Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Basta con i romanzetti

Su Repubblica di domenica c’è l’estratto di una lectio magistralis pronunciata da Mario Vargas Llosa a Milano nel giugno scorso.

Ha detto cose veramente interessanti (avere il testo completo…).

Inventare e raccontare storie è una delle tradizioni più antiche dell’umanità.

Le storie fanno sognare altre vite e altri mondi, ma fanno anche desiderare che questi si trasformino in realtà.

Il romanzo, soprattutto se è un buon romanzo, ci libera dalla nostra condizione limitata facendoci vivere in modo più ricco e più profondo e mostrandoci che il mondo così com’è non è sufficiente per vivere tutte le esperienze che vorremmo.

I regimi e le ideologie che vogliono controllare gli individui hanno sempre cercato di frenare o proibire lo scrivere e raccontare storie, perché l’insoddisfazione verso la realtà è un sentimento pericoloso, che spinge a cambiarla.

Ma come può un romanzo, che racconta storie di fantasia, costituire una minaccia d’insubordinazione?

Nelle democrazie il romanzo non è altro che uno strumento d’intrattenimento.

Ma nei regimi autoritari il romanzo tende a diventare il portavoce di ciò che i media non possono dire, che le istituzioni tacciono, che i governi nascondono. Per questo motivo i regimi autoritari istituiscono organismi di controllo e censura molto rigidi.

Ma i grandi romanzi fanno di più: rivelano le ricchezze del linguaggio: padroneggiare un ricco vocabolario significa possedere uno strumento utile non solo per comunicare, ma anche per riflettere.

E qui casca l’asino.

Viviamo in un’epoca in cui non si è mai letto così tanto, tuttavia oggi la letteratura ci distrae, ci addormenta, ci fa sprofondare in uno stato di sottomissione rispetto all’idea del mondo così com’è. E si emerge dalla letteratura come soggiogati da quella realtà che invece la vecchia letteratura ci esortava a mettere in discussione.

Seguono poi cinque “grandi”, che il maestro evidentemente consiglia.

Il racconto d’inverno” di Shakespeare (forse ce l’ho);

Faust” di Goethe (mi sono sempre sentito inadeguato a leggerlo);

I miserabili” di Hugo (l’ho letto);

Guerra e pace” di Tolstoj (volevo acquistarlo, poi ho optato per Anna Karenina, ma questo mi è rimasto sul gozzo);

I demoni” di Dostoevskij (prima o poi…).

Indubbiamente leggere un classico è un’esperienza del tutto diversa dal leggere una sciacquetta da classifica, ma come si vuol dire, al mondo non ci stanno soltanto le rolls royce, le ferrari e le porsche, ci sono anche le panda, che saranno pure diverse, ma che è sempre meglio che andare a piedi…

A me piacciono molto i classici. So che ho bisogno di concentrazione per leggerli e infatti li leggo soltanto quando mi sento “ispirato”, ma ho vissuto bellissime avventure anche con storie che non erano certamente da premio nobel per la letteratura. Mi sono catapultato nel medioevo con Silone, tra i minatori dell’ottocento francese con Zola, ho sentito il freddo e la paura nelle ossa con Levi, ho vagato nei sobborghi inglesi con Dickens, ho ragionato di cose religiose con Vassalli, ho cavalcato nelle praterie del west con Cavallo Pazzo, ho sfidato la brughiera con Jane Eyre.

E poi tante e tante altre ancora…

E tutte mi hanno emozionato, mi hanno fatto ridere, piangere, riflettere; alcune mi hanno anche fatto rimpiangere i soldi spesi per acquistarle, però comunque sono state tante avventure vissute più o meno intensamente.

Viva i classici, ma viva anche Harry Potter!

Neverending story

 

 

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12 novembre 2018 Posted by | Libri | , | 8 commenti

Il giardino dei Finzi-Contini

Un romanzo fine e delicato, che però non è riuscito a entusiasmarmi.

Sinceramente, mi aspettavo di più.

Il tenero ricordo del rapporto di un giovane con una famiglia dell’alta borghesia ferrarese: la casa, il giardino, il padre, il figlio Alberto e la figlia Micol, della quale s’innamorerà, non ricambiato.

