbandonata: i rovi hanno invaso il cortile, le finestre hanno i vetri rotti, il tetto spiovente è pericolante e la strada si biforca: un sentiero a sinistra e uno a destra.

Questo non ve lo aspettavate. Bevete un sorso d’acqua dalla borraccia e date un’occhiata alla vecchia casa: no, non è possibile che alla finestra si sia affacciato qualcuno, è un effetto del riflesso del sole, che si sta alzando.

Quale dei due sentieri prendere?

E’ ancora presto per tornare indietro, ma non potete nemmeno allontanarvi tanto.

Osservate l’orizzonte e cercate di capire quale dei due sentieri vi convenga prendere: quello di sinistra o quello di destra?

Cercate di capire se uno dei due si presenti più battuto dell’altro, ma non vedete particolari differenze.

Avete il sole di fronte, la vecchia casa abbandonata a fianco e non sapete quale direzione prendere.

Non ci sono alberi intorno e quindi non c’è nemmeno ombra.

L’unica ombra è quella della vecchia casa, ma sta dall’altra parte rispetto a voi.

Scendete dalla bicicletta, girate intorno alla casa e vi accorgete che l’edificio non proietta alcuna ombra.

“Impossibile” pensate e vi sentite improvvisamente stanchi, come se aveste percorso centinaia di chilometri e non qualche decina. E allora vi appoggiate con una mano al muro della vecchia casa e lo sentite stranamente fresco. Vi verrebbe quasi voglia di entrare a riposarvi.

Perché no? – pensate – Solo qualche minuto.”

Solo qualche minuto…

4 agosto 2019 Posted by | Racconti, Un po' di me | , | 6 commenti

La meravigliosa storia di Peter Schlemihl

peterQuesto è un libro che ho trovato per puro caso (ma il caso, le coincidenze, esistono veramente? Oppure sono tracce di percorsi che ci vengono suggeriti e che noi invece il più delle volte ignoriamo? Vi sarebbe una letteratura al riguardo, quanto vasta non lo so).

Adelbert von Chamisso è stato uno scrittore e botanico tedesco di origini francesi, vissuto a cavallo tra il settecento e l’ottocento.

Nel 1813 ha scritto questa novella, tradotta in diverse lingue e che pare abbia avuto un discreto successo.

Narra di un uomo che vende la propria ombra al diavolo, in cambio di ricchezza.

Ma un uomo senza ombra viene dapprima deriso, poi cacciato da tutti; non viene accettato ed è costretto a nascondersi. Tenta di riaverla indietro, ma il diavolo gli propone di riacquistarsela, in cambio della sua anima.

Il povero Peter non accetta e dopo varie sofferenze, troverà finalmente la pace e la tranquillità.

Evidenti sono gli spunti autobiografici nel libro, che mi ha incuriosito perché quello dell’ombra è il tema di un racconto che pubblicai anni fa in una raccolta uscita presso un editore capitolino. Nel mio caso l’ombra però era…

24 gennaio 2016 Posted by | Libri, Racconti | , | 9 commenti

E domani andiamo a scuola…

Qui, poi, sciorbole, magari ci facciamo una spiumatina di lasagne, eh?

 Finché la barca va...

5 settembre 2014 Posted by | Racconti | | 16 commenti

Telchì!

Il cerchio capovolto – volume 2

(Rino – una canzone…)

11 dicembre 2011 Posted by | Libri, Racconti | , | 24 commenti

Clic

Clic – apri programma

Quand’è che ti decidi a scaricare un nuovo programma di posta elettronica? Dici sempre che questo non ti piace…

Clic – contatti – Nome/Punto/Cognome/Chiocciola/Nomeeditore/Punto/It

Dietro a questo nome ci sta quella che leggerà il tuo manoscritto, domani o dopodomani. Mentre stai lavorando, sommerso dalle scartoffie. O mentre stai giocando al gioco dell’oca con la piccolina.

Chissà se riderà. Forse ti chiederà di cambiare/aggiustare/limare/togliere/aggiungere…

Sei abbastanza soddisfatto del lavoro che hai portato a termine in questi tre giorni che sei rimasto chiuso in casa, vero?

Giornate produttive, anche ieri, che sei dovuto stare quasi tutto il giorno sulle capre. Detta così sembra una cosa un po’ “strana”, ma sono soltanto le protagoniste di uno dei tuoi racconti.

Clic – allega file

Accertati che sia proprio la versione giusta, eh?

