Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Intervista con la storia

Parliamo d’altro.

Quando ancora stavano aperte le librerie (quando?), ho trovato questa edizione, ristampata a settembre 2019, del primo dei famosi libri di Oriana Fallaci con le interviste ai “potenti”.

Uno dei tanti libri che non lessi a suo tempo, pubblicato per la prima volta nel 1974 e, in seguito al successo avuto, ripubblicato nel 1977 con nuove interviste.

Com’è un tuffo nel passato? Nella prima metà degli anni settanta, soprattutto, quando ero un adolescente, già innamorato della politica. Ricordo soprattutto le ultime fasi della guerra in Vietnam, dell’invasione turca di Cipro, delle tensioni tra Israele, palestinesi e Paesi arabi, della crisi petrolifera e delle domeniche a piedi.

E’ emozionante rileggere le interviste ai protagonisti delle vicende di allora, in gran parte ancora aperte. I protagonisti della guerra in Vietnam, a cominciare da Kissinger; del conflitto arabo-palestinese (Golda Meir, Arafat); del conflitto indo-pachistano, alcuni protagonisti della politica italiana e poi Willy Brandt, Makarios e via dicendo. Particolarmente interessante è stata quella con Helder Camara, un piccolo grande arcivescovo brasiliano esponente della cd. “teologia della liberazione”, negli anni della dittatura fascista in Brasile.

C’è da dire che la Fallaci oltre a una grande giornalista era anche una grande scrittrice, perché le sue introduzioni alle interviste sono affascinanti quanto le interviste stesse.

Oriana Fallaci non era neutrale, era sfacciatamente di parte, ma non della parte degli altri potenti rispetto a quelli che aveva davanti (come accade oggi): stava dalla parte delle loro vittime, dei popoli oppressi.

Una lezione di giornalismo che ancora oggi sarebbe utile ai tanti, troppi leccaculo di corte.

Ora non resta che leggere il libro successivo, Intervista con il potere.

23 marzo 2020 Posted by | Libri | , | Lascia un commento

I ponti di Madison County

Ritorno ancora su questo film, che è ripassato in tv un paio di giorni fa (ho perso l’inizio, ma per il resto me lo sono rivisto tutto).

Ne avevo già parlato in un mio post precedente, ma ora, incuriosito, ho voluto leggere anche il libro e l’ho scaricato dalla biblioteca virtuale regionale: era disponibile e così me lo sono sciroppato tutto nel uichend (complice anche “qualcosa” che ci costringe in casa, a noi padani…).

Devo dire che quella vecchia canaglia di Clint Eastwood ha confezionato un piccolo gioiello, accompagnato da quella stupenda attrice di Meryl Streep.

Questa è la storia di una grande occasione perduta, nel senso che non si è saputa o potuta cogliere e che rimane nel nostro cuore per sempre.

Credo che molti di noi si portino dentro la propria grande occasione perduta.

Io sì.

Le grandi occasioni perdute sono quelle che ti permettono di vivere comunque la tua vita, ma in modo un po’ diverso rispetto a prima, con un piccolo segreto nel cuore che nessuno deve conoscere, perlomeno non finché sei in vita. E così accade alla protagonista, Francesca, che non segue Robert, con il quale ha vissuto una storia d’amore immensa ma durata lo spazio di qualche giorno. Non può, non sa lasciare la sua famiglia. Accompagnerà il marito fino alla morte; crescerà i figli, ma ogni anno rivivrà i luoghi, i posti, i colori, le immagini di lei in compagnia di Robert, di quel ricordo che non l’abbandonerà mai più.

Quattro giorni bastano per capire che due persone sono fatte l’una per l’altra, anzi, insieme danno vita a una terza persona? Sì, ne bastano anche meno, ne bastano anche due.

Ma le cose nella vita a volte pare che vadano per conto proprio e bisogna anche considerare l’incapacità di governarle, la paura, quell’attimo non colto che ci fa perdere l’occasione.

P.S.: le grandi occasioni perdute capitano una volta soltanto nella vita. Inutile volerle ripetere: diventerebbero ciofeche.

I ponti di Madison County

9 marzo 2020 Posted by | Film, Libri, Ricordi, Rimpianti, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , , | 10 commenti

Presunto colpevole

L’aggettivo “presunto” nel titolo è evidentemente una forzatura, quasi una provocazione.

Marcello Sorgi sa benissimo che Craxi non è stato affatto “presunto, bensì “effettivo”.

Craxi è stato colpevole di avere distrutto il Partito Socialista Italiano e la sua storia centenaria.

Craxi è stato colpevole di avere organizzato il PSI come una macchina da guerra, perennemente in trincea contro i democristiani e i comunisti.

Craxi è stato colpevole di avere trasformato il PSI in uno strumento di raccolta di tangenti, a tutti i livelli, da Roma fino al più sperduto paesino italiano.

Craxi è stato colpevole di averci lasciato un debito pubblico che ce lo porteremo sulle spalle vita natural durante.

