Progetti di vita…
In queste condizioni, se non ci fosse la piccolina, mi sarei già ritirato in un convento.
Me ne starei lì a pregare, meditare, riflettere, elucubrare, filosofare, almanaccare, arzigogolare, rimuginare, ponderare, contemplare.
Fratel Aquila, potrei diventare.
Ma non posso.
“Papà, chiedimi una domanda.”
“Non si dice chiedimi, ma fammi una domanda.”
“Va bene, fammi una domanda.”
“Quanti anni hai?”
“Se vogliamo mettere i puntini sugli i, sette e mezzo.”
“??? E senza puntini sulle i?”
“Sette.”
Gli insegnanti che lavorano gratis
Mi è capitato per le mani oggi un articolo di giornale di alcuni mesi fa.
Racconta la storia di quegli insegnanti delle scuole private italiane (non tutti, ma molti, a quanto pare) che per il loro lavoro spesso non percepiscono lo stipendio.
Perché?
Perché il lavoro nelle scuole private consente di acquisire punti per le graduatorie presso le scuole statali.
Nelle scuole paritarie (che sono quelle che rilasciano titoli di studio con valore legale) insegnano docenti che a volte non percepiscono un solo euro per il loro lavoro, oppure un rimborso spese, oppure un piccolo stipendio con obbligo di pagarsi i contributi da sè. Alcuni hanno contratti a progetto, pagati a tempo per otto euro all’ora. Niente ferie né malattie pagate. Riunioni e colloqui con i genitori gratis. Però questo fa punteggio e quindi qualcuno ne approfitta.
In questo modo, diverse scuole private (forse anche cattoliche?) “massimizzano” i profitti, tanto per usare un termine di vago sapore marxista e sono più o meno direttamente collegate con scuole non paritarie che organizzano corsi di recupero per chi è indietro con gli studi.
Ora, appare ovvio che questa situazione è semplicemente incredibile.
Molto più incredibile della notizia, data dalla stessa ministra a un giornale, che la Gelmini è incinta, pur non essendo sposata (ma provvederà a breve, così pare).
Perché è incredibile anche questa notizia? Ma perché la Gelmini è cattolica e, se non sbaglio, la Chiesa vieta di avere rapporti sessuali prima del matrimonio, quindi vuol dire che c’è stato un secondo intervento dello Spirito Santo.
Perché non mi si dica che un cattolico può seguire soltanto quegli insegnamenti della sua Chiesa che gli fanno comodo e fregarsene degli altri, salvo poi andarsi a confessare e masticare un pezzo di ostia per ripulirsi la coscienza!
Comunque, torniamo alla notizia degli insegnanti “volontari”.
L’articolo in questione terminava informando il lettore (che in quel caso era il sottoscritto, già incazzato di suo) che la capogruppo del Partito Democratico in commissione cultura Manuela Ghizzoni ha presentato una interrogazione alla ministra Gelmini (che forse non l’ha letta perché stava ricevendo qualche arcangelo che le annunciava l’imminente nascita) chiedendo ispezioni in tutta Italia. “Sono passati due mesi e non ho ancora ricevuto risposta” ha dichiarato la Manuela.
Inutile dire che questa nota finale ha aumentato la mia già notevole incazzatura.
Ma come! La Ghizzoni è stata eletta per la prima volta nel 2006 e rieletta nel 2008. Considerato che questo problema non è certamente nato nell’ultimo anno, io mi chiedo e mi strachiedo:
ma le ispezioni non le poteva fare prima il governo di centro-sinistra?
La Manuela nel 2006 non poteva prendere in mano il telefono e chiamare il Fioroni e dirgli: “Senti un po’, invece di perdere tempo a scrivere stronzissime circolari sull’affissione del crocefisso nelle classi, non puoi fare alzare il culo ai tuoi dirigenti e dare un’occhiata a quelle grandissime teste di cazzo di prorietari di scuole private che invece di pagare i docenti danno loro un calcio nel culo?“
Non poteva farlo prima la Manuela?
