Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

34 (racconti o percento?)

Volevo parlare dei 34 racconti di Ray Bradbury, che ho riletto recentemente.

Trattasi di un vecchio Oscar Mondadori della metà degli anni ottanta, che quando lo lessi mi fece innamorare di questo scrittore.

La successiva lettura de L’estate incantata mi confermò la bontà della mia scelta.

Ray Bradbury non è stato soltanto un autore di fantascienza e in questi racconti la fantascienza non c’entra nulla, se non sotto forma di nostalgia del futuro.

Bradbury è scrittore dell’uomo, delle sue speranze, paure, emozioni; è scrittore dell’amicizia, perché come ha dichiarato in una intervista:

è questo che vogliamo dalla vita. Vogliamo amici.

Certo, non tutti i racconti sono all’altezza del primo, La sera: (“Hai solo otto anni, sai poco della morte, della paura e dell’orrore“);oppure de Il lago: (“Era settembre. Gli ultimi giorni di settembre, quando le cose si fanno tristi senza una ragione“); L’assassino (praticamente ha anticipato quello che accade oggi con i cellulari, di cui ho parlato nel post precedente); Addio (struggente); Il commiato (“Nessuna persona che ha avuto una famiglia muore“), tanto per citarne alcuni.

Vorrei trattenermi di più con Ray, ma stamattina il numero 34 mi si è attaccato addosso quando la rassegna stampa del TG ha mostrato che, secondo gli ultimi sondaggi, la Lega salviniana starebbe al 34%.

La notizia in sè ha un significato abbastanza relativo (ricordiamoci che alle europee del 2014 il PD stava al 40,81%, mo’ vediamo dov’è finito), ma mi ha fatto ovviamente scattare dentro (a livello viscerale) una domanda: perchè?

Cioè, perché – se andiamo avanti così – fra poco i due terzi dell’elettorato darebbero il proprio voto ai due partiti di governo? E’ soltanto un innamoramento momentaneo? O c’è qualcos’altro?

C’è indubbiamente un elettorato molto ondivago, ma c’è anche dell’altro.

Salvini e i grillini propongono una loro idea di futuro, un obiettivo, un miglioramento: questa è l’essenza di qualsiasi proposta politica. Ti chiedo di impegnarti, anche soltanto a livello di voto, per migliorare la tua vita, altrimenti, se dobbiamo rimanere così come siamo, tanto vale.

Certo, l’idea di futuro che hanno queste due forze politiche è in realtà un misto tra l’irrealizzabile e il ritorno al passato, ma tant’è: è una cosa semplice, comprensibile. E ha poca importanza che chi dà risposte semplici a problemi complessi o è un genio o è un cretino: le loro proposte si devono combattere con proposte realizzabili e rivolte al futuro.

Ed è qui che mi è tornato in mente Ray Bradbury.

Ma perché la sinistra, le forze progressiste, non riescono a disegnare un futuro che non sia fatto di guerre, di povertà, di fili spinati, di morti in mare? Perché non propone di esportare libri, quaderni, matite, cioè istruzione, invece di armi? Perché la sinistra non propone di trovare i 40 miliardi della finanziaria non condonando gli evasori fiscali, ma trovandoli e facendo loro pagare le imposte? Insomma, invece che i poveri vengono aizzati contro i più poveri, che provi la sinistra a farli guardare più avanti e più in alto, perché qui ormai la differenza sta tra chi vuole volare e chi vuole scendere sotto terra.

Una sinistra che ci faccia rimpiangere un futuro che non c’è, da costruire: pensa, per esempio, come sarebbe bello tra un anno sbarcare tranquillamente in Gran Bretagna, invece di essere considerato un extracomunitario (si è sempre gli extracomunitari di qualcun altro) e rischiare anche di essere cacciati magari dopo anni di permanenza e di lavoro.

Chiedo troppo?

Speed of light

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7 ottobre 2018 Posted by | Libri, Politica | , | 7 commenti

Ci sentiamo dopo?

Ci sentiamo dopo?

