Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Come facevano le persone…

… prima della carta igienica?

Leggete, leggete.

Un po’ di cultura non fa mai male.

 

5 aprile 2020 Posted by | Questa poi... | | Lascia un commento

Cronache dalla terra dei virus (13)

Qualche giorno fa, per la prima volta dall’inizio della pandemia, quando sono uscito di casa (per andare in ufficio) mi sono misurato la febbre: 36,1, 35,8, niente di che. Identica cosa al ritorno dal lavoro.

Un giorno appena alzato avevo 36,7 e la cosa mi ha preoccupato. Dopo la doccia, la colazione e la vestizione, prima di uscire di casa, la temperatura era già scesa a 36.

Mi immagino le lotte all’interno del nostro corpo tra il sistema immunitario e il virus.

Non porto la mascherina, ma vedo all’esterno che ce l’hanno quasi tutti: fra un po’ chi girerà senza verrà scambiato per untore.

Di notte capita di frequente che abbia incubi: a volte legati al lavoro, altre volte all’epidemia, altre volte ricompaiono vecchi fantasmi del passato.

Riesco a mantenere la calma, ma un numero sempre maggiore di persone mi irrita, anzi mi sta proprio sulle palle.

Oggi era la prima di una serie di giornate di sole che ci aspettano per i prossimi giorni: in altra occasione avrei inforcato la bicicletta e sarei partito per le nostre campagne.

Vabbe’, mo’ smetto di lamentarmi, eh?

Buona sera a tutte/i.

Musica!

4 aprile 2020 Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie | , | 5 commenti

La favola del colibrì

Gira in questi giorni in rete una favola, la cosiddetta favola del colibrì.

Vi possono essere diverse versioni, ma la morale è sempre la stessa.

Brucia la foresta.

Tutti gli animali scappano, eccetto un colibrì che fa la spola tra l’incendio e il fiume: si riempie il becco e scarica l’acqua sulle fiamme.

L’incendio manco si accorge di questa goccia d’acqua, ma lui continua imperterrito la spola.

Anche quando il leone gli chiede: “Ma che fai? Pensi veramente di spegnere l’incendio con l’acqua che porti nel becco?”

E il colibrì: “Io faccio la mia parte“.

Ci eravamo dimenticati della morale nascosta in questa storiella: nei momenti di difficoltà conta di più il coraggio che la forza.

Oggi tutti abbiamo paura (chi non ha paura è un imbecille, pericoloso per sé e per gli altri), ma qualcuno la paura riesce a controllarla, a governarla, continuando a fare il proprio lavoro (qualunque sia); qualcun altro invece se la fa sotto e si dilegua.

Molti di quelli che si dileguano sono quelli arroganti, quelli del “se sbagli sei fuori“, quelli che chiamano “call” le chiamate (parla come mangi, coglione). Che poi si ripresenteranno puntuali a raccogliere i frutti del lavoro degli altri, come hanno fatto per tutta la vita.

Esseri inutili.

29 marzo 2020 Posted by | Sani principi | , | 7 commenti

Intervista con la storia

Parliamo d’altro.

Quando ancora stavano aperte le librerie (quando?), ho trovato questa edizione, ristampata a settembre 2019, del primo dei famosi libri di Oriana Fallaci con le interviste ai “potenti”.

Uno dei tanti libri che non lessi a suo tempo, pubblicato per la prima volta nel 1974 e, in seguito al successo avuto, ripubblicato nel 1977 con nuove interviste.

Com’è un tuffo nel passato? Nella prima metà degli anni settanta, soprattutto, quando ero un adolescente, già innamorato della politica. Ricordo soprattutto le ultime fasi della guerra in Vietnam, dell’invasione turca di Cipro, delle tensioni tra Israele, palestinesi e Paesi arabi, della crisi petrolifera e delle domeniche a piedi.

E’ emozionante rileggere le interviste ai protagonisti delle vicende di allora, in gran parte ancora aperte. I protagonisti della guerra in Vietnam, a cominciare da Kissinger; del conflitto arabo-palestinese (Golda Meir, Arafat); del conflitto indo-pachistano, alcuni protagonisti della politica italiana e poi Willy Brandt, Makarios e via dicendo. Particolarmente interessante è stata quella con Helder Camara, un piccolo grande arcivescovo brasiliano esponente della cd. “teologia della liberazione”, negli anni della dittatura fascista in Brasile.

C’è da dire che la Fallaci oltre a una grande giornalista era anche una grande scrittrice, perché le sue introduzioni alle interviste sono affascinanti quanto le interviste stesse.

Oriana Fallaci non era neutrale, era sfacciatamente di parte, ma non della parte degli altri potenti rispetto a quelli che aveva davanti (come accade oggi): stava dalla parte delle loro vittime, dei popoli oppressi.

Una lezione di giornalismo che ancora oggi sarebbe utile ai tanti, troppi leccaculo di corte.

Ora non resta che leggere il libro successivo, Intervista con il potere.

