Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Se questo è un uomo

Questo libro è un antidoto.

Un antidoto al razzismo che avanza, all’intolleranza, al disprezzo per gli altri, per i “diversi“. Soprattutto in questa giornata, nella quale si ricorda la strage alla stazione di Bologna.

A leggerlo – o rileggerlo – si sente il freddo di Auschwitz entrare nelle ossa; si sente la puzza delle latrine da svuotare al mattino; si sente il peso degli zoccoli di legno che affondano nel fango. E  soprattutto si sente la malvagità, la barbarie, in una parola il male che ci circonda e che non riposa mai, ma proprio mai.

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager.

Quali parole più chiare e più efficaci si possono pronunciare?

Primo Levi non era religioso. Forse per questo riesce a descrivere la sua esperienza nel Lager con tanta semplicità e al contempo con tanta efficacia. Perché non cerca spiegazioni soprannaturali al male, anzi, di spiegazioni non ne cerca proprio, almeno non in questo libro. Lo descrive semplicemente, raccontando i tentativi disperati di resistervi, pur senza alcuna speranza nel domani.

E se pensiamo che Einaudi ha rifiutato di pubblicarlo un  paio di volte (lo farà soltanto nel 1958, oltre dieci anni dopo la prima uscita), si capisce quanto gli editori e i loro consulenti a volte prendano cantonate pazzesche.

 

2 agosto 2017 Posted by | Libri | | 3 commenti

Storia d’Italia dal risorgimento ai nostri giorni

L’Italia si è formata per effetto di una serie di eventi casuali?

Per una serie di circostanze fortuite?

Probabilmente sì, e questo spiega molte cose, anche attuali.

Abbiamo unificato il Paese in parte con l’acquiescenza degli altri Paesi, in parte con l’inganno.

Per decenni si è cercato un elemento unificante degli italiani, cioè dei piemontesi, dei lombardi, dei veneti, dei toscani, dei napoletani, dei siciliani, dei sardi.

Qualcuno lo ha cercato costruendo strade e ferrovie; qualcuno accentrando il potere e nominando prefetti in tutto il paese; qualcun latro ancora stimolando la partecipazione alla guerra, ma non c’è stato niente da fare.

L’italiano non esisteva e non esiste (e non parlo della lingua). Non è mai esistita una forte borghesia produttiva che facesse politica con un proprio partito, bensì un partito di ispirazione cattolica e assistenzialistica, di centro. Ecco perché in Italia non abbiamo mai avuto un serio e coerente partito di destra o di centro destra, come hanno tutti gli altri Paesi europei. E la sinistra? Divisa per anni in due, tre, quattro partiti, in parte perennemente al governo e in parte perennemente all’opposizione, non è mai riuscita a formare quel partito di sinistra o di centro sinistra capace di confrontarsi con il rivale, in un gioco di alternanza che è l’unica garanzia di buon governo che abbiamo (cioè la possibilità che chi governa male venga mandato a casa e sostituito da un altro, e così via).

La nostra cultura politica non si fonda sull’alternanza, bensì sul trasformismo: essere buoni per tutte le stagioni.

Buona settimana a tutte/i.

Musica!

16 luglio 2017 Posted by | Libri, Manate di erudizione | , | 2 commenti

I tre moschettieri

Forse ho già scritto da qualche parte che quando i problemi sul lavoro si fanno complicati, io ho bisogno di tuffarmi in storie appassionanti e intriganti, per distogliermi da loro.

Devo fare navigare la mente verso altri lidi, meglio ancora se in compagnia di eroi senza tempo.

E così è stato in queste ultime settimane, nelle quali mi sono immerso nella storia de I tre moschettieri, di Alexandre Dumas.

Una volta acquisita qualche breve informazione sulla Francia del seicento di Luigi XIII (un re che mi ricorda molto il principe Carlo d’Inghilterra, cioè un po’ coglione), del cardinale Richelieu (un gran bastardone, anzi proprio un figlio di buona donna), di Anna d’Austria (una bellissima regina trascurata dal suo consorte… povera…), ecco che seguire le avventure dei quattro amici di spada diventa quasi un gioco da ragazzi.

