Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Primo pensiero (politico) del nuovo anno

Sto portando avanti con qualche difficoltà l’assemblaggio della mia raccolta di racconti satirici e umoristici (che notoriamente sono due cose diverse).

Dico con qualche difficoltà perché io sono costantemente assalito da una mania di perfezionismo che non mi lascia scampo. Finisco la rivisitazione di un racconto, leggo a voce alta, correggo, aggiungo, sposto, rileggo, riaggiungo, risistemo e via dicendo, finché lo chiudo. Poi lo riapro dopo giorni, settimane o mesi, lo rileggo e inizio a chiedermi: ma questa frase qui se fosse scritta in questo modo… ma questo periodo non gira bene… ma questo aggettivo è ridondante e questo verbo potrebbe essere sostituito da… e via dicendo.

Ora, è pur vero che nessuno (a parte la mia brama di notorietà) mi corre dietro, però se vado avanti così non me la cavo più, quindi ho deciso che ci darò un taglio e quando mi sembrerà di avere terminato così sarà. Punto.

Il primo post del 2010, però, vorrei dedicarlo a una riflessione sul Partito Democratico.

Faccio sempre più fatica a riconoscere il PD come il mio partito.

Mi fa male pensare e dire questa cosa, ma purtroppo è vera.

La cosa peggiore, però, è che il mio non è tanto un problema di programmi o di strategia. I programmi e le strategie si possono condividere o meno, discuterle, cambiarle. In fin dei conti, oserei quasi dire che sono un problema secondario.

Il mio problema è molto più grave, perché è relativo agli uomini e ai metodi.

Perché per me le persone che fanno politica devono essere assolutamente disinteressate. Devono essere leali con i compagni, perché altrimenti il gruppo non può lavorare bene. Devono essere di una onestà al di sopra di ogni sospetto. Devono impegnarsi per conoscere i problemi e lavorare per risolverli e meglio ancora prevenirli.

Beh, in giro non vedo tutta ‘sta roba.

Che non la veda nel partito del berlusca, pazienza. Ma che non la veda nel centro-sinistra e in particolare nel PD, mi fa alquanto incazzare.

Vedo arroganza, malafede, pressapochismo, arrivismo degno dei migliori (o peggiori) craxiani dei tempi andati: vogliamo parlare del candidato PD per le regionali in Puglia o in Lazio? Meglio di no.

Ma non si tratta soltanto di questo. Anche nelle regioni dove la sinistra prima e il centro-sinistra poi erano e sono più forti (per esempio la mia, l’Emilia Romagna), la situazione non è migliore: coltellate nella schiena, risse sui giornali, primarie effettuate (a volte) e ignorate se il risultato non è quello atteso e via dicendo (mi sto accorgendo ora che questo intercalare via dicendo lo sto usando troppo).

Alle elezioni amministrative ho votato PD turandomi il naso e mai avrei pensato di dover adottare in cabina elettorale il metodo di montanelliana memoria.

Figuratevi che a Piacenza per le ultime elezioni politiche si sono pure inventati le primariette, chiamate così perché erano consultazioni riservate ai dirigenti dei circoli del PD, salvo poi scegliere una candidata diversa da quella più votata. Come hanno motivato la scelta diversa? Dicendo che, in fondo, le primariette non erano vincolanti. Siamo alla frutta? No, peggio.

Qualcuno potrebbe dire che a sinistra ci sono altri soggetti politici oltre al PD. Vero, ma le cose non cambiano e in più questi soggetti spesso sono pure ridicoli: tre persone sono anche capaci di fondare quattro partiti diversi.

Che fare?

Non lo so. Ci penserò (forse) l’anno prossimo.

Per ora torno ai miei racconti, che almeno quelli hanno lo scopo dichiarato di far ridere.

1 gennaio 2010 Posted by | Politica, Racconti | , | 3 commenti

Vabbeh, comunque buon anno con un racconto.

Ho mantenuto la promessa di evitare i buoni propositi di fine/inizio anno.

A pensarci bene, però, anche questo è un proposito, quindi di proposito sono caduto in contraddizione con il mio proposito di non avere propositi?

Boh…

Comunque questo è l’ultimo post del 2009 e lo “infarcisco” con un racconto.

Non ha riscosso il successo che pensavo, però me ne frega poco. A me piace e lo pubblico così come mi è venuto, senza rivisitazioni/ristrutturazioni/rimescolamenti.

IL PRIMO VIAGGIO

Non è molto piacevole essere svegliati all’improvviso nel cuore della notte e ritrovarsi su questo marciapiede ad aspettare l’autobus, con in mano un biglietto di sola andata per chissà dove, senza nemmeno sapere quanto durerà il viaggio. Ma era ovvio che prima o poi questo momento sarebbe arrivato anche per me.