Ti chiamo più tardi

Scusa, ora non posso

Se ci fosse un dizionario delle frasi scomparse, queste ci figurerebbero sicuramente.

Sono quelle frasi che, in tempi immemori, si dicevano quando qualcuno ti telefonava e tu ti trovavi in situazioni tali per cui non potevi conversare liberamente con il tuo interlocutore, ma non te la sentivi nemmeno di non rispondere, per cui rimandavi la telefonata a dopo.

E badate bene che in quei tempi immemori le telefonate riguardavano cose più serie di quelle di oggi.

Oggi?

Manco per le palle che ci si perde una telefonata!

Puoi stare in auto durante una manovra particolarmente impegnativa, puoi stare in bagno in un’altra manovra particolarmente impegnativa, puoi stare al supermercato mentre stai mettendo la spesa nel carrello, puoi stare in qualsiasi posto, ma se ti chiamano per sapere se la bistecchina della sera la vuoi impanata oppure alla griglia, tu ti senti in dovere di rispondere, anche a costo di bloccare le operazioni delle persone che ti stanno davanti/dietro/da parte/ecc.

Per non parlare dei messaggi: io i messaggi non li sopporto più.

Tutte le mattine, mentre sto andando al lavoro, appena salgo in auto e mi metto la cintura, deve scattare qualche strano meccanismo nella rete telefonica, perché il telefono fa bip bip. Dato che parcheggio vicino ai bidoni della spazzatura, sarà che lì il campo è più potente e mi arrivano anche i messaggi che ancora non mi hanno inviato.

Ovviamente non li guardo, però tutte le volte penso: ora mi compro un telefono da 50 euro che fa soltanto l’unica cosa per cui hanno inventato questi aggeggi infernali: telefonare.

Ma la cosa ancora più grave, secondo me, è che il telefono cellulare ha portato un vero e proprio mutamente antropologico nell’uomo: è cambiata la sua natura.

Ma di questo parlerò la prossima volta: ho appena ricevuto una telefonata!

Non mi disturba affatto

29 settembre 2018 Posted by | Ricordi, Rimpianti, Sani principi, Storie ordinarie | , , , | 18 commenti

Follow up di settembre

E con la visita dall’otorino di oggi si sono conclusi pure i controlli settembrini.

Finora tutto ok: nessun segno di ripresa della malattia.

In questi controlli, come in quelli di luglio, ero stranamente tranquillo, forse troppo.

Non so fino a che punto questo sia positivo: in caso di complicazioni, la delusione sarebbe tremenda.

Nel frattempo continuo con la terapia dalla psicologa: desensibilizzazione dei ricordi negativi (e sono tanti).

E poi ho tante altre cose alle quali pensare.

Però mi rimane dentro un senso di precarietà che prima non avevo: è come se avessi un contratto a tempo determinato con la vita (ora non ditemi che lo sono tutti, perché c’è termine e termine…). Lo sento soprattutto quando sono fuori casa, in mezzo alle altre persone. E’ come se mi sentissi un alieno, come se fossi tornato da una missione nello spazio e avessi evitato per pura fortuna un buco nero, nel quale sarei potuto affogare, ma che ormai mi segue minaccioso, pronto a fagocitarmi in un attimo.

Perché se il cancro si dovesse ripresentare (sotto forma di recidiva o di nuovo tumore), accadrebbe proprio in un attimo.

Non so se questo senso di precarietà si potrà desensibilizzare, non credo. Ci dovrò convivere per tutto il resto della mia vita (qualsiasi sia la sua durata).

Ma per il momento non pensiamoci. Godiamoci questi ultimi giorni di sole di questo avvio autunnale.

 

25 settembre 2018 Posted by | Salute | | 13 commenti

La mente colorata

E’ un libro bello tosto da leggere, soprattutto per uno che l’Odissea l’ha studiata (si fa per dire) più di quarant’anni fa.

Praticamente l’autore analizza la figura di Ulisse, le differenze con gli altri personaggi dell’Odissea e dell’Iliade.

