Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Storia d’Italia dal risorgimento ai nostri giorni

L’Italia si è formata per effetto di una serie di eventi casuali?

Per una serie di circostanze fortuite?

Probabilmente sì, e questo spiega molte cose, anche attuali.

Abbiamo unificato il Paese in parte con l’acquiescenza degli altri Paesi, in parte con l’inganno.

Per decenni si è cercato un elemento unificante degli italiani, cioè dei piemontesi, dei lombardi, dei veneti, dei toscani, dei napoletani, dei siciliani, dei sardi.

Qualcuno lo ha cercato costruendo strade e ferrovie; qualcuno accentrando il potere e nominando prefetti in tutto il paese; qualcun latro ancora stimolando la partecipazione alla guerra, ma non c’è stato niente da fare.

L’italiano non esisteva e non esiste (e non parlo della lingua). Non è mai esistita una forte borghesia produttiva che facesse politica con un proprio partito, bensì un partito di ispirazione cattolica e assistenzialistica, di centro. Ecco perché in Italia non abbiamo mai avuto un serio e coerente partito di destra o di centro destra, come hanno tutti gli altri Paesi europei. E la sinistra? Divisa per anni in due, tre, quattro partiti, in parte perennemente al governo e in parte perennemente all’opposizione, non è mai riuscita a formare quel partito di sinistra o di centro sinistra capace di confrontarsi con il rivale, in un gioco di alternanza che è l’unica garanzia di buon governo che abbiamo (cioè la possibilità che chi governa male venga mandato a casa e sostituito da un altro, e così via).

La nostra cultura politica non si fonda sull’alternanza, bensì sul trasformismo: essere buoni per tutte le stagioni.

Buona settimana a tutte/i.

Musica!

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16 luglio 2017 Posted by | Libri, Manate di erudizione | , | 2 commenti

Gender – la rivoluzione

gender-revolution-ngm-coversIl numero di gennaio 2017 di National Geographic è dedicato al tema dell’identità di genere. Un tema – si legge nell’introduzione – che da noi viene troppo spesso liquidato con dogmatismo o moralismo.

Appena imparano a parlare, quasi tutti i bambini affermano un’identità di genere (maschio o femmina) conforme al sesso biologico. Con la crescita, però, l’identità di alcuni diventa meno netta. Intorno ai due anni di età i bambini diventano coscienti delle differenze fisiche tra maschi e femmine. A quattro anni, quasi tutti hanno ben chiara la propria identità di genere; nello stesso periodo i bambini imparano a comportarsi in base ai ruoli di genere e a comportarsi ” da maschi” o “da femmine” quando si tratta di scegliere giocattoli, vestiti, attività amici.

Quando i bambini hanno interessi e capacità diversi da ciò che la società si aspetta sono spesso soggetti a discriminazione e bullismo. Per alcuni bambini l’identificazione con l’altro genere può essere temporanea; altri che si sentono di genere non conforme nella prima infanzia diventano adulti transgender. Le cause sono probabilmente sia biologiche, sia sociali. E’ fondamentale che i genitori amino incondizionatamente i propri figli e li accettino per quello che sono. Le ricerche indicano che il genere è definito dalla nascita e che non c’è modo di intervenire per cambiarlo.

Mentre l’identità di genere di solito si evidenzia nella prima infanzia, l’orientamento sessuale (che si riferisce alle persone di cui ci si innamora o da cui si è attratti) si manifesta successivamente. Le ricerche mostrano che, al pari dell’identità di genere, l’orientamento sessuale non può essere cambiato.

Sono contento che una rivista seria si occupi di questo tema, spesso soggetto a commenti idioti.

Però, per uno che è abituato a pensare in termini di maschio/femmina/epoiquelliunpo’diquaeunpo’dilà, mica è facile districarsi tra tutte le categorie che ci sono: queer, androgini, bi-gender, transboy, persone non binarie intersessuali, cisgender, genderfluid…

Ecchecaspita!

