Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

I Cesaroni

cesaroniEbbene sì, lo ammetto: io sono stato un fan dell’ultima serie de I Cesaroni, la sesta, quella terminata con la puntata di ieri sera.

Ho seguito poco o niente le serie precedenti, ma l’ultima mi ha acchiappato ed era diventata un appuntamento fisso della domenica sera (del mercoledì, nelle ultime due puntate).

Guardo poco la TV io: qualche notiziario, soprattutto al mattino, dopo la colazione; qualche film e pochi altri programmi. Ma a volte mi faccio prendere da alcune serie televisive, com’è accaduto a suo tempo per Tutti pazzi per amore (cinque anni fa, tanti ne sono passati, tante cose sono successe).

Mi sono chiesto il perché di queste mie “debolezze”.

Una sorta di sentimentalismo alla buona?

Una voglia di evasione?

C’è forse il desiderio di una sferzata di ottimismo proprio alla domenica sera, quando è finito il week-end e ci si prepara alla nuova settimana?

C’è forse il desiderio di dimenticare i problemi quotidiani (e in questo momento sono particolarmente aggressivi) e di stare a guardare i problemi di altri, sapendo che alla fine si risolvono sempre?

Sì, ma c’è anche qualcosa di più.

Io sono attirato dalle storie nelle quali la famiglia, l’amicizia, il senso di appartenenza, l’amore (anche) la fanno da padrona.cesaroni2

Le storie nelle quali un gruppo di persone (fossero anche due soltanto) affrontano insieme le difficoltà della vita, che spesso sono nascoste dietro l’angolo e balzano fuori all’improvviso, ti assaltano quando meno te l’aspetti.

Le storie nelle quali i rapporti tra le persone sono vissuti all’insegna della fiducia, del rispetto, della stima reciproca.

Lo so, sono un utopista sognatore.

Le cose spesso non stanno così.

Spesso siamo circondati da squali (con tutto il rispetto per gli squali) che non aspettano altro che tu molli per prendere il tuo posto, qualsiasi esso sia.

E allora mi rivedo la domenica sera a regalarmi un paio d’ore di serenità, appollaiato su una sedia in soggiorno.

Ieri è stata l’ultima puntata della sesta serie.

Chissà se ce ne sarà una settima (e se potrò vederla…).

Musica!

 

20 novembre 2014 Posted by | Smancerie pseudo-sentimentali, Un po' di me | | 12 commenti

Casa mia…

casa-dolce-casaStamattina sono andato dal notaio per firmare l’atto di vendita della casa dei miei genitori.

E’ stato un po’ come chiudere una pagina della mia vita, vendere la casa nella quale ho vissuto con mio padre e mia madre per quindici anni e che poi ho frequentato per altri diciassette.

Sono arrivato lì che ero un ventiduenne sbarbato, pieno di sogni e progetti per il futuro. In quella casa ho studiato; ho vissuto le mie crisi giovanili; l’ho lasciata per un anno per il servizio militare; vi sono passati i miei amici e i miei parenti; mi ha visto trovare lavoro, fare politica, leggere, scrivere, guardare la tv; ridere, scherzare, litigare, piangere. Sognare.

Ho calpestato il suo parquet; sono scivolato sul suo marmo (fracassandomi un gomito, che ancora adesso funge da servizio meteorologico personale); vi ho appeso quadri, foto, calendari che hanno segnato inesorabilmente gli anni della mia giovinezza.

Vi ho mangiato, e tanto (agnolotti, tortelli, lasagne…); vi ho cucinato le mie prime torte; ho osservato il mondo di fuori dalle sue tre esposizioni; ho assaporato la frescura serale sui suoi balconi.

Poi l’ho lasciata quando mi sono sposato, ma ho continuato a viverla fin quando c’erano i miei genitori.

Quella casa ha vissuto le ultime ore di vita di mio padre e le ultime parole che ci siamo scambiati.

Ha vissuto la lunga e lenta malattia di mia madre, prima che anche lei la lasciasse definitivamente.

Ma ha vissuto anche i primi anni di vita di mia figlia; i suoi disegni, i suoi giochi, le nostre corse intorno al grande e massiccio tavolo del soggiorno.