Non potevano i nostri governanti di centro-sinistra affondare un po’ di più le mani nella merdaccia che ci circonda e, se proprio dovevano cadere, farlo almeno su problemi seri e non su minchiate qualsiasi?
Potevano farlo?
Lo so che è una domanda senza risposta, per cui me ne vado a letto. E per quanto riguarda l’interrogazione della Manuela, avrei un consiglio su dove posizionarla…
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DIALOGO
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“Papà, perché sei eccitato?”
“Eh? Ma che stai dicendo? Non vedi che sto stirando? E cosa vuol dire essere eccitati?”
“Vuol dire essere… rimbambiti.”
“Qui tra noi due, se c’è una persona rimbambita sei tu.”
“No, tu sei più vecchio, quindi sei tu.”
(Parità?)
Come si sarebbe comportato Cordell Walker con Stefano Cucchi?
Io sono un estimatore di Cordell Walker, alias Chuck Norris e dei rispettivi telefilm Walker Texas Ranger.
Sono delle americanate, certo. Embè? Rappresentano, in versione semplificata, l’eterna lotta dei buoni contro i cattivi, del bene contro il male, eccetera eccetera.
Comunque a me piacciono, anche perché il finale è sempre bello e uno mica può sempre darsi le martellate sulle palle a vedere storiacce che finiscono male, no?
Nei telefilm di Walker i cattivi sono sempre molto fetenti, ne combinano di tutti i colori e non si danno per vinti nemmeno alla fine, quando ormai sono alla frutta. Tentano anzi sempre un’ultima, disperata reazione ed è allora che Walker e i suoi amici menano le mani e i cattivacci ricevono una sonora lezione.
E la scazzottata finale diventa liberatoria per noi fans di Walker, che sappiamo che prima della giusta condanna a opera della giustizia americana, i fetentoni si ritroveranno un bel po’ di ossa rotte.
Attenzione, però, Walker non è soltanto questo. E’ uno che ha radici indiane, che difende i neri, i poveri, che aiuta gli ex-fetentoni che si sono pentiti.
Ora, pare che anche in Italia abbiamo i nostri Texas Rangers, anche se le cose vanno invece un po’ diversamente.
I nostri Texas Ranger non vanno sulle strade, ma siedono in Parlamento.
Fanno le leggi contro le prostitute e i loro clienti e poi ne usufruiscono a iosa (delle prostitute, non delle leggi).
Pontificano contro la droga e poi sniffano.
Esaltano le forse dell’ordine e i militari, ma soltanto per prendere voti.
Coprono e proteggono quelli che prendono a pugni dei poveri ragazzi indifesi come Stefano Cucchi, che devono essere processati e puniti se hanno commesso qualche reato, ma che hanno diritto a un trattamento umano come tutti.
I nostri Texas Ranger sono dei pagliacci, che però non sono nemmeno capaci di fare ridere, ma soltanto piangere…
P.S.: dimenticavo. Il povero Stefano non ha soltanto incontrato degli esponenti delle forze dell’ordine fetenti. Ha anche incontrato, purtroppo, dei medici-merdacce.
Aquila VS. Codice errore 19: 1 a 0 per me!
Quella di ieri è stata praticamente una serata buttata.
Buttata a tribolare dietro (cioè davanti) al computer, impegnato in daunlodamenti, installazioni, disinstallazioni, reinstallazioni, aggiornamenti e via dicendo.
Ma quella di ieri è stata anche la sera nella quale ho conosciuto, affrontato e sconfitto il micidiale CODICE ERRORE 19.
Ora, sono sicuro che molti si chiederanno: ma cosa cacchio sarebbe questo codice errore 19? E da dove arriva? E’ peggio dell’influenza A? C’è un vaccino?
