Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Sto qui…

… anche se non appaio.

Sono periodi convulsi, complicati questi.

Il caldo non molla.

Due settimane fa ho fatto due uscite ravvicinate in bici e poi sono stato chiuso in casa per due giorni con la febbre a 39 e la diarrea (e non dite: riguardati alla tua età!).

Manco il lavoro molla.

Dalla seconda metà di luglio dovrebbe rallentare, permettendomi di fare qualche settimana di ferie.

E poi c’è tutto il contorno che non gira…

Ma quando c’è la salute…

P.S.: comunque mi sono comprato la mautan baic!

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2 luglio 2019 Posted by | Salute, Storie ordinarie, Un po' di me, Vita lavorativa | , , , | 8 commenti

Noa

Fatico a osservare questa foto.

Il primo articolo che ho letto stamattina sul giornale è stato quello dedicato alla sua triste vicenda.

Ma la sua foto ha continuato a rimbalzarmi nella mente per tutta la giornata.

Il giornale non accennava a cosa le fosse successo da piccola, che avesse scatenato la sua condizione di sofferenza.

Ma qualsiasi cosa le sia accaduto, per lei deve essere stato talmente devastante da non poterne più reggere il peso.

Io non so “se poteva essere curata”. Non sono un medico e neanche uno psicologo. Sono sicuro che i suoi genitori abbiano tentato di tutto per salvarla, ma forse entrare in contatto con la sua mente era ormai impossibile.

Noa (un nome che ricorda mondi antichi, quasi leggendari) è tornata da dove tutti veniamo: dal nulla o da qualcosa che non sappiamo neppure immaginare. Ora si starà già dissolvendo oppure starà viaggiando verso quel mondo che il suo nome ci fa immaginare fantastico.

In qualsiasi posto sia, si merita tutto il nostro rispetto.

Patty Pravo – E dimmi che non vuoi morire

5 giugno 2019 Posted by | Storie ordinarie | , | 3 commenti

E’ finita?

Più di una volta mi sono chiesto se fosse finita per me l’epoca del blog.

Vengo una volta la settimana, due se va bene (a volte nemmeno quelle), frequento raramente i blog degli altri, molti dei vecchi amici/amiche se ne sono andati, i commenti sono sempre più rari, così come le visite.

Eppure, malgrado tutto, per me è difficile chiudere tutto.

Su queste pagine (e su quelle precedenti) ho trascorso momenti bellissimi, ho condiviso tanto, ho conosciuto diverse persone (qualcuno anche “di persona”). Ho riso, ho pianto, ho sofferto, mi sono preoccupato e ho gioito.

Ora mi si stringe il cuore quando clicco sul nick di qualche amico/a e salta fuori una pagina non trovata, un blog cancellato oppure rimasto fermo ad anni fa.

Ho iniziato il 26 luglio 2006, quasi tredici anni fa.

In tredici anni ne sono accadute di cose… Ho fatto scelte, alcune giuste, altre sbagliate. Me ne assumo tutte le responsabilità, senza dare la colpa a qualcun altro.

Questo nick mi ha tenuto compagnia nei momenti bui, in quelli difficili, è stato quasi un alter ego che mi ha seguito volontariamente, consapevolmente, costantemente, delicatamente. Come faccio a dargli il benservito?

Io proseguo, può darsi che abbia ancora bisogno di lui…

 

21 maggio 2019 Posted by | Ricordi, Rimpianti, Smancerie pseudo-sentimentali, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , , | 9 commenti

Tempi grami

Tempi grami mi attendono, in questa primavera che non vuole saperne di dispiegare le ali.

Non sto parlando della mia salute, che si mantiene regolare, ma di altre vicende, che purtroppo mi rendono la vita più pesante di quanto già sia.

Pensavo proprio stasera, mentre cenavo, come io riesca malgrado tutto a rimanere in equilibrio: altroché camminare sul filo!

A volte sento il bisogno di condividere, di sfogarmi, di chiedere consiglio, forse anche aiuto.

Ma malgrado tutto la fame non mi manca, il sonno neppure e la panza non se ne va neanche a minacciarla!

Almeno facesse bel tempo e potessi andare in bicicletta, ma qui c’è un tempo da polenta…

Uffa!

8 maggio 2019 Posted by | Un po' di me | , | 1 commento

Cessata attività

Oggi è iniziata la svendita in uno storico negozio di abbigliamento del mio paese che chiude i battenti per cessata attività.

Quando ho visto i manifesti in giro mi ha preso un senso di nostalgia, come se stesse andandosene un altro pezzettino di me e della mia storia.