Tutto qui, non mi ha lasciato dentro niente di particolare questo libro, anche se la quarta di copertina dice che il romanzo “è entrato nel cuore dei lettori”.

Quando non apprezzo un’opera importante mi viene sempre il sospetto di non avere capito una beata mazza di quello che ho letto, di non avere gli strumenti giusti per apprezzarla, e allora mi dico: me la rileggerò fra dieci o vent’anni. E a volte l’ho fatto, come per esempio con Il maestro e Margherita e ne ho ricavato sensazioni completamente diverse.

Chissà, forse lo farò anche con questo.

Però un merito questo libro l’ha avuto: è come se mi avesse aperto una finestra su ricordi di alcuni anni fa.

Così pensavo oggi mentre, in auto, tornavo dal cinema: ma rileggere un libro che non è piaciuto non sembra un po’ come tentare di fare rinascere un amore ormai defunto?

Pensieri disarcionati, eh?

Vabbe’…

Ancora ancora ancora

20 ottobre 2018 Posted by | Libri, Pensieri disarcionati, Ricordi, Rimpianti | , , | 14 commenti

34 (racconti o percento?)

Volevo parlare dei 34 racconti di Ray Bradbury, che ho riletto recentemente.

Trattasi di un vecchio Oscar Mondadori della metà degli anni ottanta, che quando lo lessi mi fece innamorare di questo scrittore.

La successiva lettura de L’estate incantata mi confermò la bontà della mia scelta.

Ray Bradbury non è stato soltanto un autore di fantascienza e in questi racconti la fantascienza non c’entra nulla, se non sotto forma di nostalgia del futuro.

Bradbury è scrittore dell’uomo, delle sue speranze, paure, emozioni; è scrittore dell’amicizia, perché come ha dichiarato in una intervista:

è questo che vogliamo dalla vita. Vogliamo amici.

Certo, non tutti i racconti sono all’altezza del primo, La sera: (“Hai solo otto anni, sai poco della morte, della paura e dell’orrore“);oppure de Il lago: (“Era settembre. Gli ultimi giorni di settembre, quando le cose si fanno tristi senza una ragione“); L’assassino (praticamente ha anticipato quello che accade oggi con i cellulari, di cui ho parlato nel post precedente); Addio (struggente); Il commiato (“Nessuna persona che ha avuto una famiglia muore“), tanto per citarne alcuni.

Vorrei trattenermi di più con Ray, ma stamattina il numero 34 mi si è attaccato addosso quando la rassegna stampa del TG ha mostrato che, secondo gli ultimi sondaggi, la Lega salviniana starebbe al 34%.

La notizia in sè ha un significato abbastanza relativo (ricordiamoci che alle europee del 2014 il PD stava al 40,81%, mo’ vediamo dov’è finito), ma mi ha fatto ovviamente scattare dentro (a livello viscerale) una domanda: perchè?

Cioè, perché – se andiamo avanti così – fra poco i due terzi dell’elettorato darebbero il proprio voto ai due partiti di governo? E’ soltanto un innamoramento momentaneo? O c’è qualcos’altro?

C’è indubbiamente un elettorato molto ondivago, ma c’è anche dell’altro.

Salvini e i grillini propongono una loro idea di futuro, un obiettivo, un miglioramento: questa è l’essenza di qualsiasi proposta politica. Ti chiedo di impegnarti, anche soltanto a livello di voto, per migliorare la tua vita, altrimenti, se dobbiamo rimanere così come siamo, tanto vale.

Certo, l’idea di futuro che hanno queste due forze politiche è in realtà un misto tra l’irrealizzabile e il ritorno al passato, ma tant’è: è una cosa semplice, comprensibile. E ha poca importanza che chi dà risposte semplici a problemi complessi o è un genio o è un cretino: le loro proposte si devono combattere con proposte realizzabili e rivolte al futuro.

Ed è qui che mi è tornato in mente Ray Bradbury.

Ma perché la sinistra, le forze progressiste, non riescono a disegnare un futuro che non sia fatto di guerre, di povertà, di fili spinati, di morti in mare? Perché non propone di esportare libri, quaderni, matite, cioè istruzione, invece di armi? Perché la sinistra non propone di trovare i 40 miliardi della finanziaria non condonando gli evasori fiscali, ma trovandoli e facendo loro pagare le imposte? Insomma, invece che i poveri vengono aizzati contro i più poveri, che provi la sinistra a farli guardare più avanti e più in alto, perché qui ormai la differenza sta tra chi vuole volare e chi vuole scendere sotto terra.

