Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Sergio

Conobbi Sergio il primo giorno di scuola della prima elementare: un bambino timido e impacciato come me, soltanto un poco più basso.Quando parlava con gli altri o veniva chiamato alla lavagna dalla maestra, continuava a muovere le spalle: io pensavo che gli desse fastidio la maglietta  capii invece anni dopo che quello era un tic nervoso.

Sergio abitava in una villetta alla periferia del paese. Sul retro stava l’officina del padre, piccolo artigiano; in casa la madre casalinga e due sorelle più piccole.

Alle medie Sergio lo persi di vista, per ritrovarlo poi al Liceo, anche lui come me, e tanti altri ragazzi, vittima di genitori apprensivi che facevano frequentare ai figli ‘unicla scuola presente in paese, piuttosto che farli avventurare nella grande città. Dato che nella nostra classe i banche formavano file orizzontali, Gianni, che stava tra me e Sergio, divenne in pratica il compagno di banco di tutti e due.

Terminato il Liceo, Sergio e Gianni presero la strada di economia e commercio all’università, destinati dai genitori a diventare commercialisti o bancari; io presi la strada di giurisprudenza, destinato a diventare avvocato o magistrato. Ma l’università per Sergio durò poco, perché dopo un anno il padre morì e lui abbandonò la scuola per continuare l’attività del genitore. Io e Gianni l’università l’abbandonammo un paio d’anni più tardi, e senza avere nemmeno lutti in famiglia.

Non frequentai più Sergio negli anni successivi. Le nostre strade e le nostre amicizie si divisero nettamente. A volte lo vedevo nel tardo pomeriggio del sabato davanti all’edicola in piazza, mentre aspettava i suoi amici. Un po’ lo invidiavo, lui che almeno aveva qualcuno da aspettare…

Fu intorno ai trent’anni che Sergio conobbe Maria Francesca. Nata nel nostro paese ma figlia di meridionali, possedeva tutta intera la fierezza e la bellezza delle donne del sud: lunghi capelli neri e ricci, grandi e profondi occhi scuri, morbide forme che facevano perdere il senno. Maria Francesca aveva da poco superato i vent’anni ed era sbocciata come un fiore. Sergio se ne innamorò perdutamente e iniziò un pressante corteggiamento, forse il primo della sua vita, che stava comunque dando i suoi frutti.

Improvvisamente però comparve Paolo. Paolo era esattamente l’opposto di Sergio: alto, biondo, spigliato, fisico atletico, di famiglia benestante, laureato e avviato, lui sì, verso una brillante carriera di commercialista.

Paolo e Maria Francesca si innamorarono, si sposarono ed ebbero due figli.

Per Sergio fu un duro colpo e, visto che le disgrazie non vengono mai sole, anche la sua attività prese una brutta piega: fu costretto a chiudere la sua officina e andò a lavorare in fabbrica. Accettò di lavorare sempre più spesso in trasferta all’estero e per diversi anni non si vide più in paese.

Sergio divenne un bravo tecnico nel suo lavoro e nelle sue trasferte incontrò alcune persone con le quali, una decina di anni dopo, fondò una nuova impresa in paese. La sua nuova attività ebbe successo e all’età di 45 anni Sergio era diventato un piccolo imprenditore di successo.

Paolo, invece, si era lanciato in una serie di azzardate operazioni finanziarie grazie alle quali aveva ridotto sul lastrico la sua famiglia e pure quella dei genitori, aveva passato qualche settimana in galera e aveva pure divorziato da Maria Francesca, lasciandola sola a crescere i due figli.

E fu così che Sergio e Maria Francesca si incontrarono di nuovo e in lui tornò a galla il vecchio amore, che evidentemente non era mai scomparso. I due ripresero a frequentarsi, Sergio si era affezionato ai figli di Maria Francesca e in paese si parlava di imminente matrimonio, quando improvvisamente Sergio abbandonò Maria Francesca, apparentemente senza alcuna ragione.

In paese circolarono diverse voci, ma la verità si è saputa soltanto da poco.

Sergio è morto un mese fa, stroncato da un tumore al polmone: proprio lui che fumava sì e no un pacchetto di sigarette al mese. Non ha voluto curarsi e se ne è andato nel giro di sei mesi da quando i medici gli hanno comunicato la dolorosa scoperta.