Negli ultimi anni ha subito passivamente un lento ma inesorabile svuotamento di tutto ciò che la rendeva viva e alla fine ha affrontato degnamente le peripezie di un mercato immobiliare alquanto cialtronesco.

Ieri sera vi sono stato per l’ultima volta, con la scusa di chiudere per bene porte e finestre, ma in realtà per cercare di sentire ancora per qualche istante il profumo di persone e di anni che fanno parte della mia storia.

Ora vivrà una nuova vita. Altre persone, altri bambini cammineranno o scivoleranno sui suoi pavimenti; altre voci  e altri suoni le ridaranno vita; altre luci la coloreranno e altri sapori ne investiranno le stanze.

E io quando la rivedrò proverò un po’ di nostalgia per i tempi che furono. Ma solo un po’…

P.S.: l’Italia diventerà un po’ più normale quando saranno aboliti i notai e lo Stato farà (aggratis) quello che fanno loro facendosi pagare migliaia di euro.

Casa mia

30 aprile 2014 Posted by | Smancerie pseudo-sentimentali, Storie ordinarie | , | 18 commenti

Collezione di uomini

Non ricordo come incrociai quel blog.

E nemmeno quando avvenne.

Il nome lasciava presagire parecchio, ma l’arguzia, l’ironia e l’intelligenza dell’autrice furono una sorpresa.

Non seppi mai chi fosse, da dove venisse e dove fosse diretta.

Da un anno e mezzo è sparita, ma il suo link è rimasto nel mio blogroll.

Forse è dall’altra parte del mondo; forse abita sotto casa mia.

In ogni caso, ciao Collezionediuomini.

Ci penserò domani…

P.S.: è un periodaccio…

23 ottobre 2012 Posted by | Smancerie pseudo-sentimentali | | 44 commenti

Una raffica di salti indietro…

I’ll fly for you

Gold

Through The Barricades

True

Eravate giovani allora, eh?

21 settembre 2012 Posted by | Smancerie pseudo-sentimentali | | 23 commenti

Barcollo ma non mollo

Gli esperti sono ancora divisi circa le ragioni per cui a volte si barcolla un po’.

Alcuni dicono che sia per l’alimentazione: eccesso di proteine da fagioli, per esempio.

Altri sostengono che sia per la crisi economica: uno sente le notizie sulla Grecia e poi ripensa ad altro.

Altri ancora ritengono che la colpa sia di una valvolina che starebbe nel torace, sulla sinistra e che ogni tanto dovrebbe essere scrollata un po’.

In ogni caso, tutti gli esperti concordano sul fatto che il barcollamento non può durare più di 48 ore, oltre le quali potrebbe diventare pericoloso ed esigere interventi più radicali.

Il mio in genere passa entro 24 ore. Basta che sposti il baricentro dei ricordi e passa subito.

E si prosegue…

28 ottobre 2011 Posted by | Musica, Pensieri disarcionati, Ricordi, Smancerie pseudo-sentimentali, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , , | 23 commenti

La vita accanto

Non ho mai insistito più di tanto affinché mia figlia dormisse nella sua stanza, nel suo letto.

Ho sempre pensato che dovesse essere una cosa naturale, che sarebbe arrivata naturalmente: sicuramente – ho pensato – prima del matrimonio si sarà convinta a farlo. Così, tutte le volte che dice di voler dormire da sola, io la incoraggio, senonché puntualmente nel bel mezzo del mio primo sonno (quello migliore, più profondo, più riposante, dove si fanno i sogni migliori, dove può anche capitare che compaia Monica…), la piccola arriva nella mia stanza e mi scuote, chiedendo il permesso di infilarsi nel lettone.

Ieri è stata una di quelle sere.

Dormo qui” ha scandito la piccola alle nove, dopo essersi lavata i denti e si è infilata sotto le coperte delle Winx, addormentandosi quasi subito.

Io ho finito di fare le mie cose, dopodiché sono andato a letto; ho leggiucchiato un po’ fino a che le palpebre si sono fatte pesanti e allora, verso le undici e mezza, ho dato la solita manata alla lampada sul comodino (perché la mia lampada di accende/spegne a manate, infatti è quasi rotta) e mi sono addormentato.

