Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

The langoliers

Più che una storia, un incubo (come tutte le storie di King) per i passeggeri del volo 29 American Airlines per Boston, che si svegliano e scoprono di essere rimasti solo in una decina: tutti gli altri – piloti compresi – sono scomparsi.

Ma la cosa più terrificante è che è scomparso anche il mondo sotto di loro e quel poco che resta sta per essere inghiottito dai langolieri.

Nelle storie di King c’è sempre un significato recondito, nascosto. Forse questo è che il passato non ritorna, inghiottito, fatto a pezzi, sbranato. E se si rivive qualcosa del passato è una cosa nuova: mai rimuginare su quello che si è perso, ma concentrarsi su quello che rimane.

Degno ultimo libro letto quest’anno, che si spalanca sull’ignoto con una serie di inquietudini non da poco.

Mi guardo alle spalle solo per rivedere le storie che mi hanno accompagnato: sono passato attraverso i quattro libri della Ferrante de L’amica geniale (lo so, devo ancora commentare l’ultimo, quello finale, ma ci sto ancora pensando, e comunque non ho intenzione di vedere la serie tv); Cristo si è fermato a Eboli, L’Agnese va a morire, fino ad arrivare al monumentale M.

Una sedicina di libri (si può dire sedicina, no? Se si dice quindicina…).

Buoni propositi per il 2019: arrivare al 2020.

Buon anno a tutte/i

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31 dicembre 2018 Posted by | Pensieri disarcionati, Smancerie pseudo-sentimentali, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 18 commenti

A piccoli passi…

Martedì sono stato in auto dalle otto di mattina alle sei di sera.

Tolte due ore per gli impegni ai quali ho dovuto assolvere, fanno otto ore di autostrada.

Otto ore di code, rallentamenti, incidenti, guidatori distratti, assonnati, al telefono; a un certo punto mi si è attaccata al posteriore una donna alla guida di un fuoristrada che si dimenava tutta, evidentemente c’aveva l’autoradio a manetta. Ho pensato: spero di non dover frenare, perché altrimenti questa mi entra dentro la macchina difilato: fortunatamente il tampinamento è durato poco, perché alla prima rotonda se l’è filata da un’altra parte (e ha tampinato un’altra auto).

Mentre percorrevo le patrie autostrade, da un posto all’altro, pensavo che io ormai non sono più fatto per questo mondo: troppa fretta, troppo stress. E poi troppa arroganza, troppo menefreghismo, troppo consumismo, insomma, troppo di tutto.

A un certo punto ho anche spento l’autoradio: viaggiare in silenzio capita raramente. Concentrarsi sul suono del motore, sulla strada che scorre, sul sole del tramonto che ti acceca.

Vorrei circondarmi di antiche e belle parole: di quelle profonde, quelle che ne bastano quattro-cinque per riflettere tutta una sera. E invece siamo circondarti da parole che non durano nemmeno il tempo di essere lette, spesso inconcludenti, contraddittorie, per lo più false, se non tragiche.

Parole parole parole

13 dicembre 2018 Posted by | Un po' di me | , | 15 commenti

Io non ci credo, ma…

Stamattina mi sono svegliato con una sequenza di numeri in testa.

Una sequenza da interpretare certo, ma i numeri erano chiari.

Io non ci credo molto ma… chi l’avesse mai detto? Mettete che…

Beh, insomma, li ho giocati al lotto.

Avessimo visto mai?

P.S.: oggi pomeriggio ho schiacciato un pisolino e ho sognato che c’era un gran temporale. Lampi e tuoni e a un certo punto… un tuono da squarciare i timpani e contemporaneamente un luce accecante: un fulime aveva colpito la mia casa.

Devo iniziare a preoccuparmi?

9 dicembre 2018 Posted by | Questa poi..., Un po' di me | , , | 5 commenti

Autogrill

Potrà sembrarvi strano, ma a me piace mangiare in autogrill.

Per la precisione: mi piace mangiare da solo in autogrill e quando non c’è ressa.