23 marzo 2020 Posted by | Libri | , | Lascia un commento

Cronache dalla terra dei virus (12)

E’ il momento dei DPI (dispositivi di protezione individuale).

Tutti li cercano.

Tutti li vogliono.

Anzi, li pretendono.

Tutti diffidano.

Anzi, minacciano.

Peccato che di DPI in giro non se ne trovano, manco a pagarli a peso d’oro.

In genere va a finire così: il fornitore assicura di avere un milione di mascherine FFP2, marchio CE al prezzo dieci volte superiore di due mesi fa. Fai l’ordine contorcendoti le budella e quello ti dà una data di consegna. Arriva il giorno della consegna e alle tue richieste di chiarimento il fornitore risponde: ma io non ho detto che avevo un milione di mascherine, ho detto che aspettavo un milione di mascherine. Le mascherine sono ferme in dogana, che ci posso fare?

Allora i sindacati scrivono e telefonano: cosa aspettate a dare i DPI ai lavoratori? Abbiamo firmato un protocollo noi! Ti viene voglia di rispondere: sai dove puoi mettertelo il tuo protocollo?

Poi arrivano i dipendenti: volete proprio farci ammalare, eh? Perché non ci date i DPI?

Poi arriva il ci-penso-io e ti spara: c’è un mio amico la cui fidanzata è cugina dello zio di uno che lavora in una ditta che produce mascherine! Poi scopri che le fa con la carta igienica e due pezzetti di scotch ai lati.

Ecco.

20 marzo 2020 Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie | , | 6 commenti

Quello che dobbiamo riscoprire

Io non so quando usciremo da questo incubo di massa (ma quanti altri popoli al mondo stanno vivendo incubi anche peggiori?).

Non so neanche se ne usciremo migliori o peggiori rispetto a prima: spero migliori, temo peggiori.

Le disgrazie non rendono migliori la gente, e nemmeno le malattie: se eri testa di cazzo prima, tale rimani anche dopo.

Mi piacerebbe però che alcune cose le imparassimo.

Per esempio che ci sono cose che vanno ancora viste, toccate, annusate, sentite dal vivo, non attraverso uno schermo o un microfono.

Per esempio, che bisogna recuperare alcune sane abitudini che avevamo prima, ma prima prima, e che adesso riteniamo superate, ma che tali non sono.

Se io voglio parlare con il mio fornitore di energia elettrica, o mi apre uno sportello sul territorio, oppure mi mette a disposizione un operatore telefonico che sia un suo dipendente: non voglio parlare con un disco registrato e nemmeno con un call center. Costa troppo? E’ rischioso? Mica devo assumermi io il rischio d’impresa del mio fornitore.

Se voglio fare le operazioni bancarie o postali via web, va bene, ma ogni tot operazioni devo andare in banca o in posta, perché altrimenti perdo il contatto con la realtà. Devo vedere la faccia di colui che sta al di là dello sportello, della gente che aspetta.

Insomma, quello che voglio dire è che la gioia, la fatica, la paura a volte è necessario vederle in faccia, toccarle, annusarle. Non tutto si può trasferire sul web.

Stiamo vivendo un’ubriacatura insensata, che ci ha fatto dimenticare il senso e l’importanza del contatto umano (un po’ ce ne accorgiamo adesso, che dobbiamo stare attenti nei contatti interpersonali), che ci ha portato ad abusare della tecnologia, che ci ha fatto dimenticare il senso del tempo, dello spazio. Che ci ha fatto disimparare ad annusare, a dare importanza più a una firma digitale che a una stretta di mano.

Ecchecazzo!

Siamo uomini o robot?

 

18 marzo 2020 Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie | , | 9 commenti

Cronache dalla terra dei virus (11)

Ed eccoci qui, ancora (almeno per il momento).

E’ venuto il tempo del “ma ce la faremo?

Questa domanda arriva quando si vedono le persone a noi vicine morire, le persone che fino a poco prima incontravamo per strada, al bar, al cinema, al lavoro.

La mia azienda è allo stremo e pensavamo/speravamo di avere raggiunto il picco. Invece no, il picco sarà fra 15 giorni.

Ma ce la faremo, direttore?

Che devo rispondere? Che non lo so?

Certo che ce la faremo. Finché potremo saremo qui, ognuno a compiere il proprio lavoro. Adottando le precauzioni indicate.

Ma la gente ha paura!

La gente deve avere paura. La paura è l’altra faccia del coraggio. Chi non ha paura è un incosciente.

In una azienda già decapitata, dove il 98% degli operatori deve essere presente fisicamente, dove occorre prendere decisioni nell’arco di pochi minuti, io non posso stare a casa, non posso fare lo smart working.

Il capitano è l’ultimo a lasciare la nave.

Omelia Don Camillo

17 marzo 2020 Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie | , | 15 commenti

Cronache dalla terra dei virus (10)

Mo’ è arrivato il momento delle donazioni.