Puntuale come la carta della stampante che finisce proprio quando devi stampare tu, a mezzanotte un’ombra si è stagliata contro il chiarore della luna che entrava dalla finestra (perché io dormo con mezza tapparella alzata, perché ho paura del buio, ma forse quella che entrava non era la luce della luna, ma quella dei lampioni della statale…).

“Che c’è?” ho chiesto.

“Non riesco a dormire.”

“Vuoi venire qui?” domanda retorica. La sua testolina ha fatto un cenno inconfondibile e più veloce della luce era già sotto al piumone.

Ho tentato di riprendere il sogno interrotto, ma la piccola aveva sete ed era finita l’acqua, poi ha iniziato a tossicchiare, per cui verso le dodici e tre quarti mi sono alzato per farle la camomilla con il miele.

“Papà, ma tu ce l’hai la bandiera?” ha chiesto mentre mescevo.

“Che bandiera?”

“La bandiera dell’Italia.”

“Certo che ce l’ho. Perchè?”

“Bisogna appenderla.”

“Adesso???”

“Prima di giovedì. L’ha detto la maestra.”

“Ah beh… prima di giovedì…”

Dopo essersi sgargarozzata tutta la tazza di camomilla, si è rimessa a letto e si è addormentata.

Lei. Lei si è addormentata. Io no.

Io ho preso a girarmi ora a sinistra, ora a centro-sinistra, finché a un certo punto ho appoggiato il cuscino alla testata del letto e mi sono messo a pensare.

Ho pensato allo strano sogno fatto la notte prima. Proprio strano. Talmente strano che il suo significato è fin troppo chiaro.

Ho pensato a questo libro, fresco di stampa, acquistato e letto nel fine settimana. Il libro vincitore del premio Calvino 2010. La storia di una bambina brutta, eccezionalmente brutta, che vive “in punta di piedi”, cosciente che la sua bruttezza segnerà tutta la sua vita; che accetta questo suo stato con grande, enorme dignità e trova dentro di sé la forza per vivere una vita normale e per capire chi fosse sua madre, quella madre caduta in depressione subito dopo la sua nascita e che non l’ha mai presa in braccio, non le ha mai parlato, non l’ha mai fatta uscire di casa.

Un libro scritto in modo delicatamente raffinato, non stucchevole, che non lascia spazio al falso pietismo.

Ma perchè La vita accanto? mi sono chiesto più volte. Perché questo titolo? Quello originario era Memorie mancate. Non lo so, ci sto pensando ancora adesso. Forse prima o poi svelerò l’arcano, magari non di notte, che è meglio…

Comunque stamattina alle sette e mezza, sfidando freddo, vento e pioggia, ho appeso la bandiera al balcone!

Questo è l’ultimo brano dei Matia Bazar che metto.

Lo so che il loro repertorio è ancora mooooolto lungo, ma a un certo punto bisogna cambiare musica…

15 marzo 2011 Posted by | Libri, Notizie dal mondo fatato, Smancerie pseudo-sentimentali | , , | 27 commenti

Nostalgia – una malattia nata nel ‘600.

Qualche giorno fa, nelle mie ordinarie operazioni di pulizia, ho trovato un interessante articolo di giornale del marzo 2008 di Jean Starobinski sulla nostalgia (non è che adesso siete autorizzati a pensare che faccio le pulizie ogni due anni e mezzo. Sarà rimasto lì incastrato da qualche parte… Comunque se qualche buonanima si offrisse volontaria…).

Che dice questo qui? Cerco di riassumere.

La nostalgia è una virtualità antropologica fondamentale: è la sofferenza che l’individuo subisce per effetto della separazione, quando continua a dipendere dal luogo e dalle persone con cui aveva stabilito i suoi primi rapporti.

La nostalgia è una varietà del lutto.

Pare che questo nome sia un neologismo dotto del 1688. Infatti questa parola è apparsa nel momento in cui il sentimento che designa ha assunto per i medici i connotati di una malattia e come tale è stata catalogata.

Prima di ricevere questo nome medico-specialistico, la nostalgia era chiamata con un nome più generico: desiderio.

Alcuni classici della letteratura hanno dato inizio a quella poetica della nostalgia che ha svolto un ruolo rilevante nella tradizione intellettuale dell’occidente. Per esempio, all’inizio dell’Odissea, Ulisse è prigioniero di Calipso, che vorrebbe trattenerlo nella sua isola, ma lui continua a pensare a Itaca e si consuma nel dolore.

