Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Domani si riprende

Terminate le mie due settimane di vacanze estive (una in luglio e una in agosto), domani siamo pronti per la ripresa lavorativa (parlo al plurale non perché abbia acquisito qualche titolo nobiliare, ma perché mi sento parte del… resto del mondo).

Per una settimana ho cercato di dimenticare completamente il lavoro, e ci sono riuscito: una settimana in montagna, a camminare tra i boschi. Trovare un posto all’ultimo momento non è stato facile (eh… la crisi degli albergatori…) e non è stato facile nemmeno arrivare sul posto, con l’autostrada intasata, per non parlare del ritorno (eh… questo green pass che uccide l’economia…).

Quello che non ho potuto mettere da parte sono le immagini devastanti che arrivano dall’Afghanistan.

Chi ha provocato tutto ‘sto casino non sarebbe nemmeno degno di amministrare un condominio, altroché debellare il terrorismo internazionale!

Abbiamo invaso un Paese per vent’anni per poi lasciarlo nelle stesse mani di coloro che abbiamo cacciato vent’anni fa?

Se non fosse vero, ci sarebbe da ridere.

Ma noi siamo la parte buona del mondo e quindi ci è concesso tutto.

Uno di questi giorni sarà interessante ricostruire la storia dell’islamismo e capire quand’è e per merito di chi hanno preso piede le correnti più estremiste (come del resto mi sembra stia avvenendo anche nel cattolicesimo e nell’ebraismo).

Perché da un estremista ideologico puoi anche difenderti, ma da un estremista religioso non c’è difesa che tenga.

Giordano Bruno docet.

22 agosto 2021 Posted by | Storie ordinarie, Vita lavorativa | | 2 commenti

10 aprile 2020

Il 10 aprile 2020 – me lo ricordo bene – cadde di venerdì.

L’Italia era piegata dal coronavirus, con una media di quasi 600 morti al giorno.

Non c’erano cure, le strutture sanitarie erano al collasso.

Non c’erano dispositivi di protezione individuale; le poche mascherine che si riusciva a reperire venivano riservate ai sanitari, che affrontavano il virus armati per lo più di coraggio e buona volontà.

La paura dilagava e l’unica risposta sembrava essere quella di chiudersi in casa.

Le attività economiche erano ferme, le strade deserte, il lockdown era totale.

Quel venerdì pomeriggio io presi l’auto e, munito di autocertificazione, mi recai presso la centrale elettronucleare di Caorso.

Qualche giorno prima avevo letto sul giornale locale che la società che gestisce la dismissione dell’impianto aveva donato all’ASL una fornitura di tute protettive. Allora avevo inviato una mail, chiedendo se potevano fare la stessa cosa anche con la mia azienda. Mi risposero affermativamente, a patto che fossimo andarti noi a ritirarle e così quel venerdì pomeriggio mi imbarcai per l’autostrada, diretto verso il paese della bassa.

Superati i controlli, mi riempirono il bagagliaio di preziose tute protettive, che sarebbero servite per gli operatori più esposti al rischio.

Ricordo ancora le chiacchiere con la persona che mi aveva aiutato a caricare il materiale in auto: era interessato a sapere come stavamo affrontando l’epidemia. Sentivo una sorta di spirito di solidarietà che poche volte avrei sentito in futuro.

E’ stato un periodo molto difficile. L’esposizione al rischio è stata enorme. Il lavoro era convulso, in preda a continue emergenze, qualche settimana sette giorni su sette, senza badare all’orario.

Ora abbiamo più cure, più DPI, abbiamo i vaccini, ma si è perso quello spirito di solidarietà, quel rispetto verso le persone più esposte che c’era un anno fa.

Oggi ci sono i coglioni che vanno in piazza a gridare che vogliono riaprire.

Perché li chiamo coglioni?

Ve lo spiego nel prossimo post.

Foreign affair

10 aprile 2021 Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie, Vita lavorativa | | 8 commenti

Fare autocritica

Mi capita ovviamente di avere a che fare con diverse persone sul luogo di lavoro.

Mi capita anche, con queste persone, di affrontare situazioni problematiche, che le riguardano più o meno direttamente.

Ho notato che molto spesso la gente manca completamente di senso autocritico, anche minimo.

Cioè, la colpa è sempre degli altri. Loro non hanno alcuna responsabilità. Se si sono trovate in difficoltà, non è che si chiedono il perché, forse perché prima hanno fatto tabula rasa dei loro collaboratori e al momento del bisogno si trovano soli.