Perché c’è un filo comune che lega tutta la storia: è quello della fedeltà e dell’amicizia.

Ancora prima delle leggi, delle gerarchie, della cieca obbedienza, c’è il vincolo di fedeltà al quale i moschettieri rispondono, in un clima di esuberanza e di baldanza e di profondo legame tra loro.

Mi sono immaginato il romanzo pubblicato a puntate, con quanta trepidazione i lettori dovessero attendere l’uscita della puntata successiva.

Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan mi hanno fatto tornare indietro nel tempo, in un regno della fantasia nel quale dimenticare per un po’ di tempo tutti i casini del nostro bislacco mondo.

P.S.: non l’ho scritto, ma se volete lo confesso, ma non spifferatelo in giro. Io mi sento molto D’Artagnan!

29 maggio 2017 Posted by | Libri | | 12 commenti

Il vecchio e il mare

Sarà che non amo particolarmente la letteratura americana (a parte alcune eccezioni), ma io il motivo di tanto successo di questo libro proprio non l’ho capito.

Mi sono accorto che si legge facilmente, che ha uno stile asciutto, una prosa coinvolgente.

Ho anche cercato di calarmi nella figura del vecchio, ma niente.

Non è un giudizio sull’autore, ma sul libro specifico.

Forse mi sfugge qualcosa…

P.S.: domani mare mare!

Però ho un brutto presentimento…

 

22 aprile 2017 Posted by | Libri | | 8 commenti

E anche questa è fatta…

Ieri pomeriggio c’è stata la prima presentazione ufficiale di Bibúlo2.

In un certo senso è stato un successo, perché la sala era piena di gente e tutti quelli che l’avevano già letto si sono sperticati in lodi per la storia, per le descrizioni dei personaggi, per i dialoghi.

Ho firmato un sacco di dediche (non so bene cosa ho scritto, spero di non avere fatto danni) e rivisto persone che non incontravo da anni.

Non solo.

Molti mi hanno detto: “Ci vediamo qui per la seconda puntata, ma non fra dodici anni! Prima!” (dodici anni è il tempo che ci ho messo per scriverlo, anche se le pause sono state parecchie – qualcuna anche forzata).

Con il mio amico bibliotecario, mio ex compagno di classe, ci siamo salutati affettuosamente e lui (che è persona di grande cultura) mi ha sussurrato: “Hai creato un personaggio. Bibúlo ormai deve proseguire”.

C’era anche la piccola, che ha ricevuto un sacco di complimenti per come è cresciuta, per come si è fatta bella.

E il mese prossimo si replica, stavolta in una libreria della città

Dopo un aperitivo con qualche amico/a, sono tornato a casa e dopo cena sono crollato: mi sono infilato sotto le coperte alle dieci con un libro in mano e mi sono risvegliato alle tre di notte, con lo stesso libro nella stessa posizione (e alla stessa pagina).

Ho pensato un pochino: tutto sarebbe stato perfetto, tutto sarebbe perfetto, se…

Musica

9 aprile 2017 Posted by | Libri | | 17 commenti

La bella addormentata nel bosco

C’erano una volta un re e una regina disperati perché non riuscivano ad avere figli.

Che ci dò, che ci dò, che ci dò, un bel giorno la regina rimane incinta e nasce una bellissima principessina.

Allora il re organizza una grande festa, invitando sette fate, tutte giovani e belle (che era molto diverso dall’invitare Mastella o Cirino Pomicino al battesimo) e dona a ognuna di loro un astuccio d’oro massiccio con dentro cucchiaio, forchetta e coltello tutti tempestati di diamanti.