Una sinistra che ci faccia rimpiangere un futuro che non c’è, da costruire: pensa, per esempio, come sarebbe bello tra un anno sbarcare tranquillamente in Gran Bretagna, invece di essere considerato un extracomunitario (si è sempre gli extracomunitari di qualcun altro) e rischiare anche di essere cacciati magari dopo anni di permanenza e di lavoro.

Chiedo troppo?

Speed of light

7 ottobre 2018 Posted by | Libri, Politica | , | 7 commenti

La mente colorata

E’ un libro bello tosto da leggere, soprattutto per uno che l’Odissea l’ha studiata (si fa per dire) più di quarant’anni fa.

Praticamente l’autore analizza la figura di Ulisse, le differenze con gli altri personaggi dell’Odissea e dell’Iliade.

Ulisse discende indirettamente dal dio Ermes, padre di suo nonno; ama la famiglia e la casa, ma ha una vera e propria passione per la mistificazione e l’inganno. E’ estremamente curioso e malfidente: mette tutti alla prova.

E’ interessante il racconto che l’autore fa del ritorno di Ulisse a Itaca e del suo riappropriarsi della casa, della famiglia, del trono e soprattutto della moglie.

Quando Ulisse torna a Itaca, la dea Atena lo rende irriconoscibile nelle vesti di un mendicante. Atena è la dea che lo protegge e lo ama con una dedizione totale. Tranne Penelope, nessuna figura femminile giunge così vicina alla sua mente e al suo cuore: tra i due vi è un’affinità spirituale fortissima e una complicità intellettuale limpidissima.

Ulisse, giunto a Itaca, si dirige nel recinto di Eumeo, il porcaro, e rischia di essere sbranato dai suoi cani. Poi incontra il figlio Telemaco, che dapprima lo scambia per un dio. Il giorno dopo, davanti al suo palazzo, incontra Argo, il suo cane: sebbene vecchio e malato, lo riconosce e scodinzola, ma non riesce ad avvicinarglisi e muore.

Ispirata da Atena e dagli dei, Penelope propone la gara con l’arco, promettendo di sposare il vincitore, anche se non ha alcuna intenzione di mantenere la promessa.

Il massacro dei Proci non viene addebitato a Ulisse: la mano è la sua, ma il volere è degli dei.

Durante la strage Penelope dorme (della serie: io non c’ero, e se c’ero dormivo). Poi scende nella sala e si siede di fronte al mendicante. Ulisse non riesce a guardarla e nemmeno a parlarle.

I due si parlano attraverso Telemaco, fin quando Penelope dice la parola risolutiva:

Se veramente è Odisseo e a casa è tornato, certo noi due

ci riconosceremo anche meglio: perché anche noi

abbiamo dei segni, che noi soli sappiamo, nascosti agli estranei.

Penelope cerca un segno, ma non un segno qualunque, un segno segreto, nascosto agli estranei, fondato sulla sua memoria e su quella di Ulisse. A questo punto Ulisse sorride, l’unico suo sorriso nell’Odissea: manda via il figlio e viene lavato, profumato e vestito. Poi si siede di fronte alla moglie e per la prima volta le si rivolge direttamente: la chiama “donna incomprensibile“, che si rifiuta di riconoscerlo. Anche lei lo chiama “uomo incomprensibile“, perché non capisce ciò che desidera da lui: un segno segreto.

Siccome Ulisse non porta prove, Penelope decide di procurarsele con l’astuzia. Si rivolge a Euriclea, la dispensiera, e le dice:

Orsù Euriclea, stendigli il solido letto

fuori del talamo ben costruito che fece lui stesso;

portate fuori il solido letto e gettatevi sopra il giaciglio,

pelli e coltri e coperte lucenti.

Ulisse rimane sconvolto: quel letto solidamente fissato nel suolo, con le radici immerse nella terra, irremovibile, è il centro della sua vita, racchiude tutti gli aspetti della sua esistenza; il rapporto religioso con Atena, l’ostinata irremovibilità del carattere, il matrimonio, la fecondità della moglie, la casa cresciutagli attorno, il suo potere di re.