Sì sì, è proprio lei.

Già te lo senti in mano il tuo libro, eh? Immagini i commenti. La presentazione.

Forse la sala sarà vuota, o forse no.

Forse non venderà nemmeno una copia. O forse ti scriveranno che stanno preparando la terza ristampa.

Boh..

Clic – chiedi conferma di lettura

Le darà fastidio? No, in fondo anche loro la chiedono a te.

Era uno dei tuoi obiettivi per il 2011, no? O forse era un sogno?

Quante volte in questi tre giorni ti sei chiesto se sei una persona normale? Ma non si può far a meno dei sogni…

Ti trema un po’ il dito sul mouse, eh?

Forza. No, anzi, coraggio.

Clic – invia

Dimenticavo di dirti una cosa.

Mi piace la tua abitudine di lasciare le luci accese la sera, quando esci di casa. Al rientro, sembra che ci sia qualcuno ad aspettarti.

Anche se non è vero…

16 gennaio 2011 Posted by | Libri, Racconti, sogni, Un po' di me | , , | 39 commenti

Il regalo di natale

Onofrio rientrò a casa tardi quella sera: era abituato a cenare alle otto e rincasò alle sette e mezza. Prima di mettersi a tavola avrebbe dovuto impacchettare i regali, affinché fosse tutto pronto per mezzanotte, come ogni notte di natale che si rispetti.

Appoggiò sul tavolo del salotto gli ultimi regali acquistati proprio quel pomeriggio, unì quelli comprati nei giorni precedenti, le carte da imballo, i nastrini, i biglietti, il nastro adesivo colorato e iniziò il lavoro: si rendeva conto che di anno in anno diventava sempre più difficile scegliere i doni.

Il regalo per la moglie, anzitutto. Lo confezionò in una carta rossa, che quello era pur sempre il colore dell’amore e della passione. Attaccò in un angolo una coccarda altrettanto ardente e scrisse il biglietto.

Poi i regali per la figlia: due, perché si sa, per i giovani bisogna avere un occhio di riguardo e lui per quella che ancora oggi chiamava “la sua piccolina” di attenzioni ne aveva avute sempre tante. Per questi aveva scelto una carta arancione. Avvolse i pacchi con un nastro giallo e ne arricciò le estremità con le forbici, lasciandoli lunghi e penzolanti. Giallo e arancione, i colori della gioia. Per un attimo gli tornò in mente quando alla sua bambina, tanti anni addietro, leggeva la favola “Riccioli d’oro” da quel grande libro che aveva tuttora conservato e lei, seduta al suo fianco, lo stava ad ascoltare sempre con la stessa identica attenzione. Per un attimo Onofrio, sentì gli occhi inumidirsi, ma represse sul nascere quell’improvvido singulto e tirò dritto: prese il biglietto, scrisse quello che doveva e mise da parte i due pacchi.

Poi c’era il regalo per i genitori. Cosa potevano desiderare due persone anziane che nella loro infanzia avevano sofferto la fame e per decenni si erano privati di tante cose per consentire a lui, unico figlio, di studiare e di conquistare un gradino più elevato nella scala sociale? Ovviamente un bel cesto con tante leccornie, quelle golosità che in genere durante l’anno non si comprano mai. Mise assieme le diverse confezioni in una bella carta blu, rinchiudendola con tre stelle adesive gialle, proprio come se si trattasse di un cielo stellato.

Quindi Onofrio iniziò a sistemare i regali per gli amici.

C’era l’album di fumetti per Roberto, che era un maniaco per queste cose.

C’era il romanzo d’amore per Stefania e i guanti per sua figlia Sara, che se ne andava in motorino anche quando le temperature erano sottozero.

C’era il saggio di politica per Bruno e il libro di favole per suo figlio Matteo, nato proprio quest’anno.

C’era il CD musicale per Sandra e il DVD di un film poliziesco per Giulio: a un passo dai cinquant’anni quei due erano ancora fidanzati e tutti gli anni a Natale programmavano il loro matrimonio, salvo poi cambiare idea prima dell’epifania ed essersene completamente scordati entro carnevale.

Per ognuno di questi aveva una carta particolare, un nastro o un fiocco diverso e un biglietto d’auguri con una frase speciale.

Onofrio terminò il lavoro che erano quasi le dieci. Depose i pacchi vicino all’albero di natale e ne accese l’illuminazione, alzò la tapparella della porta-finestra del salotto e lasciò uscire quel segnale intermittente, l’unico messaggio lanciato verso il mondo esterno.

