Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

La meravigliosa storia di Peter Schlemihl

peterQuesto è un libro che ho trovato per puro caso (ma il caso, le coincidenze, esistono veramente? Oppure sono tracce di percorsi che ci vengono suggeriti e che noi invece il più delle volte ignoriamo? Vi sarebbe una letteratura al riguardo, quanto vasta non lo so).

Adelbert von Chamisso è stato uno scrittore e botanico tedesco di origini francesi, vissuto a cavallo tra il settecento e l’ottocento.

Nel 1813 ha scritto questa novella, tradotta in diverse lingue e che pare abbia avuto un discreto successo.

Narra di un uomo che vende la propria ombra al diavolo, in cambio di ricchezza.

Ma un uomo senza ombra viene dapprima deriso, poi cacciato da tutti; non viene accettato ed è costretto a nascondersi. Tenta di riaverla indietro, ma il diavolo gli propone di riacquistarsela, in cambio della sua anima.

Il povero Peter non accetta e dopo varie sofferenze, troverà finalmente la pace e la tranquillità.

Evidenti sono gli spunti autobiografici nel libro, che mi ha incuriosito perché quello dell’ombra è il tema di un racconto che pubblicai anni fa in una raccolta uscita presso un editore capitolino. Nel mio caso l’ombra però era…

24 gennaio 2016 Posted by | Libri, Racconti | , | 9 commenti

Telchì!

Il cerchio capovolto – volume 2

(Rino – una canzone…)

11 dicembre 2011 Posted by | Libri, Racconti | , | 24 commenti

Clic

Clic – apri programma

Quand’è che ti decidi a scaricare un nuovo programma di posta elettronica? Dici sempre che questo non ti piace…

Clic – contatti – Nome/Punto/Cognome/Chiocciola/Nomeeditore/Punto/It

Dietro a questo nome ci sta quella che leggerà il tuo manoscritto, domani o dopodomani. Mentre stai lavorando, sommerso dalle scartoffie. O mentre stai giocando al gioco dell’oca con la piccolina.

Chissà se riderà. Forse ti chiederà di cambiare/aggiustare/limare/togliere/aggiungere…

Sei abbastanza soddisfatto del lavoro che hai portato a termine in questi tre giorni che sei rimasto chiuso in casa, vero?

Giornate produttive, anche ieri, che sei dovuto stare quasi tutto il giorno sulle capre. Detta così sembra una cosa un po’ “strana”, ma sono soltanto le protagoniste di uno dei tuoi racconti.

Clic – allega file

Accertati che sia proprio la versione giusta, eh?

Sì sì, è proprio lei.

Già te lo senti in mano il tuo libro, eh? Immagini i commenti. La presentazione.

Forse la sala sarà vuota, o forse no.

Forse non venderà nemmeno una copia. O forse ti scriveranno che stanno preparando la terza ristampa.

Boh..

Clic – chiedi conferma di lettura

Le darà fastidio? No, in fondo anche loro la chiedono a te.

Era uno dei tuoi obiettivi per il 2011, no? O forse era un sogno?

Quante volte in questi tre giorni ti sei chiesto se sei una persona normale? Ma non si può far a meno dei sogni…

Ti trema un po’ il dito sul mouse, eh?

Forza. No, anzi, coraggio.

Clic – invia

Dimenticavo di dirti una cosa.

Mi piace la tua abitudine di lasciare le luci accese la sera, quando esci di casa. Al rientro, sembra che ci sia qualcuno ad aspettarti.

Anche se non è vero…

16 gennaio 2011 Posted by | Libri, Racconti, sogni, Un po' di me | , , | 39 commenti

Il regalo di natale

Onofrio rientrò a casa tardi quella sera: era abituato a cenare alle otto e rincasò alle sette e mezza. Prima di mettersi a tavola avrebbe dovuto impacchettare i regali, affinché fosse tutto pronto per mezzanotte, come ogni notte di natale che si rispetti.

Appoggiò sul tavolo del salotto gli ultimi regali acquistati proprio quel pomeriggio, unì quelli comprati nei giorni precedenti, le carte da imballo, i nastrini, i biglietti, il nastro adesivo colorato e iniziò il lavoro: si rendeva conto che di anno in anno diventava sempre più difficile scegliere i doni.

Il regalo per la moglie, anzitutto. Lo confezionò in una carta rossa, che quello era pur sempre il colore dell’amore e della passione. Attaccò in un angolo una coccarda altrettanto ardente e scrisse il biglietto.

Poi i regali per la figlia: due, perché si sa, per i giovani bisogna avere un occhio di riguardo e lui per quella che ancora oggi chiamava “la sua piccolina” di attenzioni ne aveva avute sempre tante. Per questi aveva scelto una carta arancione. Avvolse i pacchi con un nastro giallo e ne arricciò le estremità con le forbici, lasciandoli lunghi e penzolanti. Giallo e arancione, i colori della gioia. Per un attimo gli tornò in mente quando alla sua bambina, tanti anni addietro, leggeva la favola “Riccioli d’oro” da quel grande libro che aveva tuttora conservato e lei, seduta al suo fianco, lo stava ad ascoltare sempre con la stessa identica attenzione. Per un attimo Onofrio, sentì gli occhi inumidirsi, ma represse sul nascere quell’improvvido singulto e tirò dritto: prese il biglietto, scrisse quello che doveva e mise da parte i due pacchi.