Il letto è il grande e segreto segno che solo Ulisse, Penelope e un’ancella conoscono e allora lui inizia a raccontare come, più di vent’anni prima, lo aveva costruito: il letto costruito nell’ulivo è il segno sicuro del quale Penelope può fidarsi; piange, abbraccia Ulisse, lo bacia.

E poi, con l’incontro del padre Laerte, la storia si avvia alla fine: probabile che il poema sia rimasto incompiuto, perché gli ultimi versi sono un po’ anomali.

Cosa ci insegna l’Odissea: secondo l’autore che malgrado le inquietudini, le soste, i viaggi nei paesi dell’immaginazione e della magia, dobbiamo accettare la realtà come è: Itaca.

P.S.: immaginate se, a causa della fortissima emozione (o di un attacco precoce di alzheimer), Ulisse non avesse ricordato subito del letto costruito nell’ulivo…

23 settembre 2018 Posted by | Libri | | 5 commenti

L’Agnese va a morire

Ci sono dei libri che fanno parte della nostra storia (nostra di …enni, perché la maggior parte dei giovani manco sa cosa sono i libri).

L’Agnese va a morire di Renata Viganò è uno di questi.

Una delle opere letterarie più limpide e convincenti che siano uscite dall’esperienza storica e umana della Resistenza. – la definisce Sebastiano Vassalli nell’introduzione – Un documento prezioso per far capire ai più giovani e ai ragazzi delle scuole che cosa è stata la Resistenza: una guerra di popolo, la prima autentica guerra di popolo della nostra storia”.

Chiare e lapidarie le parole di Vassalli, contro tutti quelli che da anni di dannano per dimostrare che, in fondo in fondo, forse i partigiani erano un po’ migliori dei fascisti e dei tedeschi, ma soltanto un po’.

E invece noi veniamo da quella lotta, anche se non ha coinvolto tutta l’Italia.

Ricordo quando, da piccolo, i miei genitori e i miei zii mi raccontavano le storie della guerra, dei fascisti, dell’occupazione tedesca. Faticavo a immaginare che in quelle stesse zone dove c’erano immensi filari di viti, e cascine, e stalle, qualche decennio prima vi fossero sparatorie tra italiani e con i tedeschi; che vi fosse un aereo (il famoso “Pippo”) che mitragliasse qualsiasi luce notturna; che si dovesse lottare per trovare la farina per il pane, l’olio, il burro (noi che eravamo e siamo abituati a entrare al supermercato e uscire con tutto e di più di quello che ci serve).

Ho voluto rileggerlo questo libro e l’ho comprato mentre ero in ferie, unica copia rimasta in una libreria Feltrinelli strapiena di ultime novità. Se ne stava schiacciato tra libri più massicci. Chissà se sarà stata rimpiazzata quell’unica copia presente.

C’è una frase, un modo di dire dell’Agnese, che mi è rimasta impresso: “Quel che c’è da fare si fa“.

Non è un’affermazione di resa; non è la supina accettazione di un ordine, al contrario: è una manifestazione di volontà e di determinazione: poche ciance, se bisogna fare quella cosa, gambe in spalla e muoviamoci.

E’ il contrario dell’armiamoci e partite di fascistica memoria: è il segno dell’assunzione di responsabilità. Il contrario di quello che avviene oggi, che di fronte ai problemi è sempre colpa di qualcun altro che ci mette i bastoni tra le ruote.

Avrebbe potuto essere un motto di un’Italia migliore, se non fossimo sprofondati così in basso.

Buona settimana a tutte/i.

Aggiornamento dell’ultima ora: Milan-Roma 2-1  🙂   🙂   🙂

2 settembre 2018 Posted by | Libri | | 1 commento

La grande storia della seconda guerra mondiale

Praticamente una storia giorno per giorno della seconda guerra mondiale.

L’autore è inglese e forse in alcune parti strizza un po’ l’occhio a Sir Winston Churchill, sarebbe interessante confrontarlo con altri libri simili (avendone il tempo).

