Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Avrei voluto dirti…

Ieri pomeriggio, quando sei tornata a casa, ti sei lamentata che è stata una giornata nera.

Prima ti si è rotto il lucchetto della bici e hai dovuto comprarne uno nuovo; poi al bar hai rovesciato la coca prima di berla; alla fine mentre tornavi ha iniziato a piovere e sei arrivata a casa “fradicia” (anche se io ho visto soltanto i segni di qualche goccia).

E quando io mi sono messo a ridere, dicendo che le corse o le pedalate sotto la pioggia fanno parte della vita, ti sei incazzata pure con me.

Vedi, carissima A., avrei voluto dirti (ma forse non ne avevo la forza, il coraggio, il tempo o la voglia) che quelli come me sono diversi da quelli come voi.

Fra qualche giorno io mi recherò alla solita visita periodica di follow up (fai il liceo linguistico, quindi saprai sicuramente cosa significa). Prima, devo passare a ritirare il referto della risonanza magnetica fatta una decina di giorni fa. Anche se in misura minore rispetto al passato, questi controlli periodici portano sempre con sé una certa dose di ansia. Io sto bene, ma questo significa poco: sei anni fa, quando è comparso il cancro, stavo benissimo, eppure dentro di me si annidava un mostro.

Se il referto della risonanza, invece di essere negativo, fosse positivo, ecco, in quel momento, oltre a cascarti il mondo addosso, capisci quali sono le cose importanti nella vita: i nonni che non vedi da oltre un anno; gli amici che non senti perché non hai tempo; i famigliari che snobbi perché hai tante cose da fare. Capisci che i soldi, il lavoro, l’auto, i vestiti sono tutte stronzate, come la maglia bagnata per una pedalata sotto la pioggia, o la coca rovesciata sul tavolo del bar.

Questo, in parole povere, avrei voluto dirti, ma invece non te l’ho detto.

Forse un giorno te lo dirò.

 

20 giugno 2020 Posted by | Storie ordinarie | | 20 commenti

Addio, piccola (auto)

Addio, mia piccola Suzuki.

E’ arrivato il momento di separarci, oggi.

Siamo stati insieme per oltre 11 anni e abbiamo percorso oltre 160.000 chilometri.

Ricordo ancora il pomeriggio quando ti sono venuto a prendere: era il 31 marzo 2009. Mia madre era ancora viva e io avevo ancora un po’ di sogni nel cassetto (e avevo anche un bel cassetto, allora).

Ne abbiamo passate insieme, 11 anni non sono mica bazzecole.

Hai vissuto le mie traversie famigliari.

Hai vissuto i miei successi/insuccessi lavorativi.

Hai ospitato qualche persona che mi era cara e che ho allontanato.

Mi hai accompagnato nei miei viaggi lungo la penisola, verso aeroporti che mi portavano là dove avrei voluto restare, e ti ho sempre ritrovato al mio ritorno.

Hai vissuto la mia malattia, accompagnandomi nei momenti più bui della mia vita e hai condiviso le mie paure, i miei pianti, le mie ansie e le mie speranze.

Hai scarrozzato a destra e a sinistra la piccola, che tanto piccola non è più e che non ti ha mai potuto soffrire, ma io mica te l’ho mai detto, eh?

Non è che tu sia stata molto fedele, perché mi hai fatto tribolare non poco, ma forse questo dipendeva dalla tua indole, come dire, un po’ irruente, che io non sono mai riuscito a soddisfare.

Ora spero che il tuo nuovo proprietario ti tratti bene, come ho fatto io. Ti ho consegnata in buono stato, farai bella figura nonostante i tuoi anni.

Addio.

 La canzone del sole

12 giugno 2020 Posted by | Smancerie pseudo-sentimentali, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 12 commenti

Possiamo salvare il mondo, prima di cena

Perché prima di cena?

Perché l’autore, proseguendo il discorso del suo precedente libro Se niente importa, insiste sul concetto che continuare a mangiare animali provenienti dagli allevamenti intensivi distrugge il nostro pianeta.

Anche questo libro, come il precedente, è solidamente documentato e l’autore inserisce momenti della sua esperienza personale e dei suoi familiari nel corso della narrazione.

