Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina
BREVISSIMA STORIA DEL CONFLITTO TRA ISRAELE E PALESTINA di Ilan Pappè
Questo libro è stato scritto nel 2024 quindi dopo gli attentati del 7 ottobre 2023 e quando la vendetta israeliana aveva fatto “soltanto” 30.000 morti tra i palestinesi (di cui un terzo bambini).
Ilan Pappè, per chi non lo sapesse, è uno storico ebreo anti sionista, che attualmente vive e insegna in Gran Bretagna. E’ uno dei sostenitori della teoria due popoli uno Stato, al posto di quella irrealizzata e irrealizzabile “due popoli due Stati“.
In questo libro traccia, seppur brevemente, la storia del conflitto tra israeliani e palestinesi partendo dal XIX secolo per arrivare fino al 2024.
Parte dall’occupazione turca nel XIX secolo e i primi insediamenti dei coloni sionisti. Interessante l’annotazione che nel diritto ottomano la terra, precedentemente affittata dallo Stato, poteva passare nelle mani dei privati, ma portando con sé i suoi affittuari. Quando iniziò il dominio britannico il movimento sionista fece appello ai britannici affinché ignorassero le consuetudini ottomane e potessero quindi sfrattare gli abitanti dei villaggi palestinesi.
Già dalla Dichiarazione Balfour (1917) emerge una caratteristica: non viene rispettato il diritto della maggioranza di un popolo di decidere del proprio futuro, ma vengono fatte promesse ai coloni sionisti sulla pelle dei palestinesi.
Interessante la storia del 1948.
Nel secondo dopoguerra il movimento sionista si radicalizza: l’organizzazione clandestina Irgun arriva a far saltare in aria gli uffici centrali del mandato britannico a Gerusalemme, uccidendo novantuno persone. Il Regno Unito affida il futuro della Palestina all’ONU, che esisteva da meno di due anni e non possedeva l’esperienza per gestire conflitti decennali come questo. Delegati ONU presentano un rapporto finale che raccomandava la partizione della Palestina, ma i palestinesi insistevano sulla piena indipendenza alla fine del mandato.
A fine 1947 l’ONU vota la risoluzione 181, sulla partizione della Palestina: 56% a uno Stato ebraico e 43% a uno Stato palestinese. I coloni ebrei accolgono la proposta, anche se è distante da ciò a cui aspiravano. Irgun inizia a terrorizzare i palestinesi nei loro villaggi, per indurli ad andarsene. Era ovvio che i palestinesi avrebbero rifiutato la partizione e gli USA pensano a una amministrazione fiduciaria internazionale della Palestina per cinque anni, proposta che viene subito ritirata dopo la mobilitazione della lobby sionista.
Nel marzo 1948 Israele produce il cosiddetto Piano Dalet: allontanare quanti più palestinesi possibile dal territorio ebraico, distruggendo definitivamente i loro villaggi. Tra marzo e maggio vengono distrutti i centri urbani della Palestina. In questo periodo si colloca l’irruzione nel villaggio di Deir Yassin. Gli arabi attendono fino al 14 maggio 1948 (data della fine ufficiale del mandato) prima di inviare truppe per fermare le operazioni di pulizia etnica.
Alla fine del 1948 metà della popolazione araba era stata espulsa. Israele crea la striscia di Gaza. L’ONU nomina un mediatore, il conte Folke Bernadotte che propone di modificare il piano di partizione: a settembre la Banda Stern lo assassina. Nel dicembre 1948 l’ONU approva la risoluzione 194, con cui si reclama il diritto al ritorno dei rifugiati, una Gerusalemme internazionale e negoziati per i due Stati. Israele ovviamente non accetta i termini dell’accordo.
La Nakba non fu soltanto un furto di terre, ma anche il tentativo di rendere impossibile la ricostruzione di una nazione palestinese, disperdendo la popolazione in diversi Stati e distruggendo le sue comunità secolari.
Le conclusioni alle quali arriva sono riassunte nelle conclusioni del libro, così sintetizzate.
