Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Il treno dei bambini

Viola Ardone (insegnante  liceale di Napoli) ha scritto un bel libro: Il treno dei bambini; sono contento di averlo comprato e di averlo letto (la qual cosa non mi capita spesso, con la letteratura cosiddetta contemporanea). E’ uno di quei libri da rileggere a distanza di anni, che possono trasmettere emozioni nuove.

L’ho acquistato senza aver letto recensioni, incuriosito dalla quarta di copertina.

Il romanzo prende spunto da una storia vera: l’iniziativa del Partito Comunista nel dopoguerra di accogliere migliaia di bambini del (poverissimo) Sud nel (povero) Nord, soprattutto in Emilia Romagna (notizie qui, qui e qui). Non è che al Nord la gente se la spassasse, ma in confronto alle condizioni di vita (e soprattutto culturali) del Sud, non c’era paragone.

Questa vicenda fa da sfondo alla storia di Amerigo, il protagonista del romanzo, e del suo amico Tommasino.

E’ un libro scritto con delicatezza, ma che offre molti spunti di riflessione.

Il romanzo suscita partecipazione e nostalgia. La partecipazione del lettore è un ingrediente assolutamente necessario alla buona letteratura: quel sentirsi parte della storia che si sta leggendo; quello sperare che la storia quasi non finisca. La nostalgia invece è per quando una buona parte dell’Italia era migliore; quando l’ideologia equivaleva ad avere idee, e non like sui social; e quando soprattutto c’era il Partito Comunista, che insieme alla Chiesa e all’esercito rappresentava un pilastro del Paese.

Non mi soffermo sulla storia, chi vuole se la può leggere. Concludo soltanto dicendo che lo consiglio vivamente.

 

28 giugno 2020 Posted by | Libri | | 3 commenti

Possiamo salvare il mondo, prima di cena

Perché prima di cena?

Perché l’autore, proseguendo il discorso del suo precedente libro Se niente importa, insiste sul concetto che continuare a mangiare animali provenienti dagli allevamenti intensivi distrugge il nostro pianeta.

Anche questo libro, come il precedente, è solidamente documentato e l’autore inserisce momenti della sua esperienza personale e dei suoi familiari nel corso della narrazione.

I cambiamenti climatici rappresentano la più grande crisi che l’umanità si sia mai trovata davanti e si tratta di una crisi che saremo chiamati a risolvere e contemporaneamente ad affrontare da soli. Non possiamo mantenere il tipo di alimentazione cui siamo abituati e al tempo stesso mantenere il pianeta cui siamo abituati. Dobbiamo rinunciare ad alcune abitudini alimentari oppure rinunciare al pianeta. La scelta è questa, netta e drammatica.

Quello che il libro promette di spiegare all’inizio, però, rimane un piccolo mistero: dato che la situazione è così drammatica – e non parliamo di secoli, bensì di decenni, cioè il tempo in cui vivranno i nostri figli – perché persistiamo in comportamenti che ci portano alla distruzione di massa?

Forse perché l’essere umano non è fatto per mobilitarsi a fronte di disastri futuri, anche se le loro avvisaglie sono già ben presenti. Anzi, direi che l’essere umano si mobilita solo se lui stesso è in pericolo in questo stesso momento, altrimenti chissenefrega!

Ma probabilmente c’è un altro motivo per questo menefreghismo di massa.

Nel mondo, l’impronta di carbonio media è di circa 4,6 tonnellate all’anno. Ovviamente, come nella statistica del mangiare i polli, quella dell’americano medio è di 19,8 tonnellate all’anno e quella del bengalese medio è di circa 0,29 tonnellate all’anno. Il Balgladesh, con il suo consumo medio di quattro chili di carne all’anno è anche uno dei paesi più vegetariani al mondo. Sei milioni di bengalesi sono già stati costretti a lasciare le proprie case a causa dei disastri ambientali e si prevede che altri milioni dovranno fare altrettanto nei prossimi anni.

Capito? I poveri pagano il prezzo maggiore dei disastri ambientali provocati dai ricchi. E’ per questo che non ce ne frega una beata mazza.

Jonathan Safran Foer (di origini ebree) fa notare che ogni anno muoiono tre milioni di bambini sotto i cinque anni per denutrizione. Durante l’olocausto sono morti un milione e mezzo di bambini. Viviamo un olocausto giornaliero e fingiamo di non accorgercene.

Ma forse la spiegazione di tutto questo sta nella storiella iniziale.

