Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Malastagione

Anzitutto buon anno a tutte/i.

Ieri, primo giorno dell’anno, ho deciso di tenere spento il cellulare e non potete immaginare (a meno che qualcuno l’abbia fatto o lo faccia regolarmente) di come mi sia sentito bene. Poi stamattina ho dovuto accendere e… la magia è finita.

Comunque nella prima giornata dell’anno, tra semi lockdown all’italiana, freddo e neve, mi sono dedicato alla lettura. Dopo avere terminato Psicologia della stupidità, (ci tornerò su, perché la materia è infinita) ho pensato – in ricordo degli anni della mia adolescenza, quando aspettavo la vacanze di Natale per spararmi i gialli che non potevo leggere in periodo scolastico – di dedicarmi a qualche bella storia poliziesca e, aperta l’anta del mobile libreria in salotto, mi sono trovato di fronte questo libro.

Pubblicato dieci anni fa, regalatomi con tanto di dedica, è rimasto a riposo per un decennio.

Forse è vero che i libri decidono loro quando è il momento di leggerli. C’è differenza tra acquistarli e leggerli, sono due momenti diversi che esigono predisposizioni diverse.

E allora ieri mi sono immerso in questa storia che “profuma di ragù e vino rosso”, ambientata tra i monti della bassa modenese, protagonista un ispettore della forestale detto “Poiana” e una serie di altra varia umanità tratteggiata con leggiadria dai due autori con una scrittura che fila via liscia come un bianco frizzante quando la calura umida delle nostre zone spinge a rinfrescarsi dentro.

Ho messo da parte per un giorno tutte le paturnie del lavoro, della famiglia, i ricordi degli ultimi morti di Covid tra la gente che conoscevo; ho trovato anche il tempo di qualche partita a carte con mia figlia, annoiata dalla reclusione domestica.

Un rinnovato ringraziamento (tardivo?) a chi mi regalò questo libro.

Chissà che non ci sia spazio per qualche altra storia di questo duo. Chissà…

2 gennaio 2021 Posted by | Libri, Rimpianti, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , | 7 commenti

Psicologia della stupidità (parte prima)

Ritirato in libreria venerdì (per una volta tanto non ho fatto acquisti on line), mi sono subito messo sotto con la lettura.

Bè, che dire? Ci sono fior fiore di studiosi che si sono dati pena per scrivere questo trattatello di quasi trecento pagine, dai capitoli eloquenti: Lo studio scientifico sugli imbecilli; La teoria degli stronzi; La stupidità con cognizione di causa; Come trattare gli stronzi; La stupidaggine peggiore è pensare di essere intelligenti, solo per citarne alcuni.

Ma del capitolo Dalla stupidità all’idiozia (di Pascal Engel, filosofo e direttore degli studi della Scuola di studi superiori in scienze sociali di Francia) vorrei trarre una breve sintesi, tanto per accrescere il livello culturale dei lettori di questo misero blog.

La stupidità – scrive Engel – ha i suoi gradi.

Nello scalino più basso troviamo la stupidità pesante, letteralmente bruta, di colui che manca di intelligenza e che si avvicina al regno animale (asino, oca) o vegetale (zucca). Volgarmente viene ridotto all’epiteto di coglione o testa di cazzo.

Un gradino più in alto ci sono gli idioti e gli imbecilli, coloro dall’intelletto fragile. La loro tipologia è anche quella dei cretini, affetti da una tara ereditaria.

Un grado più in alto ci sono coloro che, sembrando un po’ più svegli degli sciocchi, sono maldestri ma buoni: sono i sempliciotti, i tonti, i babbei.

Un gradino più in alto ancora si trovano gli stolti. Lo stolto non necessariamente manca di intelligenza, ma la esercita male e soprattutto è presuntuoso, perché adora essere al centro dell’attenzione e ha bisogno degli altri: è socievole, invece i bruti sono solitari.

Un gradino ancora più in alto c’è quella che viene definita stupidità sostenuta, o intelligente. Lo stolto intelligente può essere molto colto ed erudito, ma la sua intelligenza non si accorda alla sua affettività: progetta piani inadatti e sproporzionati.