Poi ovviamente se non le aiuti se la prendono anche con te e ti mettono nel calderone delle persone che hanno impedito o reso difficile i loro successi personali. E quindi ovviamente fanno le vittime, magari anche sui social, e quelli che non conoscono la situazione mettono i like e se la prendono con i cattivacci che non hanno compreso i loro meriti.

Ora, io non dico di fare le autocritiche di staliniana memoria, ma prima di partire in quarta dando la colpa agli altri, uno non potrebbe chiedersi: ma io sono proprio stato immune da errori? Ho fatto proprio per bene tutto quello che potevo, dovevo, sapevo fare?

Ecco, forse qualcuna di queste domande sarebbe opportuno farsela ogni tanto, invece di spargere lacrime sul destino cinico e baro.

21 gennaio 2021 Posted by | Vita lavorativa | | 8 commenti

Senza cognizione

C’ho a che fare con una persona senza cognizione.

Cognizione nel senso di consapevolezza delle cose con le quali si ha a che fare, dei problemi da risolvere, delle persone con le quali si hanno rapporti.

Il fatto è che questa persona ha la stessa capacità dei cretini: ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.

E’ veramente difficile affrontarla.

In questo week end mi devo preparare, perché lunedì ho intenzione di stringerlo nella morsa della responsabilità, ma non so se ci riuscirò.

Cercasi manuali adatti.

Imagine

 

5 dicembre 2020 Posted by | Questa poi..., Vita lavorativa | , | 2 commenti

La stecca

Chi ha fatto il militare saprà cos’è la stecca.

In sostanza, un metodo per contare i giorni che mancavano al congedo (segnandoli virtualmente appunto su un bastone o qualcosa di simile).

Ecco, io sto facendo la stecca sul lavoro, contando i giorni che mancano alla scadenza del mio incarico di direttore.

Già, perché nel caso in cui mi venga riproposto l’incarico per altri cinque anni (che sarebbero gli ultimi della mia vita lavorativa, se tutto va bene), la mia intenzione è quella di rifiutarlo.

I mesi della gestione Covid-19 sono stati molto duri: personale decimato dalle malattie; dispositivi di protezione da centellinare come se fossero oro colato; rapporti interni ed esterni problematici.

Terminata la fase più pesante dell’emergenza, si tratta ora di recuperare il tempo perduto, ma non è facile.

C’è chi sostiene che dovrei utilizzare la mia posizione di forza per chiedere un sostanzioso aumento di stipendio, come se i soldi potessero ripagare il tempo passato in ufficio, che è come minimo di dieci ore giornaliere.

Avrei voglia di trascorrere con calma gli ultimi anni di lavoro, di dedicarmi alle mie letture, di riprendere a scrivere, di incrementare i viaggi in bicicletta. Insomma, di fare tutte quelle cose che adesso o non riesco a fare oppure devo fare i salti mortali per farle.

E poi ci sono cose che i soldi non possono pagare, anche se fossero tanti.

Vedremo come finirà.

Tears for Fears – Woman in Chains

16 luglio 2020 Posted by | Vita lavorativa | | 8 commenti

Perché non chiedono mai il perché?

In ufficio abbiamo alcune persone “nuove” (nel senso di neo assunte) e alcune persone “vecchie” (nel senso di anzianità di servizio).

Entrambe le categorie sono però accomunate da una caratteristica comune: a volte chiedono come si fa una cosa per loro nuova, ma sembrano sempre fermarsi alla superficie.

In altre parole, non chiedono il perché si fa in quel dato modo.

Quindi, quando capita un altro caso simile, tornano a chiedere come si fa, perché non hanno imparato la regola che sta alla base.

Io cerco sempre di spiegare il perché, ma loro non sembrano interessate.

Quando facciamo formazione, alla fine chiedo se è tutto chiaro e rispondono di sì. Poi capita il problema da risolvere e compiono delle acrobazie che manco al circo si vedono e perdono un sacco di tempo perché non ricordano più come si fanno le cose e vanno in archivio a cercare documenti che magari hanno sotto il naso.

Che si fa in questi casi?

Si prende atto della situazione e si mettono da parte gli obiettivi di miglioramento professionale.

Per forza.

 

2 dicembre 2019 Posted by | Storie ordinarie, Vita lavorativa | | 5 commenti

Anonimus

Qualche giorno fa in ufficio mi è giunta una lettera anonima.