Nel 1942 un partigiano polacco di 28 anni, Jan Karski, si avventurò in una missione che dalla Polonia occupata dai nazisti lo portò a Londra e poi in America. Voleva informare i leader mondiali delle atrocità che i tedeschi stavano commettendo. Nel 1943 arrivò a Washington e incontrò il giudice della Corte suprema Felix Frankfurter, uno dei massimi giuristi americani, ebreo. Dopo avere ascoltato la storia di Karski, gli disse che “non posso proprio credere a quello che mi ha detto”. Dopo varie insistenze, precisò: “Non ho detto che lei stia mentendo. Ho detto che non sono in grado di crederle. La mia mente, il mio cuore, sono fatti in modo che non mi permette di accettarlo”.

Ecco, forse il segreto sta qui: sappiamo che stiamo distruggendo il pianeta, ma non siamo in grado di crederci.

31 maggio 2020 Posted by | Libri, Storie ordinarie | | Lascia un commento

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

Se n’è andato quindici giorni fa Luis Sepùlveda, senza che io abbia mai letto alcunché di lui.

Da anni tengo in uno scaffale della libreria Un nome da torero, uno di quei libri che si comprano attratti da chissà cosa e poi non ci si decide mai a leggerli.

E così ho approfittato della ristampa del suo primo libro, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, per sbirciare nella sua opera.

E’ una piacevole novella di poco più di un centinaio di pagine che scivola via piacevole e veloce. La classica letteratura latino americana, in questo caso con uno sfondo realista ed ecologista.

Ma non ho comprato e letto questo libro soltanto per curiosità.

No.

La morte di Sepùlveda e quella di Giulietto Chiesa mi hanno riportato alla memoria un evento culturale che si è svolto a Piacenza per sette anni se non erro, quello di Carovane. Si trattava di una settimana tra fine agosto e inizi settembre che dal 2000 al 2006 rinvigorì la vita culturale di Piacenza e non solo. Una serie di incontri con artisti provenienti soprattutto dalle aree “povere” (economicamente) del mondo.

Malgrado io non sia mai andato a nessuna di quelle manifestazioni, ne ricordo il clima che creavano e l’incazzatura dei politici di centro destra, che ne decantavano l’inutilità e il cosiddetto “senso unico”.

Erano gli anni nei quali la provincia di Piacenza era ancora governata dal centro sinistra che, malgrado tutte le sue contraddizioni, qualcosa di buono riusciva a farlo: ora c’è il buio totale.

Insomma, mi sono fatto prendere ancora una volta dalla nostalgia: deve essere la mascherina che impedisce ai miei ricordi di spandersi in giro e restano così appiccicati alla mia memoria.

P.S.: la scorsa settimana ho fatto il famoso test sierologico per il coronavirus. Sono risultato non immune, cioè non ho preso il virus e quindi non ho sviluppato gli anticorpi.

PP.S.: la mascherina mi scivola e gli occhiali mi si appannano. In una parola: non la sopporto.

PPP.S.: voglio vedere quando ci saranno 30 gradi e oltre a fare la fila fuori dai supermercati, al sole e con la mascherina e poi a entrare dentro con uno sbalzo termico di 25 gradi. Chi non muore fuori gli prende una polmonite che il coronavirus gli farà un baffo.

3 maggio 2020 Posted by | Libri | | 3 commenti

Papà Goriot

Questo libro, pubblicato nel 1834-1835, secondo me dimostra tutti i suoi anni.

Mi piacciono i classici, ma questo ho faticato a finirlo. Diventa più leggibile nelle ultime 100 pagine (su 250), quando finalmente accade qualcosa nella pensioncina che fa da sfondo alle vicende di Goriot, Eugene e tutti gli altri protagonisti.

Mi è sembrata un po’ una storia da telenovela, ecco, da fuilleton, che non c’è niente di male, ma non è il mio genere.

Un padre che si rovina per le figlie, che muore solo e povero in canna, dopo aver pagato tutti i loro debiti. Ambientato nella Parigi dei primi decenni dell’ottocento, contiene anche qualche denuncia del sistema sociale del tempo, tutto basato sul denaro e sull’arricchimento facile, sulle serate danzanti e sulle amanti, sull’arrivismo e sulla truffa (mi ricorda qualcosa. A voi no?).

Una storia che risente forse anche della vita un po’ sregolata di Balzac, sempre alle prese con la mancanza di denaro e i relativi debiti. Ma lo stile è troppo aulico per i miei gusti. Niente a che vedere con il realismo di Zola e nemmeno con Hugo.

Tutto sommato non mi è spiaciuto leggerlo, ma se l’avessi conosciuto meglio prima, non l’avrei fatto.

