Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Usatelo, ca..o!

prontuario punteggiaturaNon costa tanto: circa 10 euro.

E’ breve e facile da leggere.

E’ piccolo, si può anche tenere nella borsetta, se si vuole (se siete uomini, mettetevelo nel marsupio…), pronto per la consultazione 24/24.

Usatelo.

Non scrivete frasi senza verbi (o, peggio ancora, verbi senza frasi).

Non prendete manciate di punti, virgole, lineette, parentesi, ecc. da spargere sul testo come se steste (s-teste) seminando.

Non rivoltate la pagina scrollandola; non è che i segni di punteggiatura in eccesso cadono a terra e quelli che rimangono sono quelli “buoni”.

E ogni tanto un punto, per favore. Gli esercizi in apnea lasciateli ai sub.

E soprattutto, controllate le reminiscenze scolastiche: vi sono casi in cui la virgola va usata anche prima della “e”. Fidatevi.

(Scritto dopo aver letto l’ennesimo raccontino – accompagnato da lodi sperticate degli altri lettori – pieno zeppo di frasi. Senza verbo.)

👿

Musica!

9 settembre 2013 Posted by | Libri, Manate di erudizione | | 60 commenti

Storia dell’ebreo errante. Parte terza: le crociate.

ebreo erranteParte prima: la dispersione e l’esilio.

Parte seconda: gli ebrei nell’età imperiale e nell’alto medioevo.

Diciamocelo subito: quello delle crociate non è stato un bel periodo per gli ebrei (ammesso che ve ne sia stato uno).

A scuola ci hanno insegnato che verso la fine del XII secolo indomiti cavalieri vestiti con il segno della croce e benedetti dai Papi si misero in marcia verso la terra santa, per strapparli agli infedeli e riportarli sotto le vestigia della cristianità. Poi abbiamo capito che le motivazioni religiose erano soltanto una scusa e che forse i cosiddetti “infedeli” non erano molto peggio dei crociati.

Quello che si sono ben guardati dall’insegnarci, però, è che l’inizio delle crociate coincide con una campagna di denigrazione e persecuzione nei confronti degli ebrei che diventa sistematica. A loro si pone un’alternativa:battesimo o morte.

Le truppe dei crociati che partono dalla Francia si muovono lungo la valle del Reno, dove le comunità ebraiche sono numerose. L’imperatore tedesco Enrico IV nel 1095 aveva promulgato un editto che proibiva il battesimo forzato, ma le armate crociate si muovevano con forza travolgente. Vi furono massacri, battesimi forzati, suicidi di massa. L’imperatore Enrico IV dovette intervenire nel 1103, facendo giurare a principi e borghesi che la popolazione ebraica non sarebbe stata più maltrattata e dichiarò illegittimi i battsimi forzati, attirandosi i fulmini del papa Clemente III.

Queste persecuzioni colpirono numerose comunità ebraiche in Europa, ma soprattutto in Francia e in Germania. La seconda crociata del 1146 fu preparata meglio, ma non per questo non causò altri didordini antiebraici.

Ma è in questo periodo che avviene un altro fattaccio: gli ebrei vengono accusati di omicidio rituale. In Inghilterra un ragazzo venne trovato ucciso alla vigilia del venerdì santo e la colpa venne data agli ebrei. L’accusa non venne mai provata, ma le reliquie del ragazzo diventarono oggetto di pellegrinaggio per secoli.

L’accusa si delineò con precisione dopo alcuni altri omicidi: gli ebrei durante la settimana santa, per irridere la crocifissione di Gesù, infliggevano lo stesso supplizio a bambini cristiani e profanavano anche ostie consacrate.

Le condizioni di vita degli ebrei in Francia e in Germania peggiorarono. Nell’Italia del sud i normanni garantivano loro una larga autonomia, mentre i bizantini proseguivano con le antiche interdizioni: niente impieghi pubblici e proibizione di montare a cavallo. In inghilterra la follia religiosa non si era impadronita della popolazione.

Nel novembre 1215 il concilio lateranense rinnovò le antiche restrizioni contro gli ebrei, aggiungendone una nuova: il divieto di prestare denaro ai cristiani a tasso troppo elevato. La Chiesa considerava riprovevole qualsiasi prestito, non tenendo conto delle nuove esigenze economiche e finanziarie del tempo.