Non è che mi piaccia per il menù, sia chiaro: a volte i piatti sono buoni, a volte passabili, a volte fanno pena.

Il personale in genere è gentile, forse anche troppo, considerato lo stress che deve subire, soprattutto nei momenti di maggior afflusso di gente.

E ritengo pure che non ci sia un ottimo rapporto qualità-prezzo, come dicono i professionisti.

Mi piace mangiare in autogrill (nello specifico, nei ristoranti degli autogrill), perché si può godere del più assoluto anonimato: puoi essere a venti oppure a duecento chilometri da casa, ma sarai uguale a tutti gli altri, come se fossimo tutti quanti in pausa.

Mi siedo in un angolo e mentre mangio sbircio un poco le altre persone: singoli, in coppia, famiglie, tutti accomunati da una sorta di fugace, effimero passaggio sulla strada della vita.

Le auto che sfrecciano sulla strada mi danno un certo senso di equilibrio, amplificano la sensazione di calma e di tranquillità: tra poco tutti proseguiranno il viaggio, me compreso. Verso dove non importa, ognuno c’ha la sua meta; ognuno c’ha qualcuno a casa che l’aspetta, o forse no, forse non c’è mai stato oppure non c’è più.

Oppure c’è, ma è come se non ci fosse…

Buona settimana a tutte/i.

Autostop

25 novembre 2018 Posted by | Un po' di me | , | 7 commenti

Volevo solo camminare…

E’ un periodo strano questo.

Qualche settimana fa, camminando per il centro del paese (cosa che faccio raramente) ho visto passare sul marciapiede di fronte una ragazza, compagna di classe di mia figlia alle scuole medie, mentre mangiava un gelato (le temperature qui al pomeriggio sfiorano a volte i 20 gradi, si vede in giro qualcuno ancora in maglietta a maniche corte). Camminava tranquillamente mangiando il suo cono, in compagnia del padre, un postino del paese. I due li vedo spesso camminare a piedi, perché il padre è invalido e non guida l’auto.

Osservandoli, sono stato preso da un moto di nostalgia: di quando anch’io camminavo per il paese in compagnia di mia figlia, oppure giravamo in bicicletta, o in moto. Cose che non accadono più da tempo.

Così oggi pomeriggio, terminato il lavoro, quando mia figlia, da bravo “martello pneumatico”, è riuscita a strapparmi l’acquisto di un paio di scarpe ed eravamo tutti e due pronti per uscire, le ho detto: “E’ inutile che prendiamo l’auto per andare in centro, dovendo poi girare come trottole per trovare parcheggio. Andiamo a piedi.

Non l’avessi mai detto.

Si è rifiutata categoricamente di uscire a piedi, continuando a chiederne il motivo (che era quello che già le avevo spiegato).

E così i suoi continui “Ma perché? Ma no!” con toni di voce sempre più striduli mi hanno fatto innervosire, mi sono svestito e ho concluso: “Se non sei neanche disposta a fare 500 metri a piedi, vuol dire che le scarpe non te le meriti proprio.

Lei è tornata a studiare e io a farmi i cavoli miei.

L’episodio però mi ha lasciato dentro un non so che di “amaro”.

Sappiamo che con i figli bisogna sopportarne di tutti i colori, ma non sono tanto sicuro che queste piccole ferite non lascino il segno.

Stasera, quando è venuta a scusarsi prima di andare a letto, ho accettato le scuse solo formalmente: non ho visto nel suo atteggiamento alcun segno di dispiacere per quanto accaduto. Anzi, mi ha pure chiesto perché ero arrabbiato.

Vuol dire che non ha capito un cazzo.

 

 

13 novembre 2018 Posted by | Rimpianti, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 22 commenti

Deserto

Mercoledì sera, dopo una cena durante la quale avrei voluto essere da un’altra parte (ma all’altro capo del mondo, però), ho pensato di approfittare del clima praticamente estivo per andare a fare una passeggiata/camminata.