Si dice che sia stato uno statista. Uno statista che nel 1987, quando ha dovuto passare la mano alla guida del governo, ha disertato il passaggio di consegne: questo non è un comportamento da statista, ma da bambino al quale hanno sottratto il giocattolo con cui si stava trastullando.

Poteva essere portato in Italia negli ultimi mesi di vita, per essere operato e come gesto di riconciliazione?

Sì, se avesse accettato il risultato dei processi ai quali era stato sottoposto.

Per fortuna che ci fu un galantuomo come Francesco Saverio Borrelli che si rifiutò di fargli un trattamento di favore.

Ora si dice che Craxi possa essere “rivalutato”. Per i sopravvissuti al craxismo (come me, anche se in forma modesta) non c’è rivalutazione che tenga.

16 febbraio 2020 Posted by | Libri, Politica | , | 2 commenti

Uno studio in rosso (2)

L’ho riletto e concordo in pieno con quanto scrissi nel 2016.

Aggiungo due considerazioni.

A pagina 21 (della mia edizione) Sherlock “distrugge” Dupin (“era tutt’altro che un genio”) e Lecoq (“era un pasticcione da quattro soldi”).

A pagine 23 dice “Elementare” (senza il Watson e senza punto esclamativo).

Sherlock era “egocentrico, superbo e saccente“?

Certo, ma è proprio per questo che mi piace.

10 febbraio 2020 Posted by | Libri | | 5 commenti

Il grande romanzo dei Vangeli

Va bene che il popolo italiano, nella sua sub cultura, poco se ne intende anche di religione (salvo andare in chiesa per sbirciare come si presentano le altre persone) e quindi è sempre interessante scoprire cosa ne pensano gli storici dei Vangeli, ma ora la storia sta diventando un po’ trita e ritrita.

Cos’è che scopriamo di nuovo in questo libro che Augias non abbia già indagato nei suoi precedenti, con l’ausilio di illustri studiosi della nostra religione?

Poco e niente.

Che Gesù probabilmente era un potente esorcista, cioè un curatore di malattie mentali.

Che Gesù aveva fratelli e sorelle (anche loro figli di Maria o figli di Giuseppe di primo letto? mah…).

Che Maria è la grande assente di tutta la storia, pur avendo avuto una parte essenziale.

Che Maria Maddalena era proprio lei, cioè una bella donna che per prima vede il Cristo risorto.

Che Giuda probabilmente non era quella fetecchia che pensiamo, ma il tesoriere degli apostoli.

Che i Vangeli sinottici sono stati scritti alla fine del 1° secolo, mentre quello di Giovanni è stato scritto nel 2° secolo, insieme a tanti altri Vangeli che la Chiesa ha scartato, ma che invece forniscono notizie molto importanti su quella storia.

E – alla fine – che tutto quello che non quadra nella storia e nelle parole di Gesù, viene fatto quadrare con la fede.

Vabbe’, lo sapevo anche prima…

8 febbraio 2020 Posted by | Libri | | 4 commenti

L’isola di Arturo

Esco proprio or ora dalla lettura di questo primo libro del 2020: eccezionale.

Elsa Morante scriveva in maniera magistrale e questa ne è una delle prove.

Raccontare la storia di un ragazzo (Arturo) che, immerso nella sua isola (Procida) attraversa l’adolescenza senza madre, morta durante il parto, con un padre assente e – diremmo oggi – anaffettivo, che a un certo punto porta a casa una nuova moglie di solo un paio d’anni più vecchia di lui e alla fine porta in casa anche… (ma questo non posso anticiparlo) per 400 pagine non è facile.

La storia mi ricorda un po’ quella de “L’estate incantata” di Ray Bradbury: il racconto di una trasformazione, al termine della quale né il protagonista, né gli altri personaggi sono identici a com’erano all’inizio.

Man mano che si procede nella storia il ritmo si fa più incalzante e Arturo potremmo dire che “soffre” di più, mutando i rapporti con le persone che gli stanno vicino: il padre prima di tutto e poi la matrigna.

Consigliato sicuramente.

13 gennaio 2020 Posted by | Libri | | 4 commenti

I fratelli Karamazov

Ho iniziato questo libro verso il 20 di agosto e l’ho finito giovedì scorso.

E’ stato pesante come scaricare un TIR pieno di sacchi di cemento con una mano sola.

Mi rimane da leggere la postfazione della curatrice del libro.

E’ stata un’esperienza traumatizzante.

Il problema non sono tanto le millecinquanta pagine.

Il problema è la struttura narrativa: per le prime cinquecento pagine non accade nulla.

Poi la storia sembra animarsi un po’, ma ha un andamento lentissimo: centocinquanta pagine di interrogatorio del presunto colpevole in una locanda.

E poi ancora storie di personaggi di contorno, e divagazioni, e…

Io su Dostoevskij ci metto una pietra sopra.

Pesante.

Come un TIR carico di cemento.