Ma questo concilio adottò anche una misura che non era una novità assoluta, ma che per la prima volta doveva essere adottata su vasta scala: olocausto-numerol’obbligo per gli ebrei, a partire dai dodici anni, di portare in tutti i paesi cristiani un segno che li distinguesse dal resto della popolazione. La Chiesa giustificò questo marchio sostenendo che la legge di Mosè aveva prescritto agli ebrei di distinguersi dagli altri popoli. Al marchio era possibile sfuggire soltanto dopo la conversione. Ogni Stato discusse sulla forma, sulle caratteristiche e sul colore del marchio: in Francia fu il tondo giallo, in Germania e Austria un cappello Giallo o rosso,

La caccia agli ebrei, i nemici di Cristo, a partire dal XIII secolo divenne un fatto abituale. Le persecuzioni non nacquero da contrasti tra le popolazioni cristiane e le minoranze ebraiche, ma furono il frutto di una lunga campagna di propaganda voluta dalle autorità ecclesiastiche e dal papato. Ben presto il tribunale dell’inquisizione, rivolto in primo luogo contro gli eretici, inizierà a occuparsi anche degli ebrei.

E’ in questo periodo che si sviluppa l’accusa nei confronti degli ebrei di omicidio rituale, poi quella di avvelenamento dei pozzi in combutta con i saraceni, poi ancora di diffondere il morbo della peste nera che dal 1347 per tre anni provocò in Europa 42 milioni di morti.

Nel XIV secolo si afferma la leggenda (che arriverà fino al ventesimo secolo) che gli ebrei si servono di sangue cristiano nella cottura del pane azzimo e la Chiesa riconosce a più riprese i miracoli fioriti intorno alle asserite vittime degli ebrei.

La durezza dei secoli medievali cambiò la mentalità e la sensibilità politica degli ebrei. Subirono dapprima le conseguenze delle spedizioni militari per riconquistare Gerusalemme; poi soffrirono i contraccolpi delle lotte tra il papa e i principi; infine furono sottoposti a continue restrizioni, costretti dalla società a esercitare il prestito a interesse con un distintivo cucito addosso e accusati di orribili omicidi rituali. La loro eliminazione era vista come un atto di devozione a Dio e di purificazione.

Proprio in quegli anni Boccaccio racconta la novella dei tre anelli: un padre possedeva un anello bellissimo e prezioso che, nella sua famiglia, veniva lasciato al figlio maggiore, che ne diveniva l’erede. Questo padre aveva tre figli e, amandoli tutti allo stesso modo, non ne voleva privilegiare alcuno. Allora fece fare in segreto due copie perfette dell’anello. Quando morì, ognuno dei figli ricevette un anello e pensò di essere il prescelto, ma nessuno riuscì mai a sapere quale fosse l’anello vero. Così, per analogia, i fedeli delle tre grandi religioni monoteistiche credono di essere i soli depositari della verità rivelata.

In tempi di oscurantismo, Boccaccio offre un raggio di luce e rivaluta la fede nell’uomo, al di là delle differenze. Non a caso questa sua novella fu ripresa, secoli dopo, nel periodo dei Lumi (e questa è una di quelle parole che meritano di essere scritte con la maiuscola).

Se non trovi le parole…

21 dicembre 2012 Posted by | Libri, Manate di erudizione, Religione | , , | 9 commenti

Storia dell’ebreo errante. Parte seconda: gli ebrei nell’età imperiale e nell’alto Medioevo.

ebreo erranteParte prima: la dispersione e l’esilio.

Gli ebrei, nella dispersione e nell’esilio, assimilarono ben presto la lingua, gli usi e i costumi dei paesi che li avevano accolti; spesso anche i loro nomi diventarono latini o greci. Solo il loro credo monoteista li distinse e impedì ogni atto di culto verso altri dei oppure verso quei monarchi che avevano assunto connotati divini. Anche la celebrazione del sabato fu un elemento di dissonanza  e la pratica della circoncisione suscitò ironia e sarcasmo.

Se pare che i rapporti con i cristiani nella vita quotidiana fossero buoni, non si può dire la stessa cosa dei rapporti tra i rabbini e i vescovi.

Quando il cristianesimo, da setta perseguitata e minoritaria, diventa la religione ufficiale dell’impero grazie a Costantino, rescinde anche l’ultimo simbolico legame con le sue origini ebraiche: il conciclio di Nicea del 325 adotta per la celebrazione della Pasqua una data diversa da quella ebraica. Agli ebrei viene vietato di contrarre matrimonio secondo la loro legge e viene negata ogni autonomia alla loro giurisdizione.