Che dire della follia umana (e non è stata né la prima, né l’ultima) e delle sue vittime:

sei milioni di civili cinesi;

oltre venti milioni di sovietici;

quasi sette milioni di tedeschi;

oltre tre milioni di giapponesi;

sei milioni di polacchi (di cui tre milioni di ebrei polacchi);

tre milioni di ebrei in varie parti d’Europa;

un milione e mezzo di iugoslavi;

e poi quasi mezzo milione di inglesi, oltre quattrocentomila greci, trecentosessantamila americani, circa duecentomila olandesi, trentaseimila indiani, ventisettemila australiani…

Impossibile calcolare il numero definitivo dei morti e dei feriti.

Orbene, tutto questo è iniziato circa ottant’anni fa e sono poco più di settant’anni che l’Europa occidentale vive in pace, pur con tutti i problemi che abbiamo.

Questo dovremmo dire a quelli che in questi anni si sono spesi e si spendono tuttora per gettare fango sulle istituzioni europee: la pace è una conquista, non un dato di fatto.

Vi sono alcune cose che colpiscono in questa storia:

l’odio immenso, spropositato dei nazisti per gli ebrei. Nemmeno negli ultimi giorni di guerra, quando ormai era chiara la sconfitta della Germania, cessarono le loro torture e uccisioni;

un sentimento di odio profondo per le altre categorie di sub-umani: polacchi prima e sovietici poi, quelli che dovevano diventare gli schiavi del popolo tedesco della grande Germania;

la smisurata mania di grandezza di Hitler, che ha dichiarato guerra a ovest e a est, pensando di vincere contro inglesi, russi, americani e via dicendo;

la malvagità dei giapponesi che – spiace dirlo – la bomba atomica se la sono quasi guadagnata (ma ne hanno fatto le spese tanti, troppi innocenti);

l’assoluta inutilità degli italiani, dapprima come alleati della Germania e poi dopo l’8 settembre. Per fortuna che si sono rifatti un po’ con la Resistenza

Dodici anni di follia in Europa e non solo, iniziati con l’elezione di Hitler alla cancelleria nel 1933.

P.S.: all’elenco sopra delle vittime mancano gli zingari, gli unici ai quali nel dopoguerra non vennero riconosciuti risarcimenti, perché – disse qualcuno – sono stati sterminati non per odio razziale, ma perché elementi antisociali.

Eh… la differenza…

Mancano anche gli handicappati, gli omosessuali

I semi dell’odio sono ancora ben presenti in Europa. In alcuni casi stanno addirittura al governo.

Meditate gente, meditate…

Ti regalerò una rosa

 

21 luglio 2018 Posted by | Libri | , | 4 commenti

Cristo si è fermato a Eboli

Sono contento di avere terminato, in questo periodo di forzato riposo, la (ri)lettura di questo libro, nel giorno in cui il governo giallo-verde-nero si è presentato al Senato e ha ottenuto la fiducia.

Cristo si è fermato a Eboli è uno di quei libri che fanno parte della nostra storia, della nostra cultura, un tempo anche del nostro immaginario collettivo (oggi non più). E’ un libro che mi ricorda gli anni del liceo, gli anni settanta, i fermenti del periodo, le discussioni sulla questione meridionale. Se chiedo oggi a mia figlia se conosce questo libro o il suo autore, mi guarda con due occhi stralunati come se le parlassi di un alieno.

L’impatto che ha il libro letto oggi è sicuramente diverso da quello che ebbe alla sua uscita nel 1945 e anche da quello che ebbe su noi studenti liceali degli anni settanta. Nel 1945 Levi riscopriva un mondo contadino sperduto tra le terre della Lucania, nel profondo Sud, e lo descriveva con vicinanza umana e intellettuale. Il suo non è l’atteggiamento dell’intellettuale del Nord che ha già le risposte pronte ai problemi che incontra, ma è l’atteggiamento di chi “partecipa” a quei problemi, a quei contadini “senza speranza” oppressi da uno Stato che è altro da loro e da una piccola borghesia che vive alle loro spalle e specula sulla loro pelle, anche barando sul prezzo delle medicine.

La stessa prosa di Levi, articolata in periodi lunghi, a volte da rileggersi, pare che ci inviti a riflettere, a non “passare oltre” rispetto a un mondo che a quel tempo era forse sconosciuto ai più.