Ma ecco che si presenta alla festa una vecchia fata, che tutti credevano morta, non vedendola più in giro, e il re la invita a entrare, ma non le può donare l’astuccio come alle altre, perché ne aveva fatti fare giusto sette (braccino corto il re, eh?). Allora le fa un dono recuperato all’ultimo momento da un compro oro, ma la vecchia fata ovviamente s’incazza.

Quando è il momento di portare i doni alla bimba, la vecchia fata le affibbia invece una sfiga, predicendole che si sarebbe punta con  un fuso e sarebbe morta. Se non fosse successo, avrebbe trovato lavoro in un call center, che sarebbe stato anche peggio.

Ma alle sue spalle c’è una delle sette fate buone (pare fosse quella che c’avesse una mezza storia con il re), che riesce a stemperare questa profezia: la principessina non morirà, ma dormirà per cent’anni, finché un principe non la sveglierà.

Il  re fa bandire immediatamente tutti i fusi dal suo regno, ma arrivata a quindici anni la principessina, invece di continuare a farsi i cazzi suoi, pensa bene di andare a fare visita a una vecchia sarta che, un po’ rincoglionita, non sapeva dell’editto del re e continuava placidamente a fusare come se niente fosse. Ovviamente la principessina mette le mani dove non deve, si punge e si addormenta immediatamente.

La vecchia sarta chiama subito il 118, ma non c’è niente da fare: dopo un’attesa di tre giorni al pronto soccorso, la principessina viene dichiarata ufficialmente addormentata. Il re la fa depositare in un castello, su un letto d’oro e fa chiamare la fata che le aveva mitigato la sfiga. La fata arriva sul suo carro di fuoco trascinato dai draghi (al 50% di proprietà di petrolieri arabi) e con una serie di tocchi magici a ripetizione fa addormentare anche tutti i servitori, le guardie e perfino il cane, il gatto e il criceto del castello, così quando la principessina si sveglia troverà tutto come prima, e fa crescere tutt’intorno al castello una fitta vegetazione.

A questo punto il re vorrebbe fare ancora con la regina che ci dò, che ci dò, che ci dò, ma lei gli ricorda che non ne vale la pena, perché arriverebbe a malapena a un che ci dò solo, e forse manco quello.

Passano gli anni e un bel giorno un bel principe, durante la caccia, si chiede cosa c’è dentro quella fitta vegetazione dalla quale spuntano le guglie di un castello. Un suo servitore vorrebbe dirgli che se vede spuntare le guglie di un castello è perché forse dentro c’è proprio un castello (razza di deficiente, ma chi t’ha fatto principe?).

Il principe entra dentro e arriva alla stanza dove dorme la principessina e sta per chiedersi chi cazzo potesse essere, quando suona la sveglia del cellulare: sono passati cent’anni e la dolce princi si sveglia.

Il principe rimane folgorato dalla sua bellezza, un po’ meno dai suoi vestiti, che gli ricordano i tempi ante guerra, e i due cominciano a tubare, mentre tutt’intorno si risvegliano anche i servitori, le guardie e tutto il resto.

Quindi il principe decide di eleggere quella dimora a sua garconnièrre e per due anni fa avanti e indietro da casa sua alla magione della dolce principessa, sfornando ben due marmocchi, una femminuccia chiamata Aurora e un maschietto chiamato Giorno. A quel punto i due decidono di regolarizzare la loro unione e si sposano, così nel caso in cui al principe succeda qualche disgrazia, la princi può contare su una pensione di reversibilità di tutto rispetto.

Ma la madre del principe, regina orchessa, comincia a subodorare che c’è qualcosa che non va, perché vede il suo figliolo sparire per giorni interi e tornare tutto smunto che si fa fare un bottiglione di zabaione dai cuochi. Prova a chiedergli chiarimenti, ma lui si trincera dietro il diritto alla privacy.

A un certo punto il re, padre del principe e marito dell’orchessa, muore e il figlio, senza passare dalle primarie, eredita il regno, ma scoppia una guerra e deve partire. Lascia il regno in mano alla madre, raccomandandole di avere cura della moglie e dei figlioli.