In Arabia, prima della nascita di Maometto, le relazioni tra ebrei e arabi erano state buone. Maometto infuse nel Corano molte idee già presenti nella Bibbia e nel Talmud. In un primo momento i suoi rapporti con gli ebrei furono cordiali, poi mutarono radicalmente.

Intanto anche all’interno del giudaismo si svilupparono polemiche, anche violente, sull’interpretazione della Torah.

Proprio in questo periodo avvenne un fatto unico nella storia del Medioevo: un re pagano, capo di un popolo barbaro, abbracciò il giudaismo con tutto il suo popolo. I kazari, che si erano stabiliti in un piccolo reame sul Caspio, alla foce del Volga, vennero in contatto con cristiani, arabi ed ebrei. Pare che uno dei loro capi, Bulan,abbracciò la religione giudaica e proibì l’idolatria in tutto il suo regno. Il regno dei kazari fu per molto tempo un’isola felice.

Ma fu in Spagna che l’esperienza storica degli ebrei  toccò i vertici culturali e sociali più alti. Gli insediamenti giudaici più importanti furono Granada (detta “città degli ebrei”), Terragona, Cordoba, Saragozza e Tortosa. Nei primi secoli la comunità cristiana e quella ebraica vissero senza contrasti, mescolandosi tra loro anche con matrimoni misti. Quando i visigoti si impossessarono della Spagna, gli ebrei conservarono la pienezza dei diritti civili e politici, mentre proprio i cristiani furono trattati con sospetto e subirono discriminazioni. Questa situazione finì nel 589, quando il concilio di Toledo proibì i matrimoni misti e impedì nuovamente agli ebrei l’accesso agli impieghi pubblici e il possesso di schiavi. In seguito, la linea repressiva fu inasprita: o battesimo o esilio. Il concilio di Toledo del 681 stabilì che gli ebrei dovessero essere battezzati con la forza e, in caso contrario, cacciati dal Paese, dopo la confisca dei beni.

Quando la Spagna venne conquistata dai musulmani, dopo il 711, per gli ebrei iniziò un lungo periodo di prosperità. La città di Cordoba divenne il centro della scienza talmudica per tutto il giudaismo. I califfi si mostrarono molto attenti ai lavori degli intellettuali ebrei e si fecero tradurre la Mishnah in arabo, per poterla apprezzare meglio.

Carlo Magno non nutrì pregiudizi verso gli ebrei. Sotto il regno suo, del figlio e del nipote, gli ebrei godettero di buone condizioni di vita e di tolleranza. Potevano costruire nuove sinagoghe, esprimere liberamente le loro opinioni sul cristianesimo, negare le virtù miracolose dei santi e delle reliquie, commerciare e acquistare e vendere terre. Addirittura Carlo il Calvo, resistendo alle pressioni dei vescovi, proibì che si trattassero questioni relative agli ebrei. Le condizioni favorevoli nell’Europa carolingia portarono alla disseminazione di gruppi ebraici da oriente a occidente.

L’anno mille fu un periodo agitato per la cristianità. Si propagarono velocemente alcune leggende, tra cui una sugli ebrei: su loro istigazione il principe di babilonia avrebbe fatto distruggere il sepolcro del Signore e uccidere il patriarca di Gerusalemme. Si stava diffoondendo un’ondata di violenza che di lì a poco si sarebbe abbattuta su tutta l’Europa.

(Mina, quarant’anni fa…)

9 dicembre 2012 Posted by | Libri, Manate di erudizione, Religione | , , | 40 commenti

Ma però, a me mi sembra che…

Sto leggiucchiando qua e là un vecchio libro del compianto Aldo Gabrielli.

Trattasi di un Oscar Mondadori del 1977, talmente invecchiato che ogni pagina che si gira, si stacca dalle altre. Alla fine rimarrò con un fascio di fogli in mano, racchiusi in una copertina.

Lettura godevole, proprio perché soltanto chi conosce a fondo una materia può permettersi di giocarvi e di tradurla in linguaggio comprensibile anche ai neofiti (in senso lato).

Orbene, imbattommi nei capitoletti dedicati al “ma però” e al “a me mi“.

Ma però non è errore, come molti credono e come nelle scuole si continua a ripetere, non è neppure una inutile ripetizione. E’ una semplice locuzione avverbiale rafforzata che dà un tono particolare al discorso. Strano che non si discuta mai su altri rafforzamenti consimili, come ma invece, mentre invece, ma tuttavia, ma nondimeno, ma pure. Viene usato da autori classici e contemporanei.