Don Chisciotte (Francesco Guccini)

26 aprile 2020 Posted by | Libri | | 4 commenti

Intervista con la storia

Parliamo d’altro.

Quando ancora stavano aperte le librerie (quando?), ho trovato questa edizione, ristampata a settembre 2019, del primo dei famosi libri di Oriana Fallaci con le interviste ai “potenti”.

Uno dei tanti libri che non lessi a suo tempo, pubblicato per la prima volta nel 1974 e, in seguito al successo avuto, ripubblicato nel 1977 con nuove interviste.

Com’è un tuffo nel passato? Nella prima metà degli anni settanta, soprattutto, quando ero un adolescente, già innamorato della politica. Ricordo soprattutto le ultime fasi della guerra in Vietnam, dell’invasione turca di Cipro, delle tensioni tra Israele, palestinesi e Paesi arabi, della crisi petrolifera e delle domeniche a piedi.

E’ emozionante rileggere le interviste ai protagonisti delle vicende di allora, in gran parte ancora aperte. I protagonisti della guerra in Vietnam, a cominciare da Kissinger; del conflitto arabo-palestinese (Golda Meir, Arafat); del conflitto indo-pachistano, alcuni protagonisti della politica italiana e poi Willy Brandt, Makarios e via dicendo. Particolarmente interessante è stata quella con Helder Camara, un piccolo grande arcivescovo brasiliano esponente della cd. “teologia della liberazione”, negli anni della dittatura fascista in Brasile.

C’è da dire che la Fallaci oltre a una grande giornalista era anche una grande scrittrice, perché le sue introduzioni alle interviste sono affascinanti quanto le interviste stesse.

Oriana Fallaci non era neutrale, era sfacciatamente di parte, ma non della parte degli altri potenti rispetto a quelli che aveva davanti (come accade oggi): stava dalla parte delle loro vittime, dei popoli oppressi.

Una lezione di giornalismo che ancora oggi sarebbe utile ai tanti, troppi leccaculo di corte.

Ora non resta che leggere il libro successivo, Intervista con il potere.

23 marzo 2020 Posted by | Libri | , | 1 commento

I ponti di Madison County

Ritorno ancora su questo film, che è ripassato in tv un paio di giorni fa (ho perso l’inizio, ma per il resto me lo sono rivisto tutto).

Ne avevo già parlato in un mio post precedente, ma ora, incuriosito, ho voluto leggere anche il libro e l’ho scaricato dalla biblioteca virtuale regionale: era disponibile e così me lo sono sciroppato tutto nel uichend (complice anche “qualcosa” che ci costringe in casa, a noi padani…).

Devo dire che quella vecchia canaglia di Clint Eastwood ha confezionato un piccolo gioiello, accompagnato da quella stupenda attrice di Meryl Streep.

Questa è la storia di una grande occasione perduta, nel senso che non si è saputa o potuta cogliere e che rimane nel nostro cuore per sempre.

Credo che molti di noi si portino dentro la propria grande occasione perduta.

Io sì.

Le grandi occasioni perdute sono quelle che ti permettono di vivere comunque la tua vita, ma in modo un po’ diverso rispetto a prima, con un piccolo segreto nel cuore che nessuno deve conoscere, perlomeno non finché sei in vita. E così accade alla protagonista, Francesca, che non segue Robert, con il quale ha vissuto una storia d’amore immensa ma durata lo spazio di qualche giorno. Non può, non sa lasciare la sua famiglia. Accompagnerà il marito fino alla morte; crescerà i figli, ma ogni anno rivivrà i luoghi, i posti, i colori, le immagini di lei in compagnia di Robert, di quel ricordo che non l’abbandonerà mai più.

Quattro giorni bastano per capire che due persone sono fatte l’una per l’altra, anzi, insieme danno vita a una terza persona? Sì, ne bastano anche meno, ne bastano anche due.

Ma le cose nella vita a volte pare che vadano per conto proprio e bisogna anche considerare l’incapacità di governarle, la paura, quell’attimo non colto che ci fa perdere l’occasione.

P.S.: le grandi occasioni perdute capitano una volta soltanto nella vita. Inutile volerle ripetere: diventerebbero ciofeche.

I ponti di Madison County

9 marzo 2020 Posted by | Film, Libri, Ricordi, Rimpianti, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , , | 10 commenti

Presunto colpevole

L’aggettivo “presunto” nel titolo è evidentemente una forzatura, quasi una provocazione.

Marcello Sorgi sa benissimo che Craxi non è stato affatto “presunto, bensì “effettivo”.

Craxi è stato colpevole di avere distrutto il Partito Socialista Italiano e la sua storia centenaria.