Ai miei tempi tutto era più semplice: o stavi de qua, o stavi dellà!

Buona settimana a tutte/i.

Banco del Mutuo Soccorso – Paolo Pa

29 gennaio 2017 Posted by | Manate di erudizione, Storie ordinarie | , | 20 commenti

Famiglie di oggi

coppie_di_fatto_finaleLeggo su un giornale:

Un mio amico una volta al mese va in Inghilterra a trovare il figlio di cinque anni. Il suo compagno mi spiega che il piccolo vive a Londra con due donne sposate: il padre aveva donato il seme e ha mantenuto un rapporto sia con il bambino, sia con le donne. Sono rimasta confusa e ho chiesto come viveva la situazione il bambino. Il padre ha raccontato che un giorno il piccolo gi aveva detto che gli altri avevano solo un padre e una madre, mentre lui era fortunato, perché aveva due madri e un padre.

Risposta dello psichiatra:

Oscilliamo tra l’attrazione per la modernità e la nostalgia dei bei vecchi tempi, per i nonni, per le vecchie e rassicuranti case di campagna.

E i bambini che ne pensano?

Proviamo a pensare con la testa di un piccolo di cinque anni. Quel cervello ha bisogno di riconoscersi nella realtà esterna e di trovarla più o meno corrispondente alla propria. Una volta solidificata questa posizione, inizia a esplorare l’ambiente più estraneo, e lo troverà rassicurante solo se gli adulti faciliteranno questo processo, che è fondamentalmente culturale e non naturale, come si vuole far credere da più parti.

Un bambino che cresce in un paese scandinavo è più pronto ad assimilare una famiglia di due padri o due madri perché si trova in una cultura che non fa grandi distinzioni sul nucleo familiare. Per questo il suo sviluppo sarà più aperto alle varie combinazioni che interesseranno anche le differenze di pelle, religione e lingue. Un obiettivo possibile soltanto se gli adulti avranno fatte proprie le nuove tendenze.

Il piccolo che dice al genitore di essere fortunato perché ha tre genitori ha già assimilato una sua idea di diversità dagli altri coetanei, se n’è fatta una ragione e mentre riconosce la sua “fortuna” cerca di superarla, probabilmente con qualche sforzo e qualche momento di tristezza.

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Non sono un esperto della materia, ma mi ha colpito soprattutto quel fondamentalmente culturale e non naturale.

P.S.: è morto Casaleggio. R.I.P.vauro-casaleggio-twitter-1028x615

Non mi piace Vauro, non mi è mai piaciuto.

Ma mi si spieghi perché la sua vignetta sarebbe insultante nei confronti del defunto.

Semmai doveva incazzarsi Grillo, raffigurato come una marionetta nelle mani dell’ex capo.

Che poi non ho capito tutti ‘sti moralisti dell’ultima ora, che si arrogano il diritto di insultare le altre religioni e poi quando gli toccano il partito, la mamma o la squadra di calcio diventano delle bestie. E’ facile essere Charlie con il culo degli altri.

Mah…

 E tu come stai?

14 aprile 2016 Posted by | Manate di erudizione, Sani principi, Storie ordinarie | | 16 commenti

Pietro Savorgnan di Brazzà

pietro brazzà-1Credo che molti (come il sottoscritto fino a poche ore fa) ignorino l’esistenza di questo singolare personaggio: Pietro Savorgnan di Brazzà (Brazaville, attuale capitale della Repubblica del Congo, prende il nome da lui, che l’ha fondata).

Ma cos’aveva di particolare questo tizio, nato a Castel Gandolfo nel 1852 e morto a Dakar nel 1905, naturalizzato francese?

Era un  esploratore alternativo“, diremmo oggi, “dal volto umano“, uno di quelli che gli schiavi li comprava per liberarli, a differenza di quello che facevano i suoi colleghi inglesi, portoghesi, francesi o tedeschi.

Innamorato dell’Africa, cercava territori inesplorati da conoscere e studiare, stringeva accordi con re locali, era un idealista insomma.