A me mi: altra espressione da sempre condannata nelle scuole. Non è errore, non è da segnare con matita blu, e nemmeno con matita rossa (notare la virgola prima della “e” – ndr). Anche qui si vuole dare alla frase un’efficacia particolare, un particolare tono. Il mi pleonastico ha un chiaro valore rafforzativo. Non è un costrutto inventato oggi: è stato usato dai classici e addirittura da accademici della Crusca. Analogamente, sono anche corretti i costrutti “lo so che a te non ti va questa faccenda” e “a voialtri non vi dirò più niente“.

Quindi, dopo aver chiarito la questione, posso esprimere liberamente il mio pensiero: ma però, a me mi sembra che non sia tutto oro quello che luccica. Anzi…

11 marzo 2012 Posted by | Libri, Manate di erudizione | , | 15 commenti

Breve divagazione sulla virgola

I linguisti (che sono quelli che studiano la lingua italiana, la grammatica, la sintassi, la profilassi, ecc., e non pornoattori, come potrebbe pensare qualche maliziosa lettrice di questo blog), sostengono che la virgola non ha soltanto la funzione di inserire una pausa nella lettura.

La virgola può anche servire, tra le tante altre cose, per sciogliere ambiguità di senso.

Per esempio, se scrivo: “Facciamo le parti: Giovanni, Francesco, Anna e Paola” non è chiaro se voglio fare quattro parti oppure tre (una per Anna e Paola).

Se voglio specificare, senza ombra di dubbio, di voler fare quattro parti, dovrei scrivere: “Facciamo le parti: Giovanni, Francesco, Anna, e Paola” devo cioè inserire la virgola prima della “e”.

In questo caso la virgola ha una funzione disambinguante, cioè risolve una ambiguità del testo. E’ ovvio che la regola che la virgola non si mette prima della “e” non esiste.

Mi sembrava opportuno chiarire questa cosa, non soltanto per elevare un po’ il tono culturale del blog (e dei suoi frequentatori), ma anche per fornire una piccola certezza di vita in questo periodo di crisi economica (anche una virgola sarebbe meglio del nostro attuale presidente del consiglio).

2 novembre 2011 Posted by | Manate di erudizione | | 33 commenti

Parole sante…

Bisognava scegliere un re fra gli alberi:

l’olivo non volle trascurare il lavoro che gli costava la sua produzione di olive,

né il fico il lavoro dei suoi fichi,

né la vigna quello del suo vino,

né gli altri alberi il lavoro dei loro frutti.

Il cardo, che non era buono a niente, fu fatto re,

anche perché aveva le spine e poteva far del male.

Io posseggo una dignità e una potenza,

che l’ignoranza e la credulità mi han procurata,

io cammino sulle teste degli uomini prosternati ai miei piedi:

se essi si rialzano e mi guardano in faccia, io sono perduto.

Bisogna quindi che io li tenga curvi a terra con catene di ferro.

Così hanno ragionato gli uomini che secoli di fanatismo hanno reso potenti.

Essi hanno degli altri potenti sotto di loro,e questi ne hanno altri ancora,

che tutti si arricchiscono delle spoglie del povero,

si ingrassano col suo sangue, e ridono della sua stupidità.

(Voltaire – Dizionario Filosofico)

 

 Lo so, la coerenza non è il mio forte…

28 giugno 2011 Posted by | Manate di erudizione, Musica, Politica, Storie ordinarie | , | 22 commenti

Storia dell’ebreo errante. Parte prima: la dispersione e l’esilio

A distanza di pochi giorni dall’ennesimo spot israeliano sull’efficienza delle sue forze armate, vorrei iniziare a parlare di questo libro, che ho iniziato a leggere un paio di settimane fa.

Riccardo Calimani è forse uno dei maggiori storici italiani dell’ebraismo e nel 2002 ha scritto questa Storia dell’ebreo errante – Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme al novecento.

Per quale recondito motivo un’Aquila ormai cinquantenne, all’avvio della tanto agognata estate, decida di ingrugnirsi su un testo – per me abbastanza ostico – di oltre 500 pagine, rimane un mistero. Escludendo un attacco di masochismo, credo di avere l’esigenza di capire, essendo abbastanza ignorantello in materia.