Bene, per rispondere a tutti i vostri dubbi, vi racconterò la mia avventura di ieri sera. Sappiate però che non è un racconto per stomaci deboli e nemmeno per persone impressionabili e tantomeno per minorenni. Io vi ho avvertiti. Non voglio responsabilità.
Dunque, immaginiamo che nell’anno di grazia 2009 decidiate di acquistare un nuovo pc, perché quello vecchio fa le bizze. Compatibilmente con le vostre risorse economiche, acquistate un notebook di una nota marca, con caratteristiche arduar e softuar avanzate. A voi che tutto sommato vi capita di scribacchiare qualcosa, fare due conti, navigare un po’ su internet e scaricare qualche foto dalla macchina fotografica o dal cellulare, con quel pc potreste anche andare sulla luna, ma preferite tenere i piedi ben saldi a terra. E così, cercate di caricare soltanto softuar strettamente indispensabile e originale, scaricate tutti gli aggiornamenti del sistema operativo, proteggete il pc con antivirus, fairuoll e tricchetracche, nonché una garanzia estesa che costa di più di una assicurazione sulla vita.
Per alcuni mesi la vostra vita procede tranquilla in compagnia del nuovo pc, fino a quando…
Fino a quando un sabato pomeriggio decidete di acquistare una nuova stampante multifunzione, con collegamento uaifai, così non inciampate più nei fili. Sempre tenendo conto delle vostre risorse economiche, riuscite a trovarne una della stessa marca del pc (“Così si troveranno bene insieme” pensate) e la portate a casa.
Disimballate la stampante, controllando che nella confezione ci sia tutto quello che serve, la collocate in un posto sicuro e iniziate a leggere il libretto delle istruzioni.
Il libretto delle istruzioni è scritto in una cinquantina di lingue diverse e dopo avere trovato la vostra (cioè l’italiano, visto che il padano non c’è ancora), leggete con soddisfazione che per installare la stampante è sufficiente inserire il cidi nel pici e seguire le animazioni a video. Cioè, manco più le istruzioni, ora ci sono le animazioni!
“Grande! – pensate – Me la caverò prima di cena.” (A cosa vi serva cavarvela prima di cena non si sa, visto che non c’avete un cacchio da fare dopo cena, comunque contenti voi…
Accendete il pc, aprite lo sportellino del lettore/masterizzatore e inserite il cd. Aspettate un po’ e non succede niente.
Riprendete in mano il manuale, per capire se il cd è autoinstallante oppure no, ma non c’è scritto niente.
Riaprite lo sportellino, estraete il cd, lo guardate sopra e sotto (“Mica l’avrò messo dentro al contrario, no?” pensate)
lo rimettete dentro e richiudete il tutto.
Niente.
“Poco male – pensate – farò partire il cd manualmente. Basta cercare il file di avvio e il gioco è fatto.“
Aprite le famigerate risorse del computer e cercate il cd, che non c’è. Richiudete le risorse del computer e le riaprite, ma vi accorgete non soltanto che non c’è il cd, ma non c’è nemmeno il masterizzatore!
Allora aprite una alla volta tutte le funzionalità del vostro pc che servono per analizzare l’arduar, ma non c’è niente da fare: il vostro pc non riconosce più il masterizzatore, è come se non esistesse. E’ inutile che continuiate a osservare lo sportellino; è inutile che rigiriate sottosopra il pc; è inutile che gli diate qualche pacca sul retro (come se gli fosse andato per traverso il cd); è inutile che guardiate supplichevolmente l’immagine di Gesù appesa dietro di voi: il vostro pc e il masterizzatore hanno divorziato e si ignorano a vicenda. Fatevene una ragione.
Continuate a ravanare nel pc e a un certo punto vi appare questa frase:
ERRORE NEL REGISTRO DI SISTEMA
CODICE ERRORE 19
A questo punto s’impone una spipazzata sul balcone e una rimescolata nei pensieri omicidi che vi sono passati per la testa.