I cambiamenti climatici rappresentano la più grande crisi che l’umanità si sia mai trovata davanti e si tratta di una crisi che saremo chiamati a risolvere e contemporaneamente ad affrontare da soli. Non possiamo mantenere il tipo di alimentazione cui siamo abituati e al tempo stesso mantenere il pianeta cui siamo abituati. Dobbiamo rinunciare ad alcune abitudini alimentari oppure rinunciare al pianeta. La scelta è questa, netta e drammatica.

Quello che il libro promette di spiegare all’inizio, però, rimane un piccolo mistero: dato che la situazione è così drammatica – e non parliamo di secoli, bensì di decenni, cioè il tempo in cui vivranno i nostri figli – perché persistiamo in comportamenti che ci portano alla distruzione di massa?

Forse perché l’essere umano non è fatto per mobilitarsi a fronte di disastri futuri, anche se le loro avvisaglie sono già ben presenti. Anzi, direi che l’essere umano si mobilita solo se lui stesso è in pericolo in questo stesso momento, altrimenti chissenefrega!

Ma probabilmente c’è un altro motivo per questo menefreghismo di massa.

Nel mondo, l’impronta di carbonio media è di circa 4,6 tonnellate all’anno. Ovviamente, come nella statistica del mangiare i polli, quella dell’americano medio è di 19,8 tonnellate all’anno e quella del bengalese medio è di circa 0,29 tonnellate all’anno. Il Balgladesh, con il suo consumo medio di quattro chili di carne all’anno è anche uno dei paesi più vegetariani al mondo. Sei milioni di bengalesi sono già stati costretti a lasciare le proprie case a causa dei disastri ambientali e si prevede che altri milioni dovranno fare altrettanto nei prossimi anni.

Capito? I poveri pagano il prezzo maggiore dei disastri ambientali provocati dai ricchi. E’ per questo che non ce ne frega una beata mazza.

Jonathan Safran Foer (di origini ebree) fa notare che ogni anno muoiono tre milioni di bambini sotto i cinque anni per denutrizione. Durante l’olocausto sono morti un milione e mezzo di bambini. Viviamo un olocausto giornaliero e fingiamo di non accorgercene.

Ma forse la spiegazione di tutto questo sta nella storiella iniziale.

Nel 1942 un partigiano polacco di 28 anni, Jan Karski, si avventurò in una missione che dalla Polonia occupata dai nazisti lo portò a Londra e poi in America. Voleva informare i leader mondiali delle atrocità che i tedeschi stavano commettendo. Nel 1943 arrivò a Washington e incontrò il giudice della Corte suprema Felix Frankfurter, uno dei massimi giuristi americani, ebreo. Dopo avere ascoltato la storia di Karski, gli disse che “non posso proprio credere a quello che mi ha detto”. Dopo varie insistenze, precisò: “Non ho detto che lei stia mentendo. Ho detto che non sono in grado di crederle. La mia mente, il mio cuore, sono fatti in modo che non mi permette di accettarlo”.

Ecco, forse il segreto sta qui: sappiamo che stiamo distruggendo il pianeta, ma non siamo in grado di crederci.

31 maggio 2020 Posted by | Libri, Storie ordinarie | | Lascia un commento

E quest’anno saranno sessanta…

Con questa emergenza sanitaria e con tutti i casini che ha provocato, mi stavo quasi (quasi) dimenticando che quest’anno compio sessant’anni.

Cioè, sono passati due decenni dall’inizio del nuovo millennio, da quando ci preoccupavamo che l’anno 2000 avrebbe fatto saltare tutti i nostri sistemi informatici, riportandoci all’età della pietra.

E invece non è successo niente, per lo meno quell’anno, ma quello dopo abbiamo assistito increduli a due aerei che abbattevano due immense torri a New York, nel cuore dell’America, e all’inizio di una lunga guerra ai terroristi, cioè a quegli stessi che una settimana prima li finanziavamo come nostri amici.

E l’anno successivo ci siamo ritrovati in tasca una moneta nuova, con tanti spiccioli che pensavamo che valessero niente, memori degli spiccioli della lira, e invece questi avevano un valore completamente diverso.