Da quando ricopro il mio incarico, è la prima volta che accade, anche se so che in passato vi sono stati altri casi simili.

Ho dato disposizioni di registrarla e di salvarla in una cartella riservata a me soltanto.

Domani dovrò affrontare anche questa ennesima scocciatura.

La lettera contiene una “soffiata” relativamente a qualcosa che sarebbe stato detto e/o fatto.

Il problema è che se fosse vero quello che c’è scritto, si tratterebbe di un reato bell’e buono.

Viceversa, se non fosse vero la lettera sarebbe la prova (non la prima) di un clima molto deteriorato in un reparto aziendale.

Domani sentirò il nostro legale, per sapere cosa mi consiglia.

Poi deciderò.

E sticazzi vogliamo dirlo?

1 dicembre 2019 Posted by | Vita lavorativa | | 17 commenti

Sto qui…

… anche se non appaio.

Sono periodi convulsi, complicati questi.

Il caldo non molla.

Due settimane fa ho fatto due uscite ravvicinate in bici e poi sono stato chiuso in casa per due giorni con la febbre a 39 e la diarrea (e non dite: riguardati alla tua età!).

Manco il lavoro molla.

Dalla seconda metà di luglio dovrebbe rallentare, permettendomi di fare qualche settimana di ferie.

E poi c’è tutto il contorno che non gira…

Ma quando c’è la salute…

P.S.: comunque mi sono comprato la mautan baic!

2 luglio 2019 Posted by | Salute, Storie ordinarie, Un po' di me, Vita lavorativa | , , , | 8 commenti

Il (mio) potere

Ci sono diversi modi per utilizzare il potere.

Uno (quello più diffuso) è il classico fondato sull’arroganza, ben ritratto dalla famosa scena del film Il Marchese del Grillo con Alberto Sordi: io so’ io e voi non siete un cazzo.

A me gli arroganti, gli affaristi, i cialtroni non mi sono mai piaciuti (“mi” rafforzativo).

Quando ne ho la possibilità, mi piace utilizzare il mio (poco) potere per semplificare la vita delle persone, non per ingarbugliarla.

Così ho fatto qualche giorno fa, prendendomi la responsabilità di superare le resistenze di un’assicurazione e di una banca (due istituzioni che quando vogliono complicarti la vita, non hanno niente da imparare, da nessuno), per evitare inutili lungaggini a una nostra dipendente.

Ma ti prendi tu la responsabilità?” mi ha chiesto una mia collega, sgranando gli occhi.

Certo che me la prendo io. – ho risposto – Vai tranquilla.

Ovviamente il tutto si è concluso positivamente.

Sotto la mia responsabilità.

Un’Emozione Da Poco

25 aprile 2019 Posted by | Storie ordinarie, Vita lavorativa | | 5 commenti

Settimana impegnativa

Ho di fronte una “due giorni” impegnativa.

Domani mattina, un viaggetto di un centinaio di chilometri (più altri cento di ritorno) per la solita risonanza magnetica di controllo. Pranzetto all’uscita dell’ospedale e poi via al lavoro.

Nel pomeriggio discussione impegnativa con l’amministratore: ci sono un paio di questioni di merito e  di metodo che devo assolutamente chiarire. Il succo del discorso è: chi ci mette la firma e la responsabilità decide, e per quanto mi riguarda non accetto interferenze (rectius: rotture di coglioni).

Martedì di prima mattina altra discussione impegnativa con una collega, responsabile di un settore aziendale importante e che secondo me ha inanellato una serie di comportamenti scorretti. Il succo del discorso è: se ti avessi nominata io, ti avrei già sollevata dall’incarico (e “sollevata dall’incarico” è un eufemismo).

Già, perché queste due discussioni toccano due abitudini/comportamenti che oggi sono molto diffusi ma che a me stanno molto sulle palle.

Il primo comportamento è quello di chi pensa di assumere decisioni fuori dalle proprie competenze, scaricandone la responsabilità su chi effettivamente ce l’ha e ci deve mettere la firma (e la faccia).

Il secondo comportamento è quello di chi gestisce il personale affidatogli come sacchi di patate, dimostrando non solo scarsa capacità, ma anche scarso rispetto degli altri.

Vediamo come va a finire…

Musica!

31 marzo 2019 Posted by | Vita lavorativa | | 6 commenti