Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Bartleby lo scrivano

L’ho visto in libreria, ho letto la quarta di copertina, mi ha incuriosito, l’ho comprato e l’ho letto.

E’ un racconto di una cinquantina di pagine, preceduto da una introduzione di una trentina di pagine nella quale non si capisce una mazza e seguito da una serie di lettere di Melville e una raccolta di interpretazioni del racconto succedutesi in questi ultimi cent’anni.

Il racconto è uscito nel 1853, due anni dopo di Moby Dick, che fu un fiasco colossale.

Passano altri due anni e Melville, insuccesso dopo insuccesso, non viene più considerato uno scrittore, anche se continua a produrre opere di altissimo livello.

Ma chi è Bartleby?

Bartleby è uno scrivano.

E che fa di così strano per scriverci su un racconto?

Si rifiuta di scrivere.

E non solo di scrivere; si rifiuta di svolgere qualsiasi funzione che possa anche lontanamente assomigliare a un lavoro (un po’ tipo Salvini, insomma). Si piazza nell’ufficio dell’avvocato suo datore di lavoro e se ne sta lì, a osservare un muro.

Se gli chiedono qualcosa, risponde sempre allo stesso modo: “Avrei preferenza di no“.

Non esce mai, non parla con nessuno, rimane chiuso nel suo bugigattolo anche quando il suo datore di lavoro, esasperato, trasloca.

Alla fine finisce in carcere, si rifiuta di mangiare e si lascia morire.

Terminata la lettura mi sono ovviamente chiesto quale fosse il senso del racconto.

Cerca e ricerca, alla fine mi sono detto che forse dovevo cercarlo in me stesso, in quello che mi aveva lasciato.

Bartleby è persona mite, parca, umile, inespugnabile, che non si ribella a quello che gli capita, ma che è estremamente determinata a mantenere la sua (inspiegabile) posizione: è la coerenza fatta persona.

Lascia dietro di sé un mistero che si insinua nel lettore, che se lo porterà dietro per un bel po’ di tempo.

In fondo, la letteratura è anche questo.

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29 luglio 2019 Posted by | Libri | , | 3 commenti

Spazio e mente

Due cose attirano la mia attenzione in questo periodo.

Una è lo spazio, inteso come universo: quando e come è iniziato? Dove finisce? No, non finisce, si espande continuamente a una velocità inimmaginabile. Ma al di là cosa c’è? Niente, perché non c’è spazio, non c’è tempo, non c’è un c…avolo!

La seconda cosa che mi ha sempre affascinato è la mente, anzi, il cervello, perché le due cose partivano da due piani diversi. Ma mica i cervelli normali, no. Mi attirano i cervelli un po’ bacati, quelli che fanno cose strane (sarà perché pure io sono un po’ bacato?).

Così qualche giorno fa, bighellonando in libreria all’Ipercoop di Modena (che ci stavi a fare all’ipercoop di Modena? vi chiederete voi. Cavolacci miei) mi sono imbattuto in questo libro e l’ho comprato.

Al momento ho letto soltanto qualche decina di pagine, ma ho scoperto una cosa interessante: in psichiatria ha preso sempre maggiore importanza il concetto di quantità, cioè la considerazione che esiste una continuità tra i segni iniziali di un disagio e la malattia mentale.

Per esempio: l’ansia è una percezione che scatta quando si devono affrontare situazioni nuove. L’ansia attiva l’attenzione e le capacità mentali. Il battito del cuore accelera per fornire più energia ai tessuti. Si tratta di un’ansia buona, ma se aumenta in maniera sconsiderata diventa angoscia e allora si sprofonda in un tunnel nel quale manca il respiro, la mentre si blocca, si rimane immobili, incapaci di qualsiasi pensiero o azione.

Quindi, cos’è il disturbo mentale? E’ un’alterazione quantitativa di una caratteristica propria della mente, che non è più in equilibrio con le altre.

Almeno così credo di avere capito.

Buona settimana.

7 luglio 2019 Posted by | Libri, Un po' di me | , | 3 commenti

Una questione privata

Avevo letto commenti lusinghieri su questo libro, tanto lusinghieri da farmi quasi vergognare di non averlo letto prima.

E allora l’ho letto, e l’ho finito stamattina, prima della mia uscita in bici (praticamente la prima della stagione, sperando che il bel tempo resista).

Forse non l’ho del tutto capito, ma a me non ha fatto quella gran impressione che mi avevano anticipato.

E’ scritto bene ed è anche abbastanza coinvolgente, ma manca il finale. Alcuni sostengono che effettivamente sia incompiuto, ma già lo stesso fatto che si discuta se il finale sia completo oppure no la dice lunga.