Ecco, vi ho fornito una casistica nella quale collocare agevolmente le persone di vostra conoscenza.

Contenti?

Buona settimana.

13 dicembre 2020 Posted by | Libri, Manate di erudizione | , | 1 commento

L’ombra del vento

La morte quest’estate di Carlos Ruiz Zafon mi ha spinto a comprare questo suo libro, quello più famoso.

Su internet ho letto tanti commenti entusiasti, ma io francamente mi aspettavo qualcosa di più.

Come ha scritto giustamente qualcuno, sembra quasi un feuilleton. Non che ci sia niente di scandaloso, per carità. La prosa è semplice e lineare. I dialoghi sono artefatti nella misura giusta. I personaggi sono caratterizzati sia per le loro azioni, sia per le loro descrizioni, sia per i cibi che mangiano nei bar.

Insomma, uno scrittore che ha individuato con precisione il suo pubblico e gli ha fornito la storia giusta.

Da prendere a prestito in biblioteca.

30 novembre 2020 Posted by | Libri | | 1 commento

Dove nasce il vento

Ovvero: vita di Nellie Bly.

Prima di leggere questo libro manco sapevo chi fosse Nellie Bly, pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran.

Eppure lei è stata forse la più grande giornalista americana, vissuta tra il 1864 e il 1922.

Nellie ha avuto una vita travagliata: l’amatissimo padre muore quando aveva cinque anni e il mondo le crolla addosso. La madre si risposa con un uomo rozzo e violento, dal quale poi divorzierà ma che segnerà tutta la sua esistenza.

Nellie assiste alla nascita del proletariato americano, il lavoro disumanizzante della fabbrica che si rovescia nella miseria della città. Si ribella al destino delle donne: sposarsi, fare figli, badare alla casa ed evitare che l’uomo sperperi tutti i soldi nelle osterie.

Riesce a diventare giornalista nel giornale della sua città, Pittsburgh, poi si trasferisce a New York, al World di un certo Pulitzer, quando quel giornale le sta troppo stretto, perché vogliono imbrigliare il suo talento nelle rubriche “femminili”.

Nel 1887 una delle sue imprese più famose: si finge malata di mente e per dieci giorni si fa ricoverare a Blackwell’s Island, nel manicomio femminile, dove racconta i soprusi, le violenze, la sporcizia, i medici incompetenti. I suoi reportage fanno scalpore e aprono il dibattito sulla qualità dei manicomi, dei carceri, degli ospizi. Viene istituita una commissione d’inchiesta. Nellie torna nel manicomio per portare via le compagne di sventura che ha conosciuto nella sua avventura, ma di loro non c’è più traccia: nascoste chissà dove e condannate per sempre all’inferno.

Nelli diventa famosissima in America e compie altre mirabolanti avventure, come il giro del mondo in 72 giorni, da sola, oppure la reporter di guerra durante la prima guerra mondiale.

Il merito di questo libro, scritto da Nicola Attadio, autore e conduttore radiofonico, è quello di restituirci un’immagine generosa del talento di questa piccola (fisicamente) ma grande (in quanto a coraggio) donna.

Consigliato.

8 novembre 2020 Posted by | Libri, Storie ordinarie | | 1 commento

La clinica Riposo e Pace

Non sto scherzando, ma a volte a leggere certi libri mi viene da chiedermi perché sono stati scritti e perché sono stati pubblicati.

Questo, di Francesco Recami, è uno di quei casi.

E dire che di questo autore avevo letto altri libri (qui e qui): niente di entusiasmante, ma comunque tollerabili.

Nel caso in questione, invece, non ci siamo proprio.

L’idea di partenza non è malaccio, ma viene sviluppata in modo piatto, senza alcun approfondimento psicologico dei protagonisti o comunque dei personaggi.

Il finale poi è addirittura incomprensibile.

Per fortuna che l’ho preso in prestito dalla biblioteca…

 

20 settembre 2020 Posted by | Libri | | 3 commenti

Il signor Diavolo

Spero che il film sia meglio del libro.