Poi c’era il regalo per i genitori. Cosa potevano desiderare due persone anziane che nella loro infanzia avevano sofferto la fame e per decenni si erano privati di tante cose per consentire a lui, unico figlio, di studiare e di conquistare un gradino più elevato nella scala sociale? Ovviamente un bel cesto con tante leccornie, quelle golosità che in genere durante l’anno non si comprano mai. Mise assieme le diverse confezioni in una bella carta blu, rinchiudendola con tre stelle adesive gialle, proprio come se si trattasse di un cielo stellato.

Quindi Onofrio iniziò a sistemare i regali per gli amici.

C’era l’album di fumetti per Roberto, che era un maniaco per queste cose.

C’era il romanzo d’amore per Stefania e i guanti per sua figlia Sara, che se ne andava in motorino anche quando le temperature erano sottozero.

C’era il saggio di politica per Bruno e il libro di favole per suo figlio Matteo, nato proprio quest’anno.

C’era il CD musicale per Sandra e il DVD di un film poliziesco per Giulio: a un passo dai cinquant’anni quei due erano ancora fidanzati e tutti gli anni a Natale programmavano il loro matrimonio, salvo poi cambiare idea prima dell’epifania ed essersene completamente scordati entro carnevale.

Per ognuno di questi aveva una carta particolare, un nastro o un fiocco diverso e un biglietto d’auguri con una frase speciale.

Onofrio terminò il lavoro che erano quasi le dieci. Depose i pacchi vicino all’albero di natale e ne accese l’illuminazione, alzò la tapparella della porta-finestra del salotto e lasciò uscire quel segnale intermittente, l’unico messaggio lanciato verso il mondo esterno.

Erano le undici passate quando Onofrio, terminata la cena, si distese sul divano e accese la televisione, aspettando mezzanotte. Spense la luce e la stanza rimase illuminata dallo schermo televisivo e dalle luci intermittenti dell’albero. Le immagini dei soliti programmi e film sdolcinati gli passarono velocemente davanti agli occhi, prima che si addormentasse.

Quella notte Onofrio fece un sogno diverso dalle altre notti di natale.

Non sognò la moglie che se ne era andata tanti anni prima, dicendogli “è meglio che ognuno segua la propria strada”. Se le ricordava bene Onofrio quelle parole e il risentimento che ancora oggi nutriva nei suoi confronti.

Non sognò la figlia, che pian piano si era staccata da lui e con la quale riusciva a malapena, ogni tanto, a parlare al telefono.

Non sognò il padre e la madre, che all’età di quasi novant’anni erano stati sistemati in una casa di riposo e che lui, sentendosi in colpa, non visitava ormai da mesi.

Non sognò gli amici e le amiche che non vedeva da anni, perché li aveva trascurati, ci aveva litigato, non sapeva dove fossero o semplicemente perché da troppo tempo se ne stava chiuso dentro sé stesso.

Quella notte Onofrio fece un sogno magico.

Sognò che a mezzanotte Babbo Natale entrava nel suo salotto e gli lasciava un enorme regalo, tutto per lui.

Si svegliò che erano quasi le otto: le luci dell’albero scintillavano debolmente nel chiarore del mattino e dal televisore continuavano a gracchiare i soliti insulsi personaggi.

Onofrio si lavò, si vestì, fece colazione e poi prese lo scatolone che aveva tenuto da parte, riponendovi dentro con cura tutti i regali. Si diresse verso la stanza in fondo al corridoio, aprì la porta e osservò gli altri scatoloni simili, che contenevano i regali di natale degli ultimi quindici anni. Quelli che nessuno aveva mai ricevuto; quelli che lui non aveva mai avuto il coraggio di donare.

Tornò in salotto e soltanto allora si accorse della porta-finestra socchiusa e della neve che cadeva abbondante. La aprì completamente e uscì sul balcone, respirando l’aria gelida del mattino. Tornò dentro, prese il telefono che ormai suonava sempre più di rado, scorse la rubrica, tirò un profondo respiro e iniziò a chiamare il primo numero: “Pronto Marta? Ciao, sono Onofrio. Auguri. Avrei un regalo da darti.”

La voce dall’altra parte iniziò a parlare, a raccontare, a ridere e a scherzare insieme a lui, come non accadeva da tempo, mentre la neve continuava a cadere.

E mentre Onofrio scartava piano piano il suo regalo di natale, non si chiese mai se avesse visto veramente quelle strane impronte sul suo balcone, che la neve stava ricoprendo sempre più velocemente.

Buon Natale, perché malgrado tutto…

24 dicembre 2010 Posted by | Notizie dal mondo fatato, Racconti, sogni, Storie ordinarie, Un po' di me | , | 16 commenti

Il sogno

Non posso nascondere che io, nella vita, avrei voluto fare tutt’altro lavoro rispetto a quello che svolgo da quasi 25 anni.

Un lavoro più utile, più interessante di quello che è diventato.

Malgrado questo, il mio lavoro l’ho sempre svolto al meglio delle mie possibilità, anche se negli ultimi anni è diventato quasi un inferno.