Forse quando è uscito, nel 1963, avrà fatto discutere, perché Fenoglio racconta la resistenza da una prospettiva tutta privata, lontano dall’agiografia ancora diffusa. Racconta anche i limiti e i difetti degli uomini della resistenza, ma oggi è diverso: oggi quei limiti li conosciamo, ma ciò nulla toglie all’importanza di quella rivoluzione popolare, una delle poche della storia d’Italia.

 

3 giugno 2019 Posted by | Libri | | 2 commenti

Socrate, Platone e Aristotele

Niente da dire: sono queste le basi della nostra civiltà occidentale.

Non so se siano migliori o peggiori della altre, ma queste abbiamo.

Non c’è cristianesimo che tenga: quando qualcuno starnazza di recupero delle radici cristiane dell’Europa, dice una enorme minchiata.

Il cristianesimo è stato un prodotto della cultura mediorientale, che non a caso si è sviluppato dapprincipio proprio in Medio Oriente e nell’Africa settentrionale. Soltanto in un secondo momento ha trovato terreno fertile a Roma.

Le nostre radici, il nostro modo di ragionare sono nati con questi tre signori; sono nati in quella terra bagnata da tre mari, frantumata in migliaia di isole e ridotta quasi alla fame.

Noi siamo figli loro.

Questo libretto è una “spruzzatina” di conoscenza di queste nostre radici.

Avessi più tempo (aspetto quota 95 per andare in pensione) mi piacerebbe approfondire il loro pensiero, la loro dialettica, i loro litigi, ma devo annegare nelle scartoffie e pertanto devo accontentarmi di queste poche pagine.

Addaveni’ la pensione…

19 maggio 2019 Posted by | Libri | | 4 commenti

Storia di Iqbal

Ho già parlato diverse volte della storia di IQBAL MASIH, il ragazzo pakistano ucciso nel 1995 dove che era diventato il simbolo della lotta allo sfruttamento del lavoro minorile.

Ma sento il bisogno di parlarne ancora, dopo aver letto questo libro.

Mentre leggevo la storia pensavo che sarebbe nostro dovere impedire che nel mondo vi siano altri bambini come Iqbal, costretti a lavorare in condizioni proibitive invece di andare a scuola e giocare (e ci sono pure quelli costretti a fare i bambini-soldato).

Ci fu un tempo (parlo degli anni settanta, perché negli anni sessanta ero troppo piccolo e negli anni ottanta era già troppo tardi) in cui quelli come me speravano di poter cambiare il mondo, o almeno di migliorarlo. Perché non ci dovevano più essere povertà, sfruttamenti, guerre. Anche quando facevamo politica nelle cose di tutti i giorni avevamo sempre questa sorta di afflato mistico, di tensione morale (mica tutti, ovviamente. Gli opportunisti c’erano anche allora).

Ma abbiamo fallito.

Se abbiano fallito gli uomini o le ideologie non lo so. So però che finché ci saranno ricchi troppo ricchi e poveri troppo poveri, ci saranno sempre anche gli Iqbal.

Perché gli Iqbal sono indispensabili per mantenere il nostro tenore di vita, che altrimenti non sarebbe compatibile con il resto del mondo, né dal punto di vista economico, né dal punto di vista ambientale. Noi ormai cosa produciamo? Noi distribuiamo soltanto e consumiamo. Consumiamo molto più di quanto sarebbe nelle nostre possibilità, ma le regole ce le siamo fatti da noi (ce la cantiamo e ce la suoniamo, per essere chiari) e allora il meccanismo regge; traballa, ma finora ha retto, bene o male.

Gli Iqbal non sono un incidente di percorso, non sono una deviazione dalla (nostra) retta via, ne sono parte integrante.

Attenzione però, non è che tutti siamo responsabili alla stessa maniera. E no, troppo comodo. C’è chi di responsabilità ne ha di più e chi ne ha di meno.Quello che differenzia la sinistra dalla destra sta proprio qui: prima cominciamo da quelli che hanno di più.

Alla faccia di chi dice che non c’è più differenza tra sinistra e destra.

Un amore così grande

5 maggio 2019 Posted by | Libri | | 1 commento

1956 L’anno spartiacque

Luciano Canfora riesce a narrare la storia come se fosse un grandioso romanzo.

Riesce a legare i fatti accaduti nello stesso periodo.

Riesce a raccontare gli antefatti.

Riesce a evitare quelle noiose e destabilizzanti note a piè di pagina, inserendo i richiami agli altri libri nel ragionamento.

Questo agile testo racconta quanto accaduto nel 1956, anno spartiacque non solo in Europa.

Tre fatti soprattutto sono accaduti: il XX congresso del Partito comunista dell’URSS, con il cosiddetto “rapporto segreto” di Krusciov che avvia la “destalinizzazione”; la rivolta in Ungheria con l’intervento delle truppe del Patto di Varsavia (ma in realtà solamente russe) per reprimerla;  la nazionalizzazione del Canale di Suez da parte dell’Egitto di Nasser, con il conseguente intervento militare di Israele prima e di Francia e Gran Bretagna dopo.