Ed è proprio la prosa di Carlo Levi che ha fatto da collegamento a uno scritto di Massimo Cacciari su l’Espresso di questa settimana. Parla del linguaggio della politica, che è l’arma fondamentale della democrazia e sostiene che siamo di fronte a una forma mentis infantilmente regressiva. Non si tratta soltanto delle banalizzazioni da social network, è qualcosa di più (e di peggio): è un atteggiamento bambinesco che disconosce la realtà e che si collega a una sorta di perpetua rivendicazione della propria innocenza.

Cacciari fa due esempi: l’idea oggi tanto cliccata del “ciascuno padrone a casa propria” fa semplicemente ridere. Quando metà del debito pubblico degli USA è detenuto dalla Cina e quando la stessa Cina è dipendente dagli USA che comprano i suoi prodotti, chi lo sbandiera sulle piazze lo fa per prendere i voti dei coglioni che ci credono pure.

L’esempio della rivendicazione della propria innocenza è anch’esso sotto gli occhi di tutti: le cose non vanno perché gli altri ci sfruttano, ci dominano, fanno i padroni in casa nostra. Colpevole è sempre l’altro, ma io.

Allora, ripensando al discorso vacuo tenuto ieri da Conte al Senato (che ho sentito tutto), mi tornavano in mente proprio il libro di Levi, con la sua prosa articolata e il ragionamento di Cacciari sulla forma mentis oggi diffusa tra i più.

E pensavo che forse in altre condizioni avrei ripreso a fare politica, a distribuire i volantini nelle case, a organizzare riunioni; oggi invece mi accontento di rimettere in pista la mia bicicletta e di comprarmi un caschetto, per non finire ancora al pronto soccorso la prossima volta che dovessi/dovrebbi/dovrei/dovei cadere. Un tempo avrei/avessi/avetti avuto amici/compagni/parenti con i quali discutere di queste cose, ora mi accontento di scriverle su un blog.

Che dire?

Tempi duri…

 

6 giugno 2018 Posted by | Libri, Politica | , | 15 commenti

Storia dei maghi (Non habemus più papam!)

La magia accompagna la storia dell’umanità e ancora accende la fantasia: pensiamo al Gandalf de Il signore degli anelli o a Merlino (il mago per eccellenza), ma anche a Harry Potter.

Già ai tempi degli antichi greci esisteva un’alta magia (un modo per comunicare con gli dei) e una bassa magia (la stregoneria).

La magia ha preso la strada dell’alchimia, cioè sulla ricerca della pietra filosofale, una misteriosa sostanza che si diceva avesse il potere di trasformare i metalli in oro, di bloccare i processi di invecchiamento e di restituire la giovinezza.

Ha preso la strada della negromanzia, cioè la divinazione per mezzo degli spiriti dei morti.

Ha preso la strada di un imbroglione come lo pseudo conte di Cagliostro.

Ha preso la strada di sette come la Golden Dawn e un suo noto esponente: Aleister Crowley.

Ma esistono veramente i maghi?

Certo che esistono: ora stanno a capo dei partiti che promettono le loro magie: l’abolizione della Fornero, la flat tax, il reddito di cittadinanza e lazzi, sprizzi e pinzillacchere.

E la gente ci crede pure…

Prepariamoci per tempi duri.

Celeste nostalgia

27 maggio 2018 Posted by | Libri, Politica | , | 2 commenti

Piccolo manuale per non farsi mettere i piedi in testa

A volte capita che, alla fine della spesa al supermercato, ti fermi al reparto libri, intenzionato a non acquistare niente (“O me o i libri!” hai pensato dopo l’ultima volta che è franata in soggiorno l’ennesima pila di libri) e poi te ne esci con uno di quei manualetti che promettono, se non di cambiarti la vita, di farti diventare “più sicuro, più determinato, più saggio e anche più bello!

Ma qual è il segreto per tutto questo?

Imparare a farsi valere in maniera educata e gentile significa mantenersi rilassati, apparire sicuri e fieri di sé ed esprimersi in maniera chiara senza risultare aggressivi nei confronti dell’altro.