E’ quasi l’alba, le ultime stelle che sono rimaste a tenermi compagnia si stanno spegnendo una alla volta, quando dal fondo della strada spunta un pullman. A dire la verità non sono sicura che sia quello giusto, ma è l’unico che si è visto finora e io sono decisa a salirci sopra; e poi mi piace perché è tutto colorato, sembra un gigantesco giocattolo. Mentre il bus mi sfila davanti lentamente, dai finestrini illuminati posso scorgere gli altri viaggiatori, evidentemente anche loro diretti dalle mie parti. Salgo passando di fianco all’autista, il biglietto bene in vista nella mano e mi siedo in prima fila, così posso scrutare la strada.

Una volta ho sentito dire che si può intuire il carattere di una persona anche dal posto che decide di occupare sui mezzi pubblici. Chi siede davanti dovrebbe sentirsi proiettato verso il futuro, curioso di vedere il cammino che ha di fronte, desideroso di incontrare luoghi e persone nuove. Può darsi che sia così; io invece mi sono seduta qui perché sono timida e non mi andava di sfilare in mezzo agli altri per cercarmi un posto tra quelli ancora liberi, e poi la vicinanza dell’autista mi fa sentire più sicura.

Prima di sedermi ho dato un’occhiata agli altri passeggeri; ci sono bambine e bambini di tutti i colori: bianchi come me, gialli, verdognoli, marroncini di diverse tonalità e perfino qualcuno nero come la pece. Una bella comitiva variopinta, non c’è che dire; alcuni felici ed esultanti, altri con l’espressione inquieta e preoccupata, qualcuno sembra addirittura spaventato.

Nel frattempo l’autobus è ripartito dolcemente, ma alla fermata successiva, benché vi sia qualcuno nell’attesa di salire, l’autista non rallenta e prosegue deciso la sua marcia. E’ una bambina; incrocio il suo sguardo quando le passiamo davanti: è terrorizzata. Che l’autista non l’abbia vista? Impossibile, mi accorgo che la sta osservando dallo specchietto retrovisore, con l’espressione triste. Perché non si è fermato a raccogliere quella bimba? Ora cosa farà tutta sola su quel marciapiede? Passerà un altro autobus? Mi tornano in mente alcune storie che ho sentito raccontare sul posto dove sono diretta: storie bellissime ma anche tremende e quella alla quale ho assistito ora mi sembra proprio una di queste.

Il viaggio prosegue senza intoppi e io mi sto quasi appisolando, quando sento l’autobus rallentare e fermarsi, per fare scendere un bambino. Lo osservo tremante imboccare l’uscita davanti a me e vedo che ci sono due persone ad attenderlo. Il pullman riparte subito e la scena si ripete più volte: chi scende ordinatamente e in silenzio, chi strilla, chi scende assieme ad un altro. In genere c’è sempre qualcuno ad aspettare alla fermata, quasi sempre donne e uomini con il sorriso sulle labbra. Accade raramente che ci sia una persona sola e una volta addirittura non c’era proprio nessuno.

Poi una volta è accaduto un fatto strano. Era un bambino diverso dagli altri quello che doveva scendere: camminava tutto dinoccolato, i piedi disegnavano strani ghirigori nell’aria prima di appoggiarsi a terra e aveva lo sguardo perso nel nulla. L’autista lo ha preso per mano delicatamente, lo ha accompagnato fuori ed è iniziato un acceso battibecco con una donna che si trovava lì vicino; soltanto quando lei si è convinta a prendere in consegna il bimbo l’autista è risalito al suo posto di guida, comprensibilmente contrariato.

Mentre la corsa prosegue e i passeggeri a mano a mano scendono, non mi sento più tanto sicura di me come quando sono salita, sento anzi un tremito crescermi dentro e sono colta da un sacco di dubbi. Sarà proprio questo l’autobus giusto? Sarò in grado di riconoscere la mia fermata? E ci sarà qualcuno ad aspettarmi?

Assorta in simili pensieri, ad un tratto mi accorgo che è ormai tarda mattinata, il sole splende accecante nel cielo e qui oltre a me non è rimasto nessuno. Il pullman imbocca una stradina di campagna e sto per avere una crisi di pianto, quando sento che inizia a rallentare, mentre i battiti del mio cuore accelerano: deve essere proprio il mio turno. Sulla strada scorgo due persone, una donna e un uomo: lei è bellissima e lui sembra un tipo simpatico. Li vedo passare in rassegna i finestrini e fissare i loro sguardi sul mio: che stiano aspettando proprio me?

Quando l’autobus è ormai quasi fermo, vengo colta dal panico. Non voglio uscire, non mi sento pronta, non so cosa mi spetta là fuori, ma è come se una forza invincibile mi spingesse verso l’uscita contro la mia volontà. Passo vicino all’autista che sorride e aprendo la porta mi dice: “Buona fortuna Alessia”.

Dunque deve essere così che mi chiamo, penso, mentre sono quasi risucchiata fuori, spinta in braccio alla donna che, sfoderando un sorriso incantevole, mi ricopre di baci e l’uomo mi accarezza dolcemente la testa.