Il genio di Pupi Avati avrà sicuramente saputo tradurre in adeguate immagini le atmosfere cupe del romanzo.

Comunque dopo le 1.200 pagine di It, un libro di 200 pagine lo si legge in un giorno.

P.S.: io sono nato per stare in ferie, non per lavorare… Sappiatelo.

1 settembre 2020 Posted by | Libri | | 6 commenti

It

Questo libro da tempo mi incuriosiva e allora mi sono lasciato tentare dallo scaffale della libreria.

1.200 pagine non sono mica bruscolini, soprattutto da tenere in mano, ma il libro non l’ho trovato particolarmente pesante e nemmeno tanto terrorizzante. E’ vero che ci sono un sacco di salti all’indietro, ma dopo tutto sono tollerabili.

Quello che mi ha lasciato interdetto è il finale: quello mi aspettavo che mi spiazzasse, che mi facesse fare un salto sulla sedia, perché conoscendo un po’ King, spesso i suoi mostri provengono “da dentro” e invece le ultime cento pagine del finale sono alquanto deludenti.

A dire la verità, nelle ultime venti/trenta pagine mi ha anche preso una botta di sonno…

Magari mi vedo il film, tanto per vedere come hanno reso la storia.

P.S.: visto che non vi ho fatto il pippone per i miei sessant’anni appena compiuti? Comunque sono sempre in tempo…

30 agosto 2020 Posted by | Libri | | 4 commenti

Firmino (un vecchio post di un’altra vita)

Cazzeggiando qua e là nel web, mi sono imbattuto nel mio vecchio blog, quello abbandonato circa dodici anni fa.

E cazzeggiando su e giù per il blog, mi sono imbattuto in questo post, in cui commentavo un libro appena letto, Firmino di Sam Savage.

Lo ripropongo perché c’è un passaggio che mi ha colpito.

E’ molto difficile che io acquisti libri appena usciti, specie se trattasi dei cosiddetti bestseller, per diverse ragioni.

Anzitutto, mi piacciono i classici e quindi è un po’ difficile trovare, che so, la Commedia (l’aggettivo Divina l’abbiamo aggiunto noi) oppure I miserabili in vetta alle classifiche dei libri più venduti. Fanno eccezione ovviamente quei libri dai quali viene tratto un film, come per esempio Il signore degli anelli, ma anche in quel caso l’avevo acquistato prima che scalasse le classifiche librarie.

In secondo luogo, sono portato a pensare che un libro, a differenza di un quotidiano, non abbia “scadenza” e quindi possa essere letto in qualsiasi momento.

Certo, questo non è sempre vero, ma a me, a dire la verità, non me ne frega niente.

Ogni tanto, però, faccio qualche eccezione. Volontariamente, senza farmi trascinare dalle vetrine delle librerie o dai titoli messi in bella mostra vicino all’ingresso, dopo averci riflettuto per bene.

Recentissimamente, praticamente qualche giorno fa, una di queste eccezioni è FIRMINO, Avventure di un parassita metropolitano, di Sam Savage.

Prima di tutto, occorre dire che questo è un libro scritto molto bene, anzi decisamente bene.

Firmino è un topo, anzi un ratto, il tredicesimo figlio di una nidiata di una pantegana semi-alcolizzata che (quando si dice la sfiga) ha solamente dodici mammelle. E allora che fa Firmino per sopravvivere? Mangia i libri della sottostante libreria, ma dal rosicchiamento alla lettura poco ce ne passa e Firmino diventa una specie di ratto intellettuale e sognatore, che dal suo nascondiglio, in un vecchio e decrepito quartiere di Boston, partecipa alla vita della libreria.

E poi va a teatro, sogna di essere Fred Astaire che balla con Ginger Rogers. E poi suona un piccolo pianoforte-giocattolo regalatogli dal suo amico scrittore, e suona nientepopodimeno che Cole Porter e Gershwin.

E, dal buco della soffitta sopra la scrivania del librario, legge il giornale insieme a lui.

