La figlia
LA FIGLIA di Clara Usòn (2012)
Romanzo “storico”, paragonato a quelli di Cercas o – per restare in Italia – di Scurati.
Protagonista della storia è Ana Mladic, figlia di Ratko Mladic, generale dell’esercito serbo bosniaco, il cosiddetto “boia di Srebrenica”.
Siamo negli anni 1991-1995, quelli della dissoluzione della Jugoslavia. Dapprima se ne va la Slovenia con una guerra breve (alcune decine di morti), della durata di alcuni giorni. Poi se ne va la Croazia, con una guerra più lunga e cruenta, ma il dramma peggiore avviene in Bosnia Erzegovina, dove croati e serbi sono ugualmente feroci nei confronti dei bosniaci musulmani. Un patto occulto tra i due paesi prevede la divisione della Bosnia e un ristretto territorio nel quale possono stare i bosniaci. Ovvio che per arrivare a questo obiettivo bisogna “ripulire” dai bosniaci i territori riservati ai serbi e ai musulmani.
Ana è completamente imbevuta della propaganda nazionalista serba, che dipinge i serbi come coloro che per secoli hanno difeso l’occidente dai turchi musulmani, sacrificandosi e ora se li ritrovano praticamente in casa, in Bosnia. Ana è affezionatissima al padre, ricambiata: è l’eroe comandante dell’esercito serbo bosniaco, al quale spetta il duro compito di difendere il suo paese, anche contro politici inetti e corrotti come Milosevic e Karadzic.
Fanno da sfondo alla storia gli anni della disgregazione della Jugoslavia, le conseguenze sulla vita delle persone e sulle catastrofiche prospettive per il loro futuro: a quale futuro può pensare un cittadino che vede il suo Stato crollare un pezzo dopo l’altro?
Durante una gita a Mosca con alcuni amici, Ana conosce alcuni giovani che le forniscono notizie ben diverse sulla realtà della guerra, perché loro l’hanno vista: l’esercito serbo bombarda indiscriminatamente i civili, sequestra, uccide, violenta, affiancato da bande paramilitari.
Ana dapprima respinge quelle che definisce false notizie diffuse dai nemici della Serbia, ma quando torna a casa non è più la stessa persona: non riesce più a vedere nel padre, che adorava, ricambiata, l’eroe che le appariva prima e, dopo avere constatato la realtà della guerra e le responsabilità del genitore, nel 1995, a 23 anni, si suicida con una pistola detenuta in casa proprio dal padre.
All’inizio ho scritto che protagonista della storia è Ana Mladic, ma in realtà il vero protagonista è il nazionalismo, “che rivendica un falso passato storico di prosperità e promette un futuro rigoglioso, di splendore”.
Libro sicuramente interessante, in alcuni capitoli un po’ prolisso, ma da leggere.
Un’ultima citazione ci riporta tragicamente alla nostra realtà: “La vittima impara dall’aguzzino e, non appena smette di esserlo, lo imita”.
Qualsiasi riferimento ai giorni nostri è chiaramente voluto.
7 ottobre

Un giorno, una persona entrata nel mio ufficio, dopo avere dato un’occhiata tutt’intorno, mi chiese perché avevo appeso alle mie spalle questa foto di Anna Frank.
La mia risposta fu lapidaria: “Per indicare da che parte stiamo“.
La persona non replicò e io non mi dilungai in altre spiegazioni, dando per scontato che avesse capito, ma forse no.
Se avessi avuto voglia di dare maggiori spiegazioni, avrei dovuto fare questo ragionamento.
Ho appeso questa foto per rendere esplicita la scelta di stare dalla parte di chi viene oppresso, perseguitato, violentato, anche ucciso e Anna Frank ne è uno dei simboli. E in questa azienda, almeno finché ne sarò il direttore, non lascerò spazio ad alcuna discriminazione.
Cosa c’entra con il 7 ottobre?
Ognuno tiri le proprie conclusioni.
Naza

L’ho visto oggi pomeriggio.
Devastante.
Il passaggio che mi ha colpito maggiormente è quando uno degli intervistati spiega che non era sufficiente uccidere i presunti componenti di Hamas, le donne, i bambini ecc., distruggendo le loro abitazioni (a dire la verità, se il presunto terrorista non era presente, poco importa, andrà meglio la prossima volta).
Occorreva anche eliminare qualsiasi traccia della loro esistenza, cancellare la loro presenza passata, presente e futura: distruggere le prove della loro esistenza su questa terra (p. es. i quaderni di scuola dei bambini).
Fanno da sfondo le immagini della vita quotidiana a Tel Aviv: in casa, al lavoro, in strada, in palestra, cioè le immagini della vita normale (degli israeliani).
Trattasi di sterminio o di genocidio dei palestinesi?
Non lo so, quello che so è che se fossi in certe persone mi vergognerei di girare per strada (chi vuole intendere intenda).
Rosaura alle dieci