Ulisse discende indirettamente dal dio Ermes, padre di suo nonno; ama la famiglia e la casa, ma ha una vera e propria passione per la mistificazione e l’inganno. E’ estremamente curioso e malfidente: mette tutti alla prova.

E’ interessante il racconto che l’autore fa del ritorno di Ulisse a Itaca e del suo riappropriarsi della casa, della famiglia, del trono e soprattutto della moglie.

Quando Ulisse torna a Itaca, la dea Atena lo rende irriconoscibile nelle vesti di un mendicante. Atena è la dea che lo protegge e lo ama con una dedizione totale. Tranne Penelope, nessuna figura femminile giunge così vicina alla sua mente e al suo cuore: tra i due vi è un’affinità spirituale fortissima e una complicità intellettuale limpidissima.

Ulisse, giunto a Itaca, si dirige nel recinto di Eumeo, il porcaro, e rischia di essere sbranato dai suoi cani. Poi incontra il figlio Telemaco, che dapprima lo scambia per un dio. Il giorno dopo, davanti al suo palazzo, incontra Argo, il suo cane: sebbene vecchio e malato, lo riconosce e scodinzola, ma non riesce ad avvicinarglisi e muore.

Ispirata da Atena e dagli dei, Penelope propone la gara con l’arco, promettendo di sposare il vincitore, anche se non ha alcuna intenzione di mantenere la promessa.

Il massacro dei Proci non viene addebitato a Ulisse: la mano è la sua, ma il volere è degli dei.

Durante la strage Penelope dorme (della serie: io non c’ero, e se c’ero dormivo). Poi scende nella sala e si siede di fronte al mendicante. Ulisse non riesce a guardarla e nemmeno a parlarle.

I due si parlano attraverso Telemaco, fin quando Penelope dice la parola risolutiva:

Se veramente è Odisseo e a casa è tornato, certo noi due

ci riconosceremo anche meglio: perché anche noi

abbiamo dei segni, che noi soli sappiamo, nascosti agli estranei.

Penelope cerca un segno, ma non un segno qualunque, un segno segreto, nascosto agli estranei, fondato sulla sua memoria e su quella di Ulisse. A questo punto Ulisse sorride, l’unico suo sorriso nell’Odissea: manda via il figlio e viene lavato, profumato e vestito. Poi si siede di fronte alla moglie e per la prima volta le si rivolge direttamente: la chiama “donna incomprensibile“, che si rifiuta di riconoscerlo. Anche lei lo chiama “uomo incomprensibile“, perché non capisce ciò che desidera da lui: un segno segreto.

Siccome Ulisse non porta prove, Penelope decide di procurarsele con l’astuzia. Si rivolge a Euriclea, la dispensiera, e le dice:

Orsù Euriclea, stendigli il solido letto

fuori del talamo ben costruito che fece lui stesso;

portate fuori il solido letto e gettatevi sopra il giaciglio,

pelli e coltri e coperte lucenti.

Ulisse rimane sconvolto: quel letto solidamente fissato nel suolo, con le radici immerse nella terra, irremovibile, è il centro della sua vita, racchiude tutti gli aspetti della sua esistenza; il rapporto religioso con Atena, l’ostinata irremovibilità del carattere, il matrimonio, la fecondità della moglie, la casa cresciutagli attorno, il suo potere di re.

Il letto è il grande e segreto segno che solo Ulisse, Penelope e un’ancella conoscono e allora lui inizia a raccontare come, più di vent’anni prima, lo aveva costruito: il letto costruito nell’ulivo è il segno sicuro del quale Penelope può fidarsi; piange, abbraccia Ulisse, lo bacia.

E poi, con l’incontro del padre Laerte, la storia si avvia alla fine: probabile che il poema sia rimasto incompiuto, perché gli ultimi versi sono un po’ anomali.

Cosa ci insegna l’Odissea: secondo l’autore che malgrado le inquietudini, le soste, i viaggi nei paesi dell’immaginazione e della magia, dobbiamo accettare la realtà come è: Itaca.