Il creatore di questo termine è il medico Johannes Hofer, con la sua tesi di dottorato Dissertatio medica de nostalgia – Basilea 1688. L’intenzione dell’autore era quella di riflettere dal punto di vista medico sul dolore che affliggeva gli svizzeri che avevano “perduta la dolcezza della patria”, dolore che non era stato ancora sufficientemente studiato dai medici. E poiché si trattava di esporre una cosa nuova, era necessario trovare un nome nuovo per definirla, come del resto s erano comportati tutti quanti, in casi analoghi.

Pensa che ti ripensa, il dottorino concluse che il termine nostalgia vi si adattasse alla perfezione, in quanto nome di origine greca e composto di due termini, il primo dei quali, nostos, significa “ritorno in patria” e l’altro, algos, indica invece il dolore o la tristezza. Un neologismo che suonava bene e che aveva la possibilità di essere ripreso nel corpo della lingua volgare.

L’Accadémie Francaise accettò il termine nel 1835, che si affermò nei paesi di lingua italiana, inglese, russa e via dicendo (in tedesco invece fa concorrenza a heimweh).

In un’epoca in cui va alla grande l’opera di classificazione delle malattie, il medico tenta di isolare uno stato di sofferenza per trasformarlo in entità morbosa e sottoporlo al ragionamento scientifico.

Per Johannes Hofer, la nostalgia è una malattia dell’immaginazione, riprendendo il concetto rinascimentale di imaginatio laesa, con il quale si designavano i disturbi di rappresentazione del mondo e di se stessi.

Hofer cita due casi da manuale. Il primo è quello di uno studente di Berna trasferitosi a Basilea: è triste, febbricitante e soffre di angoscia cardiaca, aggravandosi di giorno in giorno. Quando ormai è dato per spacciato, si decide di riportarlo nella sua città e non appena si allontana da Basilea il suo stato migliora, per guarire definitivamente una volta arrivato a casa. Il secondo è quello di una donna portata in ospedale dopo un grave incidente. Quando riprende i sensi ha una sola idea in testa: tornare a casa. Si indebolisce a tal punto che i medici decidono di restituirla ai familiari e in pochi giorni, senza cure, si ristabilisce perfettamente.

Il quadro completo della malattia comporta inoltre una tristezza incessante, sonni agitati nei quali si rivedono i luoghi del passato o insonnia, insofferenza e senso di stanchezza, paura, palpitazioni, frequenti sospiri, prostrazione…

Questa, insomma, è la genesi del termine nostalgia.

Chi la conosce bene, sa che entro certi limiti non è una malattia. E’ un desiderio con il quale alcune persone hanno la fortuna/sfortuna di dover convivere per tutta la vita. E’ una compagna (o compagno).

Purtroppo per qualche persona è l’unica (o l’unico).

19 settembre 2010 Posted by | Pensieri disarcionati, Smancerie pseudo-sentimentali, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 40 commenti

La ragazza perfetta al 100%

Ho finalmente terminato la revisione della mia raccolta di racconti e posso tornare alla vita reale (cheppalle…).

Soprattutto posso tornare a leggere, perché quando scrivo mi viene voglia di leggere e quando leggo mi viene voglia di scrivere.

In attesa di un’uscita pomeridiana in vespa e in previsione di una tremenda stirata programmata per il dopo cena, vorrei parlare di un raccontino di Murakami Haruki, “Vedendo una ragazza perfetta al 100% in una bella mattina di aprile”.

E’ un raccontino di cinque pagine scarse che parla di un uomo che in una bella mattina di aprile, camminando da ovest a est in una via laterale di Harajuku, incrocia una donna che cammina da est a ovest.

Già a cinquanta metri di distanza riconosce che quella è la ragazza perfetta al 100% per lui. Non fa caso ai suoi occhi, ai capelli, alla sua altezza o al suo seno, ma sente che quella è la ragazza perfetta al 100% per lui.

“Dal momento in cui la vidi il cuore prese a battermi all’impazzata e l’interno della bocca mi divenne secco come la sabbia del deserto.”