Ma senza più il vincolo del marito e del figlio, salta fuori tutta la natura orchesca della regina che un giorno chiama il suo capocuoco e gli ordina: domani a pranzo voglio mangiare la piccola Aurora. Lui prova a obiettare, ma lei minaccia di sostituirlo con Cannavacciuolo e allora il cuoco si arma di coltellaccio e va nella stanza della principessa, prende la bambina, ma non ha il coraggio di ucciderla: la porta a casa sua e al suo posto cucina un agnellino, con una salsa così buona che la regina orchessa si complimenta con lui.

Passa un po’ di tempo e la regina orchessa chiama ancora il capocuoco e gli ordina: domani a pranzo mi voglio mangiare Giorno. Il pover’uomo si chiede perché mai quella vecchia stronza non fa come tutte le altre e si trova un toy-boy, invece di rompere le palle a lui e si comporta con il bambino come con la sorella: al suo posto cucina un caprettino, con una ricetta vista tempo prima a Masterchef che la regina si lecca le dita e gli concede pure un aumento di stipendio.

Passa altro tempo e la regina orchessa pensa che, avendo fatto trenta, tanto vale fare anche trentuno e quindi mangiarsi pure la nuora, che le è sempre stata alquanto sulle palle. Richiama il capocuoco e gli dice che se le cucinerà anche la principessa con delle salsine così appetitose come con i figli, gli aprirà un ristorante in centro che Cracco si roderà le palle per il resto della sua vita.

Il capocuoco pensa che se ha fatto fessa per due volte quella vecchia stronza, non è detto che gli riesca anche la terza, e poi un ristorante in centro è il sogno della sua vita. Prende il coltellaccio e va dalla princi, deciso a sgozzarla come uno dell’ISIS (previo video da mettere su youtube), ma alla fine la sua anima buona l’ha vinta e al suo posto cucina una giovane cervia.

E tutto si starebbe mettendo per il meglio, se un bel giorno la regina orchessa, facendo footing, non vedesse quelli che pensava di avere mangiato tutti belli felici e contenti che si stanno facendo un selfie davanti alla casa del suo capocuoco.

Incazzata come una biscia, la regina orchessa fa preparare in mezzo alla piazza un enorme vascone pieno di serpenti, coccodrilli, piovre e altre bestie schifose e ordina ai suoi sgherri di buttarci dentro la nuora con i figli, nonché il capocuoco con tutta la famiglia, ma per fortuna in quel momento torna dalla guerra il re, che aveva deciso di abbandonare le operazioni di terra e lasciare sul campo solo i droni.

Che cazzo sta succedendo qui? si chiede, ma prima ancora di ottenere risposta la regina orchessa si getta lei stessa tra le bestie schifose, che se la pappano in un sol boccone.

Fine della storia.

Morale: care fanciulle, chi dorme non piglia pesci e nemmeno marito. E se lo piglia, rischia addirittura di lasciarci le penne, nelle fauci della suocera.

Libera traduzione da “I racconti di mamma oca” di Perrault.

Buonanotte e buona settimana.

26 marzo 2017 Posted by | Libri, Notizie dal mondo fatato | | 44 commenti

Mah…

Uhm…

bibulo2

Clic?

Mah…

prego

 

 

23 febbraio 2017 Posted by | Libri, Storie ordinarie | | 20 commenti

Per non dimenticare

schindlers-listIeri sera ho visto in tv Schindler’s List.

A volte anche la televisione riesce ad avere momenti “alti”, purtroppo sempre meno frequenti.

Nelle settimane scorse, quando stavo a casa in malattia mi sono visto diversi documentari sulla follia nazista; riesco sempre a stupirmi di quanto sia potuto accadere in Europa 70-80 anni fa, a opera non solo di psicopatici, ma anche di “normali padri di famiglia”.

E mi stupisco ancora di più che da settant’anni l’Europa occidentale sia in pace (credo che sia il periodo più lungo).