Sono cosciente che, nella situazione generale, forse sono un privilegiato, ma ciò non toglie che le scartoffie mi stanno facendo morire.

Già, io sto morendo tra le scartoffie. E’ da tempo che lo sento.

Uno dei sogni della mia vita, fin da bambino, è stato quello di fare lo scrittore, di raccontare storie, inventate o meno.

Ma la vita mi ha portato da altre parti, mi ha portato a inventare altre “storie”, molto meno interessanti.

Mi sono dedicato un po’ alla scrittura da quando ho abbandonato la politica. Racconti satirici e umoristici che potessero portare un sorriso, che potessero fare dimenticare, anche soltanto per un attimo, i problemi e i dolori della vita. Mi piacerebbe anche scrivere storie per bambini. Fare interessare un bambino, fargli sgranare gli occhi sarebbe una immensa soddisfazione, ma non è facile.

Poi la vena umoristica si è come esaurita e ha lasciato il posto ad altre tematiche. Poi è sembrata risorgere, rispuntare fuori dai marasmi della vita quotidiana.

Quello di scrivere è rimasto un sogno, fino all’altra sera, quando tra le mail degli ultimi giorni ho trovato quella di un editore. Un editore della capitale, un editore serio, non uno di quelli finti della cosiddetta “editoria a pagamento”, che mi comunicava che era interessato all’eventuale pubblicazione di un mio libro.

Se all’interno della mail non fosse stato citato il titolo del mio libro, avrei pensato a un errore di invio; avrei pensato di ricevere l’indomani un’altra mail di questo tenore: “Ci scusi, ma c’è stato un errore di indirizzo. Il suo manoscritto è una ciofeca, roba da vergognarsi anche soltanto di averlo spedito. Volevamo scrivere a un altro“.

Allora ho risposto. Ho risposto ringraziando dell’attenzione dimostrata al mio manoscritto e che sì, sono interessato a discuterne. E quello – secondo fatto incredibile – mi ha pure risposto, scrivendo che attende di sapere quando posso andare.

So benissimo che sono soltanto ai primi passi, ma so quanto sia difficile entrare nel mondo dell’editoria. So quanto sia importante avere alle spalle un libro vero e proprio, per poterne scrivere e proporre altri. Credo che abbia ragione una delle pochissime persone alle quali l’ho detto: “Se anche ti chiedessero di riscrivere tutto il libro in una settimana, vai in ferie e lavoraci su giorno e notte”.

Forse questa è veramente la mia occasione.

Per portare un po’ di sorrisi.

Forse per raccontare in futuro altre storie.

Sicuramente, per tentare di raggiungere un sogno.

Ora qualche giorno di pausa, poi ci prepariamo alla grande festa di Halloween, la festa delle streghe (cioè delle donne...) e poi cogliamo l’attimo!


22 ottobre 2010 Posted by | Racconti, sogni, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 23 commenti

Stalking (letterario)

Di nuovo tu? Ma cosa vuoi ancora? Sono giorni che mi perseguiti, non ne posso più!

Come dici? Non pensavi di darmi fastidio? Ma se mi ossessioni dalla mattina alla sera; nella pausa pranzo e durante la cena; prima di andare a letto e anche la notte!

Te l’ho già detto che in questi giorni devo lavorare e non posso dedicarmi a te. Ho anch’io la mia vita: devo fare tutte quelle cose che fanno gli uomini normali (credo): cucinare, lavare, stirare… E poi vorrei anche avere una mia vita, se così possiamo dire, “sociale”.

Ma no, non mi sono affatto scordato di te. Ho impresso tutto nella memoria, tranquilla, parola per parola.

Come? Uscire prima dall’ufficio? Scordatelo! Non ci vivo mica io con te. E non ho tempo.

Ora fai pure la gelosa? Dici che ieri ho rivisto quell’altra? Ti posso spiegare.

No no, ora devi starmi a sentire. Te l’ho già detto che con lei è una storia chiusa, finita. L’ho rivista solo un attimo, per mettere a posto alcune cose. Per mettere i puntini sulle i, se proprio vogliamo essere precisi.

Lo so, lo so che sei una delle migliori che mi siano mai capitate. Ti prometto che stasera, dopo cena, mi dedicherò esclusivamente a te. Ora però lasciami in pace.

Come sarebbe a dire che vuoi che renda pubblica la cosa? E come, di grazia?

Come dici? Farti conoscere dagli amici? Sul blog??? Naaaaaaaa……… Però, forse, se la cosa riesce bene, si potrebbe anche fare. Ora però vattene, per favore. Devo pensare alle scartoffie. Ci vediamo stasera.

Io non le sopporto le idee per i racconti, come quest’ultimo.

Il pre-parto è quasi più doloroso del parto, ma i vostri commenti mi hanno sinceramente commosso.

Un grazie a tutte/i.

A chi mi ha ripreso nel proprio blog, a chi si è ispirato per la sua storia, a chi ha letto e commentato, a chi ha soltanto letto e una rassicurazione al Cavalieregironzolone: stavolta è aggratis. Stavolta!

12 ottobre 2010 Posted by | Racconti | , , | 17 commenti

Vabbeh, comunque buon anno con un racconto.