Vi sono pagine del libro di una leggerezza narrativa incomparabile. Quando, per esempio, Firmino esce dalla tana al seguito della mamma e di una sorella e viene provocato dal suo “didietro peloso“.

Oppure la descrizione di “una nana, una giovane donna che indossava un cappotto di cammello dall’orlo rigato di fango e così grande che le cadeva addosso a mo’ di cono, come una tenda di pellerossa, un tepee, strisciando per terra” che dà la caccia ad un “libretto sottile” e il libraio si dirige a grandi passi, fiducioso, sul retro del negozio, “il braccio teso davanti a sè, le grosse dita ritratte a mo’ di artigli che pregustavano già la presa“, ma non lo trova. E Firmino che desidera saltar fuori dal suo nascondiglio e proclamare a gran voce “Eccolo. Mr Shine“, fantasticando di venire assunto come apprendista.

Oppure quando racconta che lo scrittore che lo ha preso con sé gli parla e lui ascolta, ma sa che in realtà sta parlando semplicemente con sé stesso, perché non ha la minima idea della sua vera indole, né soprattutto “che io avessi letto più libri di lui“.

E quando si lascia andare ad una meditazione che è un pugno nello stomaco: “Penso sempre che ogni cosa durerà in eterno, ma non è mai così. In realtà, niente esiste per più di un istante, tranne ciò che custodiamo nella memoria. Cerco sempre di conservare dentro di me ogni momento – preferirei morire piuttosto che dimenticare“.

Ecco, questa è la parte che mi ha colpito: è difficile che esista qualcosa di peggio che perdere la memoria. La memoria, di sé stessi, la memoria delle cose che abbiamo fatto, delle persone che abbiamo conosciuto: senza di essa, siamo nulla, zero. Perdere la memoria mi terrorizza, lo confesso. Forse perché giornalmente vedo gente affetta da demenza senile o da alzheimer, com’è accaduto anche a mia madre.

Così finiva il post:

Ovviamente non vi dico come finisce, ma vi dico però che, alla facciaccia di tutti i soloni che tengono corsi di quella che chiamasi scrittura creativa, questo libro non ha un vero e proprio incipit. Ovvero, l’incipit, se vogliamo essere precisi, è praticamente tutto il primo capitolo, lungo una decina di pagine.

Ho appena finito di leggerlo e quindi lo toglierò dalla lista dei “libri sul comodino”. Costa 14 euro (da alcune parti scontato, che di questi tempi non fa mai male), ma li vale tutti.

P.S.: giugno 2008, proprio un’altra vita…

PP.SS.: domani mare, sperando di non restare imbottigliati in autostrada…

Giorgia – Gocce di memoria

29 luglio 2020 Posted by | Libri, Ricordi, Rimpianti | , | 9 commenti

Il treno dei bambini

Viola Ardone (insegnante  liceale di Napoli) ha scritto un bel libro: Il treno dei bambini; sono contento di averlo comprato e di averlo letto (la qual cosa non mi capita spesso, con la letteratura cosiddetta contemporanea). E’ uno di quei libri da rileggere a distanza di anni, che possono trasmettere emozioni nuove.

L’ho acquistato senza aver letto recensioni, incuriosito dalla quarta di copertina.

Il romanzo prende spunto da una storia vera: l’iniziativa del Partito Comunista nel dopoguerra di accogliere migliaia di bambini del (poverissimo) Sud nel (povero) Nord, soprattutto in Emilia Romagna (notizie qui, qui e qui). Non è che al Nord la gente se la spassasse, ma in confronto alle condizioni di vita (e soprattutto culturali) del Sud, non c’era paragone.

Questa vicenda fa da sfondo alla storia di Amerigo, il protagonista del romanzo, e del suo amico Tommasino.

E’ un libro scritto con delicatezza, ma che offre molti spunti di riflessione.

Il romanzo suscita partecipazione e nostalgia. La partecipazione del lettore è un ingrediente assolutamente necessario alla buona letteratura: quel sentirsi parte della storia che si sta leggendo; quello sperare che la storia quasi non finisca. La nostalgia invece è per quando una buona parte dell’Italia era migliore; quando l’ideologia equivaleva ad avere idee, e non like sui social; e quando soprattutto c’era il Partito Comunista, che insieme alla Chiesa e all’esercito rappresentava un pilastro del Paese.