Non voglio scrivere come prosegue la storia e soprattutto come finisce, ma questo delizioso raccontino ha fatto spuntare in me una riflessione, che riguarda ovviamente il mio passato. Per meglio dire, una scheggia di riflessione, che ha subito abbandonato la mia mente. Ma non voglio esternare nemmeno questa riflessione, perché altrimenti svelo la trama del raccontino.

E allora – mi si potrebbe chiedere – perché c… hai scritto questo post?

Boh… forse la noia o forse è soltanto una scusa (lo ammetto) per postare un paio di foto di Christina Hendricks, che io fino a un paio di giorni fa manco sapevo che esistesse.

Cioè, il fatto che esista non è che abbia migliorato sensibilmente la mia vita, ma sapete com’è, si avvicinano i cinquanta (anni, non metri)…

1 agosto 2010 Posted by | Racconti, Smancerie pseudo-sentimentali, sogni | , , | 51 commenti

Sergio

Conobbi Sergio il primo giorno di scuola della prima elementare: un bambino timido e impacciato come me, soltanto un poco più basso.Quando parlava con gli altri o veniva chiamato alla lavagna dalla maestra, continuava a muovere le spalle: io pensavo che gli desse fastidio la maglietta  capii invece anni dopo che quello era un tic nervoso.

Sergio abitava in una villetta alla periferia del paese. Sul retro stava l’officina del padre, piccolo artigiano; in casa la madre casalinga e due sorelle più piccole.

Alle medie Sergio lo persi di vista, per ritrovarlo poi al Liceo, anche lui come me, e tanti altri ragazzi, vittima di genitori apprensivi che facevano frequentare ai figli ‘unicla scuola presente in paese, piuttosto che farli avventurare nella grande città. Dato che nella nostra classe i banche formavano file orizzontali, Gianni, che stava tra me e Sergio, divenne in pratica il compagno di banco di tutti e due.

Terminato il Liceo, Sergio e Gianni presero la strada di economia e commercio all’università, destinati dai genitori a diventare commercialisti o bancari; io presi la strada di giurisprudenza, destinato a diventare avvocato o magistrato. Ma l’università per Sergio durò poco, perché dopo un anno il padre morì e lui abbandonò la scuola per continuare l’attività del genitore. Io e Gianni l’università l’abbandonammo un paio d’anni più tardi, e senza avere nemmeno lutti in famiglia.

Non frequentai più Sergio negli anni successivi. Le nostre strade e le nostre amicizie si divisero nettamente. A volte lo vedevo nel tardo pomeriggio del sabato davanti all’edicola in piazza, mentre aspettava i suoi amici. Un po’ lo invidiavo, lui che almeno aveva qualcuno da aspettare…

Fu intorno ai trent’anni che Sergio conobbe Maria Francesca. Nata nel nostro paese ma figlia di meridionali, possedeva tutta intera la fierezza e la bellezza delle donne del sud: lunghi capelli neri e ricci, grandi e profondi occhi scuri, morbide forme che facevano perdere il senno. Maria Francesca aveva da poco superato i vent’anni ed era sbocciata come un fiore. Sergio se ne innamorò perdutamente e iniziò un pressante corteggiamento, forse il primo della sua vita, che stava comunque dando i suoi frutti.

Improvvisamente però comparve Paolo. Paolo era esattamente l’opposto di Sergio: alto, biondo, spigliato, fisico atletico, di famiglia benestante, laureato e avviato, lui sì, verso una brillante carriera di commercialista.

Paolo e Maria Francesca si innamorarono, si sposarono ed ebbero due figli.

Per Sergio fu un duro colpo e, visto che le disgrazie non vengono mai sole, anche la sua attività prese una brutta piega: fu costretto a chiudere la sua officina e andò a lavorare in fabbrica. Accettò di lavorare sempre più spesso in trasferta all’estero e per diversi anni non si vide più in paese.

Sergio divenne un bravo tecnico nel suo lavoro e nelle sue trasferte incontrò alcune persone con le quali, una decina di anni dopo, fondò una nuova impresa in paese. La sua nuova attività ebbe successo e all’età di 45 anni Sergio era diventato un piccolo imprenditore di successo.

Paolo, invece, si era lanciato in una serie di azzardate operazioni finanziarie grazie alle quali aveva ridotto sul lastrico la sua famiglia e pure quella dei genitori, aveva passato qualche settimana in galera e aveva pure divorziato da Maria Francesca, lasciandola sola a crescere i due figli.