Al suo funerale ho visto Gianni, il nostro comune compagno di banco, ma non Maria Francesca, forse ancora ferita da quell’ultimo, inspiegabile abbandono.

Lo stesso Gianni la settimana scorsa mi ha telefonato, dandomi la notizia in anteprima: al mattino era stato aperto il testamento di Sergio. Tra i beneficiari vi era anche Maria Francesca, alla quale Sergio ha lasciato uno dei suoi appartamenti, nonché un fondo vincolato per la scuola dei figli.

A volte l’amore prende strade tortuose, ma ce ne mette a morire…

12 aprile 2009 Posted by | Racconti, Smancerie pseudo-sentimentali, sogni, Storie ordinarie | , | 2 commenti

Progetti letterari

Arieccomi qua, dopo la pausa ferragostana e prima di quella pasquale.

Accennavo in un post precedente che questo è un periodaccio, a causa del lavoro aggiungo. Se fino alla fine dell’anno scorso andare a lavorare era quasi un piacere, da quest’anno è diventato una tortura e questo ha un riflesso negativo su tutte le mie giornate, anche se con la piccolina riesco a mascherarlo bene.

Ma non è di questo che intendo parlare, anche perché sono sicuro che non frega niente a tutti (“non frega niente a nessuno” mi sembra un po’ una tautologia).

Questa premessa mi serve per dire che è proprio in questi periodacci che si sviluppa la mia attività letteraria e divento particolarmente produttivo. In questo periodo, poi, è ricomparsa la vena ironica, umoristica e satirica che era scomparsa da tempo. Ragion per cui ho sviluppato alcuni progetti letterari, che or ora vado a enunciare.

Primo progetto. Il 31 marzo ho inviato un raccontino a un editore per una selezione  finalizzata alla pubblicazione di una antologia. Ho già pubblicato un racconto l’anno scorso e stavolta mi è uscito fuori un altro racconto-bonsai, con finale a sorpresa. Penso di essere ormai lanciato verso l’obiettivo di scrivere il racconto più breve del mondo e per farlo non è sufficiente ridurre il numero di parole: bisogna anche contrarre le parole stesse, quindi scrivere una storia utilizzando soli morfemi. Certo, non pretendo che tutti sappiano cos’è un morfema, soprattutto quando si è ancora intenti a capire la regola delle d eufoniche

Secondo progetto. La partecipazione a un concorso letterario che scade a giugno, presso una piccola ma seria casa editrice. Ho già partecipato alla prima edizione di questo concorso, nel 2007, risultando tra i dieci vincitori, con pubblicazione nell’antologia del premio. Alla seconda edizione del concorso non potevano partecipare i vincitori della prima. Ora, alla terza edizione, ho deciso di riprovarci, soprattutto perché mi è venuta una buona idea, che però devo sviluppare.

E qui mi corre l’obbligo di precisare le varie fasi delle quali si compone la mia attività letteraria.

diventare_scrittore Il primo momento è quello più propriamente creativo. In genere nei luoghi e nei momenti meno indicati mi vengono le idee per le mie storie: in bagno, in auto, durante le riunioni di lavoro e via dicendo. Non potendo distrarmi più di tanto, l’idea continua a frullarmi in testa.

Il secondo momento è quello che io chiamo costruttivo, nel senso che, appena mi è possibile,  metto su carta la struttura della storia, così come viene, comprese ripetizioni, errori grammaticali e d eufoniche ( ma le elimino subito).

Il terzo momento è quello più propriamente tecnico. Il testo viene sviluppato, ripulito, aggiustato, oliato affinché giri senza intoppi di alcun genere. Per arrivare al risultato finale, però, è necessario che io declami lo scritto (declamare = recitare solennemente, accompagnandosi con gesti appropriati), passeggiando per la mia modesta magione.