Ho mantenuto la promessa di evitare i buoni propositi di fine/inizio anno.

A pensarci bene, però, anche questo è un proposito, quindi di proposito sono caduto in contraddizione con il mio proposito di non avere propositi?

Boh…

Comunque questo è l’ultimo post del 2009 e lo “infarcisco” con un racconto.

Non ha riscosso il successo che pensavo, però me ne frega poco. A me piace e lo pubblico così come mi è venuto, senza rivisitazioni/ristrutturazioni/rimescolamenti.

IL PRIMO VIAGGIO

Non è molto piacevole essere svegliati all’improvviso nel cuore della notte e ritrovarsi su questo marciapiede ad aspettare l’autobus, con in mano un biglietto di sola andata per chissà dove, senza nemmeno sapere quanto durerà il viaggio. Ma era ovvio che prima o poi questo momento sarebbe arrivato anche per me.

E’ quasi l’alba, le ultime stelle che sono rimaste a tenermi compagnia si stanno spegnendo una alla volta, quando dal fondo della strada spunta un pullman. A dire la verità non sono sicura che sia quello giusto, ma è l’unico che si è visto finora e io sono decisa a salirci sopra; e poi mi piace perché è tutto colorato, sembra un gigantesco giocattolo. Mentre il bus mi sfila davanti lentamente, dai finestrini illuminati posso scorgere gli altri viaggiatori, evidentemente anche loro diretti dalle mie parti. Salgo passando di fianco all’autista, il biglietto bene in vista nella mano e mi siedo in prima fila, così posso scrutare la strada.

Una volta ho sentito dire che si può intuire il carattere di una persona anche dal posto che decide di occupare sui mezzi pubblici. Chi siede davanti dovrebbe sentirsi proiettato verso il futuro, curioso di vedere il cammino che ha di fronte, desideroso di incontrare luoghi e persone nuove. Può darsi che sia così; io invece mi sono seduta qui perché sono timida e non mi andava di sfilare in mezzo agli altri per cercarmi un posto tra quelli ancora liberi, e poi la vicinanza dell’autista mi fa sentire più sicura.

Prima di sedermi ho dato un’occhiata agli altri passeggeri; ci sono bambine e bambini di tutti i colori: bianchi come me, gialli, verdognoli, marroncini di diverse tonalità e perfino qualcuno nero come la pece. Una bella comitiva variopinta, non c’è che dire; alcuni felici ed esultanti, altri con l’espressione inquieta e preoccupata, qualcuno sembra addirittura spaventato.

Nel frattempo l’autobus è ripartito dolcemente, ma alla fermata successiva, benché vi sia qualcuno nell’attesa di salire, l’autista non rallenta e prosegue deciso la sua marcia. E’ una bambina; incrocio il suo sguardo quando le passiamo davanti: è terrorizzata. Che l’autista non l’abbia vista? Impossibile, mi accorgo che la sta osservando dallo specchietto retrovisore, con l’espressione triste. Perché non si è fermato a raccogliere quella bimba? Ora cosa farà tutta sola su quel marciapiede? Passerà un altro autobus? Mi tornano in mente alcune storie che ho sentito raccontare sul posto dove sono diretta: storie bellissime ma anche tremende e quella alla quale ho assistito ora mi sembra proprio una di queste.

Il viaggio prosegue senza intoppi e io mi sto quasi appisolando, quando sento l’autobus rallentare e fermarsi, per fare scendere un bambino. Lo osservo tremante imboccare l’uscita davanti a me e vedo che ci sono due persone ad attenderlo. Il pullman riparte subito e la scena si ripete più volte: chi scende ordinatamente e in silenzio, chi strilla, chi scende assieme ad un altro. In genere c’è sempre qualcuno ad aspettare alla fermata, quasi sempre donne e uomini con il sorriso sulle labbra. Accade raramente che ci sia una persona sola e una volta addirittura non c’era proprio nessuno.

Poi una volta è accaduto un fatto strano. Era un bambino diverso dagli altri quello che doveva scendere: camminava tutto dinoccolato, i piedi disegnavano strani ghirigori nell’aria prima di appoggiarsi a terra e aveva lo sguardo perso nel nulla. L’autista lo ha preso per mano delicatamente, lo ha accompagnato fuori ed è iniziato un acceso battibecco con una donna che si trovava lì vicino; soltanto quando lei si è convinta a prendere in consegna il bimbo l’autista è risalito al suo posto di guida, comprensibilmente contrariato.

Mentre la corsa prosegue e i passeggeri a mano a mano scendono, non mi sento più tanto sicura di me come quando sono salita, sento anzi un tremito crescermi dentro e sono colta da un sacco di dubbi. Sarà proprio questo l’autobus giusto? Sarò in grado di riconoscere la mia fermata? E ci sarà qualcuno ad aspettarmi?

Assorta in simili pensieri, ad un tratto mi accorgo che è ormai tarda mattinata, il sole splende accecante nel cielo e qui oltre a me non è rimasto nessuno. Il pullman imbocca una stradina di campagna e sto per avere una crisi di pianto, quando sento che inizia a rallentare, mentre i battiti del mio cuore accelerano: deve essere proprio il mio turno. Sulla strada scorgo due persone, una donna e un uomo: lei è bellissima e lui sembra un tipo simpatico. Li vedo passare in rassegna i finestrini e fissare i loro sguardi sul mio: che stiano aspettando proprio me?