Erano le undici passate quando Onofrio, terminata la cena, si distese sul divano e accese la televisione, aspettando mezzanotte. Spense la luce e la stanza rimase illuminata dallo schermo televisivo e dalle luci intermittenti dell’albero. Le immagini dei soliti programmi e film sdolcinati gli passarono velocemente davanti agli occhi, prima che si addormentasse.

Quella notte Onofrio fece un sogno diverso dalle altre notti di natale.

Non sognò la moglie che se ne era andata tanti anni prima, dicendogli “è meglio che ognuno segua la propria strada”. Se le ricordava bene Onofrio quelle parole e il risentimento che ancora oggi nutriva nei suoi confronti.

Non sognò la figlia, che pian piano si era staccata da lui e con la quale riusciva a malapena, ogni tanto, a parlare al telefono.

Non sognò il padre e la madre, che all’età di quasi novant’anni erano stati sistemati in una casa di riposo e che lui, sentendosi in colpa, non visitava ormai da mesi.

Non sognò gli amici e le amiche che non vedeva da anni, perché li aveva trascurati, ci aveva litigato, non sapeva dove fossero o semplicemente perché da troppo tempo se ne stava chiuso dentro sé stesso.

Quella notte Onofrio fece un sogno magico.

Sognò che a mezzanotte Babbo Natale entrava nel suo salotto e gli lasciava un enorme regalo, tutto per lui.

Si svegliò che erano quasi le otto: le luci dell’albero scintillavano debolmente nel chiarore del mattino e dal televisore continuavano a gracchiare i soliti insulsi personaggi.

Onofrio si lavò, si vestì, fece colazione e poi prese lo scatolone che aveva tenuto da parte, riponendovi dentro con cura tutti i regali. Si diresse verso la stanza in fondo al corridoio, aprì la porta e osservò gli altri scatoloni simili, che contenevano i regali di natale degli ultimi quindici anni. Quelli che nessuno aveva mai ricevuto; quelli che lui non aveva mai avuto il coraggio di donare.

Tornò in salotto e soltanto allora si accorse della porta-finestra socchiusa e della neve che cadeva abbondante. La aprì completamente e uscì sul balcone, respirando l’aria gelida del mattino. Tornò dentro, prese il telefono che ormai suonava sempre più di rado, scorse la rubrica, tirò un profondo respiro e iniziò a chiamare il primo numero: “Pronto Marta? Ciao, sono Onofrio. Auguri. Avrei un regalo da darti.”

La voce dall’altra parte iniziò a parlare, a raccontare, a ridere e a scherzare insieme a lui, come non accadeva da tempo, mentre la neve continuava a cadere.

E mentre Onofrio scartava piano piano il suo regalo di natale, non si chiese mai se avesse visto veramente quelle strane impronte sul suo balcone, che la neve stava ricoprendo sempre più velocemente.

Buon Natale, perché malgrado tutto…

24 dicembre 2010 Posted by | Notizie dal mondo fatato, Racconti, sogni, Storie ordinarie, Un po' di me | , | 16 commenti

Il sogno

Non posso nascondere che io, nella vita, avrei voluto fare tutt’altro lavoro rispetto a quello che svolgo da quasi 25 anni.

Un lavoro più utile, più interessante di quello che è diventato.

Malgrado questo, il mio lavoro l’ho sempre svolto al meglio delle mie possibilità, anche se negli ultimi anni è diventato quasi un inferno.

Sono cosciente che, nella situazione generale, forse sono un privilegiato, ma ciò non toglie che le scartoffie mi stanno facendo morire.

Già, io sto morendo tra le scartoffie. E’ da tempo che lo sento.

Uno dei sogni della mia vita, fin da bambino, è stato quello di fare lo scrittore, di raccontare storie, inventate o meno.

Ma la vita mi ha portato da altre parti, mi ha portato a inventare altre “storie”, molto meno interessanti.

Mi sono dedicato un po’ alla scrittura da quando ho abbandonato la politica. Racconti satirici e umoristici che potessero portare un sorriso, che potessero fare dimenticare, anche soltanto per un attimo, i problemi e i dolori della vita. Mi piacerebbe anche scrivere storie per bambini. Fare interessare un bambino, fargli sgranare gli occhi sarebbe una immensa soddisfazione, ma non è facile.