La paura è sparita. Vorrei salutare l’autista e ringraziarlo per il viaggio; vorrei dirgli che cercherò di fare del mio meglio quaggiù, così quando verrà il momento non avrò paura a sedermi di nuovo accanto a lui per il viaggio di ritorno, ma l’autobus è già ripartito. Rivolgo lo sguardo verso la mamma e il papà e dalla mia bocca riesco a fare uscire soltanto uno stridulo vagito.

Sono nata.

BUON 2010


30 dicembre 2009 Posted by | Racconti, Storie ordinarie | , | 8 commenti

Il mio primo voto

Debbo confessare, non senza imbarazzo, che quello di giugno è stato il mio primo voto. E’ stata, cioè, la prima volta in assoluto che ho esercitato una delle prerogative fondamentali di ogni cittadino, non perché io abbia da poco compiuto diciotto anni (ne ho ben più del doppio ormai, anzi mi sto avvicinando paurosamente al triplo), ma semplicemente perché tutte le altre volte non ci sono mai riuscito. Come mai? Beh, è semplice: a volte ho sbagliato giorno, altre volte sono arrivato troppo tardi, altre volte ancora mi sono semplicemente dimenticato.

tramonto1Stavolta però ce l’ho fatta a varcare la soglia della mia sezione elettorale in tempo, addirittura un paio d’ore prima della chiusura delle operazioni e vorrei raccontare la mia esperienza, allo scopo di mettere in guardia le altre persone.

Sono entrato con passo sicuro nella sezione elettorale salutando tutti, ho presentato deciso la mia tessera elettorale al presidente, ho ritirato la scheda e sono entrato in cabina.

E qui è iniziato il dramma: per chi votare? Avevo seguito da settimane tutti i dibattiti elettorali, letto tutti i depliant che mi hanno intasato la cassetta postale, ma mi è sembrato che tutti dicessero le stesse banali cose: meno tasse, servizi più efficienti, sanità che cura i malati, giustizia giusta, ambiente più pulito, eccetera eccetera. Al massimo cambia l’ordine in cui le dicono, ma comunque sempre di banalità si tratta: chi può volere più tasse, un ambiente sconcio e ospedali dove si uccidono i pazienti?

Ma trovandomi di fronte alla scheda elettorale, mi sono accorto che vi erano anche alcuni seri problemi tecnici per esprimere un voto. Dove la faccio la “X”: sul nome o sul simbolo? E la “X” deve rimanere proprio nei confini del partito che voto, oppure posso allungare un po’ di più una asticella verso un altro partito, tanto per indicare che, se potessi, darei un voto pure a quello? E la preferenza come la scrivo: in maiuscolo o in minuscolo? Oppure in corsivo?

Sono tutti dubbi che mi sono sorti all’ultimo momento, ma non potevo certamente stare lì dentro per ore, dovevo decidermi, mi sono detto. Così ho preso la matita e… un momento. La matita: devo bagnare la punta con la lingua come si faceva a scuola con le matite copiative? No, credo proprio di no, sarebbe ben strano che centinaia di elettori dovessero poggiarvi sopra la lingua, impossibile, con tutte le malattie strane che ci sono in giro…

Ho preso la matita e ho fatto la mia bella “X”. Dopo di che ho ripiegato la scheda, quando sono stato assalito un altro tramonto2dubbio: la scheda dovrebbe essere incollata quando si riconsegna, altrimenti che segretezza c’è per il voto? Dato che non vedevo colla in giro, mi sono convinto che avrei dovuto passare la lingua su di un lembo, ma dopo una, due, tre passate la scheda proprio non voleva saperne di incollarsi. Ho guardato meglio e ho visto che non c’era traccia di colla: o mi hanno dato una scheda difettosa oppure sono io che me la sono leccata via tutta (la colla, ovviamente).

E ora? Che figura ci facevo a consegnare al presidente una scheda tutta bagnata?

Idea: avrei inserito io direttamente la scheda nell’urna.

Sono uscito dalla cabina e mi sono accorto che si era formata una fila di gente che aspettava di votare: forse mi ero trattenuto un po’ troppo. Ho dato una sbirciata all’orologio: venti minuti non sono poi tanti per uno che vota per la prima volta. Ho fatto finta di non vedere la mano del presidente tesa verso di me, mi sono diretto sicuro verso l’urna e ho infilato la scheda. Un attimo prima di aprire le dita e farla scivolare dentro, però, mi è venuto un ripensamento: non era meglio se votavo per quell’altro?

Ma non ho fatto in tempo a riflettere nemmeno per attimo che il presidente ha urlato: “Ma si può sapere che sta facendo?” e così mi sono spaventato e ho mollato la scheda: quel che è fatto è fatto.

Allargando le dita per fare cadere la scheda nell’urna, mi sono accorto che quella dannata carta si era attaccata al mio indice: forse l’avevo bagnata un po’ troppo e si doveva essere formata una specie di colla. Ho scrollato la mano ma quella non voleva saperne di staccarsi.