Terzo progetto. Un libro di racconti umoristici  e satirici, alcuni già pubblicati sulla stampa locale e revisionati, alcuni inediti. Al momento i racconti selezionati sono otto e tutti prendono spunto da fatti e/o notizie in un arco temporale che va dall’attuale crisi economica fino a Giulio Cesare. Alcuni di questi racconti, dicevo, sono già stati pubblicati e hanno riscosso un certo successo, quindi ho deciso di fare un’antologia che dovrebbe essere finalizzata alla pubblicazione tramite un sito di self-publishing. Non escludo però, nel caso in cui il prodotto finale mi piaccia particolarmente, che possa anche decidere di inviarlo a qualche editore. Sono ancora indeciso se pubblicarlo con il mio vero nome (Aquila Non Vedente) o con quello finto con il quale mi hanno registrato all’anagrafe alla nascita.

Quarto progetto.  Il libro che ho nel cassetto da quasi quattro anni e che ormai è diventato il mio miraggio e la mia dannazione.

Quinto progetto.  Una storia fortemente autobiografica, molto difficile e, soprattutto, dolorosa. ma questa per ora è soltanto una idea.

Ora che vi ho esposto con tanta maestria i miei progetti letterari, vi auguro un buon week-end perché non c’ho tempo da perdere…

4 aprile 2009 Posted by | Libri, Racconti, sogni, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 4 commenti

Il risotto agli asparagi

Stasera potrei parlare di politica, di cosa ne penso dei politici attuali, di come la gente dovrebbe e potrebbe stanarli con poca fatica (se volesse), ma di come non lo fa, perché purtroppo tanta, troppa gente ha i politici che si merita, essendo peggio di loro.

Ma non lo farò.

Potrei parlare della nuova stagione creativa (sul piano letterario) che sto vivendo, del ritorno della vena ironica/satirica/umoristica nei miei ultimi racconti, dopo la sua scomparsa qualche anno fa, della fatica che faccio a portare avanti contemporaneamente 4-5 racconti e un paio di altre cosucce.

Ma non lo farò.

Potrei parlare dell’ultima puntata di TUTTI PAZZI PER AMORE che c’è stata ieri sera, del lieto fine della storia (ovviamente), dei motivi per cui mi ero affezionato a questo appuntamento della domenica sera.

Ma non lo farò.

Non parlerò di niente di tutto questo.

risotto-con-asparagi Stasera parlerò del risotto agli asparagi.

Perché? E’ presto detto.

Nei primi anni del mio matrimonio ero solito acquistare alla Coop le confezioni di risotto agli asparagi. Non era niente di particolare, erano buste trasparenti con all’interno il riso e gli asparagi liofilizzati. Si buttava il tutto nella pentola con l’acqua e si faceva bollire. Pur non essendo niente di speciale, quel risotto rappresentava per me una piccola novità gastronomica, da preparare ogni tanto.

Dopo qualche anno quelle confezioni di risotto sono sparite dagli scaffali della Coop, volatilizzate e io non ho più mangiato risotto agli asparagi. Non mi è nemmeno più tornato in mente, ecco. Semplicemente così: come è sparito dagli scaffali del supermercato, quel risotto è sparito anche dalla mia vita e dalla mia memoria. Pluff…

L’anno scorso, improvvisamente e inaspettatamente, è risorta la voglia di risotto agli asparagi.

Al supermercato non ho nemmeno guardato se vi fossero risotti agli asparagi già pronti. No, ho acquistato gli asparagi, deciso a farmelo da me il risotto e così è stato.

E’ venuto buonissimo.

Da quel momento, ogni tanto me lo cucino, come stasera. Piace anche alla piccolina, malgrado a volte guardi con sospetto quelle cosette verdi che spuntano tra i chicchi di riso (“Ma è menta?” mi ha chiesto la prima volta).

Non sento più quel sapore del risotto agli asparagi della Coop, del quale non ho nemmeno nostalgia.

Quello che cucino adesso è molto più buono.

25 febbraio 2009 Posted by | Pensieri disarcionati, Sani principi, Smancerie pseudo-sentimentali, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , , | 27 commenti

Immaginate…

… di tornare dal lavoro un venerdì pomeriggio, uno dei tanti venerdì pomeriggio che avete accumulato nella vostra vita.

ombraImmaginate di avere davanti, come sempre, un lungo, lento, interminabile fine settimana colmo di attività banali e di solitudine.