E fu così che Sergio e Maria Francesca si incontrarono di nuovo e in lui tornò a galla il vecchio amore, che evidentemente non era mai scomparso. I due ripresero a frequentarsi, Sergio si era affezionato ai figli di Maria Francesca e in paese si parlava di imminente matrimonio, quando improvvisamente Sergio abbandonò Maria Francesca, apparentemente senza alcuna ragione.

In paese circolarono diverse voci, ma la verità si è saputa soltanto da poco.

Sergio è morto un mese fa, stroncato da un tumore al polmone: proprio lui che fumava sì e no un pacchetto di sigarette al mese. Non ha voluto curarsi e se ne è andato nel giro di sei mesi da quando i medici gli hanno comunicato la dolorosa scoperta.

Al suo funerale ho visto Gianni, il nostro comune compagno di banco, ma non Maria Francesca, forse ancora ferita da quell’ultimo, inspiegabile abbandono.

Lo stesso Gianni la settimana scorsa mi ha telefonato, dandomi la notizia in anteprima: al mattino era stato aperto il testamento di Sergio. Tra i beneficiari vi era anche Maria Francesca, alla quale Sergio ha lasciato uno dei suoi appartamenti, nonché un fondo vincolato per la scuola dei figli.

A volte l’amore prende strade tortuose, ma ce ne mette a morire…

12 aprile 2009 Posted by | Racconti, Smancerie pseudo-sentimentali, sogni, Storie ordinarie | , | 2 commenti

Il risotto agli asparagi

Stasera potrei parlare di politica, di cosa ne penso dei politici attuali, di come la gente dovrebbe e potrebbe stanarli con poca fatica (se volesse), ma di come non lo fa, perché purtroppo tanta, troppa gente ha i politici che si merita, essendo peggio di loro.

Ma non lo farò.

Potrei parlare della nuova stagione creativa (sul piano letterario) che sto vivendo, del ritorno della vena ironica/satirica/umoristica nei miei ultimi racconti, dopo la sua scomparsa qualche anno fa, della fatica che faccio a portare avanti contemporaneamente 4-5 racconti e un paio di altre cosucce.

Ma non lo farò.

Potrei parlare dell’ultima puntata di TUTTI PAZZI PER AMORE che c’è stata ieri sera, del lieto fine della storia (ovviamente), dei motivi per cui mi ero affezionato a questo appuntamento della domenica sera.

Ma non lo farò.

Non parlerò di niente di tutto questo.

risotto-con-asparagi Stasera parlerò del risotto agli asparagi.

Perché? E’ presto detto.

Nei primi anni del mio matrimonio ero solito acquistare alla Coop le confezioni di risotto agli asparagi. Non era niente di particolare, erano buste trasparenti con all’interno il riso e gli asparagi liofilizzati. Si buttava il tutto nella pentola con l’acqua e si faceva bollire. Pur non essendo niente di speciale, quel risotto rappresentava per me una piccola novità gastronomica, da preparare ogni tanto.

Dopo qualche anno quelle confezioni di risotto sono sparite dagli scaffali della Coop, volatilizzate e io non ho più mangiato risotto agli asparagi. Non mi è nemmeno più tornato in mente, ecco. Semplicemente così: come è sparito dagli scaffali del supermercato, quel risotto è sparito anche dalla mia vita e dalla mia memoria. Pluff…

L’anno scorso, improvvisamente e inaspettatamente, è risorta la voglia di risotto agli asparagi.

Al supermercato non ho nemmeno guardato se vi fossero risotti agli asparagi già pronti. No, ho acquistato gli asparagi, deciso a farmelo da me il risotto e così è stato.

E’ venuto buonissimo.

Da quel momento, ogni tanto me lo cucino, come stasera. Piace anche alla piccolina, malgrado a volte guardi con sospetto quelle cosette verdi che spuntano tra i chicchi di riso (“Ma è menta?” mi ha chiesto la prima volta).

Non sento più quel sapore del risotto agli asparagi della Coop, del quale non ho nemmeno nostalgia.

Quello che cucino adesso è molto più buono.

25 febbraio 2009 Posted by | Pensieri disarcionati, Sani principi, Smancerie pseudo-sentimentali, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , , | 27 commenti