E poco dopo è nata mia figlia.

Insomma, il nuovo millennio è partito alla grande, mica ciufoli.

Avevo ancora grandi progetti a quel tempo, forse grandi illusioni. Poco dopo avrei lasciato definitivamente la politica e dopo qualche anno sarebbe andato in crisi il mio matrimonio.

La vita è proseguita con alti e bassi, mi dedicavo con frenesia alla scrittura, pubblicando qualcosina qua e là e sognando di diventare uno scrittore.

E’ stato alla fine del primo decennio che ho incontrato… ma lasciamo perdere. Le ferite ormai ricucite vanno lasciate stare, al massimo ogni tanto si accarezza la cicatrice.

Il secondo decennio è iniziato con la ricomposizione del mio nucleo familiare, ma non ho nemmeno fatto in tempo a prenderne coscienza che ecco che è arrivato lui: il cancro. Una presenza con la quale mai mi sarei aspettato di fare i conti: ad agosto saranno sei anni che c’ho a che fare.

Sei anni sono lunghi e non è ancora finita.

Certo, a volte penso che in fondo sono stato anche un po’ fortunato: non tutti possono raccontare di essere ancora vivi dopo un cancro, ma la battaglia per tornare normale non è ancora finita. Questo maledetto virus l’ha rallentata, ma sono pronto a riprenderla.

Il prossimo decennio sarà quello della pensione, di un cambio ancora più radicale delle abitudini di vita. Sarà anche quello della fine degli studi di mia figlia (vuole fare l’assistente sociale) e della sua entrata nel mondo del lavoro (spero). Chissà, forse anche quello della creazione di una famiglia sua.

Forse sarà anche il decennio del mio rincoglionimento definitivo.

Sarà il decennio in cui ci lasceremo alle spalle questa brutta epidemia? In cui diventeremo un po’ meno coglioni?

Speriamo.

Intanto oggi è arrivata una buone notizia: liberata Silvia Romano.

Elton John – I’m Still Standing

10 maggio 2020 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 7 commenti

Rincoglionimento?

Credo che periodicamente il cervello vada resettato (vale per chi ce l’ha, ovviamente).

Essendo che oggi, 1° maggio, sono a casa dal lavoro, il mio cervello ha preso questo giorno come se fosse domenica.

Tutto quello che faccio/ho fatto, quindi, è calibrato sulla giornata festiva.

La qual cosa sarebbe comunque tollerabile, se non che, ovviamente, il mio cervello ragiona come se domani fosse non sabato, bensì lunedì.

Se domani stessi a casa dal lavoro, probabilmente il mio cervello si metterebbe un po’ in riga, ma considerato che domani devo andare a lavorare, credo che mi comporterò come se fosse non la fine della settimana corrente, bensì l’inizio della prossima, con tutte le conseguenze del caso.

Aprirò l’agenda su lunedì 4 maggio, guarderò gli impegni della giornata e inizierò a telefonare a destra e a manca e non trovando nessuno mi incazzerò e minaccerò ritorsioni devastanti, fintantoché non rientrerò nei ranghi.

Sperando che poi lunedì non lo scambi per mercoledì…

Mina – Ancora ancora ancora

1 maggio 2020 Posted by | Pensieri disarcionati, Storie ordinarie | , , | 3 commenti

Cronache dalla terra dei virus (15)

Sono giorni questi che potremmo definire… convulsi?

Sì, convulsi è un termine gentile per dire agitati, incazzati, nervosi, nevrotici, con i nervi a fior di pelle.

Martedì quando sono tornato al lavoro sembrava che fossi stato assente tre mesi, non tre giorni (apposta ho cercato di staccare completamente): sono entrato in ufficio alle otto di mattina e sono uscito alle sette di sera, senza mai fermarmi un attimo.

Poi la notte ho sognato che me ne stavo sul balcone di casa mia, appoggiato alla ringhiera; dal balcone accanto al mio usciva di casa la mia vicina di casa, si sporgeva dalla ringhiera e si gettava di sotto.