Racconta come sono stati vissuti questi avvenimenti in Europa e in Italia, soprattutto nel PCI.

Viene un po’ di nostalgia a leggere di quando (mezzo secolo fa) c’erano ancora i partiti con i relativi dirigenti (Togliatti, Nenni), ci si divideva anche su questioni ideologiche, il mondo era ancora diviso in due blocchi. Si era da poco usciti da una terribile guerra mondiale e i rischi di un altro conflitto non erano certamente spariti. C’erano ancora le potenze coloniali europee (Francia in primis) e mi viene difficile pensare con quali categorie mentali ragionassimo nei decenni immediatamente successivi, gli anni settanta e ottanta, prima della caduta del muro di Berlino.

E mi rendo conto che gli anni della mia giovinezza sono già storia!

Mamma mia…

P.S.: una cosa ho scoperto che mi era completamente sconosciuta e che vorrei approfondire. Il 29 ottobre 1956 le truppe israeliane attaccano a sorpresa l’Egitto e invadono la penisola del Sinai, puntando sul Canale di Suez. Oggi si sa che il suggerimento all’offensiva venne da Francia e Inghilterra, che il giorno dopo intervennero direttamente con le loro truppe. In questo contesto il governo francese propose all’Inghilterra una unione statale, cioè la formazione di un unico stato. La proposta fu respinta dagli inglesi, ma rimane una prospettiva fuori dall’ordinario. Chissà quale sarebbe stata la capitale…

2 maggio 2019 Posted by | Libri | , | 4 commenti

Hollywood in subbuglio

Ellery Queen (pseudonimo dei cugini Dannay e Lee) era uno dei miei autori preferiti di gialli all’epoca (è proprio il caso di chiamarla così) della mia adolescenza.

Allora c’erano i Gialli Mondadori e i Classici del Giallo e quelli di Ellery Queen figuravano spesso tra i secondi.

Visto che sono in periodo di rimembranze, ho scelto questo libro per tenermi compagnia durante questa Pasqua di assoluto riposo: letture e dormite.

E’ il classico poliziesco ben scritto, dove i protagonisti sono ben delineati e la soluzione si concentra nelle ultime 15 di 200 pagine.

Dove i colpi di scena sono ben dosati, senza esagerazioni, e il protagonista entra nelle diverse situazioni quasi in punta di piedi.

Ed è anche una storia nella quale il colpevole, pur essendo tale, non rappresenta il male assoluto, anzi, è migliore dell’assassinato (è una caratteristica che ho trovato anche in alcune storie di Sherlock Holmes).

Una gradevole compagnia pasquale, insomma, per prepararsi per il ritorno al lavoro di domani.

P.S.: la Buona Pasqua in ritardo vale lo stesso?

 

22 aprile 2019 Posted by | Libri | | 5 commenti

Orgoglio e pregiudizio

Pur sembrando un romanzetto “leggero leggero”, questo libro di Jane Austen mi ha intrigato fin dall’inizio e proseguendo nella lettura mi sono accorto che è uno di quei libri da rileggere, per apprezzarne appieno tutte le sfumature (quando sarò un vecchietto pensionato non ancora rincoglionito lo farò sicuramente).

Per il modo com’è scritto, per la costruzione dei personaggi, per i dialoghi, per le descrizioni dei luoghi.

Orgoglio e pregiudizio è un romanzo piacevole, a tratti spiritoso.

Prendiamo per esempio come Elisabeth (la protagonista del romanzo) liquida un suo spasimante particolarmente asfissiante.

Era ormai assolutamente necessario interromperlo.

– Voi siete troppo frettoloso, signore – esclamò lei. – Dimenticate che non vi ho dato alcuna risposta. Permettetemi di farlo senza altro indugio. Accettate i miei ringraziamenti per il complimento che mi fate. Comprendo l’onore della vostra proposta, ma mi è assolutamente impossibile fare altro, se non declinarla.

Ma lui insiste e allora lei replica.

– In fede mia, signore, – esclamò Elisabeth, – la vostra speranza è davvero straordinaria, dopo quanto vi ho detto. Sono molto seria nel rifiutarvi. Voi non mi rendereste felice e sono persuasa di essere l’ultima donna al mondo che potrebbe rendere felice voi.

Pensate che lui abbia capito e che finalmente desista? Certo che no, anzi, pensa che lei scherzi e allora Elisabeth è costretta a una controffensiva.

– Ma insomma, signor Collins – esclamò Elisabeth un po’ accalorata, – mi imbarazzate moltissimo! Se quello che ho detto fino ad ora può sembrarvi un incoraggiamento, non so come esprimere il mio rifiuto in modo da convincervi che si tratta veramente di un rifiuto.