Ebreo – spiega Calimani – è una parola che nella bibbia è legata alla radice ‘avar, che significa passare: ebreo è colui che passa, che erra, che va da un paese a un altro.

Israele è il nome dato a Giacobbe dall’angelo del Signore, dopo una lotta che li aveva visti l’uno contro l’altro. Israelita significa dunque essere membro del popolo che ha tenuto testa nientepopodimenoche a Dio.

Giudeo è un termine che risale all’epoca del ritorno dall’esilio babilonese. I giudei erano coloro che erano rimasti fedeli a Dio, mentre chi era rimasto in palestina non aveva resistito altrettanto tenacemente.

Il mito dell’ebreo errante nasce da un episodio della vita di Gesù che, nella salita verso il calvario, si ferma un momento per bere e, secondo la leggenda, un ebreo gli dice: “Vattene da qui!” e Gesù risponde (e già me lo vedo, tutto sudato e anche un po’ incazzato, a fulminare con lo sguardo questo qui): “Io me ne vado, ma tu dovrai aspettarmi, finché non tornerò”.

Gli anni che segnano il destino di Israele sono quelli dell’inizio della dominazione romana in Giudea: termina la monarchia, Gerusalemme viene conquistata e inizia un rapporto conflittuale di questa terra, sempre pronta all’insurrezione, con Roma. Nell’ambito di una generale instabilità della regione, Antonio colloca sul trono di Giudea il re Erode, crudele e violento.

Il vangelo secondo Matteo colloca poco prima della sua morte la nascita di Gesù di Nazareth, l’uomo in cui molti videro il messia atteso da Israele, il re che doveva liberare i giudei dagli oppressori, instaurando il regno di Dio sulla terra.

Fino al 66 d.C. Roma governa la Giudea amministrando la giustizia secondo la legge giudaica, riservandosi il potere di ratifica. Il procuratore romano più celebre è Ponzio Pilato, che governa la Giudea dal 26 al 36 e viene coinvolto nelle vicende di Gesù. In seguito i rapporti tra romani ed ebrei peggiorano, con l’aggiunta di una guerra civile tra gli stessi ebrei nazionalisti e quelli moderati.

Nel 67 Roma riconquista l’intera parte settentrionale del paese e pochi giorni prima della pasqua del 70 Tito inizia l’assedio di Gerusalemme, che è durissimo. Alla fine la città viene rasa al suolo e Roma inasprisce il suo dominio sulla regione: pare che addirittura chi la visitava stentasse a credere che vi sorgesse una città così famosa.

L’ultima grande rivolta divampa nel 132 e Roma la soffoca mandando quattro legioni. Nell’area del tempio viene eretta una statua a Giove e ai giudei viene proibito di entrare in città (proprio come adesso fanno gli israeliani con i musulmani e i cristiani, insomma). Da allora, al posto di Giudea, si parla sempre di Palestina.

La sconfitta del 70 chiude un ciclo storico e l’ebraismo si arricchisce di una caratteristica nuova: l’esilio. Si rompe il rapporto che univa gli ebrei alla loro terra, un rapporto stretto dai toni mistici e tanto tenace da provocare un incredibile ritorno diciannove secoli dopo.

In realtà la dispersione degli ebrei era in atto già da tempo, ma la perdita di Gerusalemme sconvolge la vita delle comunità lontane, alle quali viene a mancare non solo un riferimento politico, ma anche il sinedrio, elemento centrale della loro vita religiosa, con la sospensione del culto sacrificale.

La repressione romana, come sempre accade in questi casi, favorisce lo sviluppo dei movimenti politici più radicali. Speranze e tensioni messianiche furono sempre presenti nella società giudaica negli anni del dominio romano, ma – scrive Calimani – occorre distinguere fra la speranza messianica e la fede nel messia. La prima è desiderio di pefezione morale, libertà politica, gioia terrena per Israele; la fede nel messia aggiunge a questo la perfezione morale per l’umanità.

L’unico gruppo che riesce in parte a sopravvivere alle rovine delle guerre contro i romani è quello dei farisei: vivevano in una meticolosa osservanza della legge, che andava discussa, analizzata, interpretata analiticamente e quindi a suo complemento si sviluppava una legge orale, frutto degli insegnamenti dei rabbini.

E veniamo a Gesù.

Il nome in italiano dovrebbe essere tradotto in Giosuè; in greco significa “Dio salva“. Cristo in greco significa “unto” (del Signore – da non confondere con gli unti che circolano oggi a Palazzo Grazioli).