Poi la vena umoristica si è come esaurita e ha lasciato il posto ad altre tematiche. Poi è sembrata risorgere, rispuntare fuori dai marasmi della vita quotidiana.

Quello di scrivere è rimasto un sogno, fino all’altra sera, quando tra le mail degli ultimi giorni ho trovato quella di un editore. Un editore della capitale, un editore serio, non uno di quelli finti della cosiddetta “editoria a pagamento”, che mi comunicava che era interessato all’eventuale pubblicazione di un mio libro.

Se all’interno della mail non fosse stato citato il titolo del mio libro, avrei pensato a un errore di invio; avrei pensato di ricevere l’indomani un’altra mail di questo tenore: “Ci scusi, ma c’è stato un errore di indirizzo. Il suo manoscritto è una ciofeca, roba da vergognarsi anche soltanto di averlo spedito. Volevamo scrivere a un altro“.

Allora ho risposto. Ho risposto ringraziando dell’attenzione dimostrata al mio manoscritto e che sì, sono interessato a discuterne. E quello – secondo fatto incredibile – mi ha pure risposto, scrivendo che attende di sapere quando posso andare.

So benissimo che sono soltanto ai primi passi, ma so quanto sia difficile entrare nel mondo dell’editoria. So quanto sia importante avere alle spalle un libro vero e proprio, per poterne scrivere e proporre altri. Credo che abbia ragione una delle pochissime persone alle quali l’ho detto: “Se anche ti chiedessero di riscrivere tutto il libro in una settimana, vai in ferie e lavoraci su giorno e notte”.

Forse questa è veramente la mia occasione.

Per portare un po’ di sorrisi.

Forse per raccontare in futuro altre storie.

Sicuramente, per tentare di raggiungere un sogno.

Ora qualche giorno di pausa, poi ci prepariamo alla grande festa di Halloween, la festa delle streghe (cioè delle donne...) e poi cogliamo l’attimo!


22 ottobre 2010 Posted by | Racconti, sogni, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 23 commenti

Stalking (letterario)

Di nuovo tu? Ma cosa vuoi ancora? Sono giorni che mi perseguiti, non ne posso più!

Come dici? Non pensavi di darmi fastidio? Ma se mi ossessioni dalla mattina alla sera; nella pausa pranzo e durante la cena; prima di andare a letto e anche la notte!

Te l’ho già detto che in questi giorni devo lavorare e non posso dedicarmi a te. Ho anch’io la mia vita: devo fare tutte quelle cose che fanno gli uomini normali (credo): cucinare, lavare, stirare… E poi vorrei anche avere una mia vita, se così possiamo dire, “sociale”.

Ma no, non mi sono affatto scordato di te. Ho impresso tutto nella memoria, tranquilla, parola per parola.

Come? Uscire prima dall’ufficio? Scordatelo! Non ci vivo mica io con te. E non ho tempo.

Ora fai pure la gelosa? Dici che ieri ho rivisto quell’altra? Ti posso spiegare.

No no, ora devi starmi a sentire. Te l’ho già detto che con lei è una storia chiusa, finita. L’ho rivista solo un attimo, per mettere a posto alcune cose. Per mettere i puntini sulle i, se proprio vogliamo essere precisi.

Lo so, lo so che sei una delle migliori che mi siano mai capitate. Ti prometto che stasera, dopo cena, mi dedicherò esclusivamente a te. Ora però lasciami in pace.

Come sarebbe a dire che vuoi che renda pubblica la cosa? E come, di grazia?

Come dici? Farti conoscere dagli amici? Sul blog??? Naaaaaaaa……… Però, forse, se la cosa riesce bene, si potrebbe anche fare. Ora però vattene, per favore. Devo pensare alle scartoffie. Ci vediamo stasera.

Io non le sopporto le idee per i racconti, come quest’ultimo.

Il pre-parto è quasi più doloroso del parto, ma i vostri commenti mi hanno sinceramente commosso.

Un grazie a tutte/i.

A chi mi ha ripreso nel proprio blog, a chi si è ispirato per la sua storia, a chi ha letto e commentato, a chi ha soltanto letto e una rassicurazione al Cavalieregironzolone: stavolta è aggratis. Stavolta!

12 ottobre 2010 Posted by | Racconti | , , | 17 commenti

L’uomo senza amici

Oggi ho conosciuto l’uomo senza amici.