Non mi soffermo sulla storia, chi vuole se la può leggere. Concludo soltanto dicendo che lo consiglio vivamente.

 

28 giugno 2020 Posted by | Libri | | 6 commenti

Possiamo salvare il mondo, prima di cena

Perché prima di cena?

Perché l’autore, proseguendo il discorso del suo precedente libro Se niente importa, insiste sul concetto che continuare a mangiare animali provenienti dagli allevamenti intensivi distrugge il nostro pianeta.

Anche questo libro, come il precedente, è solidamente documentato e l’autore inserisce momenti della sua esperienza personale e dei suoi familiari nel corso della narrazione.

I cambiamenti climatici rappresentano la più grande crisi che l’umanità si sia mai trovata davanti e si tratta di una crisi che saremo chiamati a risolvere e contemporaneamente ad affrontare da soli. Non possiamo mantenere il tipo di alimentazione cui siamo abituati e al tempo stesso mantenere il pianeta cui siamo abituati. Dobbiamo rinunciare ad alcune abitudini alimentari oppure rinunciare al pianeta. La scelta è questa, netta e drammatica.

Quello che il libro promette di spiegare all’inizio, però, rimane un piccolo mistero: dato che la situazione è così drammatica – e non parliamo di secoli, bensì di decenni, cioè il tempo in cui vivranno i nostri figli – perché persistiamo in comportamenti che ci portano alla distruzione di massa?

Forse perché l’essere umano non è fatto per mobilitarsi a fronte di disastri futuri, anche se le loro avvisaglie sono già ben presenti. Anzi, direi che l’essere umano si mobilita solo se lui stesso è in pericolo in questo stesso momento, altrimenti chissenefrega!

Ma probabilmente c’è un altro motivo per questo menefreghismo di massa.

Nel mondo, l’impronta di carbonio media è di circa 4,6 tonnellate all’anno. Ovviamente, come nella statistica del mangiare i polli, quella dell’americano medio è di 19,8 tonnellate all’anno e quella del bengalese medio è di circa 0,29 tonnellate all’anno. Il Balgladesh, con il suo consumo medio di quattro chili di carne all’anno è anche uno dei paesi più vegetariani al mondo. Sei milioni di bengalesi sono già stati costretti a lasciare le proprie case a causa dei disastri ambientali e si prevede che altri milioni dovranno fare altrettanto nei prossimi anni.

Capito? I poveri pagano il prezzo maggiore dei disastri ambientali provocati dai ricchi. E’ per questo che non ce ne frega una beata mazza.

Jonathan Safran Foer (di origini ebree) fa notare che ogni anno muoiono tre milioni di bambini sotto i cinque anni per denutrizione. Durante l’olocausto sono morti un milione e mezzo di bambini. Viviamo un olocausto giornaliero e fingiamo di non accorgercene.

Ma forse la spiegazione di tutto questo sta nella storiella iniziale.

Nel 1942 un partigiano polacco di 28 anni, Jan Karski, si avventurò in una missione che dalla Polonia occupata dai nazisti lo portò a Londra e poi in America. Voleva informare i leader mondiali delle atrocità che i tedeschi stavano commettendo. Nel 1943 arrivò a Washington e incontrò il giudice della Corte suprema Felix Frankfurter, uno dei massimi giuristi americani, ebreo. Dopo avere ascoltato la storia di Karski, gli disse che “non posso proprio credere a quello che mi ha detto”. Dopo varie insistenze, precisò: “Non ho detto che lei stia mentendo. Ho detto che non sono in grado di crederle. La mia mente, il mio cuore, sono fatti in modo che non mi permette di accettarlo”.

Ecco, forse il segreto sta qui: sappiamo che stiamo distruggendo il pianeta, ma non siamo in grado di crederci.

31 Maggio 2020 Posted by | Libri, Storie ordinarie | | 2 commenti