E io guardavo dall’alto il suo corpo spiaccicato a terra, tutto raggomitolato su sé stesso, cercavo di chiamare i soccorsi con il telefono ma le mie dita non ne volevano sapere di sfiorare i numeri giusti,e  così dovevo continuamente ritornare indietro, cancellare tutto, in preda all’ansia.

Poi ieri ci si è messo pure il terremoto.

Cioè, io mica l’ho sentito, mi hanno avvertito da casa e l’ho letto sui giornali.

L’ultima volta che ho sentito un terremoto erano gli inizi degli anni novanta. Era un sabato sera, stavo in casa perché avevamo ospiti, si mangiavano dolci e si beveva vino. A un certo punto sono andato in bagno per sciacquarmi la faccia e proprio nel momento in cui mi guardavo allo specchio ho sentito che qualcosa si muoveva intorno a me e ho pensato: “La prossima volta vacci più piano con il vino“. Quando sono tornato dagli altri, stavano tutti zitti zitti e mi hanno chiesto: “Non hai sentito muoversi tutto?

E io: “Mi sa che pure voi dovete andarci piano con il vino!

Buonasera.

P.S.: ho iniziato a mettere la mascherina, soprattutto al supermercato (l’unico posto che frequento oltre l’ufficio). L’ho fatto perché ormai ce l’hanno tutti e gli altri mi guardavano male. Non la sopporto: gli occhiali si appannano continuamente, il respiro si fa pesante e soprattutto quando si parla con gli altri si possono fare tutte le smorfie possibili, senza che l’altro se ne accorga. Dovremo anche abituarci a una periodo di inespressività?

17 aprile 2020 Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie | , | 2 commenti

Cronache dalla terra dei virus (14)

Tra le tante stronzate che girano per il web, questa a fianco mi ha fatto sorridere.

Effettivamente non deve essere un gioco da ragazzi una convivenza forzata 24/24 7/7, specialmente in certi piccoli appartamenti.

E non deve essere facile nemmeno per chi con la famiglia ci stava ogni morte di Papa.

A me, se devo dire la verità, mi salva un po’ il lavoro, che anzi in questo periodo mi tiene fuori casa più del solito.

Oggi pomeriggio per esempio ho dovuto fare un centinaio di chilometri in auto per lavoro e – a differenza di quanto mi aspettassi – sulla mia strada non ho incontrato alcuna pattuglia delle forze dell’ordine per i controlli. E dire che di auto ce n’erano in giro, secondo me troppe e con troppe persone a bordo.

Io non sono di quelli che premono per la cosiddetta “ripartenza”, forse perché dal mio punto di vista vedo ancora troppi punti critici. La salute prima di tutto, si dice, e secondo me non è soltanto un modo di dire.

Dopo quattro notti praticamente in bianco a causa dell’asma bronchiale provocata dalla mia allergia (quest’anno particolarmente aggressiva), oggi pomeriggio mi sono deciso a contattare il medico, il quale mi ha prescritto una iniezione di cortisone. E infatti stasera riesco a respirare quasi normalmente.

E visto che respiro come un neonato appena uscito dal ventre materno, me ne vado a riposare le mie stanche membra e vi auguro una buona notte e una migliore Pasqua e Pasquetta.

P.S.: eppure io, a ben vedere, di mogli io ne percepisco perlomeno sei o sette…  

10 aprile 2020 Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie | , | 2 commenti

Cronache dalla terra dei virus (13)

Qualche giorno fa, per la prima volta dall’inizio della pandemia, quando sono uscito di casa (per andare in ufficio) mi sono misurato la febbre: 36,1, 35,8, niente di che. Identica cosa al ritorno dal lavoro.

Un giorno appena alzato avevo 36,7 e la cosa mi ha preoccupato. Dopo la doccia, la colazione e la vestizione, prima di uscire di casa, la temperatura era già scesa a 36.

Mi immagino le lotte all’interno del nostro corpo tra il sistema immunitario e il virus.

Non porto la mascherina, ma vedo all’esterno che ce l’hanno quasi tutti: fra un po’ chi girerà senza verrà scambiato per untore.

Di notte capita di frequente che abbia incubi: a volte legati al lavoro, altre volte all’epidemia, altre volte ricompaiono vecchi fantasmi del passato.