Immaginate di fare la doccia, come tutti i venerdì, non per prepararvi ad uscire ma soltanto per tentare di lavarvi via di dosso la disperazione di tutta una settimana.

Immaginate, mentre vi state asciugando, di aprire la porta del bagno per fare uscire il vapore e d’un tratto, abbassando lo sguardo, di vedere che la vostra ombra si stacca da voi, percorre il corridoio, si arrampica sinuosamente lungo le pareti e se ne va. Dopo un attimo di sbandamento (e anche di terrore), iniziate a rincorrerla, cercate di afferrarla, la chiamate, urlate, supplicate, ma non c’è niente da fare: perfino lei vi ha abbandonato.

Che fare? Non si può mica chiedere in giro a parenti e amici se hanno visto la vostra ombra; non si può presentare denuncia di scomparsa alla polizia; non si può chiamare “Chi l’ha visto?”. Verreste presi per pazzi.

E allora?

Non vi resta che cercarla dentro voi stessi, percorrendo a ritroso la vostra vita in un viaggio doloroso e dagli esiti incerti, alla ricerca proprio della vostra ombra, perché sapete che laddove c’è un’ombra deve esserci necessariamente anche una luce che le ha dato vita. E che forse la ridarà anche a voi.

Immaginate che il lunedì mattina, alla fine del vostro viaggio…

Piaciuto?

Beh, non è facile portare avanti una storia così, però io ci provo.

Piano piano… lento lento… tanto non abbiamo altri impegni.

Io e la mia ombra… Ombra! Ombra! Ma dove cavolo ti sei cacciata?

2 dicembre 2008 Posted by | Libri, Racconti, Storie ordinarie | , | 14 commenti

Evvvvvai!

Raccontino inviato all’editore romano selezionato per l’antologia che uscirà a fine mese.

Non male, considerato che l’ho rivisitato in fretta e furia negli ultimi giorni.

Ora devo proprio concentrarmi sul mio libro.

Devo, dovetti, fortissimamente dovrebbi…

P.S.: guadagno dall’operazione = zero, ma nella vita mica si vive di soli euri, no?

No?

22 ottobre 2008 Posted by | Libri, Racconti, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , | 23 commenti

Fatto, completato e spedito!

Ho completato il raccontino di cui parlavo nel post precedente e l’ho inviato all’editore.

Avrei voluto avere più tempo per lavorarci su, ma io mi riduco sempre a fare le cose all’ultimo momento… Pazienza.

Si tratta di un racconto bonsai: una pagina scarsa, finale ovviamente a sorpresa.

Ancora un po’ che li accorcio i racconti e potranno essere pubblicati sui pacchetti di sigarette (perché no? Sarebbe una bella idea per diffondere la letteratura, no?)

Una volta ho letto che a Stephen King chiesero perché scrivesse sempre libri lunghissimi, chilometrici e lui rispose che non aveva problemi a misurarsi anche con i racconti brevi, sfornando lì sul momento un mini bonsai che faceva all’incirca così: “La guerra necleare era finita. L’unico uomo sopravvissuto se ne stava chiuso nel suo bunker. Qualcuno bussò alla porta.

Brrrrrrr…… io con i racconti horror non mi cimento, perché poi non dormo la notte.

A proposito, chi volesse leggere il mio racconto pubblicato in rivista, me lo chieda pure via e-mail che, appena mi arriva glielo invio con molto piacere.

Ora proseguo con la lettura di “Inchiesta sul cristianesimo. Come si costruisce una religione” di Augias-Cacitti.

Il tema mi interessa molto, però finora il libro non mi soddisfa pienamente.

Non capisco bene il perché, ma è come se i due autori si sforzassero eccessivamente di essere “obiettivi” e questo li fa girare attorno alle questioni, senza affrontarle di petto.

Comunque un giudizio definitivo soltanto dopo la lettura completa, ovviamente.

Per ora buonasera, buonanotte, sogni d’oro e… chiudete bene la porta, mi raccomando!

30 settembre 2008 Posted by | Racconti, Un po' di me | , | 13 commenti

Il trasloco (racconto)

La prima stesura definitiva di questo racconto porta la data del novembre 2004.