“La storia di un delitto raccontata da cinque diversi protagonisti” recita la quarta di copertina e ovviamente ognuno la racconta da una prospettiva particolare, cosicché lo stesso fatto assume un significato diverso e ogni testimonianza ci rivela una verità diversa dalle altre, che sono anche loro verità, ma differente.
E così anche le persone e le relazioni tra di loro, che non sono proprio come sembrano.
Difficile dire di più, bisogna leggerlo e scoprire chi è Rosaura…
Non avevo mai sentito parlare di questo scrittore argentino, ma è stata una piacevole sorpresa.
P.S.: il libro mi è stato regalato da una dolce fanciulla proveniente al di là del mare, oltre l’orizzonte delle terre abitate, laddove vivono misteriose creature che si mostrano soltanto nelle notti di luna piena…
1984

Ho appena terminato di leggere 1984 di George Orwell.
Non ricordavo se l’avevo letto negli anni del liceo (ricordo meglio La fattoria degli animali, che voglio comunque rileggere), per cui l’ho preso in prestito dal sistema bibliotecario regionale.
Devo dire che l’ho trovato noioso; sono sopravvissuto soltanto perché volevo vedere come terminava, ma è stato una delusione.
Non è che io non apprezzi i cosiddetti romanzi distopici (ho letto l’Ancella, la Trilogia della città di K), ma questo mi è sembrato molto “datato”, la prosa piatta, la trama banale, a tratti ho anche perso il filo.
Le ultime 10-15 pagine le ho leggiucchiate “a sbalzo”, perché ormai la storia era finita e venivano esposte le regole del nuovo dizionario.
Nell’ultimo elenco che ho visto figura nei 100 libri da leggere e non c’è La Chimera di Vassalli.
Incredibile.
Forse non l’ho capito…
Arieccheme
Non sono emigrato in Uzbekistan.
Non sono diventato trumpiano, né vannacciano.
Non mi sono sciolto ai 40 gradi e passa dell’estate padana.
Sto tornando…
(e non è una minaccia)
TANTA ANCORA VITA
Dopo tre storie da “cinque stelle”, di questa sinceramente non ne sentivo il bisogno.
320 pagine di elucubrazioni (che poi non sono altro che ragionamenti, riflessioni, meditazioni) sulla depressione, sulla guerra, sul rapporto madre-figlio (quando il figlio non c’è più), moglie-marito (quando il marito se n’è andato), madre-madre, eccetera.
Gioca un po’ con i nomi, con le figure retoriche, ma leggendo la quarta di copertina mi aspettavo di più, soprattutto da una che ha scritto le tre precedenti storie citate.
Forse sono io che non l’ho capito, può darsi, ma pazienza, sarà per la prossima volta.
P.S.: sono in pensione dal 1° luglio. Non ho ancora ben capito dove sono, per cui rimando i commenti alla prossima volta.
Estate. Promessa e nostalgia