Il presidente si è avvicinato con aria minacciosa e allora io ho dato uno strattone con la mano e… tragedia: la scheda si è strappata e me n’è rimasto in mano un pezzetto.

Ho visto il presidente alzare le braccia disperato: “Ma che ha combinato? Ha strappato la scheda?

Tutti i componenti del seggio si sono alzati e mi sono venuti incontro, osservando con attenzione la mia mano penzolante sopra l’urna con quel pezzetto di carta tutto bagnato che se ne stava attaccato al mio dito indice.

L’ha strappata! – ha detto uno – Il voto è nullo!

Macché nullo! – è intervenuto un altro – Questo è un voto invalido!

Invalido? E dove sta scritto? Questo è intralcio alle operazioni elettorali! Qui siamo sul penale!” ha sbraitato un altro ancora.

Fermi tutti! – è intervienuto il presidente – Sospendiamo le operazioni. Qui occorre approfondire la situazione. Diamo un’occhiata alle istruzioni.

Io sono rimasto lì con la mano a penzoloni, mentre la gente in attesa ha iniziato a rumoreggiare: “Siamo qui da mezz’ora! Possiamo votare oppure no?” ha detto il primo della fila che si è formata.

Lei stia calmo. Manca più di un’ora alla chiusura del seggio. Tutti voteranno.” ha rassicurato il presidente e si è riunito con gli altri componenti del seggio in un angolo della stanza, iniziando a scartabellare un libro. Leggevano e discutevano e alla fine sono tornati sconsolati verso di me.

Mi dispiace – ha confessato il presidente sconsolato – non ci sono istruzioni per un caso come questo. Lei stia lì e non si muova, dobbiamo chiedere istruzioni all’ufficio elettorale del Comune.

E così il presidente se n’è andato a telefonare, mentre c’erano sono ormai una trentina di persone nervose che tramonto3attendevano di votare. E’ tornato che saranno state le dieci meno un quarto, ancora più sconsolato.

In Comune non hanno idea di cosa fare. Hanno chiamato la Prefettura.

Uno scrutatore ha contato le persone che erano in fila: cinquantotto.

Tutti quelli che sono all’interno del seggio prima della chiusura potranno votare anche dopo le dieci!” ha urlato il presidente e così tutti si sono accalcati nella stanza, il che non ha contribuito a calmare gli animi.

Alle dieci precise è stata chiusa la porta della sezione e si sono contati gli elettori in fila: sessantasette. Una signora teneva in braccio un bimbo piccolo che ad un certo punto ha fatto la cacca, diffondendo nell’aria una puzza terrificante.

Alle dieci e venti il presidente è stato chiamato al telefono. Quando è torna era quasi sull’orlo della disperazione: “La Prefettura non sa dare istruzioni. Hanno fatto un quesito al Ministero.

In quel momento ho sentito diversi sguardi minacciosi su di me, ma non mi sono voltato verso le altre persone.

Lei stia fermo e non molli quel pezzetto di scheda, mi raccomando.” mi ha ordinato minaccioso il presidente.

La signora con il bimbo piccolo ha chiesto di poter uscire per cambiarlo, ma il presidente non le ha dato il permesso: “Non si può uscire. Nessuno può uscire. Si potrebbe venire a conoscenza degli exit-pool e questo potrebbe influenzare chi deve ancora votare.

La signora ha quindi appoggiato il bimbo sul tavolo, dove è stato allestito un fasciatoio volante e ha iniziato le operazioni di pulizia, provocando rischi di svenimento alle persone più vicine. Un poliziotto è stato poi incaricato di portare all’esterno il pannolino sporco, tenendolo a prudente distanza dal naso.

Erano ormai le undici e mezza quando è arrivata la risposta del Ministero. Il presidente l’ha leyya ad alta voce: “In riferimento al quesito formulato da codesta spettabile Prefettura, si ritiene che, in analogia con la fattispecie prevista dalla circolare n° 6175/99/an del 15/04/1967, la scheda in questione possa definirsi nulla. Tale ipotesi è da tenere ben distinta da quella del voto nullo, che presuppone l’apertura e lo scrutinio della scheda stessa, ipotesi che occorre evitare assolutamente per non incorrere nelle severe sanzioni previste dalla normativa vigente in materia di tutela della segretezza del voto. Questo Ministero emanerà quindi a breve le disposizioni operative relative al procedimento da seguire in riferimento al lembo di scheda rimasto attaccato alle mani dell’elettore. Nel frattempo, siamo a raccomandare la prosecuzione della sospensione delle operazioni elettorali. In particolare si sottolinea l’assoluta necessità di evitare qualsiasi contatto con l’esterno da parte degli elettori presenti nel seggio elettorale e quindi il sequestro di qualsiasi strumento che possa favorirlo, quali telefonini, videotelefoni, computer portatili, palmari, fax e ricetrasmittenti di qualsiasi marca e modello, compresi i cosiddetti “interfono” per udire i vagiti e/o piagnucolii dei neonati.