Sebbene la vena satirico-umoristica non si fosse ancora esaurita, era già presente un indizio di “perturbazione” (o di preveggenza?).

Questa è una versione del 2006, non ricordo in quale occasione e per quale motivo sia stata stesa. Non ricordo neanche più se è stata pubblicata la 1^ o la 2^ versione.

Comunque beccatevela così com’è.

IL TRASLOCO

Non ci sono più i traslochi di una volta.

Quando ero un bambino il trasloco (che in dialetto veniva chiamato “San Martino”) rappresentava un avvenimento storico per la vita familiare.

Le operazioni in genere iniziavano con la ricerca degli scatoloni dove raccogliere il materiale da trasportare. Non era una operazione di poca importanza questa, perché una volta non vi erano a disposizione tanti imballaggi come oggi e trovare scatoloni capienti e robusti non era facile. Si trattava per lo più di contenitori di generi alimentari, che con quel trasloco intraprendevano una nuova vita che non sarebbe certamente finita lì, perché in seguito sarebbero stati utilizzati di nuovo, per custodire in cantina tutto quello che andava conservato (vecchi vestiti, scarpe, libri, giocattoli). E quegli scatolini avrebbero svolto diligentemente il loro compito ancora per anni, finché l’umidità, la polvere e il peso di altri scatoloni più giovani e robusti non li avesse fatti piegare e spanciare. Soltanto allora, quando si fossero sfaldati, quasi disfatti nelle mani di mio padre, potevano essere buttati nella spazzatura.

Poi occorreva trovare un camion per trasportare mobili, elettrodomestici e gli scatoloni stessi. Questo voleva dire fare intervenire qualche amico che avesse un autocarro disponibile per il tal giorno e alla tal ora e in genere poi l’amico veniva anche coinvolto nel lavoro.

Una volta risolti questi problemi logistici, occorreva mobilitare i parenti affinché dessero una mano per effettuare il trasloco nell’arco della giornata prescelta. Ecco allora arrivare gli zii, che si mettevano all’opera di prima mattina insieme a mio padre e per tutta la giornata smontavano, trasportavano, caricavano, urlavano, inveivano contro porte troppo strette, scale troppo ripide, mobili troppo pesanti.

A mezzogiorno mia madre faceva trovare bell’e pronto un abbondante pasto, annaffiato da un altrettanto abbondante vino (“buono”, per carità, non quello “da pasto”). A me mi facevano sedere a capotavola ed osservavo compiaciuto quell’allegra compagnia che divorava la pastasciutta, il pollo, l’insalata e magari anche una fetta di torta.

In realtà durante la mattinata mia madre non si era certamente limitata a preparare il pasto, ma aveva anche sorvegliato discretamente tutte le manovre che gli uomini man mano compievano. Aveva dispensato suggerimenti che dapprima erano stati bruscamente rifiutati, ma che in un secondo momento i maschi avevano seguito, introducendo qualche piccola ed insignificante variante per farli passare come roba loro (perché si sa, “chi sta fuori vede le cose meglio di chi ci sta dentro”). E mia madre sapeva anche che tutti quegli scatoloni li aveva riempiti lei e quando tutti se ne fossero andati era lei che doveva vuotarli e mettere tutto a posto, per tornare a vivere in un ambiente dignitoso. Non solo, ma lei aveva anche dovuto salvaguardare l’incolumità del figliolame, cioè del sottoscritto; che non intralciassi le manovre degli uomini, che non finissi scricchiolato sotto all’anta di qualche armadio, che non salissi sul camion e soprattutto che non venissi dimenticato nella vecchia casa.

Al pomeriggio riprendevano le operazioni di fatica e pareva proprio che il vino “buono” avesse allargato un po’ le porte. La casa si svuotava sempre più rapidamente ed osservarla così mi metteva addosso un po’ di angoscia. Rimanevano a terra oggetti che avevo creduto perduti per sempre, qualche fumetto di anni addietro, penne scivolate sotto ai mobili e mai recuperate, giocattoli che improvvisamente recuperavano una loro dignità. Le pareti spoglie diffondevano anche una leggera eco e gli spazi abitati fino al giorno prima sembravano improvvisamente molto più grandi.