“Com’è possibile – pensate – che si sia già ritto il masterizzatore? E’ vero che finora l’ho usato pochino, ma appunto per questo non è possibile che sia già defunto. E cosa vuol dire che c’è un errore nel registro di sistema? Mica ho combinato casini, io. E mo’ che faccio? Perché non ho creato i dischi di ripristino?“
Alla fine della sigaretta prendete una decisione: ci penso io!
Rientrate in casa e iniziate a cercare su internet cos’è questo stramaledetto codice errore 19 e come fare per aggiustarlo. Scoprite così che quello nel quale vi siete imbattuti è un errore che provoca proprio il mancato riconoscimento del masterizzatore, che ha fatto vittime in tutto il mondo.
Analizzate quindi le diverse soluzioni che vi prospettano per risolvere il problema.
1) Il codice errore 19 è dovuto a una congiunzione astrale sfavorevole che colpisce soprattutto i nati sotto il segno della vergine (come voi). Per risolverlo, dovete passare una notte di luna piena seduti sul davanzale della finestra, voi con le palme delle mani rivolte verso la luna e il pc accanto a voi, con lo schermo aperto (soluzione scartata).
2) Il codice errore 19 colpisce il 50% degli uomini tra i 45 e i 55 anni, con pochi capelli e separati. Per risolverlo, dovete portare il riporto e risposarvi (soluzione scartata).
3) Il codice errore 19 è colpa del governo del berlusca, che non investe a sufficienza nell’informatica. Per risolverlo, dovete votare per rifondazione comunista (soluzione scartata).
4) Il codice errore 19 può essere provocato da tutto e da niente. Può essere facilmente risolvibile ripristinando il sistema (mannaggia a me e quando non ho creato i dischi di ripristino!), però può anche essere residente su una porzione danneggiata del disco fisso, e allora ciao!
Quest’ultima analisi, chissà perché, vi sembra quella più aderente al problema e allora, dopo esservi schiaffeggiati davanti allo specchio del bagno e avere ripetuto per un centinaio di volte “prometto solennemente che, se riuscirò a risolvere questo problema, creerò subito i dischi di ripristino del sistema operativo!“, iniziate una serie di operazioni delle quali non capite assolutamente niente, ma che potrebbero anche fare riappacificare il vostro pc al masterizzatore.
Ne frattempo, trovate anche il modo di ingurgitare qualcosa, perché il tempo passa e lo stomaco (che riconosce benissimo la fame) brontola.
Verso le undici di sera (le ventitre per chi vive a testa in giù), scoprite che, senza sapere come avete fatto, miracolosamente il vostro pc ha ripreso a riconoscere il suo masterizzatore e quindi stappate quella vecchia bottiglietta di cedrata che vi è rimasta in casa da quest’estate e vi appropinquate nell’installazione della nuova stampante, operazione che termina verso l’una di notte (una di notte anche per chi vive a testa in giù).
Stanchi e stremati, effettuate le dovute prove di stampa, senza fili (“Ma dove passeranno le parole che ho scritto sullo schermo per andare alla stampante? – vi chiedete – Sotto al tavolo, all’interno della vetrinetta dei liquori oppure su e giù per il muro?“) e poi ve ne andate a letto, pensando che gli altri quarantenni/quasi cinquantenni (quelli normali) al sabato sera si dedicano ad attività più soddisfacenti (anzi, direi molto più soddisfacenti!) e vi ponete la classica domanda:
ma ne valeva la pena?
Novembre, novembre…
E’ un mese particolare, novembre.
E’ un tipico mese di passaggio, un ponte tra l’estate definitivamente finita e l’inverno non ancora iniziato (è l’autunno, direbbe qualcuno).
Se a ottobre si può ancora godere di giornate tardo-primaverili, a novembre no (almeno qui da noi in padania): fa freddo, un freddo che inizia a penetrarmi nelle ossa; arriva la nebbia al mattino e si fa forte la voglia di scappare via, non soltanto dalla nebbia, ma anche dai problemi.