Ho sentito la gente rumoreggiare e volevo mostrarmi dispiaciuto, quando il presidente è scattato: “Avete sentito che ha detto il Ministero?” e ha chiamato le forze dell’ordine che in breve tempo hanno raccolto settantadue cellulari più il telefono giocattolo bel bimbo, il quale si è messo a piangere di brutto fin quando, dopo un rapido consulto con la Prefettura, non gli è stato restituito.

Finalmente verso l’una sono arrivate le ulteriori istruzioni del Ministero, che il presidente ha letto attentamente: “In riferimento al quesito formulato da codesta spettabile Prefettura, già oggetto per una parte di precedente circolare, si fa presente che delle modalità esatte che hanno portato allo strappo della scheda elettorale in questione dovrà essere redatto apposito verbale da parte dei componenti il seggio elettorale. Il lembo di scheda dovrà essere timbrato e sottoscritto da tutti i componenti il seggio e inserito, insieme al verbale, nella busta 127/H68, che dovrà essere opportunamente sigillata. Soltanto dopo tali operazioni potranno riprendere le normali operazioni di voto.

alba di sardegnaMa non è possibile! – si è messo a urlare qualcuno dal fondo della stanza.

Signori prego, ancora un poco di pazienza. – è il presidente che ha parlato – Ora vedremo di riprendere le normali operazioni di voto.

La redazione del verbale è durata quasi un’ora e mezza, perché a un certo punto due scrutatori hanno iniziato a litigare circa le modalità esatte dello strappo: è stato doloso o colposo? Alla fine il presidente ha trovato un compromesso e nel verbale è stato scritto che “i componenti del seggio constatavano che il lembo di scheda rimasto attaccato all’indice della mano destra dell’elettore era inspiegabilmente umido. Escludendo trattarsi di sudorazione dell’elettore stesso, si ritiene che la scheda possa essersi bagnata venendo a contatto con un elemento liquido al momento indefinibile, ma sicuramente con forti caratteristiche acquose, sul quale il seggio elettorale non si esprime, ma del quale si reputa opportuno un esame chimico da parte delle competenti autorità”.

Avessero saputo…

Alle tre di notte gli elettori sono stati invitati a votare e nel giro di un’ora tutti hanno compiuto il loro faticoso dovere, uscendo dal seggio bisbigliando oscure minacce nei miei confronti.

A quel punto rimaneva soltanto da timbrare e vidimare il lembo di scheda che avevo strappato, ma come si poteva fare, con quel lembo di carta di un centimetro quadrato scarso?

Nel frattempo, io stavo sempre lì con il pezzettino di carta attaccato al dito, ma il caldo della stanza deve averlo fatto asciugare, perché a un certo punto si è staccato e si è messo a svolazzare lentamente verso il pavimento, sotto lo sguardo attonito di tutti i presenti. E’ stato a quel punto che un funzionario comunale, evidentemente preoccupato per la lungaggine delle operazioni, ha spalancato la porta e un improvviso colpo di vento ha spinto via il pezzettino di carta. Subito due scrutatori si sono lanciati al suo inseguimento, ma intralciandosi a vicenda non hanno potuto impedire che quest’ultimo si incastrasse dietro al termosifone.

Inutili sono stati i tentativi di recuperarlo, per cui verso le quattro e un quarto si è deciso di chiamare il servizio di pronto intervento del Comune, che è arrivato alle cinque.

E’ stato smontato il termosifone e tra polvere, cartacce, bucce di mandarino rinsecchite e un paio di figurine di calciatori è stato recuperato l’infernale brandello cartaceo, che è stato immediatamente timbrato e riposto nella busta indicata dal Ministero.

Finalmente, verso le sei e un quarto sono potute iniziare le operazioni di spoglio e io sono stato rilasciato.

Nell’uscire dalla stanza, ho salutato cordialmente tutti quanti, chiedendo: “Ma è vero che tra 15 giorni c’è il ballottaggio?

Chissà perché nessuno mi ha risposto…

25 agosto 2009 Posted by | Racconti, Storie ordinarie | | 8 commenti

Primo progetto: riuscito.

Il primo dei miei progetti letterari

https://aquilanonvedente.wordpress.com/2009/04/04/progetti-letterari/

libro

è riuscito: il racconto verrà inserito nell’antologia in uscita a fine mese.

Ora possono partire il secondo e il terzo progetto.

L’importante è non farsi prendere dalla fregola.

(Il termine “fregola” ha vari significati, ma è meglio evitarli tutti… A eccezione di quello culinario, che altrimenti la mia amica melania si inc…).

P.S.: chi volesse saperne di più, mi scriva pure in privè.

2° P.S.: chiedo umilmente perdono a chiunque abbia letto questo post, ma per una buona mezz’ora è apparsa una “d eufonica” che ho provveduto a cancellare immediatamente. Lo so, non ho scusanti e infatti mi sto autoflagellando sui malleoli (su altre parti del corpo non mi sembra il caso…).