Se alle sei di pomeriggio c’erano ben 26 gradi, alla sera non è che ce ne discostassimo di tanto: quando sono tornato a casa ero sudato.

Ho passeggiato un po’ per il paese, ricercando quegli scorci che mi ricordano la mia giovinezza e notavo che, malgrado il bel tempo e l’orario (sono uscito alle otto e mezza), il paese era deserto.

Non c’era anima viva in giro.

Il massimo a cui si poteva aspirare era qualche finestra aperta, ovviamente ben protetta dalle immancabili inferriate.

Quando ero giovane, in una serata così, soprattutto se fuori stagione, il paese sarebbe stato gremito di gente seduta fuori dalle case, oppure in piazza, oppure sui viali, oppure in giro in bicicletta.

Adesso invece mi immagino tutte le persone in casa davanti alla tv, a internet o al cellulare. Tutti connessi con il resto del mondo, ma non con il proprio vicino di casa.

Che tristezza…

Tristezza

27 ottobre 2018 Posted by | Un po' di me | | 5 commenti

Il bagno (e qualche insegnamento fondamentale)

Mia madre e mia zia Enrichetta erano legatissime, forse perché erano le sorelle più giovani della loro numerosa famiglia e la differenza di età era poca.

Il marito di Enrichetta, Gaspare, era uno degli uomini più buoni che io abbia mai conosciuto: il suo fisico enorme, massiccio, contrastava con lineamenti incredibilmente delicati e un carattere mite e bonario.

Mio zio ha fatto per tutta la vita il bergamino, cioè colui che di giorno e di notte, per tutta la settimana e per tutto l’anno si obbligava con il proprietario di una stalla per curare le vacche. Un lavoraccio, dovendosi alzare tutte le notti per andarle a mungere, dovendo essere disponibile quando partorivano, quando veniva il veterinario, ecc.

Con i soldi risparmiati di questa vitaccia e di quella di mia zia (che faceva la donna di servizio – alias collaboratrice familiare – nelle case dei ricchi del paese), Gaspare e Enrichetta si costruirono una casa tutta loro, dopo aver abitato per anni in catapecchie di campagna.

Quando la casa fu abitabile, ci invitarono a cena (ci invitavano spesso a cena e io mantengo nel mio cuore dei ricordi bellissimi dei miei zii).

A un certo punto della sera mio padre chiese di andare in bagno e quando tornò sulla sua faccia stava stampato un malcelato senso di stupore: “E il bagno dov’è?” disse.

Il bagno non c’è – rispose Gaspare – ho finito i soldi.

In quella che era la stanza da bagno stavano soltanto un water e un lavabo di quarta mano, recuperati forse in qualche discarica nei dintorni.

Ecchecazzo! – disse mio padre (cioè, in realtà non disse proprio così, ma il senso era quello) – Me lo potevi dire, no? I soldi te li presto io e me li restituirai quando potrai. Preferisco darli a te piuttosto che lasciarli nelle mani di quelle sanguisughe delle banche (anche a proposito della banche non usò propriamente il termine di “sanguisughe”)!”

Io ero piccolo allora, avrò avuto sette-otto anni, ma questa scena la ricordo come fosse accaduta ieri.

Mio padre prestò i soldi a mio zio e lui si fece installare il bagno come Dio comanda e la volta successiva che andammo a cena da loro potemmo godere anche di quell’ambiente.

Ecco, questo episodio ha conficcato in me una regola chiara e semplice: i soldi servono non soltanto a se stessi, ma anche ai parenti e agli amici. A chi riscuote la nostra fiducia non bisogna mai far mancare un aiuto, anche economico, anche se sappiamo che forse quei soldi non li vedremo mai più. Anzi, proprio perché sappiamo che quei soldi non li vedremo mai più.

Perché c’è un una frase di Jack London che andrebbe affissa in tutte le scuole e gli uffici pubblici del nostro disastrato Paese:

Un osso al cane non è carità.