Primo: la Palestina non era un luogo deserto prima che si insediassero gli ebrei sionisti. L’idea che i popoli vissuti duemila anni fa nella Palestina fossero gli antenati degli ebrei sionisti arrivati nel 1882 è desunta soltanto da testi religiosi (come fossero un rogito notarile, aggiungo io) e non ha fondamenti giuridici.
Secondo: lo Stato ebraico fu edificato nella Palestina storica perché serviva agli interessi imperiali britannici, violando la promessa fatta ai palestinesi di esercitare il diritto all’autodeterminazione e ottenere l’indipendenza.
Terzo: i sionisti sono diventati un movimento coloniale insediativo, cioè un movimento che si insedia in luoghi dove vi sono già altre persone, che rappresentano un ostacolo da rimuovere.
Quarto: i paesi occidentali non hanno mai teso la mano alle lotte anticoloniali dei palestinesi, dipinte come terrorismo, grazie a una potente attività di lobby filoisraeliana.
Quinto: dal 19657 i cosiddetti sforzi di pace sono stati dominati dagli USA e sono falliti perché hanno ignorato i diritti dei palestinesi e permesso a Israele di continuare l’occupazione e la colonizzazione.
Sesto: la soluzione dei due Stati è fallita, ormai non è più praticabile. Una vera soluzione deve affrontare i problemi dei rifugiati palestinesi e della minoranza palestinese all’interno di Israele. Questo si può fare all’interno di uno Stato in cui tutti abbiano gli stessi diritti.
Settimo: non ha senso parlare di pace come se entrambe le parti fossero ugualmente colpevoli. Senza nascondere gli errori e le responsabilità della dirigenza palestinese, il vero processo di pace è la decolonizzazione, in quanto la Palestina ha sperimentato il colonialismo insediativo per oltre un secolo a caro prezzo.
Chi volesse approfondire si può diversi libri dello stesso autore, ricchi di riferimenti bibliografici.
Il programma
Sono ormai mesi che si discute di chi sarà il presidente del consiglio nel caso in cui il centro sinistra dovesse vincere le elezioni (eventualità alquanto utopistica a mio parere).
Poi entra in scena quello che dice: ma no, prima il programma!
Ovviamente fare il programma è più difficile che decidere il cosiddetto “premier”.
E’ difficile perché oggi non esiste più quel partito di “intellettuali che vivevano come operai“.
Per fare il programma del centro sinistra basterebbe fare vivere i suoi leader, dirigenti, parlamentari con lo stipendio di un operaio, un infermiere o un insegnante (e sarebbero già fortunati); basterebbe che facessero la spesa stando attenti ai prezzi dei prodotti; che facessero la fila al CUP per prenotare un esame medico, sentendosi dire che “il calendario è chiuso”; che andassero a lavorare.
Basterebbe, insomma, che facessero la vita di coloro che vogliono rappresentare.
Poi, alla fine, se rimane tempo, parliamo del premier, se nel frattempo non si sono addormentati per la fatica.
La figlia
LA FIGLIA di Clara Usòn (2012)
Romanzo “storico”, paragonato a quelli di Cercas o – per restare in Italia – di Scurati.
Protagonista della storia è Ana Mladic, figlia di Ratko Mladic, generale dell’esercito serbo bosniaco, il cosiddetto “boia di Srebrenica”.
Siamo negli anni 1991-1995, quelli della dissoluzione della Jugoslavia. Dapprima se ne va la Slovenia con una guerra breve (alcune decine di morti), della durata di alcuni giorni. Poi se ne va la Croazia, con una guerra più lunga e cruenta, ma il dramma peggiore avviene in Bosnia Erzegovina, dove croati e serbi sono ugualmente feroci nei confronti dei bosniaci musulmani. Un patto occulto tra i due paesi prevede la divisione della Bosnia e un ristretto territorio nel quale possono stare i bosniaci. Ovvio che per arrivare a questo obiettivo bisogna “ripulire” dai bosniaci i territori riservati ai serbi e ai musulmani.