22 aprile 2009 Posted by | Racconti | , | 8 commenti

Sergio

Conobbi Sergio il primo giorno di scuola della prima elementare: un bambino timido e impacciato come me, soltanto un poco più basso.Quando parlava con gli altri o veniva chiamato alla lavagna dalla maestra, continuava a muovere le spalle: io pensavo che gli desse fastidio la maglietta  capii invece anni dopo che quello era un tic nervoso.

Sergio abitava in una villetta alla periferia del paese. Sul retro stava l’officina del padre, piccolo artigiano; in casa la madre casalinga e due sorelle più piccole.

Alle medie Sergio lo persi di vista, per ritrovarlo poi al Liceo, anche lui come me, e tanti altri ragazzi, vittima di genitori apprensivi che facevano frequentare ai figli ‘unicla scuola presente in paese, piuttosto che farli avventurare nella grande città. Dato che nella nostra classe i banche formavano file orizzontali, Gianni, che stava tra me e Sergio, divenne in pratica il compagno di banco di tutti e due.

Terminato il Liceo, Sergio e Gianni presero la strada di economia e commercio all’università, destinati dai genitori a diventare commercialisti o bancari; io presi la strada di giurisprudenza, destinato a diventare avvocato o magistrato. Ma l’università per Sergio durò poco, perché dopo un anno il padre morì e lui abbandonò la scuola per continuare l’attività del genitore. Io e Gianni l’università l’abbandonammo un paio d’anni più tardi, e senza avere nemmeno lutti in famiglia.

Non frequentai più Sergio negli anni successivi. Le nostre strade e le nostre amicizie si divisero nettamente. A volte lo vedevo nel tardo pomeriggio del sabato davanti all’edicola in piazza, mentre aspettava i suoi amici. Un po’ lo invidiavo, lui che almeno aveva qualcuno da aspettare…

Fu intorno ai trent’anni che Sergio conobbe Maria Francesca. Nata nel nostro paese ma figlia di meridionali, possedeva tutta intera la fierezza e la bellezza delle donne del sud: lunghi capelli neri e ricci, grandi e profondi occhi scuri, morbide forme che facevano perdere il senno. Maria Francesca aveva da poco superato i vent’anni ed era sbocciata come un fiore. Sergio se ne innamorò perdutamente e iniziò un pressante corteggiamento, forse il primo della sua vita, che stava comunque dando i suoi frutti.

Improvvisamente però comparve Paolo. Paolo era esattamente l’opposto di Sergio: alto, biondo, spigliato, fisico atletico, di famiglia benestante, laureato e avviato, lui sì, verso una brillante carriera di commercialista.

Paolo e Maria Francesca si innamorarono, si sposarono ed ebbero due figli.

Per Sergio fu un duro colpo e, visto che le disgrazie non vengono mai sole, anche la sua attività prese una brutta piega: fu costretto a chiudere la sua officina e andò a lavorare in fabbrica. Accettò di lavorare sempre più spesso in trasferta all’estero e per diversi anni non si vide più in paese.

Sergio divenne un bravo tecnico nel suo lavoro e nelle sue trasferte incontrò alcune persone con le quali, una decina di anni dopo, fondò una nuova impresa in paese. La sua nuova attività ebbe successo e all’età di 45 anni Sergio era diventato un piccolo imprenditore di successo.

Paolo, invece, si era lanciato in una serie di azzardate operazioni finanziarie grazie alle quali aveva ridotto sul lastrico la sua famiglia e pure quella dei genitori, aveva passato qualche settimana in galera e aveva pure divorziato da Maria Francesca, lasciandola sola a crescere i due figli.

E fu così che Sergio e Maria Francesca si incontrarono di nuovo e in lui tornò a galla il vecchio amore, che evidentemente non era mai scomparso. I due ripresero a frequentarsi, Sergio si era affezionato ai figli di Maria Francesca e in paese si parlava di imminente matrimonio, quando improvvisamente Sergio abbandonò Maria Francesca, apparentemente senza alcuna ragione.

In paese circolarono diverse voci, ma la verità si è saputa soltanto da poco.

Sergio è morto un mese fa, stroncato da un tumore al polmone: proprio lui che fumava sì e no un pacchetto di sigarette al mese. Non ha voluto curarsi e se ne è andato nel giro di sei mesi da quando i medici gli hanno comunicato la dolorosa scoperta.

Al suo funerale ho visto Gianni, il nostro comune compagno di banco, ma non Maria Francesca, forse ancora ferita da quell’ultimo, inspiegabile abbandono.

Lo stesso Gianni la settimana scorsa mi ha telefonato, dandomi la notizia in anteprima: al mattino era stato aperto il testamento di Sergio. Tra i beneficiari vi era anche Maria Francesca, alla quale Sergio ha lasciato uno dei suoi appartamenti, nonché un fondo vincolato per la scuola dei figli.