Novembre è il penultimo mese dell’anno, dovrebbe consentire il riposo, in vista del tour de force dicembraio e gennaioso, ma non è così.
Novembre mi costringe a guardarmi dentro e a osservare le altre persone come oggetti semi-sconosciuti, che scivolano via.
Sarebbe interessante fare una statistica per vedere in quali mesi sono accadute le più grandi disgrazie della storia: sono sicuro che novembre starebbe sul podio.
Per me, in questo novembre ho dovuto iniziare un percorso particolarmente doloroso: il ricovero in casa di riposo di mia madre.
Lo so già che questo provocherà una rivolgimento più nella mia vita e in quella di mia figlia che non nella sua, che anzi per certi aspetti può addirittura migliorare.
Per me sarà il distacco ormai quasi definitivo da ciò che rimane dei miei genitori. Avrò davanti tutti i giorni la loro casa ormai vuota, quella casa nella quale ho trascorso quindici anni della mia vita. Non potrò più suonare quel campanello, non sentirò più i passi avvicinarsi alla porta, non vedrò più le luci alle finestre.
E la piccolina non avrà più la casa della nonna nella quale andare a giocare o colorare.
Il palazzo diventerà un po’ più disabitato, in attesa che anch’io me ne vada ad abitare da un’altra parte.
Sarà un passaggio doloroso per me, quello che avverrà in questo novembre.
Dovrò rimboccarmi le maniche.
Riflessioni sparse nella notte di Halloween
TANTO PER COMINCIARE…
Stasera, mentre ero in pizzeria con la piccolina, circondato da cameriere vestite da streghe, sono stato assalito da un pensiero: di essere un fallito. Un fallito come uomo, come marito, come padre, come scrittore, come figlio, come lavoratore, forse anche come cuoco.
Poi credo di avere capito il motivo di cotanti pensieracci: sulla capricciosa non ci vanno i wurstel!
UN BELL’INCONTRO E UNA RIFLESSIONE SULL’UNIVERSO FEMMINILE
Qualche giorno fa dovevo fare un po’ di spesa e ho deciso di andare alla Coop.
Vi sono una serie di motivi logistici che mi hanno tenuto lontano dalla Coop nelle ultime settimane, ma stavolta ho
optato per quel supermercato. Ho preso un cestino (ben presto rivelatosi insufficiente a contenere le “due o tre cosette” da comprare, che sono diventate qualche decina) e mi sono avviato nei meandri del moderno consumismo.
Sul finire della spesa, con il cestino ormai stracolmo, davanti al banco dei salumi ho incontrato un mio amico. Il mio amico aveva il carrello ed eravamo entrambi soli, così ci siamo fermati una buona mezz’ora a parlare del più e del meno (proprio come le donne che occupano le corsie dei supermercati per ore e mi fanno tanto girare le palle…).
Il mio amico ha un anno più di me, non è sposato e vive con l’anziana madre (il padre credo sia morto quando era piccolo). Ci conosciamo da quando avevamo vent’anni, durante gli studi universitari abbiamo svolto insieme in alcuni lavori stagionali. Lui è un insegnante che dopo anni di precariato ha raggiunto la stabilità. E’ un tipo tranquillo, posato, timido, ma non noioso. Il mio amico è una persona seria, quello che una volta si sarebbe definito un bravo ragazzo e che ora si può definire un brav’uomo e la chiacchierata con lui è stata una buona cosa.
Malgrado tutto ciò, il mio amico non ha mai avuto alcun successo con le donne.