A 15 anni si presentò a un ammiraglio francese in viaggio a Roma e si propose come ufficiale. Nel 1875 si avventurò nel cuore dell’Africa occidentale, lungo il fiume Ogoouè, con un carico di vestiti in velluto e seta con tanto di strass, cinture e diademi, che scambiò con gli indigeni in cambio di piroghe per continuare il suo viaggio.

Nel 1880 effettuò una seconda spedizione, in Congo. Le notizie su questo bianco buono fecero il giro dei villaggi e il capo del popolo tèkè lo invitò nella sua capitale e, in cambio di protezione, garantì il protettorato francese sulla riva destra del fiume, dove sarà poi fondata la città di Brazaville.pietro brazzà-2

La popolarità dell’esploratore italo-francese cresceva, ma in Francia suscitò invidie e gelosie. Durante un convegno pubblico a Parigi si confrontò con l’esploratore britannico Henry Morton Stanley e oppose al piglio arrogante di quest’ultimo la sua nobiltà d’animo e le sue motivazioni che lo avevano portato in Africa (che non erano quelle di sfruttare le immense ricchezze naturali del continente, ovviamente a costo zero).

Nel 1898 Brazzà fu destituito dal ruolo di governatore del Congo e si ritirò ad Algeri. Qualche anno dopo, quando in Francia circolarono voci di abusi, stragi e orrori compiuti dai colonizzatori in Congo, venne richiamato per svolgere un’inchiesta sul posto. Accettò l’incarico, trovò le prigioni dell’orrore e scrisse una relazione al vetriolo, terminata la quale s’imbarcò per la Francia, ma non arrivò mai a destinazione: morì a Dakar per una malattia tropicale o, come sospettarono alcuni, avvelenato.

Credo che vada ricordato questo personaggio, per quanto fu diverso dagli altri colonizzatori del tempo.

Sono passati, per esempio, soltanto poco più di cento anni da quando, nel 1904, il generale tedesco Lothar von Trotha sterminò gli Herero dell’Africa sud occidentale, che passarono da 80.000 a 15.000 anime. “L’esercizio della violenza, del terrorismo e perfino della macabra ferocia era ed è la mia politica” dichiarò il generale.

Chissà se qualcuno ha quantificato anche questi danni di guerra da rimborsare…

 

 

24 marzo 2015 Posted by | Manate di erudizione, Storie ordinarie | | 4 commenti

Gnurant!

ignoranteOggi sono stato coinvolto, mio malgrado, in una discussione che è andata pressappoco così.

Interlocutrice: “La scuola sta degenerando! Ai ragazzi non insegnano più niente!”

Aquila: “Eh…”

Interlocutrice: “Non è possibile che non si studino più i poeti! A noi, ai miei tempi, ci facevano sgobbare sui poeti!”

Aquila: “Eh…”

Interlocutrice: “Oggi se chiedi a uno studente del classico: chi era Giovanni Boccaccio? sa appena appena che era un poeta toscano! E se gli chiedi chi era Dino Campana, non lo sa! Non sa che era anche lui un poeta toscano del quattrocento!”

Aquila (tra sé e sé): “Azz! Pensavo che Boccaccio fosse del trecento. E pensavo pure che Campana fosse del novecento. Ammazza, quanto sono ignorante pure io…”

Stasera, di nascosto dal resto della famiglia, ho cercato di colmare la mia ignoranza aprendo wikipedia sul cellulare.

Giovanni Boccaccio: Firenze 1313 – Certaldo 1375.

Dino Campana: Marradi 1885 – Scandicci 1932.

Mavafff…

Adele – Set Fire To The Rain

P.S.:  a proposito, poi parliamo dell’intervista del Papa di oggi a Repubblica, eh?