 

10 novembre 2019 Posted by | Libri | | 7 commenti

La versione di Fenoglio

Incuriosito dal vedere questo libro in prima fila in tutte le librerie, l’ho prenotato sulla biblioteca virtuale regionale (la Regione Emilia Romagna ha messo in piedi una biblioteca virtuale dalla quale si possono scaricare e-book e giornali).

Ho quindi sospeso temporaneamente la lettura de I fratelli Karamazov (che è di una pesantezza indescrivibile) e mi sono messo a leggerlo.

A pagina 20 mi sono detto: per fortuna che l’ho preso in prestito e non l’ho comprato (16,50 euro senza sconti, praticamente un furto).

A pagina 40 mi sono chiesto: e mo’ va avanti così fino alla fine?

A pagina 60 mi sono rassegnato: siamo a metà, facciamo in fretta a finirlo (plurale di buon auspicio).

Personaggi improbabili, scrittura piatta, dialoghi artefatti, nessuna trama.

Torniamo ai fratelli Karamazov, che è come scaricare un camion di sacchi di patate, ma almeno Fedor scrive meglio.

12 settembre 2019 Posted by | Libri | | 3 commenti

Bartleby lo scrivano

L’ho visto in libreria, ho letto la quarta di copertina, mi ha incuriosito, l’ho comprato e l’ho letto.

E’ un racconto di una cinquantina di pagine, preceduto da una introduzione di una trentina di pagine nella quale non si capisce una mazza e seguito da una serie di lettere di Melville e una raccolta di interpretazioni del racconto succedutesi in questi ultimi cent’anni.

Il racconto è uscito nel 1853, due anni dopo di Moby Dick, che fu un fiasco colossale.

Passano altri due anni e Melville, insuccesso dopo insuccesso, non viene più considerato uno scrittore, anche se continua a produrre opere di altissimo livello.

Ma chi è Bartleby?

Bartleby è uno scrivano.

E che fa di così strano per scriverci su un racconto?

Si rifiuta di scrivere.

E non solo di scrivere; si rifiuta di svolgere qualsiasi funzione che possa anche lontanamente assomigliare a un lavoro (un po’ tipo Salvini, insomma). Si piazza nell’ufficio dell’avvocato suo datore di lavoro e se ne sta lì, a osservare un muro.

Se gli chiedono qualcosa, risponde sempre allo stesso modo: “Avrei preferenza di no“.

Non esce mai, non parla con nessuno, rimane chiuso nel suo bugigattolo anche quando il suo datore di lavoro, esasperato, trasloca.

Alla fine finisce in carcere, si rifiuta di mangiare e si lascia morire.

Terminata la lettura mi sono ovviamente chiesto quale fosse il senso del racconto.

Cerca e ricerca, alla fine mi sono detto che forse dovevo cercarlo in me stesso, in quello che mi aveva lasciato.

Bartleby è persona mite, parca, umile, inespugnabile, che non si ribella a quello che gli capita, ma che è estremamente determinata a mantenere la sua (inspiegabile) posizione: è la coerenza fatta persona.

Lascia dietro di sé un mistero che si insinua nel lettore, che se lo porterà dietro per un bel po’ di tempo.

In fondo, la letteratura è anche questo.

29 luglio 2019 Posted by | Libri | , | 8 commenti

Spazio e mente

Due cose attirano la mia attenzione in questo periodo.

Una è lo spazio, inteso come universo: quando e come è iniziato? Dove finisce? No, non finisce, si espande continuamente a una velocità inimmaginabile. Ma al di là cosa c’è? Niente, perché non c’è spazio, non c’è tempo, non c’è un c…avolo!

La seconda cosa che mi ha sempre affascinato è la mente, anzi, il cervello, perché le due cose partivano da due piani diversi. Ma mica i cervelli normali, no. Mi attirano i cervelli un po’ bacati, quelli che fanno cose strane (sarà perché pure io sono un po’ bacato?).

Così qualche giorno fa, bighellonando in libreria all’Ipercoop di Modena (che ci stavi a fare all’ipercoop di Modena? vi chiederete voi. Cavolacci miei) mi sono imbattuto in questo libro e l’ho comprato.

Al momento ho letto soltanto qualche decina di pagine, ma ho scoperto una cosa interessante: in psichiatria ha preso sempre maggiore importanza il concetto di quantità, cioè la considerazione che esiste una continuità tra i segni iniziali di un disagio e la malattia mentale.

Per esempio: l’ansia è una percezione che scatta quando si devono affrontare situazioni nuove. L’ansia attiva l’attenzione e le capacità mentali. Il battito del cuore accelera per fornire più energia ai tessuti. Si tratta di un’ansia buona, ma se aumenta in maniera sconsiderata diventa angoscia e allora si sprofonda in un tunnel nel quale manca il respiro, la mentre si blocca, si rimane immobili, incapaci di qualsiasi pensiero o azione.

Quindi, cos’è il disturbo mentale? E’ un’alterazione quantitativa di una caratteristica propria della mente, che non è più in equilibrio con le altre.

Almeno così credo di avere capito.

Buona settimana.

7 luglio 2019 Posted by | Libri, Un po' di me | , | 3 commenti