Ora, io credo di sapere il perché. Probabilmente lui è uno di quelli che hanno stampato in faccia che a una donna garantiranno una vita normale, serena. Uno di quelli che una donna la sposano, l’amano, la rispettano, non la tradiscono. Uno di quelli che garantisce che lavorerà, alleverà i figli, andrà in vacanza. Insomma, l’esatto contrario di uno stronzo, cioè l’esatto contrario di quello che cercano le donne (per lo meno il 99,99% di loro). Già, perché le donne cercano proprio il contrario, salvo poi lamentarsene, ma sono le cosiddette lacrime di coccodrillo. Se ti presenti come il mio amico, sei fregato in partenza e per tutta la vita. Perché così va la vita.
UN ARTICOLO DI GIORNALE UN PO’ SCEMO
Rimaniamo in tema di donne.
Sull’ultimo numero de “Il Venerdì di Repubblica”, nella rubrica “Questioni di cuore” curata da Natalia Aspesi (ebbene sì, la leggo) c’è la lettera di un tale Luca che chiede alla Natalia: “Ma come fanno i suoi lettori a trovare tutti questi amori?” Incuriosito, sono andato a leggerla.
Luca dice di avere 42 anni e, dopo tre anni dalla fine della sua ultima relazione, considera finita la sua vita di relazione, perché il suo problema è che manca di occasioni. Chi non è più un ventenne – si chiede – come fa a trovare tutti questi amori? Ha un lavoro che non prevede contatti con la gente, gli amici o sono sposati o hanno altro da fare, uscire per locali gli sembra patetico. E allora che si fa? Ci si butta al supermercato, per strada, al museo?
Ancora più incuriosito, ho letto la risposta.
Proprio così: – risponde la Natalia – al supermercato, in strada, a casa di amici, su internet, al cinema, al pronto soccorso, dal dentista, Insomma, ovunque c’è l’occasione da sfruttare.
Ma… c’è un ma: bisogna conoscere le tecniche per conquistare una signora. Parole, gentilezze, complimenti, assiduità non soffocante, piccoli doni divertenti, inviti, eccetera. Questo dice la Natalia.
Non so se questa risposta possa avere aiutato Luca. Io avrei risposto molto più semplicemente: ovunque si presenta l’occasione, non fare la persona seria, fai lo stronzo, punta sulla quantità e prima o poi beccherai qualcuna. Statistica, pura statistica e niente di più.
UNO SGUARDO, UN INSEGUIMENTO…
Insistiamo con le donne.
In un tardo pomeriggio di questa tarda estate, stavo percorrendo una piccola galleria commerciale nel mio paese (talmente piccola che se accendi una sigaretta da una parte, il fumo esce dall’altra). In direzione opposta alla mia veniva avanti una donna. Io camminavo frugandomi nelle tasche, cercando qualcosa che non trovavo e da subito ho sentito il suo sguardo su di me, fisso e penetrante. Incrociandola, l’ho guardata in faccia e lei ha continuato a guardarmi, insistentemente.
Mi sono chiesto chi fosse, se per caso l’avessi conosciuta da qualche parte. Mi capita spesso, infatti, di incontrare persone con le quali ho avuto a che fare nel corso della mia attività amministrativa e che non riconosco più: presenze evanescenti delle quali mi sono ormai scordato. In quel caso non mi sono ricordato di niente e la cosa è finita lì.
Circa un mese fa, una domenica all’ora di pranzo mi sono recato al supermercato, per comprare qualcosa di diverso da mangiare (cioè qualche schifezza congelata e precotta). Si trattava di un supermercato nel quale non vado mai, ma che in quel momento stava proprio lì, a portata di mano.
Sono entrato e mi sono diretto verso il reparto dei surgelati e, davanti al vicino banco dei latticini chi vedo? Quella donna della galleria commerciale. Sbircio tra le schifezze precotte e cambio idea: mi dirigo verso il banco della carne, attirato dal profumo dei polli allo spiedo. Dopo un po’ me la ritrovo che occhieggia pure lei la carne. Allora vado al banco dei latticini (mozzarella?) e lei si mette a guardare i surgelati. Mentre noto che si sta staccando dai surgelati e prende pure lei la direzione dei latticini (mozzarella?), io mi dirigo di nuovo verso i surgelati e allora lei fa retromarcia.