Gesù partecipa attivamente alla vita culturale e spirituale ebraica; la Torah, la legge, era un riferimento quotidiano e non si presenta mai come un suo sovvertitore, ma vuole portarla anzi a compimento.

Il mescolamento tra fonti ebraiche e vangeli emerge nel discorso della montagna, con molteplici riferimenti talmudici, così come del resto alcune preghiere cristiane sono di stretta derivazione ebraica.

Dunque, la sconfitta del 70 d.C. annulla la comunità ebraico-cristiana più antica, quella di Gerusalemme e non ci sono più tracce scritte sulla sua primitiva chiesa ebraico-cristiana, cioè su coloro che, ebrei, credettero che Gesù fosse il messia di Israele. Sappiamo pochissimo di questi ebrei che subiscono il fascino della predicazione di Gesù, osservano la religione mosaica e contemporaneamente le pratiche cristiane.

Tracce di loro si trovano nel vangelo di Marco o negli Atti degli apostoli, ma sono le lettere di Paolo che aprono uno squarcio sulle origini della fede cristiana. La frattura esistente tra Paolo e la chiesa ebraico-cristiana – scrive Calimani – si intuisce quando Paolo afferma che “a lui venne affidato il vangelo della non-circoncisione attraverso una rivelazione diretta da Dio e senza mediazione umana”. Queste parole rivelano una polemica, neanche troppo nascosta, con l’altro vangelo, quello dei circoncisi.

Per gli ebrei cristiani la fede in Gesù era un elemento religioso all’interno della tradizione di Israele. Da un punto di vista ebraico, la morte di Gesù cancellava ogni possibile dubbio: non era il messia, perché il messia non muore. Gli ebrei cristiani, invece, erano convinti della sua resurrezione: Gesù sarebbe tornato per rafforzare il regno di Israele contro i romani.

Paolo trasforma Gesù da messia di Israele in salvatore dell’umanità e quindi entra in conflitto con gli ebrei cristiani.

Con la caduta del tempio prevale il vangelo degli incirconcisi e aumenta la presa di distanza nei confronti degli ebrei. Marco avvia uno schema interpretativo che rimuove la dimensione storica di Gesù e lo colloca come il salvatore del mondo. Matteo e Luca e più tardi Giovanni si muovono sulla stessa lunghezza d’onda.

Matteo esalta il Cristo pacifico, pacifista. L’ideologia cristiana sugli ebrei si arricchisce del gesto simbolico di Pilato che si lava le mani (usanza giudaica), come pubblica dissociazione dalla sua condanna, ma non si ferma qui: descrive addirittura la spontanea accettazione di questa responsabilità da parte degli ebrei (“Il sangue suo ricada su di noi e sui nostri figli“). Questa frase peserà per secoli sulle spalle degli ebrei.

Matteo, insomma, scagiona i romani e fa ricadere sugli ebrei la responsabilità dell’assassinio di Gesù.

Luca sostiene che i capi ebraici accusano Gesù di fomentare la ribellione tra il popolo e di svolgere un’attività rivoluzionaria: Pilato cede e per loro volere Gesù viene condannato a morte.

Più tardi, anche Giovanni mette in evidenza l’innocenza di Pilato e la colpa degli ebrei e il capovolgimento diviene totale: il governatore romano viene assolto e la crocifissione è voluta dagli ebrei. Siamo ormai nel 90 e il tentativo di conversione degli ebrei è fallito.

Paolo, il vero protagonista del distacco dagli ebrei, presenta la loro religione come intollerabile e opprimente.

Ma come si può superare il fatto che le scritture indicano negli ebrei il popolo eletto da Dio? Semplice: la chiesa sostiene che non più gli ebrei, ma i cristiani sono il vero Israele; che le scritture appartengono ai cristiani e non agli ebrei; che soltanto i primi possono interpretare le scritture.

Insomma, Gesù ebreo diventa esclusivamente cristiano e nel suo nome vengono involontariamente gettate le basi dell’antiebraismo.

Origene, teologo del III secolo, scrive: “Gli ebrei hanno inchiodato Gesù alla croce” e via di questo passo nei secoli successivi, passando per Sant’Agostino, che racconta ai catecumeni: “E’ giunta la fine del Signore. Lo arrestano gli ebrei, lo insultano gli ebrei, lo legano stretto gli ebrei; lo coronano di spine, lo sporcano con i loro sputi, lo flagellano, lo coprono di oltraggi, lo sospendono alla croce, trafiggono la sua carne con le lance”.