A volte l’amore prende strade tortuose, ma ce ne mette a morire…

12 aprile 2009 Posted by | Racconti, Smancerie pseudo-sentimentali, sogni, Storie ordinarie | , | 2 commenti

Progetti letterari

Arieccomi qua, dopo la pausa ferragostana e prima di quella pasquale.

Accennavo in un post precedente che questo è un periodaccio, a causa del lavoro aggiungo. Se fino alla fine dell’anno scorso andare a lavorare era quasi un piacere, da quest’anno è diventato una tortura e questo ha un riflesso negativo su tutte le mie giornate, anche se con la piccolina riesco a mascherarlo bene.

Ma non è di questo che intendo parlare, anche perché sono sicuro che non frega niente a tutti (“non frega niente a nessuno” mi sembra un po’ una tautologia).

Questa premessa mi serve per dire che è proprio in questi periodacci che si sviluppa la mia attività letteraria e divento particolarmente produttivo. In questo periodo, poi, è ricomparsa la vena ironica, umoristica e satirica che era scomparsa da tempo. Ragion per cui ho sviluppato alcuni progetti letterari, che or ora vado a enunciare.

Primo progetto. Il 31 marzo ho inviato un raccontino a un editore per una selezione  finalizzata alla pubblicazione di una antologia. Ho già pubblicato un racconto l’anno scorso e stavolta mi è uscito fuori un altro racconto-bonsai, con finale a sorpresa. Penso di essere ormai lanciato verso l’obiettivo di scrivere il racconto più breve del mondo e per farlo non è sufficiente ridurre il numero di parole: bisogna anche contrarre le parole stesse, quindi scrivere una storia utilizzando soli morfemi. Certo, non pretendo che tutti sappiano cos’è un morfema, soprattutto quando si è ancora intenti a capire la regola delle d eufoniche

Secondo progetto. La partecipazione a un concorso letterario che scade a giugno, presso una piccola ma seria casa editrice. Ho già partecipato alla prima edizione di questo concorso, nel 2007, risultando tra i dieci vincitori, con pubblicazione nell’antologia del premio. Alla seconda edizione del concorso non potevano partecipare i vincitori della prima. Ora, alla terza edizione, ho deciso di riprovarci, soprattutto perché mi è venuta una buona idea, che però devo sviluppare.

E qui mi corre l’obbligo di precisare le varie fasi delle quali si compone la mia attività letteraria.

diventare_scrittore Il primo momento è quello più propriamente creativo. In genere nei luoghi e nei momenti meno indicati mi vengono le idee per le mie storie: in bagno, in auto, durante le riunioni di lavoro e via dicendo. Non potendo distrarmi più di tanto, l’idea continua a frullarmi in testa.

Il secondo momento è quello che io chiamo costruttivo, nel senso che, appena mi è possibile,  metto su carta la struttura della storia, così come viene, comprese ripetizioni, errori grammaticali e d eufoniche ( ma le elimino subito).

Il terzo momento è quello più propriamente tecnico. Il testo viene sviluppato, ripulito, aggiustato, oliato affinché giri senza intoppi di alcun genere. Per arrivare al risultato finale, però, è necessario che io declami lo scritto (declamare = recitare solennemente, accompagnandosi con gesti appropriati), passeggiando per la mia modesta magione.

Terzo progetto. Un libro di racconti umoristici  e satirici, alcuni già pubblicati sulla stampa locale e revisionati, alcuni inediti. Al momento i racconti selezionati sono otto e tutti prendono spunto da fatti e/o notizie in un arco temporale che va dall’attuale crisi economica fino a Giulio Cesare. Alcuni di questi racconti, dicevo, sono già stati pubblicati e hanno riscosso un certo successo, quindi ho deciso di fare un’antologia che dovrebbe essere finalizzata alla pubblicazione tramite un sito di self-publishing. Non escludo però, nel caso in cui il prodotto finale mi piaccia particolarmente, che possa anche decidere di inviarlo a qualche editore. Sono ancora indeciso se pubblicarlo con il mio vero nome (Aquila Non Vedente) o con quello finto con il quale mi hanno registrato all’anagrafe alla nascita.

Quarto progetto.  Il libro che ho nel cassetto da quasi quattro anni e che ormai è diventato il mio miraggio e la mia dannazione.

Quinto progetto.  Una storia fortemente autobiografica, molto difficile e, soprattutto, dolorosa. ma questa per ora è soltanto una idea.

Ora che vi ho esposto con tanta maestria i miei progetti letterari, vi auguro un buon week-end perché non c’ho tempo da perdere…

4 aprile 2009 Posted by | Libri, Racconti, sogni, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 4 commenti

San Valentino

san-valentinoTanti anni fa, trenta o forse più, lessi un raccontino di Enzo Biagi.

Parlava di due persone, un uomo e una donna, che si innamoravano l’uno dell’altra senza essersi mai visti e che a un certo momento decisero di darsi appuntamento in una piazza del paese.