Insomma, il balletto è finito quando mi sono diretto verso la cassa, senza avere comprato un cazzo e me la sono ritrovata dietro. Che abbia ragione la Natalia? Può darsi, ma lei non ha fatto i conti con il famoso fattore I: l’imbranataggine. Cioè, tanto per fare retta alla Natalia, che avrei dovuto dirle?
“Hai mai assaggiato queste mozzarelle?” se risponde di no, il discorso rischia di finire lì e rimani come uno scemo.
“Prenderei questo pollo allo spiedo, ma per una persona sola è troppo…” uhm… forse troppo esplicito. Rischi che ti risponda di darlo al gatto.
“Ma tu sai come si cucina questa zuppa di pesce?” rischi di fare la figura dello scemo, considerando che le istruzioni che le capirebbe pure un bambino.
Insomma, Natalia, sono un caso disperato?
PER FINIRE: DIALOGO CON LA PICCOLINA
“Ma si può sapere cosa ti hanno insegnato finora al catechismo?”
“Niente.”
“Niente? Impossibile.”
“L’altro giorno ci hanno fatto fare un gioco. Ci hanno dato una scheda con delle figure e dei nomi e dovevamo segnare quella che ci assomiglia di più.”
“E che figure c’erano sulla scheda?”
“C’era il bullo, il conta su di me, il so tutto io, la chiacchiericcia, il pugno chiuso, la sincerità…”
“E tu chi hai segnato?”
“Io ho segnato la sincerità.”
“Ah, bene! E perché la sincerità?”
“Perché aveva i capelli con la coda e le All Star proprio come me.”
“Ettepareva…”
Con che cosa fa rima Marrazzo?
C’era una volta Antonio Lubrano, un distinto giornalista che conduceva una trasmissione dal titolo “Mi manda Lubrano”.
Poi sono venuti due giornalisti arrogantelli e saputelli, Piero Marrazzo e Andrea Vianello, a condurre una trasmissione dal titolo “Mi manda Rai3″ (perché se mettevano “Mi manda Marrazzo” uno avrebbe risposto: “Stocazzo!” oppure se mettevano “Mi manda Vianello” uno si aspettava uno sketch dei Mondaina).
Il Marrazzo, come tanti altri giornalisti, a un certo punto si è dato alla politica ed è riuscito a farsi eleggere presidente della regione Lazio, per il rotto della cuffia (commento quasi d’obligo: “stocazzo!“).
Ora, che fa il Marrazzo invece di capitalizzare questa sua vittoria?
Si fa infinocchiare in una brutta storia di trans, ricatti, utilizzo (forse) di auto blu, droga (forse).
Cioè il cattolico Marrazzo (lui ha detto di esserlo), sposato con prole, si divertiva (non so quanto spesso) con qualche trans delle zone malfamate di Roma.
Ora, io mi sono stufato di vedere che il centro-sinistra continua a spingere in avanti dei coglioni, in incarichi importanti.
E’ vero che un politico non deve essere giudicato per le persone con le quali va a letto, ma un po’ di coerenza, un po’ di senso della misura, un po’ di senso delle istituzioni, un po’ di intelligenza, per la miseria ci vorrebbe!
Come si fa da un lato a fare leggi che puniscono prostitute e clienti, a mandare vigili e carabinieri a multarli e poi a trastullarsi tranquillamente con loro? Possibile che uno non pensi alle conseguenze non soltanto nella sua vita privata ma anche sull’istituzione che rappresenta? Possibile che uno non capisca che il privato dei politici diventa pubblico, non per colpa dei giornalisti cattivi o delle fughe di notizie nei tribunali, ma perché sono i politici che per primi sfruttano il loro privato per prendere voti?
No no, non ci siamo.