Forse al termine “promessa” avrei preferito “illusione”.
Nel senso che non è l’estate che promette, siamo noi che ci illudiamo. Graviamo l’estate di responsabilità eccessive e poi la facciamo sentire responsabile dei nostri fallimenti. Perché al di là del caldo, dei colori, delle feste e dei sapori, quando l’estate finisce non termina soltanto una stagione; rimane il senso della fine di un tempo, di un altro anno trascorso senza che si siano avverate tutte le nostre aspettative e allora i ricordi diventano rimpianti e possiamo segnare un’altra crocetta sul calendario della vita.
Ho pochi ricordi belli delle mie estati, anzi se devo essere sincero, frugo nella memoria ma non ne trovo nemmeno uno.
All’inizio dell’estate mi sentivo un po’ più solo, soprattutto quando andavo a scuola. Poi sono arrivate le estati del lavoro, delle ferie di fine agosto e dei rientri a settembre, senza mai avere combinato nulla di diverso dal solito, nulla che valesse la pena di essere ricordato; nulla che avesse lasciato anche un piccolo segno nei ricordi. E poi sono arrivate le estati con la famiglia, che fra poco lasceranno il campo alle estati da pensionato.
Non so, ma a volte ho l’impressione di avere perso intere stagioni della mia vita…
P.S.: questo è il primo dei libri che leggo della serie delle stagioni. Se mi lascia così quello dell’estate, figuriamoci gli altri…
Nord vs. Sud
Recentemente sono rimasto scandalizzato dopo avere frequentato un reparto di un grande ospedale di una grande città del Sud.
Eppure ho esperienza pluridecennale di frequenze di strutture per anziani, disabili, malati psichici, che in genere non godono di buona fama.
Ma le condizioni che ho visto in questo ospedale le superavano tutte.
Mi sono quindi chiesto: ma com’è possibile che nel 2026 dei cittadini possano tollerare una cosa simile? Se fosse accaduto al Nord, avrebbero già messo in galera mezza USL. E vogliamo parlare dei NAS? Qui verbalizzano la presenza di una ragnatela in un angolo di una stanza (giustamente) e in quel caso? Ne avrebbero disposto la chiusura immediata: condizioni igieniche scandalose; nessuna privacy; spazi ridottissimi; puzza; dipendenti chiaramente insufficienti.
Una cosa veramente scandalosa.
Poi mi sono fermato a riflettere.
Questa è la logica conseguenza non solo della mala gestione delle risorse pubbliche, ma anche dello spostamento delle risorse dal pubblico al privato, e non intendo soltanto nel settore sanitario.
Tutte le volte che faccio un lavoro in nero, non chiedo una fattura, ecc. provoco una minore entrata nelle casse del pubblico (sia lo Stato, la Regione, il Comune) di risorse destinate ai servizi pubblici.
Questo contemporaneamente comporta una maggiore disponibilità di risorse al privato, il quale evidentemente le indirizzerà a soddisfare i propri bisogni.
E infatti a un certo punto mi sono soffermato a osservare i visitatori dei pazienti: in larga parte gente ben vestita, con cellulari all’ultimo grido, che discutevano tra loro di vacanze, ristoranti, feste, ecc. E’ anche una questione di mentalità, indubbiamente rafforzata da esempi di politici/amministratori alquanto inefficienti (per non dire ladri).
Non che al Nord siamo tutti virtuosi, ovviamente, ma a questi livelli finora non siamo scesi.
E speriamo di non scendervi mai.
Le cose che si muovono

Ieri ne ho avuto la prova: le cose si muovono spontaneamente.
Sapevo che questa cosa accade per i libri: quando decidono che è arrivato il momento di essere letti, si mettono in mostra e tu te ne esci con un “ho appena finito questo libro e ho proprio voglia di iniziare quest’altro!” In realtà non è che hai deciso tu volontariamente, è il libro che ti ha spinto.
Ebbene, ieri sera ho avuto la prova che questo fenomeno riguarda probabilmente tutti gli altri oggetti.
Era da qualche mese che cercavo di recuperare un vecchio articolo letto su una rivista uscita negli anni ottanta che ho conservato: Panorama Mese, un mensile collegato al settimanale Panorama, quando era ancora un giornale serio e non il bollettino del berlusconismo come ora. Trattasi proprio del numero di cui riporto sopra la copertina (novembre 1982).
E’ un articolo in cui si racconta di un esperimento compiuto negli anni sessanta in un monastero benedettino messicano: una squadra di psicanalisti entrano in contatto con i monaci di clausura e, dopo diverse traversie, l’esperimento termina con le contumelie del Vaticano e i monaci che abbandonano il convento e si fanno una vita diversa, lavorativa e sentimentale (detto in poche parole).
Comunque, spinto dal desiderio di rileggere quell’articolo, che mi aveva colpito già all’epoca (parliamo di 44 anni fa, mica ciufoli), ho cercato in cantina dove mai potessero essere sepolte quelle vecchie riviste, senza successo. Mi era anche venuto il dubbio di averle buttate e avevo quasi deciso di smettere la loro ricerca, quando eri, sceso in cantina per prendere l’acqua, lo sguardo mi cade su un ripiano di uno scaffale e cosa vedo? le riviste stanno lì, tutte impilate in bella mostra, con sopra altri libri ma perfettamente visibili e riconoscibili.
In prima battuta uno si chiede: m come ho fatto a non vederle prima?
Semplice: perché prima non c’erano.
Hanno deciso loro quando farsi trovare, perché gli oggetti mica stanno fermi dove noi li depositiamo.
Eh no, sarebbe troppo semplice. Gli oggetti si muovono per conto loro, quando decidono di rimanere nascosti oppure quando decidono che è il momento di farsi trovare. Sono sicuro che si muovono quando nessuno li vede, perché altrimenti ecco che subito la gente griderebbe al soprannaturale, perché noi cerchiamo sempre la spiegazione più semplice ai fatti, non la più razionale.
Detto questo, mi sono riletto l’articolo e ora sono soddisfatto.
P.S.: forse avrei bisogno anch’io di uno psicanalista?
Naaaaaaaaa…