Qui, per sentire qualcosa di sinistra (o per lo meno di sensato), ormai siamo costretti a inseguire il Papa…

1 ottobre 2013 Posted by | Manate di erudizione, Questa poi..., Scuola, Storie ordinarie | , , | 25 commenti

Usatelo, ca..o!

prontuario punteggiaturaNon costa tanto: circa 10 euro.

E’ breve e facile da leggere.

E’ piccolo, si può anche tenere nella borsetta, se si vuole (se siete uomini, mettetevelo nel marsupio…), pronto per la consultazione 24/24.

Usatelo.

Non scrivete frasi senza verbi (o, peggio ancora, verbi senza frasi).

Non prendete manciate di punti, virgole, lineette, parentesi, ecc. da spargere sul testo come se steste (s-teste) seminando.

Non rivoltate la pagina scrollandola; non è che i segni di punteggiatura in eccesso cadono a terra e quelli che rimangono sono quelli “buoni”.

E ogni tanto un punto, per favore. Gli esercizi in apnea lasciateli ai sub.

E soprattutto, controllate le reminiscenze scolastiche: vi sono casi in cui la virgola va usata anche prima della “e”. Fidatevi.

(Scritto dopo aver letto l’ennesimo raccontino – accompagnato da lodi sperticate degli altri lettori – pieno zeppo di frasi. Senza verbo.)

👿

Musica!

9 settembre 2013 Posted by | Libri, Manate di erudizione | | 60 commenti

Storia dell’ebreo errante. Parte terza: le crociate.

ebreo erranteParte prima: la dispersione e l’esilio.

Parte seconda: gli ebrei nell’età imperiale e nell’alto medioevo.

Diciamocelo subito: quello delle crociate non è stato un bel periodo per gli ebrei (ammesso che ve ne sia stato uno).

A scuola ci hanno insegnato che verso la fine del XII secolo indomiti cavalieri vestiti con il segno della croce e benedetti dai Papi si misero in marcia verso la terra santa, per strapparli agli infedeli e riportarli sotto le vestigia della cristianità. Poi abbiamo capito che le motivazioni religiose erano soltanto una scusa e che forse i cosiddetti “infedeli” non erano molto peggio dei crociati.

Quello che si sono ben guardati dall’insegnarci, però, è che l’inizio delle crociate coincide con una campagna di denigrazione e persecuzione nei confronti degli ebrei che diventa sistematica. A loro si pone un’alternativa:battesimo o morte.

Le truppe dei crociati che partono dalla Francia si muovono lungo la valle del Reno, dove le comunità ebraiche sono numerose. L’imperatore tedesco Enrico IV nel 1095 aveva promulgato un editto che proibiva il battesimo forzato, ma le armate crociate si muovevano con forza travolgente. Vi furono massacri, battesimi forzati, suicidi di massa. L’imperatore Enrico IV dovette intervenire nel 1103, facendo giurare a principi e borghesi che la popolazione ebraica non sarebbe stata più maltrattata e dichiarò illegittimi i battsimi forzati, attirandosi i fulmini del papa Clemente III.

Queste persecuzioni colpirono numerose comunità ebraiche in Europa, ma soprattutto in Francia e in Germania. La seconda crociata del 1146 fu preparata meglio, ma non per questo non causò altri didordini antiebraici.

Ma è in questo periodo che avviene un altro fattaccio: gli ebrei vengono accusati di omicidio rituale. In Inghilterra un ragazzo venne trovato ucciso alla vigilia del venerdì santo e la colpa venne data agli ebrei. L’accusa non venne mai provata, ma le reliquie del ragazzo diventarono oggetto di pellegrinaggio per secoli.

L’accusa si delineò con precisione dopo alcuni altri omicidi: gli ebrei durante la settimana santa, per irridere la crocifissione di Gesù, infliggevano lo stesso supplizio a bambini cristiani e profanavano anche ostie consacrate.

Le condizioni di vita degli ebrei in Francia e in Germania peggiorarono. Nell’Italia del sud i normanni garantivano loro una larga autonomia, mentre i bizantini proseguivano con le antiche interdizioni: niente impieghi pubblici e proibizione di montare a cavallo. In inghilterra la follia religiosa non si era impadronita della popolazione.