Ana è completamente imbevuta della propaganda nazionalista serba, che dipinge i serbi come coloro che per secoli hanno difeso l’occidente dai turchi musulmani, sacrificandosi e ora se li ritrovano praticamente in casa, in Bosnia. Ana è affezionatissima al padre, ricambiata: è l’eroe comandante dell’esercito serbo bosniaco, al quale spetta il duro compito di difendere il suo paese, anche contro politici inetti e corrotti come Milosevic e Karadzic.
Fanno da sfondo alla storia gli anni della disgregazione della Jugoslavia, le conseguenze sulla vita delle persone e sulle catastrofiche prospettive per il loro futuro: a quale futuro può pensare un cittadino che vede il suo Stato crollare un pezzo dopo l’altro?
Durante una gita a Mosca con alcuni amici, Ana conosce alcuni giovani che le forniscono notizie ben diverse sulla realtà della guerra, perché loro l’hanno vista: l’esercito serbo bombarda indiscriminatamente i civili, sequestra, uccide, violenta, affiancato da bande paramilitari.
Ana dapprima respinge quelle che definisce false notizie diffuse dai nemici della Serbia, ma quando torna a casa non è più la stessa persona: non riesce più a vedere nel padre, che adorava, ricambiata, l’eroe che le appariva prima e, dopo avere constatato la realtà della guerra e le responsabilità del genitore, nel 1995, a 23 anni, si suicida con una pistola detenuta in casa proprio dal padre.
All’inizio ho scritto che protagonista della storia è Ana Mladic, ma in realtà il vero protagonista è il nazionalismo, “che rivendica un falso passato storico di prosperità e promette un futuro rigoglioso, di splendore”.
Libro sicuramente interessante, in alcuni capitoli un po’ prolisso, ma da leggere.
Un’ultima citazione ci riporta tragicamente alla nostra realtà: “La vittima impara dall’aguzzino e, non appena smette di esserlo, lo imita”.
Qualsiasi riferimento ai giorni nostri è chiaramente voluto.
7 ottobre

Un giorno, una persona entrata nel mio ufficio, dopo avere dato un’occhiata tutt’intorno, mi chiese perché avevo appeso alle mie spalle questa foto di Anna Frank.
La mia risposta fu lapidaria: “Per indicare da che parte stiamo“.
La persona non replicò e io non mi dilungai in altre spiegazioni, dando per scontato che avesse capito, ma forse no.
Se avessi avuto voglia di dare maggiori spiegazioni, avrei dovuto fare questo ragionamento.
Ho appeso questa foto per rendere esplicita la scelta di stare dalla parte di chi viene oppresso, perseguitato, violentato, anche ucciso e Anna Frank ne è uno dei simboli. E in questa azienda, almeno finché ne sarò il direttore, non lascerò spazio ad alcuna discriminazione.
Cosa c’entra con il 7 ottobre?
Ognuno tiri le proprie conclusioni.
Naza

L’ho visto oggi pomeriggio.
Devastante.
Il passaggio che mi ha colpito maggiormente è quando uno degli intervistati spiega che non era sufficiente uccidere i presunti componenti di Hamas, le donne, i bambini ecc., distruggendo le loro abitazioni (a dire la verità, se il presunto terrorista non era presente, poco importa, andrà meglio la prossima volta).
Occorreva anche eliminare qualsiasi traccia della loro esistenza, cancellare la loro presenza passata, presente e futura: distruggere le prove della loro esistenza su questa terra (p. es. i quaderni di scuola dei bambini).
Fanno da sfondo le immagini della vita quotidiana a Tel Aviv: in casa, al lavoro, in strada, in palestra, cioè le immagini della vita normale (degli israeliani).
Trattasi di sterminio o di genocidio dei palestinesi?
Non lo so, quello che so è che se fossi in certe persone mi vergognerei di girare per strada (chi vuole intendere intenda).
Rosaura alle dieci

“La storia di un delitto raccontata da cinque diversi protagonisti” recita la quarta di copertina e ovviamente ognuno la racconta da una prospettiva particolare, cosicché lo stesso fatto assume un significato diverso e ogni testimonianza ci rivela una verità diversa dalle altre, che sono anche loro verità, ma differente.