Per la sera tutto doveva essere finito. I mobili dovevano essere montati, gli elettrodomestici dovevano funzionare e gli oggetti di uso comune dovevano essere a disposizione per il giorno dopo, perché si riprendeva a lavorare. I parenti se ne andavano, coscienti che forse fra un anno, due o tre ci sarebbe stato un altro “San Martino” e quindi un’altra occasione per aiutarsi a vicenda.

Oggi i traslochi sono attività completamente spersonalizzate.

Chiami una impresa specializzata e alcuni giorni prima di portano in casa una infinità di scatoloni ancora imballati, da assemblare. Sono tutti della stessa dimensione e dello stesso colore e guai a ficcarcene in mezzo uno diverso, si rischia di far fallire tutto il trasloco e forse anche l’impresa stessa. Insieme agli scatoloni ti forniscono pure il nastro adesivo per sigillarli e delle etichette adesive sulle quali scrivere il loro contenuto. A volte sugli scatoloni compaiono strane scritte che non si capisce bene quale sia il loro significato, sembrano nomi di battaglia di invasori extraterrestri e tu non hai più alcun punto di riferimento.

Al mattino del giorno prestabilito arrivano due o tre autocarri con scale e piattaforme mobili e lampeggianti gialli e personale specializzato che smonta, carica, scarica e rimonta senza mai inveire contro porte, scale o finestre. E tu guardi il gigantesco armadio “quattro stagioni” che tua moglie ha voluto comprare quando vi siete sposati che viene smontato da uno sciame di operai nel tempo che impieghi a fumare una sigaretta. Se necessario l’impresa provvede anche a chiedere al Comune il permesso di transennare una parte della strada, posiziona la segnaletica, regola il traffico, mentre gli autocarri continuano a svuotare la tua casa. Così la gente che passa, attirata da tutto quel dispiegamento di mezzi tecnologici, si ferma incuriosita e assiste a tutto il tuo trasloco, ricavandoci preziosissime informazioni sul tuo tenore di vita per andare poi a spettegolare in giro per il paese.

Tutto si svolge nei tempi prefissati e di marmocchi in giro non se ne vedono, forse perché qualcuno ha pensato bene di non farne ancora (si sa, il “lavoro precario”, la “casa troppo piccola”, il “mutuo da contrarre”…). Non hai neanche il tempo di dare un’ultima occhiata alla tua vecchia casa, perché devi seguire le operazioni di montaggio dei mobili in quella nuova.

Alla sera tutto è perfettamente rimontato e a posto, ma tu ti aggiri fra i tuoi trentotto scatoloni, tutti troppo uguali e ti senti svuotato, sfinito. E’ a quel punto che ti accorgi che in tutta questa organizzazione perfetta, c’è stata una sola cosa che non ha funzionato: le etichette sugli scatoloni si sono staccate tutte e tu per trovare le forchette da usare la sera devi disfare cinque pacchi di lenzuola, otto pacchi di profumi, creme, deodoranti e rossetti di tua moglie e poi esausto te ne vai a mangiare una pizza con la consorte e le forchette le ritrovi il giorno dopo, quando ti ricordi che le avevi messe insieme al tuo rasoio (“così le ritrovo subito…”).

Di parenti a dare una mano non se ne sono visti, forse perché ne sono rimasti ben pochi e quei pochi avevano altro da fare. Al massimo possono mandare un messaggio sul telefonino verso sera per sapere se è andato tutto bene e ti chiedono: “Ma come, sei già in pizzeria? Beato te che hai già messo tutto a posto…”.

Prima di andare a letto decidi di farti una calda e riposante doccia, riesci anche a trovare al primo colpo uno scatolone con un pigiama pulito, ma quando l’hai indossato ti accorgi che stranamente non è della tua misura. Stai per chiedere alla moglie “Ma da dove spunta fuori questo pigiama?” ma poi ti fermi un attimo a riflettere… pensi che i tessuti a lavarli si restringono ma certamente non si allargano… pensi che forse ultimamente sei uscito un po’ troppo spesso alla sera… pensi che è meglio non fare più traslochi nella tua vita.

16 agosto 2008 Posted by | Racconti, Storie ordinarie, Un po' di me | , | 7 commenti