Quando l’autobus è ormai quasi fermo, vengo colta dal panico. Non voglio uscire, non mi sento pronta, non so cosa mi spetta là fuori, ma è come se una forza invincibile mi spingesse verso l’uscita contro la mia volontà. Passo vicino all’autista che sorride e aprendo la porta mi dice: “Buona fortuna Alessia”.

Dunque deve essere così che mi chiamo, penso, mentre sono quasi risucchiata fuori, spinta in braccio alla donna che, sfoderando un sorriso incantevole, mi ricopre di baci e l’uomo mi accarezza dolcemente la testa.

La paura è sparita. Vorrei salutare l’autista e ringraziarlo per il viaggio; vorrei dirgli che cercherò di fare del mio meglio quaggiù, così quando verrà il momento non avrò paura a sedermi di nuovo accanto a lui per il viaggio di ritorno, ma l’autobus è già ripartito. Rivolgo lo sguardo verso la mamma e il papà e dalla mia bocca riesco a fare uscire soltanto uno stridulo vagito.

Sono nata.

BUON 2010


30 dicembre 2009 Posted by | Racconti, Storie ordinarie | , | 8 commenti

Il mio primo voto

Debbo confessare, non senza imbarazzo, che quello di giugno è stato il mio primo voto. E’ stata, cioè, la prima volta in assoluto che ho esercitato una delle prerogative fondamentali di ogni cittadino, non perché io abbia da poco compiuto diciotto anni (ne ho ben più del doppio ormai, anzi mi sto avvicinando paurosamente al triplo), ma semplicemente perché tutte le altre volte non ci sono mai riuscito. Come mai? Beh, è semplice: a volte ho sbagliato giorno, altre volte sono arrivato troppo tardi, altre volte ancora mi sono semplicemente dimenticato.

tramonto1Stavolta però ce l’ho fatta a varcare la soglia della mia sezione elettorale in tempo, addirittura un paio d’ore prima della chiusura delle operazioni e vorrei raccontare la mia esperienza, allo scopo di mettere in guardia le altre persone.

Sono entrato con passo sicuro nella sezione elettorale salutando tutti, ho presentato deciso la mia tessera elettorale al presidente, ho ritirato la scheda e sono entrato in cabina.

E qui è iniziato il dramma: per chi votare? Avevo seguito da settimane tutti i dibattiti elettorali, letto tutti i depliant che mi hanno intasato la cassetta postale, ma mi è sembrato che tutti dicessero le stesse banali cose: meno tasse, servizi più efficienti, sanità che cura i malati, giustizia giusta, ambiente più pulito, eccetera eccetera. Al massimo cambia l’ordine in cui le dicono, ma comunque sempre di banalità si tratta: chi può volere più tasse, un ambiente sconcio e ospedali dove si uccidono i pazienti?

Ma trovandomi di fronte alla scheda elettorale, mi sono accorto che vi erano anche alcuni seri problemi tecnici per esprimere un voto. Dove la faccio la “X”: sul nome o sul simbolo? E la “X” deve rimanere proprio nei confini del partito che voto, oppure posso allungare un po’ di più una asticella verso un altro partito, tanto per indicare che, se potessi, darei un voto pure a quello? E la preferenza come la scrivo: in maiuscolo o in minuscolo? Oppure in corsivo?

Sono tutti dubbi che mi sono sorti all’ultimo momento, ma non potevo certamente stare lì dentro per ore, dovevo decidermi, mi sono detto. Così ho preso la matita e… un momento. La matita: devo bagnare la punta con la lingua come si faceva a scuola con le matite copiative? No, credo proprio di no, sarebbe ben strano che centinaia di elettori dovessero poggiarvi sopra la lingua, impossibile, con tutte le malattie strane che ci sono in giro…

Ho preso la matita e ho fatto la mia bella “X”. Dopo di che ho ripiegato la scheda, quando sono stato assalito un altro tramonto2dubbio: la scheda dovrebbe essere incollata quando si riconsegna, altrimenti che segretezza c’è per il voto? Dato che non vedevo colla in giro, mi sono convinto che avrei dovuto passare la lingua su di un lembo, ma dopo una, due, tre passate la scheda proprio non voleva saperne di incollarsi. Ho guardato meglio e ho visto che non c’era traccia di colla: o mi hanno dato una scheda difettosa oppure sono io che me la sono leccata via tutta (la colla, ovviamente).

E ora? Che figura ci facevo a consegnare al presidente una scheda tutta bagnata?

Idea: avrei inserito io direttamente la scheda nell’urna.

Sono uscito dalla cabina e mi sono accorto che si era formata una fila di gente che aspettava di votare: forse mi ero trattenuto un po’ troppo. Ho dato una sbirciata all’orologio: venti minuti non sono poi tanti per uno che vota per la prima volta. Ho fatto finta di non vedere la mano del presidente tesa verso di me, mi sono diretto sicuro verso l’urna e ho infilato la scheda. Un attimo prima di aprire le dita e farla scivolare dentro, però, mi è venuto un ripensamento: non era meglio se votavo per quell’altro?