Craxi è stato colpevole di avere organizzato il PSI come una macchina da guerra, perennemente in trincea contro i democristiani e i comunisti.

Craxi è stato colpevole di avere trasformato il PSI in uno strumento di raccolta di tangenti, a tutti i livelli, da Roma fino al più sperduto paesino italiano.

Craxi è stato colpevole di averci lasciato un debito pubblico che ce lo porteremo sulle spalle vita natural durante.

Si dice che sia stato uno statista. Uno statista che nel 1987, quando ha dovuto passare la mano alla guida del governo, ha disertato il passaggio di consegne: questo non è un comportamento da statista, ma da bambino al quale hanno sottratto il giocattolo con cui si stava trastullando.

Poteva essere portato in Italia negli ultimi mesi di vita, per essere operato e come gesto di riconciliazione?

Sì, se avesse accettato il risultato dei processi ai quali era stato sottoposto.

Per fortuna che ci fu un galantuomo come Francesco Saverio Borrelli che si rifiutò di fargli un trattamento di favore.

Ora si dice che Craxi possa essere “rivalutato”. Per i sopravvissuti al craxismo (come me, anche se in forma modesta) non c’è rivalutazione che tenga.

16 febbraio 2020 Posted by | Libri, Politica | , | 2 commenti

Uno studio in rosso (2)

L’ho riletto e concordo in pieno con quanto scrissi nel 2016.

Aggiungo due considerazioni.

A pagina 21 (della mia edizione) Sherlock “distrugge” Dupin (“era tutt’altro che un genio”) e Lecoq (“era un pasticcione da quattro soldi”).

A pagine 23 dice “Elementare” (senza il Watson e senza punto esclamativo).

Sherlock era “egocentrico, superbo e saccente“?

Certo, ma è proprio per questo che mi piace.

10 febbraio 2020 Posted by | Libri | | 5 commenti

Il grande romanzo dei Vangeli

Va bene che il popolo italiano, nella sua sub cultura, poco se ne intende anche di religione (salvo andare in chiesa per sbirciare come si presentano le altre persone) e quindi è sempre interessante scoprire cosa ne pensano gli storici dei Vangeli, ma ora la storia sta diventando un po’ trita e ritrita.

Cos’è che scopriamo di nuovo in questo libro che Augias non abbia già indagato nei suoi precedenti, con l’ausilio di illustri studiosi della nostra religione?

Poco e niente.

Che Gesù probabilmente era un potente esorcista, cioè un curatore di malattie mentali.

Che Gesù aveva fratelli e sorelle (anche loro figli di Maria o figli di Giuseppe di primo letto? mah…).

Che Maria è la grande assente di tutta la storia, pur avendo avuto una parte essenziale.

Che Maria Maddalena era proprio lei, cioè una bella donna che per prima vede il Cristo risorto.

Che Giuda probabilmente non era quella fetecchia che pensiamo, ma il tesoriere degli apostoli.

Che i Vangeli sinottici sono stati scritti alla fine del 1° secolo, mentre quello di Giovanni è stato scritto nel 2° secolo, insieme a tanti altri Vangeli che la Chiesa ha scartato, ma che invece forniscono notizie molto importanti su quella storia.

E – alla fine – che tutto quello che non quadra nella storia e nelle parole di Gesù, viene fatto quadrare con la fede.

Vabbe’, lo sapevo anche prima…

8 febbraio 2020 Posted by | Libri | | 4 commenti

L’isola di Arturo

Esco proprio or ora dalla lettura di questo primo libro del 2020: eccezionale.

Elsa Morante scriveva in maniera magistrale e questa ne è una delle prove.

Raccontare la storia di un ragazzo (Arturo) che, immerso nella sua isola (Procida) attraversa l’adolescenza senza madre, morta durante il parto, con un padre assente e – diremmo oggi – anaffettivo, che a un certo punto porta a casa una nuova moglie di solo un paio d’anni più vecchia di lui e alla fine porta in casa anche… (ma questo non posso anticiparlo) per 400 pagine non è facile.

La storia mi ricorda un po’ quella de “L’estate incantata” di Ray Bradbury: il racconto di una trasformazione, al termine della quale né il protagonista, né gli altri personaggi sono identici a com’erano all’inizio.

Man mano che si procede nella storia il ritmo si fa più incalzante e Arturo potremmo dire che “soffre” di più, mutando i rapporti con le persone che gli stanno vicino: il padre prima di tutto e poi la matrigna.

Consigliato sicuramente.

13 gennaio 2020 Posted by | Libri | | 4 commenti