Elisabeth è forse un po’ l’autoritratto della piccola Jane, che scrisse questo romanzo all’età di ventun anni e ne aspettò ben sedici prima che fosse pubblicato, nel 1813, temendo che fosse “un po’ troppo leggero, e brillante, e spumeggiante…

Ed è fin dalle prime pagine che ho provato uno spontaneo moto di simpatia verso l’autrice e i personaggi che ha creato in questa deliziosa storia.

16 aprile 2019 Posted by | Libri | | 8 commenti

La memoria rende liberi

Adoro, ammiro e rispetto profondamente Liliana Segre.

La sua forza tranquilla, la sua semplicità e chiarezza nel raccontare, la sua lucidità nel ricordare i momenti più terribili della sua esistenza e contemporaneamente i più belli, come quelli legati al papà.

Nata nel 1930, nel 1938 ha subito le leggi razziali (“Il 15 settembre 1938 ho smesso di essere una bambina come le altre“), che l’hanno allontanata dalla scuola e progressivamente dalle cose della vita, finché nel 1943 viene arrestata dopo un tentativo di espatrio in Svizzera e l’anno successivo viene deportata con il papà ad Auschwitz-Birkenau, con un viaggio in treno di una settimana.

Arrivata lì, è stata separata dal papà, che non ha più rivisto ed è stata una delle poche a sopravvivere all’infermo del campo di sterminio (non si chiama campo di concentramento, si chiama proprio campo di sterminio).

E quando è tornata in Italia si è accorta che nessuno voleva sentire la sua storia e lei non aveva voglia di raccontarla e ha attraversato gli anni bui della depressione, fino a prendere coscienza della sua vita (“Ho provato, con silenzio, a dimenticare di essere ebrea, ma oggi so che non è possibile. Non si può smettere di essere ebrei“).

Liliana Segre, come (purtroppo) pochi altri fa parte di quella coscienza collettiva che sta scomparendo.

Quella coscienza che ci dice che il motto “italiani brava gente” è una stronzata, perché ne abbiamo combinate di cotte e di crude (da ultima, proprio l’invenzione del fascismo, mica ciufoli).

Me lo sono letto tutto nella giornata di oggi questo libro, perché non sono riuscito a staccarmene (se non per cucinare due linguine con cozze e vongole, ma proprio per tacitare lo stomaco, ecco).

Dieci euro ben spesi (i diritti d’autore di Liliana Segre sono devoluti alla Onlus Opera San Francesco per i poveri).

 

14 aprile 2019 Posted by | Libri | | 2 commenti

Naufraghi senza volto

I loro morti come i nostri è il titolo di un capitolo di questo libro, balzato agli onori delle cronache per quella notizia del ritrovamento di una pagella cucita all’interno dei vestiti di un bambino morto annegato nell’affondamento del barcone carico di migranti nell’aprile 2015.

I loro morti come i nostri è un po’ il leitmotiv di tutto il libro.

Quando una persona muore in una disgrazia, chi resta in vita ha diritto di sapere con certezza com’è morto il proprio caro e avere una tomba sulla quale piangere ed elaborare il proprio lutto.

Lo pretendiamo quando i nostri concittadini sono coinvolti in disgrazie in altri Paesi, ma vi sono Paesi che non hanno nemmeno gli occhi per piangere (oppure li hanno, ma li spendono in armamenti per farsi la guerra tra poveri, armamenti che – detto per inciso – vendiamo anche noi). Allora in questo caso è nostro dovere dare un nome a queste persone, rimettere insieme i loro “cocci”, nel caso in cui qualcuno venga da lontano a cercare le loro salme.

A cominciare dal naufragio dell’ottobre 2013,  che coinvolse circa 400 eritrei e dove vennero recuperati 366 cadaveri, fino ad arrivare al naufragio dell’aprile 2015: un barcone che trasportava forse un migliaio di persone, che fu ripescato nell’estate del 2016 e dal quale furono sottoposti ad autopsia 528 vittime, oltre ad altri 325 crani e ossa varie.

Cristina Cattaneo era il medico legale a capo dei tecnici che erano incaricati di “identificare” questi morti, in quell’operazione condotta nella base militare di Melilli, in provincia di Siracusa.

E durante le operazioni di ricomposizione dei cadaveri emersero particolari delle storie dei migranti: chi si era portato la pagella scolastica, chi un sacchettino di terra, chi la tessera della biblioteca o la tessera di donatore di sangue.

Storie di gente che aspirava a una vita migliore, in un mondo migliore.

P.S.: domani importante visita medica, al termine della quale ho già trovato un ristorantino emiliano…

12 marzo 2019 Posted by | Libri | | 1 commento