Ma non ho fatto in tempo a riflettere nemmeno per attimo che il presidente ha urlato: “Ma si può sapere che sta facendo?” e così mi sono spaventato e ho mollato la scheda: quel che è fatto è fatto.

Allargando le dita per fare cadere la scheda nell’urna, mi sono accorto che quella dannata carta si era attaccata al mio indice: forse l’avevo bagnata un po’ troppo e si doveva essere formata una specie di colla. Ho scrollato la mano ma quella non voleva saperne di staccarsi.

Il presidente si è avvicinato con aria minacciosa e allora io ho dato uno strattone con la mano e… tragedia: la scheda si è strappata e me n’è rimasto in mano un pezzetto.

Ho visto il presidente alzare le braccia disperato: “Ma che ha combinato? Ha strappato la scheda?

Tutti i componenti del seggio si sono alzati e mi sono venuti incontro, osservando con attenzione la mia mano penzolante sopra l’urna con quel pezzetto di carta tutto bagnato che se ne stava attaccato al mio dito indice.

L’ha strappata! – ha detto uno – Il voto è nullo!

Macché nullo! – è intervenuto un altro – Questo è un voto invalido!

Invalido? E dove sta scritto? Questo è intralcio alle operazioni elettorali! Qui siamo sul penale!” ha sbraitato un altro ancora.

Fermi tutti! – è intervienuto il presidente – Sospendiamo le operazioni. Qui occorre approfondire la situazione. Diamo un’occhiata alle istruzioni.

Io sono rimasto lì con la mano a penzoloni, mentre la gente in attesa ha iniziato a rumoreggiare: “Siamo qui da mezz’ora! Possiamo votare oppure no?” ha detto il primo della fila che si è formata.

Lei stia calmo. Manca più di un’ora alla chiusura del seggio. Tutti voteranno.” ha rassicurato il presidente e si è riunito con gli altri componenti del seggio in un angolo della stanza, iniziando a scartabellare un libro. Leggevano e discutevano e alla fine sono tornati sconsolati verso di me.

Mi dispiace – ha confessato il presidente sconsolato – non ci sono istruzioni per un caso come questo. Lei stia lì e non si muova, dobbiamo chiedere istruzioni all’ufficio elettorale del Comune.

E così il presidente se n’è andato a telefonare, mentre c’erano sono ormai una trentina di persone nervose che tramonto3attendevano di votare. E’ tornato che saranno state le dieci meno un quarto, ancora più sconsolato.

In Comune non hanno idea di cosa fare. Hanno chiamato la Prefettura.

Uno scrutatore ha contato le persone che erano in fila: cinquantotto.

Tutti quelli che sono all’interno del seggio prima della chiusura potranno votare anche dopo le dieci!” ha urlato il presidente e così tutti si sono accalcati nella stanza, il che non ha contribuito a calmare gli animi.

Alle dieci precise è stata chiusa la porta della sezione e si sono contati gli elettori in fila: sessantasette. Una signora teneva in braccio un bimbo piccolo che ad un certo punto ha fatto la cacca, diffondendo nell’aria una puzza terrificante.

Alle dieci e venti il presidente è stato chiamato al telefono. Quando è torna era quasi sull’orlo della disperazione: “La Prefettura non sa dare istruzioni. Hanno fatto un quesito al Ministero.

In quel momento ho sentito diversi sguardi minacciosi su di me, ma non mi sono voltato verso le altre persone.

Lei stia fermo e non molli quel pezzetto di scheda, mi raccomando.” mi ha ordinato minaccioso il presidente.

La signora con il bimbo piccolo ha chiesto di poter uscire per cambiarlo, ma il presidente non le ha dato il permesso: “Non si può uscire. Nessuno può uscire. Si potrebbe venire a conoscenza degli exit-pool e questo potrebbe influenzare chi deve ancora votare.

La signora ha quindi appoggiato il bimbo sul tavolo, dove è stato allestito un fasciatoio volante e ha iniziato le operazioni di pulizia, provocando rischi di svenimento alle persone più vicine. Un poliziotto è stato poi incaricato di portare all’esterno il pannolino sporco, tenendolo a prudente distanza dal naso.

Erano ormai le undici e mezza quando è arrivata la risposta del Ministero. Il presidente l’ha leyya ad alta voce: “In riferimento al quesito formulato da codesta spettabile Prefettura, si ritiene che, in analogia con la fattispecie prevista dalla circolare n° 6175/99/an del 15/04/1967, la scheda in questione possa definirsi nulla. Tale ipotesi è da tenere ben distinta da quella del voto nullo, che presuppone l’apertura e lo scrutinio della scheda stessa, ipotesi che occorre evitare assolutamente per non incorrere nelle severe sanzioni previste dalla normativa vigente in materia di tutela della segretezza del voto. Questo Ministero emanerà quindi a breve le disposizioni operative relative al procedimento da seguire in riferimento al lembo di scheda rimasto attaccato alle mani dell’elettore. Nel frattempo, siamo a raccomandare la prosecuzione della sospensione delle operazioni elettorali. In particolare si sottolinea l’assoluta necessità di evitare qualsiasi contatto con l’esterno da parte degli elettori presenti nel seggio elettorale e quindi il sequestro di qualsiasi strumento che possa favorirlo, quali telefonini, videotelefoni, computer portatili, palmari, fax e ricetrasmittenti di qualsiasi marca e modello, compresi i cosiddetti “interfono” per udire i vagiti e/o piagnucolii dei neonati.