Il negozio in questione (non proprio un negozietto, piuttosto una media struttura) iniziò la sua attività una trentina di anni fa, in un paese vicino al nostro, posizionato in bella vista sulla via emilia. Era uno dei pochissimi negozi già allora aperti la domenica, dove si potevano trovare vestiti “popolari” accanto a quelli un po’ più costosi, di marca.

Con l’apertura del centro commerciale, si trasferì nel nostro paese, ampliando l’offerta e la superficie di vendita.

Ricordo con nostalgia quando ci si trovava con amici e conoscenti a spulciare tra camicie, magliette, pantaloni, mutande, tute da ginnastica.

Era la condivisione di qualcosa che si è perso nel tempo.

Può sembrare banale dirlo, ma anche un negozio può dare il senso di appartenenza a una comunità.

Negli ultimi anni i clienti sono andati diminuendo sempre di più. Ultimamente il negozio era quasi sempre deserto. Disertato dai giovani, che preferiscono le grandi catene in città o nei grandi centri commerciali; i “diversamente giovani” (come il sottoscritto) evidentemente hanno ridotto drasticamente i consumi, anche nell’abbigliamento. Per non parlare del commercio on line.

E così domani mattina andrò a fare un giro – forse l’ultimo – nel negozio che mi ha visto acquistare quei vestiti che per mia figlia sono inesorabilmente da bollare come “da vecchio”, ma che per me invece rappresentano un pezzo della storia mia e del mio paese.

Del nostro povero paese…

I Miei Pensieri Sono Tutti Lì – Pierangelo Bertoli

16 febbraio 2019 Posted by | Ricordi, Sani principi, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , , , | 5 commenti

Basta con i romanzetti

Su Repubblica di domenica c’è l’estratto di una lectio magistralis pronunciata da Mario Vargas Llosa a Milano nel giugno scorso.

Ha detto cose veramente interessanti (avere il testo completo…).

Inventare e raccontare storie è una delle tradizioni più antiche dell’umanità.

Le storie fanno sognare altre vite e altri mondi, ma fanno anche desiderare che questi si trasformino in realtà.

Il romanzo, soprattutto se è un buon romanzo, ci libera dalla nostra condizione limitata facendoci vivere in modo più ricco e più profondo e mostrandoci che il mondo così com’è non è sufficiente per vivere tutte le esperienze che vorremmo.

I regimi e le ideologie che vogliono controllare gli individui hanno sempre cercato di frenare o proibire lo scrivere e raccontare storie, perché l’insoddisfazione verso la realtà è un sentimento pericoloso, che spinge a cambiarla.

Ma come può un romanzo, che racconta storie di fantasia, costituire una minaccia d’insubordinazione?

Nelle democrazie il romanzo non è altro che uno strumento d’intrattenimento.

Ma nei regimi autoritari il romanzo tende a diventare il portavoce di ciò che i media non possono dire, che le istituzioni tacciono, che i governi nascondono. Per questo motivo i regimi autoritari istituiscono organismi di controllo e censura molto rigidi.

Ma i grandi romanzi fanno di più: rivelano le ricchezze del linguaggio: padroneggiare un ricco vocabolario significa possedere uno strumento utile non solo per comunicare, ma anche per riflettere.

E qui casca l’asino.

Viviamo in un’epoca in cui non si è mai letto così tanto, tuttavia oggi la letteratura ci distrae, ci addormenta, ci fa sprofondare in uno stato di sottomissione rispetto all’idea del mondo così com’è. E si emerge dalla letteratura come soggiogati da quella realtà che invece la vecchia letteratura ci esortava a mettere in discussione.

Seguono poi cinque “grandi”, che il maestro evidentemente consiglia.

Il racconto d’inverno” di Shakespeare (forse ce l’ho);

Faust” di Goethe (mi sono sempre sentito inadeguato a leggerlo);

I miserabili” di Hugo (l’ho letto);

Guerra e pace” di Tolstoj (volevo acquistarlo, poi ho optato per Anna Karenina, ma questo mi è rimasto sul gozzo);

I demoni” di Dostoevskij (prima o poi…).

Indubbiamente leggere un classico è un’esperienza del tutto diversa dal leggere una sciacquetta da classifica, ma come si vuol dire, al mondo non ci stanno soltanto le rolls royce, le ferrari e le porsche, ci sono anche le panda, che saranno pure diverse, ma che è sempre meglio che andare a piedi…

A me piacciono molto i classici. So che ho bisogno di concentrazione per leggerli e infatti li leggo soltanto quando mi sento “ispirato”, ma ho vissuto bellissime avventure anche con storie che non erano certamente da premio nobel per la letteratura. Mi sono catapultato nel medioevo con Silone, tra i minatori dell’ottocento francese con Zola, ho sentito il freddo e la paura nelle ossa con Levi, ho vagato nei sobborghi inglesi con Dickens, ho ragionato di cose religiose con Vassalli, ho cavalcato nelle praterie del west con Cavallo Pazzo, ho sfidato la brughiera con Jane Eyre.