Marrazzo non può fare rima che con una cosa sola, e non è nè terrazzo, nè andazzo nè sollazzo.
Perché il mio ruolo nell’azienda deve sempre essere quello del risolvi-puttanate?
Lo so, questo è un periodo di dubbi esistenziali. Sarà per il freddo improvviso, sarà perché non si è visto l’autunno, sarà perché…
Comunque, qualche giorno fa ho finalmente capito qual’è, nell’ambito della gestione del personale, il mio ruolo principale nell’azienda: il risolvi-puttanate.
Le mie funzioni in genere iniziano al pomeriggio, quando pensi di utilizzare due-tre ore di calma per lavorare tranquillo e invece vieni chiamato al piano superiore, dai capi (prima di salire le scale dovresti lasciarti alle spalle il cartello “puttanata in progress“).
Il capo inizia a esporti un problema e tu pensi: “Adesso mi chiederà un parere su come risolverlo e io potrò utilizzare la mia preparazione, potrò mettere a frutto la mia formazione, potrò…” ma invece non succede niente di tutto questo.
Il capo, dopo avere esposto il problema, ti spiattella subito la soluzione che lui ha già trovato e, di fronte alla tua perplessità, aggiunge: “Lo so che non si potrebbe fare, ma…” e segue qualche secondo di silenzio.
Occorre capire subito il significato di quel silenzio: “Lo so benissimo che questa cosa non si può fare, ma se tu non trovi la strada per farlo ugualmente, che ci stai a fare in questa azienda?“
E’ a questo punto che capisci qual’è il tuo ruolo e torni nel tuo ufficio, guardi l’orologio e ti accorgi che hai già sforato di mezz’ora l’orario di lavoro. Torni a casa, trovi tutto spento, freddo e c’è una sola cosa che può riconciliarti con la vita:
un bel minestrone!
Perché nei ragionamenti con la piccolina mi capita sempre più spesso di soccombere?
“Papà, ma è vero che il cataclisma è una cosa che arriva improvvisamente e rompe tutto?”
“Sì, in un certo senso possiamo dire che è così.”
“E allora perché io tutte le domeniche devo andare al cataclisma?”
“Al cataclisma? Ahahah! Noooooo…. Devi andare al catechismo, non al cataclisma! (Però ti accorgerai che è più o meno la stessa cosa…)”
===ooOoo===
“Papà, oggi a messa è passata la Luigia a raccogliere i soldi.”
“E tu glieli hai dati?”
“Sì, le ho dato quelli che mi avevi dato tu.”
“E perché mai?”
“Non per i poveri. Li ha raccolti per darli a Dio.”
“Vabbeh, la prossima volta a Dio glieli do’ io direttamente. Non vedo perché prima devono passare nelle mani della Luigia.”
“Stai zitto tu che non capisci niente.”
==ooOoo===
“Papà, voglio il giubbotto con il pelo!”
“Voglio il giubbotto, voglio le scarpe, voglio i giochi! Non sai dire altro che voglio, tu? Ma lo sai che le cose si comprano con i soldi e se se ne spendono troppi finiscono?”
“Ma io ho i miei soldi! Pago io.”
“E quando finiscono anche i tuoi?”
“Mi strappo un dente.”
“Ti strappi un dente? E perché mai?”
“Così il topo mi porta altri soldi.”
Voglio l’etilometro in tv
Non ho capito una cosa.
Se uno guida ubriaco, gli fanno (gli devono fare) un culo così, perché mette in pericolo la vita degli altri (oltre alla sua, che però sarebbero soltanto cazzi suoi).
Però, non è che se uno va in televisione un po’ alticcio a sparare cazzate a destra e a manca faccia meno danni.

Allora, perché non fare l’etilometro anche a quelli che partecipano alle trasmissioni televisive?
P.S.: scusate per le piccole parolacce, però mi sono veramente rotto o coglioni…