Carità è l’osso diviso con il cane, quando sei affamato quanto il cane.

Meditate gente…

Disco!

22 settembre 2018 Posted by | Ricordi, Sani principi, Storie ordinarie, Un po' di me | , | 9 commenti

Il difficile…

… non è dire “ti amo”.

E’ dire “per sempre”, perché allora il verbo va coniugato al futuro.

P.S.: questo post è rimasto tra le bozze per circa sette anni. Chissà a cosa pensavo allora…

 

4 settembre 2018 Posted by | Musica, Pensieri disarcionati, Sani principi, Storie ordinarie, Un po' di me | 18 commenti

Rieccomi…

Pensavate che fossi stato rapito da una principessa araba che mi avesse (avrebbe… avresse…) portato nel suo harem, eh (avrebbe fatto un affare…)?

Oppure che avressi (avrei… avei…) vinto al superenalotto e mi fossi (focesti… fotti…) trasferito finalmente alle Auai, eh?

E invece no.

Dopo una fugace vacanza nei mari dell’est (Adriatico, di sotto, a metà e di sopra), sono tornato qua.

E sono tornato (per ora) riposato, ma non so fino a quando.

Comunque vi volevo dire di quella volta (due giorni fa, cioè sabato sera) nella quale località marittima mi sono trovato nel bel mezzo di una sfilata di auto d’epoca, intendendo d’epoca gli anni 60/70.

Sono sfilate le 500, le fiat 1100, una ferrari testarossa, una maserati biturbo, le 600 e quando sono passate le 850, beh, mi è preso un groppo alla gola: mi sono emozionato. Troppo forte è stato il ricordo dei bei tempi che furono (ma furono proprio bei tempi?).

La fiat 850 l’avevano due miei zii (una era la versione special) e l’aveva un mio amico, uno della nostra compagnia di fine anni 70/inizi anni 80, il periodo delle discoteche.

Eh già, sto proprio invecchiando… (notare comunque il gerundio – o è un congiuntivo? Dovrò chiedere a Di Maio)

Night fever

27 agosto 2018 Posted by | Un po' di me | , | 12 commenti

Me ne vado

Ieri sera, dopo l’ennesima lite tra mia moglie e mia figlia, avvenuta il giorno prima (con tanto di musi lunghi per tutta la giornata), le ho informate di un intendimento che avevo già maturato qualche settimana fa e che avevo messo da parte, sperando in cosa non lo so nemmeno io: da settembre me ne vado di casa.

Affitto un monolocale e tornerò soltanto se e quando loro avranno imparato a convivere pacificamente. Il che non significa non litigare mai, ma litigare per cose serie e nelle giuste proporzioni.

E’ una decisione pesante, lo so, ma è necessaria per diversi motivi.

In primo luogo perché loro due devono imparare a convivere, perché io non sono eterno e perché i problemi che hanno tra loro due (e ne hanno) li devono riconoscere e risolvere. Se non sono in grado di risolverli direttamente, che si facciano aiutare da qualcuno (sono anche disposto a dare loro una mano in questo senso).

In secondo luogo per la mia salute: questo continuo clima di tensione non mi fa bene. Caso ha voluto che ieri sera, guardando la tv, ci fosse un programma sulla cura dei malati oncologici. L’intervistatrice ha chiesto al medico: quali sono i fattori che possono inibire le cure a un malato oncologico? In primo luogo il medico ha citato la depressione: curare malati depressi è molto più difficile. In secondo luogo ha citato l’ambiente familiare.

Ecco – mi sono detto – se qui non mi muovo, accorcio ancora di più il poco tempo che mi rimane da vivere.”

Oggi sono partite, destinazione parenti/mare. Io le raggiungerò a ferragosto, ma non penso che in questi giorni imparino molto.

Non è e non sarà una decisione facile, ma non mi resta altro da fare.

Foreigner – I Want to Know What Love Is

2 agosto 2018 Posted by | Salute, Sani principi, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , | 22 commenti