Ho sentito la gente rumoreggiare e volevo mostrarmi dispiaciuto, quando il presidente è scattato: “Avete sentito che ha detto il Ministero?” e ha chiamato le forze dell’ordine che in breve tempo hanno raccolto settantadue cellulari più il telefono giocattolo bel bimbo, il quale si è messo a piangere di brutto fin quando, dopo un rapido consulto con la Prefettura, non gli è stato restituito.

Finalmente verso l’una sono arrivate le ulteriori istruzioni del Ministero, che il presidente ha letto attentamente: “In riferimento al quesito formulato da codesta spettabile Prefettura, già oggetto per una parte di precedente circolare, si fa presente che delle modalità esatte che hanno portato allo strappo della scheda elettorale in questione dovrà essere redatto apposito verbale da parte dei componenti il seggio elettorale. Il lembo di scheda dovrà essere timbrato e sottoscritto da tutti i componenti il seggio e inserito, insieme al verbale, nella busta 127/H68, che dovrà essere opportunamente sigillata. Soltanto dopo tali operazioni potranno riprendere le normali operazioni di voto.

alba di sardegnaMa non è possibile! – si è messo a urlare qualcuno dal fondo della stanza.

Signori prego, ancora un poco di pazienza. – è il presidente che ha parlato – Ora vedremo di riprendere le normali operazioni di voto.

La redazione del verbale è durata quasi un’ora e mezza, perché a un certo punto due scrutatori hanno iniziato a litigare circa le modalità esatte dello strappo: è stato doloso o colposo? Alla fine il presidente ha trovato un compromesso e nel verbale è stato scritto che “i componenti del seggio constatavano che il lembo di scheda rimasto attaccato all’indice della mano destra dell’elettore era inspiegabilmente umido. Escludendo trattarsi di sudorazione dell’elettore stesso, si ritiene che la scheda possa essersi bagnata venendo a contatto con un elemento liquido al momento indefinibile, ma sicuramente con forti caratteristiche acquose, sul quale il seggio elettorale non si esprime, ma del quale si reputa opportuno un esame chimico da parte delle competenti autorità”.

Avessero saputo…

Alle tre di notte gli elettori sono stati invitati a votare e nel giro di un’ora tutti hanno compiuto il loro faticoso dovere, uscendo dal seggio bisbigliando oscure minacce nei miei confronti.

A quel punto rimaneva soltanto da timbrare e vidimare il lembo di scheda che avevo strappato, ma come si poteva fare, con quel lembo di carta di un centimetro quadrato scarso?

Nel frattempo, io stavo sempre lì con il pezzettino di carta attaccato al dito, ma il caldo della stanza deve averlo fatto asciugare, perché a un certo punto si è staccato e si è messo a svolazzare lentamente verso il pavimento, sotto lo sguardo attonito di tutti i presenti. E’ stato a quel punto che un funzionario comunale, evidentemente preoccupato per la lungaggine delle operazioni, ha spalancato la porta e un improvviso colpo di vento ha spinto via il pezzettino di carta. Subito due scrutatori si sono lanciati al suo inseguimento, ma intralciandosi a vicenda non hanno potuto impedire che quest’ultimo si incastrasse dietro al termosifone.

Inutili sono stati i tentativi di recuperarlo, per cui verso le quattro e un quarto si è deciso di chiamare il servizio di pronto intervento del Comune, che è arrivato alle cinque.

E’ stato smontato il termosifone e tra polvere, cartacce, bucce di mandarino rinsecchite e un paio di figurine di calciatori è stato recuperato l’infernale brandello cartaceo, che è stato immediatamente timbrato e riposto nella busta indicata dal Ministero.

Finalmente, verso le sei e un quarto sono potute iniziare le operazioni di spoglio e io sono stato rilasciato.

Nell’uscire dalla stanza, ho salutato cordialmente tutti quanti, chiedendo: “Ma è vero che tra 15 giorni c’è il ballottaggio?

Chissà perché nessuno mi ha risposto…

25 agosto 2009 Posted by | Racconti, Storie ordinarie | | 8 commenti

Primo progetto: riuscito.

Il primo dei miei progetti letterari

https://aquilanonvedente.wordpress.com/2009/04/04/progetti-letterari/

libro

è riuscito: il racconto verrà inserito nell’antologia in uscita a fine mese.

Ora possono partire il secondo e il terzo progetto.

L’importante è non farsi prendere dalla fregola.

(Il termine “fregola” ha vari significati, ma è meglio evitarli tutti… A eccezione di quello culinario, che altrimenti la mia amica melania si inc…).

P.S.: chi volesse saperne di più, mi scriva pure in privè.

2° P.S.: chiedo umilmente perdono a chiunque abbia letto questo post, ma per una buona mezz’ora è apparsa una “d eufonica” che ho provveduto a cancellare immediatamente. Lo so, non ho scusanti e infatti mi sto autoflagellando sui malleoli (su altre parti del corpo non mi sembra il caso…).