Qualche giorno fa s’era diffusa la voce che il nostro ospedale fosse rimasto privo di bottigliette d’acqua e che pertanto i “coronati” rischiassero di morire anche di sete.

Già erano partite le raccolte di bottigliette e qualcuno s’era pure presentato all’ingresso del nosocomio per scaricare il prodotto, improvvidamente acquistato nei supermercati, sfidando gli assembramenti con gli altri acquirenti . C’è voluto un comunicato ufficiale dell’ASL (che penso abbia ben altro a cui pensare) che rassicurasse che di acqua ce n’era in abbondanza.

Allora i soliti smaniosi hanno ben pensato di aprire sottoscrizioni a favore degli ospedali.

Vorrei fare presente a costoro che io sottoscrivo giornalmente a favore non soltanto della sanità, ma anche della scuola, delle forze dell’ordine, del volontariato, ecc. pagando le cosiddette

imposte e tasse

Se le pagassero tutti, non ci sarebbe bisogno di sottoscrizioni sponsorizzate dal primo coglione che passa per strada o sul web.

11 marzo 2020 Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie | , | 3 commenti

I ponti di Madison County

Ritorno ancora su questo film, che è ripassato in tv un paio di giorni fa (ho perso l’inizio, ma per il resto me lo sono rivisto tutto).

Ne avevo già parlato in un mio post precedente, ma ora, incuriosito, ho voluto leggere anche il libro e l’ho scaricato dalla biblioteca virtuale regionale: era disponibile e così me lo sono sciroppato tutto nel uichend (complice anche “qualcosa” che ci costringe in casa, a noi padani…).

Devo dire che quella vecchia canaglia di Clint Eastwood ha confezionato un piccolo gioiello, accompagnato da quella stupenda attrice di Meryl Streep.

Questa è la storia di una grande occasione perduta, nel senso che non si è saputa o potuta cogliere e che rimane nel nostro cuore per sempre.

Credo che molti di noi si portino dentro la propria grande occasione perduta.

Io sì.

Le grandi occasioni perdute sono quelle che ti permettono di vivere comunque la tua vita, ma in modo un po’ diverso rispetto a prima, con un piccolo segreto nel cuore che nessuno deve conoscere, perlomeno non finché sei in vita. E così accade alla protagonista, Francesca, che non segue Robert, con il quale ha vissuto una storia d’amore immensa ma durata lo spazio di qualche giorno. Non può, non sa lasciare la sua famiglia. Accompagnerà il marito fino alla morte; crescerà i figli, ma ogni anno rivivrà i luoghi, i posti, i colori, le immagini di lei in compagnia di Robert, di quel ricordo che non l’abbandonerà mai più.

Quattro giorni bastano per capire che due persone sono fatte l’una per l’altra, anzi, insieme danno vita a una terza persona? Sì, ne bastano anche meno, ne bastano anche due.

Ma le cose nella vita a volte pare che vadano per conto proprio e bisogna anche considerare l’incapacità di governarle, la paura, quell’attimo non colto che ci fa perdere l’occasione.

P.S.: le grandi occasioni perdute capitano una volta soltanto nella vita. Inutile volerle ripetere: diventerebbero ciofeche.

I ponti di Madison County

9 marzo 2020 Posted by | Film, Libri, Ricordi, Rimpianti, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , , | 10 commenti

Cronache dalla terra dei virus (9)

Eccolo, è arrivato: siamo nella zona rossa.

Che poi però uno si chiede: ma rossa in che senso? Nel senso che è pudica? Oppure nel senso che è comunista?

E poi uno si chiede anche: ma cosa s’intende per zona? La regione, la provincia, il comune, il condominio?

Vabbe’, tutti dubbi che verranno prontamente chiariti (mi auguro)

Intanto però è spuntata una nuova categoria di rompicoglioni: i lavoratori autonomi.

E già perché i lavoratori autonomi, nelle emergenze, non vedono l’ora di condividere il rischio con noi lavoratori dipendenti: voi che anche questo mese andrete a ritirare il vostro stipendio, sempre uguale, mentre noi stiamo subendo danni irreparabili!

E via le richieste di risarcimenti milionari.

Cioè, quando le cose vanno bene, gli autonomi mica condividono la casa, l’auto, le vacanze, in una parola il reddito.

No, mai.

Quando invece vanno male, allora bisogna condividere.

Il concetto di rischio d’impresa non li sfiora nemmeno di striscio.

Vabbe’…

P.S.: così, tanto per informazione. Oggi ho avuto bisogno di contattare il numero messo a disposizione dalla mia ASL per il coronavirus, per motivi di lavoro.

Quando ho chiamato ero il nono in lista d’attesa; sono sceso fino al primo posto e poi… mi è stato risposto (da una voce registrata) che non è possibile rispondere alla mia chiamata. Ho richiamato e la linea è caduta subito. Ho richiamato e il telefono squillava a vuoto. Ho smesso di chiamare.

Così, tanto per informazione…

8 marzo 2020 Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie | , | 1 commento