Il loro sarebbe stato un grande, un enorme, un incommensurabile amore, ma purtroppo, per un banalissimo inconveniente, in quella piazza i due non si incontrarono mai.

Ognuno dei due girò per ore in quella piazza, senza meta e alla fine pensò che l’altra persona avesse preferito non presentarsi all’appuntamento.

Un disguido, un banalissimo disguido. Questa è la legge che regola la vita. Niente di più.

15 febbraio 2009 Posted by | Pensieri disarcionati, Racconti, Smancerie pseudo-sentimentali, Storie ordinarie, Un po' di me | 16 commenti

Immaginate…

… di tornare dal lavoro un venerdì pomeriggio, uno dei tanti venerdì pomeriggio che avete accumulato nella vostra vita.

ombraImmaginate di avere davanti, come sempre, un lungo, lento, interminabile fine settimana colmo di attività banali e di solitudine.

Immaginate di fare la doccia, come tutti i venerdì, non per prepararvi ad uscire ma soltanto per tentare di lavarvi via di dosso la disperazione di tutta una settimana.

Immaginate, mentre vi state asciugando, di aprire la porta del bagno per fare uscire il vapore e d’un tratto, abbassando lo sguardo, di vedere che la vostra ombra si stacca da voi, percorre il corridoio, si arrampica sinuosamente lungo le pareti e se ne va. Dopo un attimo di sbandamento (e anche di terrore), iniziate a rincorrerla, cercate di afferrarla, la chiamate, urlate, supplicate, ma non c’è niente da fare: perfino lei vi ha abbandonato.

Che fare? Non si può mica chiedere in giro a parenti e amici se hanno visto la vostra ombra; non si può presentare denuncia di scomparsa alla polizia; non si può chiamare “Chi l’ha visto?”. Verreste presi per pazzi.

E allora?

Non vi resta che cercarla dentro voi stessi, percorrendo a ritroso la vostra vita in un viaggio doloroso e dagli esiti incerti, alla ricerca proprio della vostra ombra, perché sapete che laddove c’è un’ombra deve esserci necessariamente anche una luce che le ha dato vita. E che forse la ridarà anche a voi.

Immaginate che il lunedì mattina, alla fine del vostro viaggio…

Piaciuto?

Beh, non è facile portare avanti una storia così, però io ci provo.

Piano piano… lento lento… tanto non abbiamo altri impegni.

Io e la mia ombra… Ombra! Ombra! Ma dove cavolo ti sei cacciata?

2 dicembre 2008 Posted by | Libri, Racconti, Storie ordinarie | , | 14 commenti

Una piccola soddisfazione

Un paio di settimane fa mi è arrivata per posta l’antologia di racconti nella quale ve ne è pubblicato anche uno mio.

Vedere il frutto del proprio lavoro di scrittore, seppure esordiente, pubblicato su carta stampata fa sempre un certo effetto, ma non posso negare che la soddisfazione maggiore rimane quella prossima ventura: vedere il proprio nome in copertina, cioè pubblicare un libro tutto mio.

scrittoreRicordo quando anni fa mi accontentavo di vedere pubblicati i miei racconti sul quotidiano locale o su qualche sito internet.

Poi sono riuscito a pubblicare quattro-cinque racconti su una rivista letteraria e infine da giugno 2007 ad oggi su tre antologie.

Ora sto portando avanti tre lavori contemporaneamente.

Il mio solito libro, quello che devo rivedere completamente, dall’inizio alla fine, possibilmente entro la fine dell’anno (ma non ci riuscirò, lo sento).

Poi un racconto lungo, anche questo già scritto ma da rivedere entro febbraio 2009 (e penso che ci riuscirò), liberamente ispirato al romanzo “La chimera” di Sebastiano Vassalli (l’ispirazione è necessaria per l’editore).

E infine l’ultima “ispirazione” che ho avuto pochi giorni fa, della quale ho scritto solo l’incipit e che deve ancora prendere forma, senza scadenze, senza fretta, una storia (molto autobiografica) che potrebbe prendere forma nei momenti e nei luoghi più impensati. Che forse prenderà vita o forse no (spero soltanto che non si prenda la mia, di vita).

Mi auguro buon lavoro da solo, che ne ho bisogno, anche perché a volte mi viene voglia di buttare tutto al macero (cioè nel cesso)…

24 novembre 2008 Posted by | Racconti, sogni, Storie ordinarie, Un po' di me | | 6 commenti

Prende corpo…

… il mio libro.

Lo sto ricreando, modellando, plasmando,  sagomando.

Scrivo, riscrivo, leggo, coreggo, smusso, limo, ritocco e rileggo.

L’incipit ora è più scorrevole, più fluido.

E’ per questo che trascuro un po’ il blog e la varia umanità che frequenta questo mondo.

3 novembre 2008 Posted by | Libri, Racconti, Un po' di me | , | 14 commenti