Nel novembre 1215 il concilio lateranense rinnovò le antiche restrizioni contro gli ebrei, aggiungendone una nuova: il divieto di prestare denaro ai cristiani a tasso troppo elevato. La Chiesa considerava riprovevole qualsiasi prestito, non tenendo conto delle nuove esigenze economiche e finanziarie del tempo.

Ma questo concilio adottò anche una misura che non era una novità assoluta, ma che per la prima volta doveva essere adottata su vasta scala: olocausto-numerol’obbligo per gli ebrei, a partire dai dodici anni, di portare in tutti i paesi cristiani un segno che li distinguesse dal resto della popolazione. La Chiesa giustificò questo marchio sostenendo che la legge di Mosè aveva prescritto agli ebrei di distinguersi dagli altri popoli. Al marchio era possibile sfuggire soltanto dopo la conversione. Ogni Stato discusse sulla forma, sulle caratteristiche e sul colore del marchio: in Francia fu il tondo giallo, in Germania e Austria un cappello Giallo o rosso,

La caccia agli ebrei, i nemici di Cristo, a partire dal XIII secolo divenne un fatto abituale. Le persecuzioni non nacquero da contrasti tra le popolazioni cristiane e le minoranze ebraiche, ma furono il frutto di una lunga campagna di propaganda voluta dalle autorità ecclesiastiche e dal papato. Ben presto il tribunale dell’inquisizione, rivolto in primo luogo contro gli eretici, inizierà a occuparsi anche degli ebrei.

E’ in questo periodo che si sviluppa l’accusa nei confronti degli ebrei di omicidio rituale, poi quella di avvelenamento dei pozzi in combutta con i saraceni, poi ancora di diffondere il morbo della peste nera che dal 1347 per tre anni provocò in Europa 42 milioni di morti.

Nel XIV secolo si afferma la leggenda (che arriverà fino al ventesimo secolo) che gli ebrei si servono di sangue cristiano nella cottura del pane azzimo e la Chiesa riconosce a più riprese i miracoli fioriti intorno alle asserite vittime degli ebrei.

La durezza dei secoli medievali cambiò la mentalità e la sensibilità politica degli ebrei. Subirono dapprima le conseguenze delle spedizioni militari per riconquistare Gerusalemme; poi soffrirono i contraccolpi delle lotte tra il papa e i principi; infine furono sottoposti a continue restrizioni, costretti dalla società a esercitare il prestito a interesse con un distintivo cucito addosso e accusati di orribili omicidi rituali. La loro eliminazione era vista come un atto di devozione a Dio e di purificazione.

Proprio in quegli anni Boccaccio racconta la novella dei tre anelli: un padre possedeva un anello bellissimo e prezioso che, nella sua famiglia, veniva lasciato al figlio maggiore, che ne diveniva l’erede. Questo padre aveva tre figli e, amandoli tutti allo stesso modo, non ne voleva privilegiare alcuno. Allora fece fare in segreto due copie perfette dell’anello. Quando morì, ognuno dei figli ricevette un anello e pensò di essere il prescelto, ma nessuno riuscì mai a sapere quale fosse l’anello vero. Così, per analogia, i fedeli delle tre grandi religioni monoteistiche credono di essere i soli depositari della verità rivelata.

In tempi di oscurantismo, Boccaccio offre un raggio di luce e rivaluta la fede nell’uomo, al di là delle differenze. Non a caso questa sua novella fu ripresa, secoli dopo, nel periodo dei Lumi (e questa è una di quelle parole che meritano di essere scritte con la maiuscola).

Se non trovi le parole…

21 dicembre 2012 Posted by | Libri, Manate di erudizione, Religione | , , | 9 commenti

Storia dell’ebreo errante. Parte seconda: gli ebrei nell’età imperiale e nell’alto Medioevo.

ebreo erranteParte prima: la dispersione e l’esilio.