Riesco a mantenere la calma, ma un numero sempre maggiore di persone mi irrita, anzi mi sta proprio sulle palle.

Oggi era la prima di una serie di giornate di sole che ci aspettano per i prossimi giorni: in altra occasione avrei inforcato la bicicletta e sarei partito per le nostre campagne.

Vabbe’, mo’ smetto di lamentarmi, eh?

Buona sera a tutte/i.

Musica!

4 aprile 2020 Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie | , | 5 commenti

Cronache dalla terra dei virus (12)

E’ il momento dei DPI (dispositivi di protezione individuale).

Tutti li cercano.

Tutti li vogliono.

Anzi, li pretendono.

Tutti diffidano.

Anzi, minacciano.

Peccato che di DPI in giro non se ne trovano, manco a pagarli a peso d’oro.

In genere va a finire così: il fornitore assicura di avere un milione di mascherine FFP2, marchio CE al prezzo dieci volte superiore di due mesi fa. Fai l’ordine contorcendoti le budella e quello ti dà una data di consegna. Arriva il giorno della consegna e alle tue richieste di chiarimento il fornitore risponde: ma io non ho detto che avevo un milione di mascherine, ho detto che aspettavo un milione di mascherine. Le mascherine sono ferme in dogana, che ci posso fare?

Allora i sindacati scrivono e telefonano: cosa aspettate a dare i DPI ai lavoratori? Abbiamo firmato un protocollo noi! Ti viene voglia di rispondere: sai dove puoi mettertelo il tuo protocollo?

Poi arrivano i dipendenti: volete proprio farci ammalare, eh? Perché non ci date i DPI?

Poi arriva il ci-penso-io e ti spara: c’è un mio amico la cui fidanzata è cugina dello zio di uno che lavora in una ditta che produce mascherine! Poi scopri che le fa con la carta igienica e due pezzetti di scotch ai lati.

Ecco.

20 marzo 2020 Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie | , | 6 commenti

Quello che dobbiamo riscoprire

Io non so quando usciremo da questo incubo di massa (ma quanti altri popoli al mondo stanno vivendo incubi anche peggiori?).

Non so neanche se ne usciremo migliori o peggiori rispetto a prima: spero migliori, temo peggiori.

Le disgrazie non rendono migliori la gente, e nemmeno le malattie: se eri testa di cazzo prima, tale rimani anche dopo.

Mi piacerebbe però che alcune cose le imparassimo.

Per esempio che ci sono cose che vanno ancora viste, toccate, annusate, sentite dal vivo, non attraverso uno schermo o un microfono.

Per esempio, che bisogna recuperare alcune sane abitudini che avevamo prima, ma prima prima, e che adesso riteniamo superate, ma che tali non sono.

Se io voglio parlare con il mio fornitore di energia elettrica, o mi apre uno sportello sul territorio, oppure mi mette a disposizione un operatore telefonico che sia un suo dipendente: non voglio parlare con un disco registrato e nemmeno con un call center. Costa troppo? E’ rischioso? Mica devo assumermi io il rischio d’impresa del mio fornitore.

Se voglio fare le operazioni bancarie o postali via web, va bene, ma ogni tot operazioni devo andare in banca o in posta, perché altrimenti perdo il contatto con la realtà. Devo vedere la faccia di colui che sta al di là dello sportello, della gente che aspetta.

Insomma, quello che voglio dire è che la gioia, la fatica, la paura a volte è necessario vederle in faccia, toccarle, annusarle. Non tutto si può trasferire sul web.

Stiamo vivendo un’ubriacatura insensata, che ci ha fatto dimenticare il senso e l’importanza del contatto umano (un po’ ce ne accorgiamo adesso, che dobbiamo stare attenti nei contatti interpersonali), che ci ha portato ad abusare della tecnologia, che ci ha fatto dimenticare il senso del tempo, dello spazio. Che ci ha fatto disimparare ad annusare, a dare importanza più a una firma digitale che a una stretta di mano.

Ecchecazzo!

Siamo uomini o robot?

 

18 marzo 2020 Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie | , | 9 commenti