E così anche le persone e le relazioni tra di loro, che non sono proprio come sembrano.
Difficile dire di più, bisogna leggerlo e scoprire chi è Rosaura…
Non avevo mai sentito parlare di questo scrittore argentino, ma è stata una piacevole sorpresa.
P.S.: il libro mi è stato regalato da una dolce fanciulla proveniente al di là del mare, oltre l’orizzonte delle terre abitate, laddove vivono misteriose creature che si mostrano soltanto nelle notti di luna piena…
1984

Ho appena terminato di leggere 1984 di George Orwell.
Non ricordavo se l’avevo letto negli anni del liceo (ricordo meglio La fattoria degli animali, che voglio comunque rileggere), per cui l’ho preso in prestito dal sistema bibliotecario regionale.
Devo dire che l’ho trovato noioso; sono sopravvissuto soltanto perché volevo vedere come terminava, ma è stato una delusione.
Non è che io non apprezzi i cosiddetti romanzi distopici (ho letto l’Ancella, la Trilogia della città di K), ma questo mi è sembrato molto “datato”, la prosa piatta, la trama banale, a tratti ho anche perso il filo.
Le ultime 10-15 pagine le ho leggiucchiate “a sbalzo”, perché ormai la storia era finita e venivano esposte le regole del nuovo dizionario.
Nell’ultimo elenco che ho visto figura nei 100 libri da leggere e non c’è La Chimera di Vassalli.
Incredibile.
Forse non l’ho capito…
Arieccheme
Non sono emigrato in Uzbekistan.
Non sono diventato trumpiano, né vannacciano.
Non mi sono sciolto ai 40 gradi e passa dell’estate padana.
Sto tornando…
(e non è una minaccia)
TANTA ANCORA VITA
Dopo tre storie da “cinque stelle”, di questa sinceramente non ne sentivo il bisogno.
320 pagine di elucubrazioni (che poi non sono altro che ragionamenti, riflessioni, meditazioni) sulla depressione, sulla guerra, sul rapporto madre-figlio (quando il figlio non c’è più), moglie-marito (quando il marito se n’è andato), madre-madre, eccetera.
Gioca un po’ con i nomi, con le figure retoriche, ma leggendo la quarta di copertina mi aspettavo di più, soprattutto da una che ha scritto le tre precedenti storie citate.
Forse sono io che non l’ho capito, può darsi, ma pazienza, sarà per la prossima volta.
P.S.: sono in pensione dal 1° luglio. Non ho ancora ben capito dove sono, per cui rimando i commenti alla prossima volta.
Estate. Promessa e nostalgia

Forse al termine “promessa” avrei preferito “illusione”.
Nel senso che non è l’estate che promette, siamo noi che ci illudiamo. Graviamo l’estate di responsabilità eccessive e poi la facciamo sentire responsabile dei nostri fallimenti. Perché al di là del caldo, dei colori, delle feste e dei sapori, quando l’estate finisce non termina soltanto una stagione; rimane il senso della fine di un tempo, di un altro anno trascorso senza che si siano avverate tutte le nostre aspettative e allora i ricordi diventano rimpianti e possiamo segnare un’altra crocetta sul calendario della vita.
Ho pochi ricordi belli delle mie estati, anzi se devo essere sincero, frugo nella memoria ma non ne trovo nemmeno uno.
All’inizio dell’estate mi sentivo un po’ più solo, soprattutto quando andavo a scuola. Poi sono arrivate le estati del lavoro, delle ferie di fine agosto e dei rientri a settembre, senza mai avere combinato nulla di diverso dal solito, nulla che valesse la pena di essere ricordato; nulla che avesse lasciato anche un piccolo segno nei ricordi. E poi sono arrivate le estati con la famiglia, che fra poco lasceranno il campo alle estati da pensionato.
Non so, ma a volte ho l’impressione di avere perso intere stagioni della mia vita…
P.S.: questo è il primo dei libri che leggo della serie delle stagioni. Se mi lascia così quello dell’estate, figuriamoci gli altri…