Gli ebrei, nella dispersione e nell’esilio, assimilarono ben presto la lingua, gli usi e i costumi dei paesi che li avevano accolti; spesso anche i loro nomi diventarono latini o greci. Solo il loro credo monoteista li distinse e impedì ogni atto di culto verso altri dei oppure verso quei monarchi che avevano assunto connotati divini. Anche la celebrazione del sabato fu un elemento di dissonanza  e la pratica della circoncisione suscitò ironia e sarcasmo.

Se pare che i rapporti con i cristiani nella vita quotidiana fossero buoni, non si può dire la stessa cosa dei rapporti tra i rabbini e i vescovi.

Quando il cristianesimo, da setta perseguitata e minoritaria, diventa la religione ufficiale dell’impero grazie a Costantino, rescinde anche l’ultimo simbolico legame con le sue origini ebraiche: il conciclio di Nicea del 325 adotta per la celebrazione della Pasqua una data diversa da quella ebraica. Agli ebrei viene vietato di contrarre matrimonio secondo la loro legge e viene negata ogni autonomia alla loro giurisdizione.

In Arabia, prima della nascita di Maometto, le relazioni tra ebrei e arabi erano state buone. Maometto infuse nel Corano molte idee già presenti nella Bibbia e nel Talmud. In un primo momento i suoi rapporti con gli ebrei furono cordiali, poi mutarono radicalmente.

Intanto anche all’interno del giudaismo si svilupparono polemiche, anche violente, sull’interpretazione della Torah.

Proprio in questo periodo avvenne un fatto unico nella storia del Medioevo: un re pagano, capo di un popolo barbaro, abbracciò il giudaismo con tutto il suo popolo. I kazari, che si erano stabiliti in un piccolo reame sul Caspio, alla foce del Volga, vennero in contatto con cristiani, arabi ed ebrei. Pare che uno dei loro capi, Bulan,abbracciò la religione giudaica e proibì l’idolatria in tutto il suo regno. Il regno dei kazari fu per molto tempo un’isola felice.

Ma fu in Spagna che l’esperienza storica degli ebrei  toccò i vertici culturali e sociali più alti. Gli insediamenti giudaici più importanti furono Granada (detta “città degli ebrei”), Terragona, Cordoba, Saragozza e Tortosa. Nei primi secoli la comunità cristiana e quella ebraica vissero senza contrasti, mescolandosi tra loro anche con matrimoni misti. Quando i visigoti si impossessarono della Spagna, gli ebrei conservarono la pienezza dei diritti civili e politici, mentre proprio i cristiani furono trattati con sospetto e subirono discriminazioni. Questa situazione finì nel 589, quando il concilio di Toledo proibì i matrimoni misti e impedì nuovamente agli ebrei l’accesso agli impieghi pubblici e il possesso di schiavi. In seguito, la linea repressiva fu inasprita: o battesimo o esilio. Il concilio di Toledo del 681 stabilì che gli ebrei dovessero essere battezzati con la forza e, in caso contrario, cacciati dal Paese, dopo la confisca dei beni.

Quando la Spagna venne conquistata dai musulmani, dopo il 711, per gli ebrei iniziò un lungo periodo di prosperità. La città di Cordoba divenne il centro della scienza talmudica per tutto il giudaismo. I califfi si mostrarono molto attenti ai lavori degli intellettuali ebrei e si fecero tradurre la Mishnah in arabo, per poterla apprezzare meglio.

Carlo Magno non nutrì pregiudizi verso gli ebrei. Sotto il regno suo, del figlio e del nipote, gli ebrei godettero di buone condizioni di vita e di tolleranza. Potevano costruire nuove sinagoghe, esprimere liberamente le loro opinioni sul cristianesimo, negare le virtù miracolose dei santi e delle reliquie, commerciare e acquistare e vendere terre. Addirittura Carlo il Calvo, resistendo alle pressioni dei vescovi, proibì che si trattassero questioni relative agli ebrei. Le condizioni favorevoli nell’Europa carolingia portarono alla disseminazione di gruppi ebraici da oriente a occidente.