Ma siamo soltanto all’inizio della storia…

9 giugno 2010 Posted by | Guerra al terrore, Libri, Manate di erudizione, Politica | , , | 8 commenti

Orsù donne, figliate, così diminuiranno le tasse!

A ridosso di Natale, girovagando per le tv mi sono imbattuto in una conferenza tenuta a Piacenza dal presidente dello IOR sull’ultima enciclica papale.

Il presidente ha svolto, riassumendolo, questo ragionamento.

“Quando parliamo della crisi economica, parliamo sempre dei suoi effetti, ma mai delle sue cause. La crisi finanziaria, la disoccupazione, la globalizzazione sono conseguenze. La causa della crisi viene dagli inizi degli anni settanta, quando abbiamo deciso di non fare più figli. L’unico modo per fare crescere l’economia è avere bocche da sfamare e ricordiamoci che due figli a coppia equivalgono a crescita zero. Senza figli aumentano in proporzione le spese fisse e non si possono certamente ridurre le tasse e l’immigrazione non basta a colmare questo deficit. Il pericolo di un sovrapopolamento del pianeta è una fregnaccia.”

Ordunque, premesso che il presidente dello IOR ha cinque figli e pochi problemi economici, sentendo il suo ragionamento mi è sorta spontanea una riflessione, da profano.

E’ ovvio che la crescita zero comporta un aumento dell’età media della popolazione e quindi maggiori spese di carattere assistenziale e sanitario, considerando anche l’allungamento della vita. Non sto ora a sottolineare che i figli costano e che di servizi accessibili ce ne sono pochini. Questi sono problemi superabili.

Il presidente dello IOR, cattolicissimo professore, manager e banchiere, si è dimenticato di dire una cosa.

Non basta fare più figli. Bisogna anche dare la disponibilità, periodicamente, a farne massacrare un po’, sempre per rimettere in sesto l’economia, ovviamente.

Già, perché il secondo vero motore dell’economia è la guerra, che ci libera di un po’ di giovani (soprattutto quelli poveri, ovviamente), lasciandoci spazio per fare altri figli e consente di fare lavorare i sopravvissuti per ricostruire quello che hanno distrutto.

Figli e guerre, guerre e figli.

Così poi possiamo diminuire le tasse…

3 febbraio 2010 Posted by | Manate di erudizione, Politica | | 3 commenti

Ferragosto!

E’ inutile cincischiare.

E’ inutile fischiettare mostrando indifferenza.

E’ inutile tentare di far finta di niente

Domani è ferragosto!

Una delle feste terrorizzanti per tante persone, come le tradizionali feste “comandate”. Ma forse ferragosto ancora di più, perché mentre per le altre feste più o meno se ne intuisce la motivazione (Natale, Pasqua, Capodanno, ecc.), per ferragosto viene spontaneo chiedersi: “Ma che cazzo significa questa giornata posizionata a metà di questo mese già di per sé vacanziero?”.

ferragostoE allora, tanto per spargere qualche pillola di cultura spicciola, ho approfittato della mia ricca biblioteca e dei suoi rarissimi testi per approfondire un po’ il significato di questa festa. Così forse alla fine potrebbe anche risultare meno fastidiosa.

Ferragosto deriva dal latino feriae Augusti, indicanti il primo giorno di agosto in cui si celebravano le feste augustali.

E’ una tra le grandi feste di origine agraria, che si riallaccia direttamente alle romane ferie consuali, cioè le feste in onore di Conso, divinità protettrice dell’agricoltura, che si celebravano all’inizio del mese sestile (agosto) e duravano parecchi giorni. Sotto l’imperatore Augusto tali feste di dissero Augustali, quindi feriae Augustali.

In occasione di tali feste i lavoratori dei campi facevano gli auguri al padrone, ricevendo regali in denaro.

Con l’affermazione del cristianesimo, il ferragosto divenne la solennità dell’Assunta, o Assunzione.

Sappiamo che la Chiesa cattolica si è appropriata di riti pagani, modificandoli e adattandoli alle proprie esigenze e probabilmente con il 15 agosto ha sostituito le antiche cerimonie di carattere magico e propiziatorio con un culto ben preciso in onore della Vergine.

Che cosa sarebbe l’Assunzione di Maria? Vedo che qui bisogna fare un po’ di catechismo, eh?