E poi tante e tante altre ancora…

E tutte mi hanno emozionato, mi hanno fatto ridere, piangere, riflettere; alcune mi hanno anche fatto rimpiangere i soldi spesi per acquistarle, però comunque sono state tante avventure vissute più o meno intensamente.

Viva i classici, ma viva anche Harry Potter!

Neverending story

 

 

12 novembre 2018 Posted by | Libri | , | 8 commenti

Poteva essere…

Poteva essere un bel week end quello appena trascorso. Ne aveva tutte le premesse: bel tempo, niente impegni, bicicletta e libro (e cucina, offcors).

E invece no.

Ho dimenticato due regole della vita.

Prima regola: quando fai le cose devi essere attrezzato per farle. Non ci sono santi, non devi sottovalutare i pericoli. Se fai chilometri in bicicletta, devi avere il casco e gli occhiali da ciclista, non un berrettino di tela e un paio di occhiali normali che se cadi si possono rompere e finirti in un occhio.

Seconda regola: quando stabilisci un percorso verso un obiettivo, cerca di rispettarlo, perché il tuo corpo e la tua mente, consapevolmente o meno, si calibrano su di essi. Se li cambi in corso d’opera, ti devi “registrare” di nuovo. Se esci in bicicletta pensando di fare 25 chilometri, non devi farne il doppio, perché poi vai di fretta, sottovaluti i pericoli e magari cadi.

Ecco quello che è successo sabato mattina: sono caduto in bicicletta. Anzi, non sono caduto, sono rovinato a terra.

La stradina di campagna che stavo percorrendo era estremamente disastrata, roba che al suo confronto una di Roma avrebbe fatto un figurone. Era anche leggermente in discesa, per cui la velocità mia era un po’ elevata. Ho preso una raffica di buche e sono caduto rovinosamente a terra con tutta la parte sinistra del corpo.

Ho una contusione al ginocchio (quella più dolorosa), al gomito, alla spalla e alla testa, perché ho sbattuto anche quella, più qualche altra graffiatura qua e là.

Quando mi sono rialzato ero un po’ confuso e non sapevo bene che fare (pensate che mi sembrava pure di vedere Salvini e Di Maio al governo: pazzesco!). Fortunatamente dopo pochi minuti su quella stradina deserta è passata una guardia giurata. Ovviamente si è fermato, mi ha fatto sedere a bordo strada e ha chiamato l’ambulanza, che mi ha portato al pronto soccorso della città, perché temevano una rottura al ginocchio e un trauma cranico. Fortunatamente rotture non ce ne sono e la testa e l’occhio sono soltanto un po’ gonfi. Devo comunque stare a riposo per qualche giorno, anche perché cammino a fatica.

Quando mia moglie e mia figlia sono arrivate al pronto soccorso e mi hanno visto sulla barella, tutto fasciato e tutto sporco di sangue, si sono un po’ spaventate (un po’…), ma alla fine hanno capito di che scorza sono fatto!

Musica!

 

 

4 giugno 2018 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 23 commenti

Idiosincrasia

Cos’è l’idiosincrasia (da non confondersi con l’indiosincrasia, che è ‘na roba orientale)?

Lasciando perdere l’accademia del cruscotto, è quando uno veramente non ne può più di una cosa, cioè s’è rotto definitivamente le palle!

Ecco, io sono idio(ta?)sincratico praticamente verso il mondo intero.

Stamattina sono partito alle otto perché dovevo andare in un certo posto (dove? praticamente sarebbero anche un po’ cazzi miei).

Mi dirigo al casello autostradale e noto che il traffico aumenta stranamente e improvvisamente.

Davanti al polo logistico stava un picchetto del sindacato RDB che ce l’aveva con qualche multinazionale “che vive sullo sfruttamento dei lavoratori“. Questi quattro coglioni bastava che attraversassero la strada e andassero in una qualunque delle tante aziendine padane per accorgersi che gli industriali nostrani sono decenni che vivono sfruttando la manodopera, che la fanno timbrare il cartellino anche per andare al cesso.

Ma tant’è.

Questi quattro coglioni hanno bloccato il traffico di auto e camion lungo la provinciale e quello in uscita dal casello autostradale; per fortuna sono riuscito a intrufolarmi nel casello prima che fosse bloccato pure l’ingresso.