Mi rigiro tra le mani il libricino (piccolo per dimensioni ma enorme per il contenuto) di Primo Levi, Se questo è un uomo e oggi come allora mi colpiscono i versi introduttivi del testo:

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici

Considerate se questo è un uomo

“Quando vediamo il Male fatto dagli altri – scrive Foa nell’introduzione – dobbiamo combatterlo a viso aperto, ma dobbiamo anche e sempre contrastare in noi stessi ogni tentazione di intolleranza, di disprezzo, di negazione degli altri.”

Ma il Male spesso, si traveste, si spaccia per altro, si nasconde: efficienza, successo, ricchezza, managerialità, modernità… Hai voglia.

Francesco Guccini – Auschwitz

28 gennaio 2017 Posted by | Film, Libri, Politica | , , | 13 commenti

Uccidi il padre

uccidi-il-padreNon avevo mai letto niente di Sandrone Dazieri, anche perché in genere non mi sento molto portato verso i polizieschi italiani contemporanei.

Qualche settimana fa mi sono lasciato prendere da questo libro (sopratutto dal titolo) e l’ho acquistato in edizione flipback.

Se dovessi esprimere un giudizio sintetico da 1 a 10, gli assegnerei un 9+.

Il libro mi ha piacevolmente sorpreso. La trama è intrigante; l’intreccio narrativo è tipico dei romanzi gialli; lo stile è scorrevole; i personaggi sono ben delineati e credibili; i due protagonisti principali, con tutte le loro fobie, risultano anche simpatici. E quando la storia sta per finire, uno dei due commette un errore che comporta un finale al cardiopalma.

Inoltre, il formato flipback consente di portarsi in giro il libro e di proseguirne la lettura anche fuori casa, perché spesso si sente proprio il desiderio di sapere cosa succede nel capitolo successivo.

Questo libro è uscito nel 2014 e fa parte di una trilogia; il secondo volume è uscito l’anno scorso: L’Angelo.

Ampiamente consigliato.

P.S.: domani si torna al lavoro. ‘tacci…

22 gennaio 2017 Posted by | Libri | | 13 commenti

La strana morte del signor Benson

bensonLa strana morte del signor Benson è la prima avventura di Philo Vance, l’investigatore creato da S.S. Van Dine, pseudonimo di Willard Huntington Wright.

Pubblicato nel 1926, segna l’ingresso nella letteratura poliziesca di quello che Augias definisce “il più raffinato e colto degli investigatori”.

Ma Philo Vance non è solo questo; è anche e soprattutto insopportabilmente vanitoso, egocentrico, spocchioso e chi più ne ha più ne metta.

Intuisce chi può essere l’assassino dopo aver visto per cinque minuti la scena del delitto, ma ci mena per il naso per sei giorni e 220 pagine, tanto che il suo amico procuratore Markham, a tre quarti della storia, a un certo punto sbotta: “Sono dannatamente stanco di questo vostro atteggiamento di superiorità. O sapete qualcosa oppure no. Se non sapete niente, fatemi il favore di rinunciare a questi toni saccenti. Se sapete qualcosa, dovete dirmelo.

Ma il metodo d’indagine di Vance è completamente diverso da quello della polizia. Lo spiega lui stesso chiaramente: “La verità può essere raggiunta solo attraverso un’analisi dei fattori psicologici implicati in un crimine e riferiti al singolo individuo. Le sole vere prove sono psicologiche, non materiali.

Obiettivamente, questo libro di S.S. Van Dine mi sembra però un po’ più “datato” delle storie di Sherlock Holmes. Forse sarà perché io ho un debole per quest’ultimo, ma mi sembra che la sua figura sia più “umana” (Augias scrive che il divertimento delle avventure di Vance è assicurato proprio dalla loro scarsa credibilità).

Vorrei proprio vedere Philo Vance a Garlasco; potrebbe anche fare meglio dei RIS.

16 gennaio 2017 Posted by | Libri | | 4 commenti