L’anno mille fu un periodo agitato per la cristianità. Si propagarono velocemente alcune leggende, tra cui una sugli ebrei: su loro istigazione il principe di babilonia avrebbe fatto distruggere il sepolcro del Signore e uccidere il patriarca di Gerusalemme. Si stava diffoondendo un’ondata di violenza che di lì a poco si sarebbe abbattuta su tutta l’Europa.

(Mina, quarant’anni fa…)

9 dicembre 2012 Posted by | Libri, Manate di erudizione, Religione | , , | 40 commenti

Ma però, a me mi sembra che…

Sto leggiucchiando qua e là un vecchio libro del compianto Aldo Gabrielli.

Trattasi di un Oscar Mondadori del 1977, talmente invecchiato che ogni pagina che si gira, si stacca dalle altre. Alla fine rimarrò con un fascio di fogli in mano, racchiusi in una copertina.

Lettura godevole, proprio perché soltanto chi conosce a fondo una materia può permettersi di giocarvi e di tradurla in linguaggio comprensibile anche ai neofiti (in senso lato).

Orbene, imbattommi nei capitoletti dedicati al “ma però” e al “a me mi“.

Ma però non è errore, come molti credono e come nelle scuole si continua a ripetere, non è neppure una inutile ripetizione. E’ una semplice locuzione avverbiale rafforzata che dà un tono particolare al discorso. Strano che non si discuta mai su altri rafforzamenti consimili, come ma invece, mentre invece, ma tuttavia, ma nondimeno, ma pure. Viene usato da autori classici e contemporanei.

A me mi: altra espressione da sempre condannata nelle scuole. Non è errore, non è da segnare con matita blu, e nemmeno con matita rossa (notare la virgola prima della “e” – ndr). Anche qui si vuole dare alla frase un’efficacia particolare, un particolare tono. Il mi pleonastico ha un chiaro valore rafforzativo. Non è un costrutto inventato oggi: è stato usato dai classici e addirittura da accademici della Crusca. Analogamente, sono anche corretti i costrutti “lo so che a te non ti va questa faccenda” e “a voialtri non vi dirò più niente“.

Quindi, dopo aver chiarito la questione, posso esprimere liberamente il mio pensiero: ma però, a me mi sembra che non sia tutto oro quello che luccica. Anzi…

11 marzo 2012 Posted by | Libri, Manate di erudizione | , | 15 commenti

Breve divagazione sulla virgola

I linguisti (che sono quelli che studiano la lingua italiana, la grammatica, la sintassi, la profilassi, ecc., e non pornoattori, come potrebbe pensare qualche maliziosa lettrice di questo blog), sostengono che la virgola non ha soltanto la funzione di inserire una pausa nella lettura.

La virgola può anche servire, tra le tante altre cose, per sciogliere ambiguità di senso.

Per esempio, se scrivo: “Facciamo le parti: Giovanni, Francesco, Anna e Paola” non è chiaro se voglio fare quattro parti oppure tre (una per Anna e Paola).

Se voglio specificare, senza ombra di dubbio, di voler fare quattro parti, dovrei scrivere: “Facciamo le parti: Giovanni, Francesco, Anna, e Paola” devo cioè inserire la virgola prima della “e”.

In questo caso la virgola ha una funzione disambinguante, cioè risolve una ambiguità del testo. E’ ovvio che la regola che la virgola non si mette prima della “e” non esiste.

Mi sembrava opportuno chiarire questa cosa, non soltanto per elevare un po’ il tono culturale del blog (e dei suoi frequentatori), ma anche per fornire una piccola certezza di vita in questo periodo di crisi economica (anche una virgola sarebbe meglio del nostro attuale presidente del consiglio).

2 novembre 2011 Posted by | Manate di erudizione | | 33 commenti