Facile a dirsi…

Significa comportarsi con garbo ed eleganza, anziché strepitare e dare spettacolo; significa comunicare in modo diretto e chiaro, anziché rimanere passivi e bloccati.

E come si fa a fare ciò?

Semplice, con le cinque strategie del libro.

Prima strategia: contegno fiero e regale.

Utilizzare il linguaggio del corpo, assumendo una postura dignitosa. Tenere busto e testa ben dritti. Mantenere il contatto visivo e lo sguardo allo stesso livello dell’altro. Evitare di annuire. Fermare l’altro se continua a parlare. Prestare attenzione all’altro senza farsi coinvolgere emotivamente.

Seconda strategia: volontà ferrea.

Poiché senza chiedere non succede niente, occorre scegliere il momento adatto e avanzare la propria richiesta (massimo due, mai troppe in una volta sola). Essere stringati e arrivare subito al punto, senza allusioni, che creano soltanto equivoci. Se ci si irrita (può capitare), non incolpare l’interlocutore, ma parlare delle proprie emozioni e dei propri desideri. La maggior parte delle relazioni non termina a causa dei litigi, ma dei silenzi (parole sante). Ricordarsi che un no non è una sconfitta, ma solo una risposta, una tappa di una discussione: di fronte a un no non si arretra, si comincia a trattare.

Terza strategia: il no gentile. Chi dice troppi sì rischia di farsi sfruttare dagli altri, quindi occorre porre dei limiti. Quindi, spiegare chiaramente all’altro cosa non si vuole o non si gradisce, guardandolo direttamente negli occhi. Se il no non viene accettato, ripeterlo. Se si viene offesi o sviliti, bloccare subito lo schema di comunicazione; non rispondere con un’altra offesa, ma ribadire il proprio no. Alzarsi, alzare il tono della voce, guardare la persona negli occhi e non farsi trascinare in una discussione.

Quarta strategia: l’insistenza cortese. Della serie: chi la dura la vince. Senza essere maleducati o sfacciati, occorre ripetersi, cioè dire più volte la stessa cosa. Di fronte alle formula standard di rifiuto, non bisogna arrendersi subito. Prestare attenzione alla risposta dell’altro, ripeterla brevemente in modo da dimostrare di avere ascoltato e ribadire la propria richiesta, motivandola. Se l’altro adotta un comportamento provocatorio, non commentare e non replicare, ma ripetere la propria richiesta.

Quinta strategia: la salda fiducia in sé. Non lasciarsi sovrastare dal proprio critico interiore, che vede solo i difetti. Occorre avere fiducia in sé stessi. Non  bisogna fissarsi sul successo a tutti i costi, ma limitare le proprie richieste a un livello raggiungibile. Interrompere il flusso di pensieri negativi dirigendo l’attenzione altrove. Passare dall’autocritica all’autostima: premiarsi ed elogiarsi ogni giorno, per sconfiggere l’insicurezza.

Semplice, no?

 

 

20 maggio 2018 Posted by | Libri, Pensieri disarcionati, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 8 commenti

Il suggeritore

Scrivere un giallo (o un thriller, come si usa dire oggi) non vuol dire gettare manciate di colpi di scena nel testo.

E non vuole nemmeno dire essere truculenti-ma-non-troppo.

Che poi “finale aperto” mica vuol dire finale del quale non si capisce una beata cippa.

Che se questo è uno dei migliori giallisti italiani, stiamo freschi…

Insomma, si sarà capito che il libro non mi ha entusiasmato, ma l’ho letto perché era da alcuni anni che stava in bella mostra nella mia libreria.

Era uscito in edizione economica a cinque euro e allora affidai il compito alla piccola di acquistarlo nell’unica libreria del paese.

Quando tornò a casa, non aveva con sé l’edizione economica da cinque euro, ma quella da tredici euro “Perché il libraio mi ha detto che l’altra non l’aveva“.

Ovviamente con lei non dissi niente, anzi, ma pensai: “Hai visto il figlio di buona donna…

Comunque, tanto per cambiare, un paio di giorni fa mi si è guastata l’auto. Ormai tenerla è diventata una sfida con il destino, ma io non mollo.

Buonanotte.

Africa – Angel City Chorale

6 maggio 2018 Posted by | Libri | | 5 commenti