P.S.: immaginate se, a causa della fortissima emozione (o di un attacco precoce di alzheimer), Ulisse non avesse ricordato subito del letto costruito nell’ulivo…

23 settembre 2018 Posted by | Libri | | 5 commenti

Il bagno (e qualche insegnamento fondamentale)

Mia madre e mia zia Enrichetta erano legatissime, forse perché erano le sorelle più giovani della loro numerosa famiglia e la differenza di età era poca.

Il marito di Enrichetta, Gaspare, era uno degli uomini più buoni che io abbia mai conosciuto: il suo fisico enorme, massiccio, contrastava con lineamenti incredibilmente delicati e un carattere mite e bonario.

Mio zio ha fatto per tutta la vita il bergamino, cioè colui che di giorno e di notte, per tutta la settimana e per tutto l’anno si obbligava con il proprietario di una stalla per curare le vacche. Un lavoraccio, dovendosi alzare tutte le notti per andarle a mungere, dovendo essere disponibile quando partorivano, quando veniva il veterinario, ecc.

Con i soldi risparmiati di questa vitaccia e di quella di mia zia (che faceva la donna di servizio – alias collaboratrice familiare – nelle case dei ricchi del paese), Gaspare e Enrichetta si costruirono una casa tutta loro, dopo aver abitato per anni in catapecchie di campagna.

Quando la casa fu abitabile, ci invitarono a cena (ci invitavano spesso a cena e io mantengo nel mio cuore dei ricordi bellissimi dei miei zii).

A un certo punto della sera mio padre chiese di andare in bagno e quando tornò sulla sua faccia stava stampato un malcelato senso di stupore: “E il bagno dov’è?” disse.

Il bagno non c’è – rispose Gaspare – ho finito i soldi.

In quella che era la stanza da bagno stavano soltanto un water e un lavabo di quarta mano, recuperati forse in qualche discarica nei dintorni.

Ecchecazzo! – disse mio padre (cioè, in realtà non disse proprio così, ma il senso era quello) – Me lo potevi dire, no? I soldi te li presto io e me li restituirai quando potrai. Preferisco darli a te piuttosto che lasciarli nelle mani di quelle sanguisughe delle banche (anche a proposito della banche non usò propriamente il termine di “sanguisughe”)!”

Io ero piccolo allora, avrò avuto sette-otto anni, ma questa scena la ricordo come fosse accaduta ieri.

Mio padre prestò i soldi a mio zio e lui si fece installare il bagno come Dio comanda e la volta successiva che andammo a cena da loro potemmo godere anche di quell’ambiente.

Ecco, questo episodio ha conficcato in me una regola chiara e semplice: i soldi servono non soltanto a se stessi, ma anche ai parenti e agli amici. A chi riscuote la nostra fiducia non bisogna mai far mancare un aiuto, anche economico, anche se sappiamo che forse quei soldi non li vedremo mai più. Anzi, proprio perché sappiamo che quei soldi non li vedremo mai più.

Perché c’è un una frase di Jack London che andrebbe affissa in tutte le scuole e gli uffici pubblici del nostro disastrato Paese:

Un osso al cane non è carità.

Carità è l’osso diviso con il cane, quando sei affamato quanto il cane.

Meditate gente…

Disco!

22 settembre 2018 Posted by | Ricordi, Sani principi, Storie ordinarie, Un po' di me | , | 9 commenti

Mi ha lasciato… (e io sono rincoglionito)

Parlo del mio pc di casa.

Dopo sette anni di fedele servizio, se n’è andato.

Mi ha lasciato il tempo di salvare su altro disco il contenuto dell’hard disk e poi ha smesso definitivamente di avviarsi.

Ora verrà sostituito con un modello più moderno, più potente, più sottile, più versatile, più…

Vabbe’… tutto si rompe. Almeno con questo non ho perso tutto il suo contenuto.

Però, tanto per non smentirmi, ho inserito la password per il tablet e non me la ricordo più.

Ho già fatto decine di tentativi, ma non c’è niente da fare: sono rincoglionito.