L’ho conosciuto al supermercato, al termine della spesa; conducevo uno di quei cestini con le ruote e il manico, quando – galeotto fu il pecorino – sterzando improvvisamente verso il banco dei formaggi, i nostri corbelli sono entrati in collisione, proprio davanti al banco degli yogurt. Le nostre spese si sono mischiate; panini e brioche alla marmellata sembrava si salutassero l’uno con l’altro; scatolette di carne e di tonno che si rincorrevano rotolando da tutte le parti; carte igieniche e fazzoletti usa e getta che si scambiavano profumi con i detersivi e i deodoranti per ambienti.

“Mi scusi.” ha detto lui mentre raccattava i suoi acquisti.

“Di niente. – ho risposto io mentre facevo altrettanto con i miei – Lei veniva da destra, aveva la precedenza.”

Mi sono recato in cassa, ho pagato e sono uscito dal supermercato. Nel parcheggio, ho sentito una voce alle mie spalle: “Signore! Scusi signore!”

Mi sono voltato: era lui, l’uomo senza amici. Veniva verso di me con la sua borsa della spesa che era delle stesse dimensioni della mia.

“Credo che nello scontro ci siamo scambiati qualcosa – ha detto, un po’ trafelato – Forse la mia carne è finita nel suo cestino.”

“La sua carne? Non me ne sono accorto.”

Ho frugato nella borsa e ho trovato un sacchettino del banco macelleria. Sarà stato sì e no mezz’etto di carne macinata, sessantotto centesimi.

“Forse è questa?”

“Sì grazie, è proprio questa. Aspetti che gliela pago.”

Ha iniziato a frugarsi convulsamente nelle tasche, concludendo con un “Accidenti! Non ho moneta.”

“Fa niente. Sarà per il prossimo scontro.” ho risposto sorridendo.

“No no, ma ci mancherebbe! – ha proseguito quello – Beh, senta, permetta allora che le offra almeno un caffè.”

E’ stato a quel punto che, per la prima volta, l’ho guardato negli occhi. Il suo sguardo timido e impacciato aveva qualcosa di famigliare, come se quel tipo l’avessi già visto da qualche parte. Non me la sono sentita di rifiutare la sua offerta e così ci siamo diretti, con le nostre borse sempre più uguali, verso il bar del centro commerciale e ci siamo seduti a un tavolino all’esterno.

“Per fortuna mi sono accorto che mi mancava la carne – ha esordito – altrimenti non avrei potuto farmi le lasagne stasera.”

Mi sono ricordato di quel piccolo sacchetto.

“Mi sembra un po’ poca quella carne per le lasagne.”

“Ma io le faccio soltanto per me ed è più che sufficiente. Sa, io non ho amici…” e così dicendo ha abbassato lo sguardo, mostrandomi la sua testa un po’ spelacchiata, proprio come la mia.

“Beh – ho detto – a volte capita di sentirsi soli…”

“No no – ha ribattuto prontamente – non ho detto di sentirmi solo. Io non sono solo. Io sto abbastanza bene con me stesso. Lavoro, leggo ,scrivo, vado in giro in bicicletta, cucino. Io sono soltanto senza amici.”

“Nessun amico? Impossibile.”

“Eppure è così. Giuro. Nessuno con cui parlare, scherzare, litigare, chiedere consiglio o aiuto.”

Mentre pronunciava queste parole osservavo i suoi occhi tristi, che riflettevano una strana luce: per un attimo ho avuto l’impressione che fossero i miei.

“Ma nemmeno da giovane ha mai avuto amici?”

“Alcuni sì, soprattutto ai tempi della scuola, poi le mie amicizie non le ho coltivate e si sono disperse. Nella vita ho avuto genitori, parenti, colleghi di lavoro, conoscenti, compagni di partito, fidanzate, una moglie, dei figli…”

“Lei è sposato?” ho chiesto sorseggiando il mio caffè.

“Lo sono stato. Poi mia moglie se n’è andata. Chi vuole avere un marito senza amici?”

“E i figli?”

“Ne ho due, ma ormai sono grandi e ci vediamo poco. Chi vuole avere un padre senza amici?”

Ho preso il pacchetto di sigarette e gliene ho offerta una.

“Grazie – ha detto allungando la mano – io fumo pochissimo, ma dopo il caffè ci vuole, no?”

“Anch’io fumo pochissimo.” ho replicato, notando che entrambi avevamo l’abitudine di fare uscire la prima boccata di fumo dal naso.