22 aprile 2009 Posted by | Racconti | , | 8 commenti

Sergio

Conobbi Sergio il primo giorno di scuola della prima elementare: un bambino timido e impacciato come me, soltanto un poco più basso.Quando parlava con gli altri o veniva chiamato alla lavagna dalla maestra, continuava a muovere le spalle: io pensavo che gli desse fastidio la maglietta  capii invece anni dopo che quello era un tic nervoso.

Sergio abitava in una villetta alla periferia del paese. Sul retro stava l’officina del padre, piccolo artigiano; in casa la madre casalinga e due sorelle più piccole.

Alle medie Sergio lo persi di vista, per ritrovarlo poi al Liceo, anche lui come me, e tanti altri ragazzi, vittima di genitori apprensivi che facevano frequentare ai figli ‘unicla scuola presente in paese, piuttosto che farli avventurare nella grande città. Dato che nella nostra classe i banche formavano file orizzontali, Gianni, che stava tra me e Sergio, divenne in pratica il compagno di banco di tutti e due.

Terminato il Liceo, Sergio e Gianni presero la strada di economia e commercio all’università, destinati dai genitori a diventare commercialisti o bancari; io presi la strada di giurisprudenza, destinato a diventare avvocato o magistrato. Ma l’università per Sergio durò poco, perché dopo un anno il padre morì e lui abbandonò la scuola per continuare l’attività del genitore. Io e Gianni l’università l’abbandonammo un paio d’anni più tardi, e senza avere nemmeno lutti in famiglia.

Non frequentai più Sergio negli anni successivi. Le nostre strade e le nostre amicizie si divisero nettamente. A volte lo vedevo nel tardo pomeriggio del sabato davanti all’edicola in piazza, mentre aspettava i suoi amici. Un po’ lo invidiavo, lui che almeno aveva qualcuno da aspettare…

Fu intorno ai trent’anni che Sergio conobbe Maria Francesca. Nata nel nostro paese ma figlia di meridionali, possedeva tutta intera la fierezza e la bellezza delle donne del sud: lunghi capelli neri e ricci, grandi e profondi occhi scuri, morbide forme che facevano perdere il senno. Maria Francesca aveva da poco superato i vent’anni ed era sbocciata come un fiore. Sergio se ne innamorò perdutamente e iniziò un pressante corteggiamento, forse il primo della sua vita, che stava comunque dando i suoi frutti.

Improvvisamente però comparve Paolo. Paolo era esattamente l’opposto di Sergio: alto, biondo, spigliato, fisico atletico, di famiglia benestante, laureato e avviato, lui sì, verso una brillante carriera di commercialista.

Paolo e Maria Francesca si innamorarono, si sposarono ed ebbero due figli.

Per Sergio fu un duro colpo e, visto che le disgrazie non vengono mai sole, anche la sua attività prese una brutta piega: fu costretto a chiudere la sua officina e andò a lavorare in fabbrica. Accettò di lavorare sempre più spesso in trasferta all’estero e per diversi anni non si vide più in paese.

Sergio divenne un bravo tecnico nel suo lavoro e nelle sue trasferte incontrò alcune persone con le quali, una decina di anni dopo, fondò una nuova impresa in paese. La sua nuova attività ebbe successo e all’età di 45 anni Sergio era diventato un piccolo imprenditore di successo.

Paolo, invece, si era lanciato in una serie di azzardate operazioni finanziarie grazie alle quali aveva ridotto sul lastrico la sua famiglia e pure quella dei genitori, aveva passato qualche settimana in galera e aveva pure divorziato da Maria Francesca, lasciandola sola a crescere i due figli.

E fu così che Sergio e Maria Francesca si incontrarono di nuovo e in lui tornò a galla il vecchio amore, che evidentemente non era mai scomparso. I due ripresero a frequentarsi, Sergio si era affezionato ai figli di Maria Francesca e in paese si parlava di imminente matrimonio, quando improvvisamente Sergio abbandonò Maria Francesca, apparentemente senza alcuna ragione.

In paese circolarono diverse voci, ma la verità si è saputa soltanto da poco.

Sergio è morto un mese fa, stroncato da un tumore al polmone: proprio lui che fumava sì e no un pacchetto di sigarette al mese. Non ha voluto curarsi e se ne è andato nel giro di sei mesi da quando i medici gli hanno comunicato la dolorosa scoperta.

Al suo funerale ho visto Gianni, il nostro comune compagno di banco, ma non Maria Francesca, forse ancora ferita da quell’ultimo, inspiegabile abbandono.

Lo stesso Gianni la settimana scorsa mi ha telefonato, dandomi la notizia in anteprima: al mattino era stato aperto il testamento di Sergio. Tra i beneficiari vi era anche Maria Francesca, alla quale Sergio ha lasciato uno dei suoi appartamenti, nonché un fondo vincolato per la scuola dei figli.

A volte l’amore prende strade tortuose, ma ce ne mette a morire…

12 aprile 2009 Posted by | Racconti, Smancerie pseudo-sentimentali, sogni, Storie ordinarie | , | 2 commenti