18 settembre 2018 Posted by | Diavolerie tecnologiche, Storie ordinarie | | 19 commenti

Sempre colpa di qualcun altro…

Pensavo proprio qualche giorno fa, osservando il comportamento di mia figlia, che ha ereditato (non so da chi) una delle peggiori abitudini: quella, di fronte a un problema, di lamentarsi.

Non so se questo sia un difetto prettamente italiano, ma so che ultimamente di è diffuso a macchia d’olio.

Quando sorge un problema, l’atteggiamento corretto ed efficace, secondo me, è quello di “mettersi le gambe in spalla” per risolverlo.

Intendiamoci, non è che uno non si possa lasciare andare a qualche geremiade, lamentela, piagnucolio, mugugno, lagnanza, duolo, brontolio, ma lo può fare per qualche minuto, non di più, poi basta.

Occorre anzitutto partire dal presupposto che nella vita non è che vada tutto bene, anzi è più facile proprio il contrario.

Il problema occorre analizzarlo, verificare quali sono le forse in campo (anche le proprie), trovare una soluzione ed evitare che si presenti in futuro, cioè curarne le cause e cercare di prevenirlo.

Se invece di fronte a un problema una persona comincia a prendersela con il “destino cinico e baro”, con la sfiga, con gli altri, con l’Europa, il riscaldamento globale, ecc., non risolverà mai un cazzo. Anzi, tenderà a cercare aiuto dagli altri e gli andrà bene finché lo trova, perché poi quando gli altri lo manderanno a quel paese, si ritroverà nella cacca fino al collo (e forse anche di più).

Spero (per lei) che cambi…

P.S.: non vorrei dare l’impressione di essere quello che sa tutto/vede tutto/impara tutto/è il più bravo/bello/intelligente/eccetera, perché non è così.

Anni fa, di fronte a un problema complesso, venni preso dal panico e scappai, fuggii, me la diedi a gambe insomma.

Avrei dovuto rassicurare la persona che avevo di fronte e invece non ebbi il coraggio di farlo.

A mia (parziale) discolpa posso dire che il mio non fu un comportamento doloso o colposo: non fuggii volontariamente, fu una reazione più forte di me.

Che si trattò di panico bello e buono lo capii dopo, anni dopo.

Porto ancora con me il rimorso di quel mio comportamento: non passa giorno che non ci pensi.

 

14 settembre 2018 Posted by | Sani principi, Storie ordinarie | 19 commenti

Se tu mi dimentichi

Questa è una bellissima poesia del grande Pablo Neruda.

E’ l’unica poesia che io, decenni fa (ma tanti), dedicai a una donna.

Che infatti mi dimenticò…

La poesia rimane comunque bellissima.

Se tu mi dimentichi

Voglio che tu sappia
una cosa.

Tu sai com’è questa cosa:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se tutto ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti poco a poco.

Se d’improvviso
mi dimentichi
non cercarmi,
ché già ti avrò dimenticata.

Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare nuova terra.

Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amore mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.

Pablo Neruda

Letta da Ferruccio Amendola

12 settembre 2018 Posted by | Ricordi, Rimpianti | , | 8 commenti

Il paese più bello del mondo

E’ che nell’ultimo fine settimana ho approfittato di questo scampolo di estate settembrina per fare un salto in quel della Liguria, compreso quello che per me è il paese più bello del mondo: Portovenere.

E in particolare di Portovenere mi piace percorrere il sentiero che costeggia il castello e arrivare su fino in alto, volendo anche fino a quel promontorio che si vede nella foto.

E poi proseguire…

Mi sono ripromesso di tornare la prossima primavera, con l’attrezzatura adatta per salire su fino in cima.

Ottimista, eh?

11 settembre 2018 Posted by | Notizie dal mondo fatato | | 9 commenti

Il difficile…

… non è dire “ti amo”.

E’ dire “per sempre”, perché allora il verbo va coniugato al futuro.

P.S.: questo post è rimasto tra le bozze per circa sette anni. Chissà a cosa pensavo allora…

 

4 settembre 2018 Posted by | Musica, Pensieri disarcionati, Sani principi, Storie ordinarie, Un po' di me | 18 commenti