Dopo avere percorso una cinquantina di chilometri mi sono accorto di avere dimenticato di fare gasolio e che non sarei riuscito ad arrivare alla meta. Così mi sono fermato al distributore di un autogrill e ho pagato il carburante così caro che se avessi messo del dom perignon nel serbatoio avrei sicuramente speso di meno.

Giunto all’altezza di quel di Campegine-Terre di Canossa, un tabellone autostradale mi avvisava che tra Reggio Emilia e Modena ci stava una coda di tre chilometri in aumento, causa incidente.

Allora ho preso l’uscita di Reggio Emilia e ovviamente mi sono accorto che non ero il solo ad avere avuto quella pensata: il traffico era cospicuo (notare la finezza dell’aggettivo, praticamente alla Di Maio). Arrivato in un certo paese del quale non ricordo il nome, il navigatore che avevo prudentemente acceso mi ha fatto deviare dalla retta via (…), forse per prendere una scorciatoia, ma io essendo sospettoso nei confronti delle scorciatoie dei navigatori gratuiti, sono tornato indietro, e bene ho fatto.

Giunto alla meta appena in tempo, ho parcheggiato in via Puccini e mi sono recato dove dovevo recarmi (che sono sempre cazzi miei). Dopo tre ore sono uscito, un po’ rincoglionito e ho percorso la strada a ritroso, in cerca di via Puccini, ma niente: ho incrociato via Bellini, via Rossini, via Monteverdi, via Chopin e un’altra decina di musicisti di tutte le razze, ma dell’autore della Manon Lescaut nemmeno l’ombra. Ho fatto il percorso per due volte prima di accorgermi che il cartello con il nome della via c’era soltanto dall’altra parte, dove avevo parcheggiato, ma non da questa dov’ero io.

Incazzato e sudato, sono salito in auto e ho ripreso la strada del ritorno, non prima di essermi fermato in un autogrill ed essermi sparato una razione di gnocchi al pesto e funghi e un tiramisù formato gigante.

Alla fine di questa via crucis sono arrivato a casa e ho proseguito la giornata con il mio programma programmato, non senza essermi detto prima: io non ce la faccio più.

E domani c’ho pure la psicologa.

Ma secondo me sono gli altri a dover andare dallo psicologo, mica io…

Alizee (che è sempre un bel vedere…)

17 aprile 2018 Posted by | Questa poi..., Storie ordinarie, Un po' di me | , | 12 commenti

L’arancia

Navigando nel web, mi sono imbattuto in questa storiella.

Due sorelle si alzano una domenica mattina e si dirigono in cucina.

Entrambe vogliono un’arancia, ma aprendo il frigorifero vedono che ce n’è una sola.

Scartano l’ipotesi di mettersi a litigare per chi deve prenderla, perché questo rovinerebbe la giornata appena iniziata.

Impercorribile è anche la possibilità che decida la madre, perché non vuole intervenire.

Allora adottano la soluzione più semplice: metà arancia ad ognuna.

La prima prende la sua metà, la spreme, beve il succo e butta la buccia nella pattumiera.

La seconda grattugia la buccia per la torta che vuole cucinare e butta la polpa nella pattumiera.

Meditate gente, meditate…

Musica

11 giugno 2017 Posted by | Questa poi..., Storie ordinarie | , | 28 commenti

Auguri per il 2017

2017Dopo la pausa natalizia (con tanto di scorribanda nel meridione e pranzate di pesce), torniamo alla normalità.

Cioè, non è che la normalità mi piaccia tanto, eh? Mi sono bastati un paio di giorni di “normalità” e già mi sono rotto le palle.

Il fatto è che a gennaio (inizio o fine, vedremo) dovrò tornare a lavorare e io sarei nato per fare il milionario, non per faticare in un ufficio. Se proprio avessi dovuto lavorare, avrei voluto fare lo chef, ma ormai è troppo tardi.

Sfumata la prospettiva della pensione, mi sa che devo mettermi le “gambe in spalla” (come si dice da noi) e fare buon viso a cattiva sorte (oppure la sorte può ancora essere cambiata, in meglio ovviamente?).

Intanto, a febbraio è prevista la pubblicazione del mio libro. Almeno questo è il piano editoriale (uau… rientro in un “piano editoriale”…). Faremo qualche presentazione qua e là e speriamo di movimentare un po’ l’ambiente.

Mi spiace non avere avuto tempo per gli auguri di Buon Natale, per cui adesso auguro BUON 2017 a tutti quanti con questa canzoncina che l’anno prossimo compirà trent’anni (e che mi suscita qualche rimpianto e pure qualche rimorso, ma questo è per l’età).

 

30 dicembre 2016 Posted by | Pensieri disarcionati, Rimpianti, sogni, Storie ordinarie, Un po' di me, Vita lavorativa | , , , , | 12 commenti