“Non è per farmi i fatti suoi – ho proseguito – ma si dice che vi siano diversi modi per farsi degli amici. Frequentare locali, cinema, palestre. Poi adesso che c’è pure internet…”

“Non è così facile, mi creda. Soprattutto a cinquant’anni.”

La mia età, ho pensato, cercando di convincermi che ne dimostrasse di più, anche se non era vero.

“C’è qualcosa che ci si sente dentro e che non riesce a venire fuori. – ha continuato – Qualcosa che rimane attaccata alla propria pelle, che non trova parole per farsi ascoltare, non trova sguardi per farsi osservare, non trova gesti per farsi avvicinare.”

Non sapevo che dire. Ero in serie difficoltà nel portare avanti quella strana discussione, ma per fortuna lui, l’uomo senza amici, mi è venuto in aiuto.

“Ora devo andare, altrimenti si fa tardi e non faccio in tempo a farmi le lasagne.”

Si è alzato e mi ha teso la mano. Mi aspettavo una stretta debole e molliccia e invece ho sentito una presa forte e decisa, come fosse un desiderio di riscatto – o forse un addio. Ha preso la sua borsa della spesa e si è allontanato. L’ho osservato scomparire nel parcheggio, eclissarsi tra le altre persone, confondersi con le striminzite piante del piazzale, eclissarsi nell’ombra del crepuscolo.

Solo allora mi sono accorto che non aveva pagato il conto.

Epperò! – ho pensato – Ci credo che non ha amici quello! Se invita la gente al bar e poi se ne va senza pagare…

Mi sono diretto al banco, la barista ha schiacciato un tasto della cassa, facendola tintinnare e mi ha consegnato lo scontrino con un sorriso: “Un caffè, un euro.”

Stavo obiettando che i caffè erano due, poi ho guardato il tavolino dov’ero seduto, con la tazzina vuota e il portacenere con un mozzicone e le ho dato l’euro chiesto, ricambiando il sorriso.

Ho preso la mia borsa della spesa, ho controllato di non avere dimenticato di comprare qualcosa – soprattutto la carne macinata – e mi sono diretto al parcheggio, confondendomi tra le altre persone, nella penombra dell’imbrunire.

Devo sbrigarmi – ho pensato – altrimenti non faccio in tempo a farmi le lasagne.

9 ottobre 2010 Posted by | Racconti, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , | 56 commenti

La ragazza perfetta al 100%

Ho finalmente terminato la revisione della mia raccolta di racconti e posso tornare alla vita reale (cheppalle…).

Soprattutto posso tornare a leggere, perché quando scrivo mi viene voglia di leggere e quando leggo mi viene voglia di scrivere.

In attesa di un’uscita pomeridiana in vespa e in previsione di una tremenda stirata programmata per il dopo cena, vorrei parlare di un raccontino di Murakami Haruki, “Vedendo una ragazza perfetta al 100% in una bella mattina di aprile”.

E’ un raccontino di cinque pagine scarse che parla di un uomo che in una bella mattina di aprile, camminando da ovest a est in una via laterale di Harajuku, incrocia una donna che cammina da est a ovest.

Già a cinquanta metri di distanza riconosce che quella è la ragazza perfetta al 100% per lui. Non fa caso ai suoi occhi, ai capelli, alla sua altezza o al suo seno, ma sente che quella è la ragazza perfetta al 100% per lui.

“Dal momento in cui la vidi il cuore prese a battermi all’impazzata e l’interno della bocca mi divenne secco come la sabbia del deserto.”

Non voglio scrivere come prosegue la storia e soprattutto come finisce, ma questo delizioso raccontino ha fatto spuntare in me una riflessione, che riguarda ovviamente il mio passato. Per meglio dire, una scheggia di riflessione, che ha subito abbandonato la mia mente. Ma non voglio esternare nemmeno questa riflessione, perché altrimenti svelo la trama del raccontino.

E allora – mi si potrebbe chiedere – perché c… hai scritto questo post?

Boh… forse la noia o forse è soltanto una scusa (lo ammetto) per postare un paio di foto di Christina Hendricks, che io fino a un paio di giorni fa manco sapevo che esistesse.

Cioè, il fatto che esista non è che abbia migliorato sensibilmente la mia vita, ma sapete com’è, si avvicinano i cinquanta (anni, non metri)…

1 agosto 2010 Posted by | Racconti, Smancerie pseudo-sentimentali, sogni | , , | 51 commenti