E’ un dogma di fede della religione cattolica, proclamato da Pio XII nel 1950, che sostenne nella sua bolla Munifincentissiums Deus che la Madre di Dio, Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena “fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”.

Il dogma dell’Assunzione è un prolungamento e una conclusione logica di quello dell’Immacolata Concezione.

Però attenzione, non fate confusione tra la resurrezione di Gesù e quella di Maria: la cosa potrebbe costarvi molto cara e precludervi l’accesso al paradiso (che già vi vedo messi maluccio…). Gesù sale al cielo per virtù propria, mentre Maria vi sale per virtù divina.

Nella mia provincia (quella di Piacenza), vi sono decine di feste sulle colline, ma nessuna che ricordi le origini agrarie della festa e tantomeno quelle religiose: soltanto occasioni per mangiare e ballare.

Personalmente non ho grandi ricordi delle giornate di ferragosto. Ricordo i pranzi con i miei genitori e alcuni amici, poi i pranzi nelle località di ferie, poi i pranzi in casa da solo.

Con una sola variante: nel 1995 la sera prima di ferragosto mi ruppi un gomito, scivolando in casa. Ecco, quello forse fu un ferragosto un po’ diverso, considerando che me ne andai all’ospedale ben due giorni dopo.

In conclusione: ferragosto è come il mal di denti quando il nostro dentista non c’è. Bisogna tenere duro e aspettare che passi.

E sperare che quello successivo possa essere migliore…

BUON FERRAGOSTO A TUTTI

14 agosto 2009 Posted by | Manate di erudizione, Storie ordinarie | | 13 commenti

Sesso, sette minuti possono bastare

Sesso, 7 minuti possono bastare.

orologioSecondo i sessuologi americani è questa la durata ideale di un rapporto sessuale, anche se una performance superiore ai 3 (e qui chissà quanti uomini tireranno un sospiro di sollievo!) può considerarsi adeguata

Un rapporto sessuale quanto deve durare, per essere considerato soddisfacente e appagante? Chissà quante donne, ma anche uomini, se lo saranno domandato almeno una volta nella vita. La risposta scientifica arriva da una ricerca recentemente pubblicata sul Jurnal of Sexual Medicine, che ha stabilito: l’amplesso ideale dura tra i 7 e i 13 minuti. Ma attenzione. Una performance sessuale comunque superiore ai tre minuti (e qui chissà quanti uomini tireranno un sospiro di sollievo!) può considerarsi adeguata.

Ora, tenuto conto che la durata media europea dell’amplesso è tra i 7 e i 9 minuti, i tempi stimati dai sessuologi americani, sono da considerarsi, anche senza troppi sforzi, alla portata di tutti e più che raggiungibili da un buon numero di coppie. L’importante però è aver ben presente che la camera da letto non è il set di un film a luci rosse. Dunque la parola d’ordine è non strafare, non esagerare. «Dobbiamo superare gli stereotipi imposti dalla pornografia e dalla cultura popolare, che generano aspettative irrealistiche e quindi insoddisfazione», spiegano gli psicologi Eric Corty e Jenay Guardiani della Penn State University.

Ricerche precedenti avevano infatti sottolineato come la maggior parte delle donne e degli uomini intervistati esprimevano il desiderio di avere rapporti sessuali superiori alla mezz’ora. Tempistica ritenuta dai sessuologi esagerata. Dal punto di vista medico si può infatti definire insufficiente un rapporto che abbia una durata inferiore ai tre minuti, dalla penetrazione all’eiaculazione. Ed eccessiva una superiore ai 13. Resta comunque un problema.

Una volta stabilita la durata ideale dell’amplesso perfetto, ognuno di noi deve confrontarsi con ciò che considera soddisfacente per se stesso. In generale però si può affermare che la durata non é importante, visto che fare l’amore non è una gara, ma un momento di fusione tra due corpi. Quindi tra durata e intensità, è meglio sempre privilegiare la seconda. Ciò che importa non è dunque quanto si dura, ma quello che si è capaci di dare in termini di soddisfazione ed emozioni al proprio compagno e che entrambi i partner possano godere di un bel momento.

Marcella Gaudina (Da Libero News)

Ora, quello che mi chiedo io è: ma nei sette minuti, è compreso anche il tempo di viaggio?

23 dicembre 2008 Posted by | Manate di erudizione, Pensieri disarcionati, Questa poi..., Sani principi, Storie ordinarie | 14 commenti