Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Non ci facciamo mancare niente…

… noi qui in terra padana.

Questo qui, per esempio, che abitava e lavorava a pochi chilometri da me.

Magari era anche lui uno di quelli che si lamentano dell’Agenzia delle Entrate e di Equitalia…

😛

Comunque domani devo affrontare una prova particolarmente difficile, per la quale sono in corso da giorni prove su prove: la comunione della piccola.

Non so se sopravviverò e soprattutto come sopravviverò…

Arrivederci

5 Maggio 2012 Posted by | Animali, Storie ordinarie | , | 8 commenti

Casper, il gatto pendolare

Ogni tanto c’è bisogno di una storia che interrompa la follia umana e questa è una di quelle. Una specie di boccata d’ossigeno.

E’ il 2002 quando Susan Finden si rivolge alla protezione animali di Plymouth per adottare l’ennesimo gatto. Le affidano Casper, un siberiano di 12 anni che qualche tempo dopo e per ben quattro anni esce di casa, aspetta l’autobus della linea 3 (non un autobus qualsiasi, lui ha il suo preferito), si siede educatamente al suo posto e si fa il giro della città. Per la sua simpatia e dolcezza diventa il beniamino di autisti e passeggeri e diventa famoso non soltanto nella sua città, ma, grazie al web, in tutto il mondo.

Mi ha teneramente emozionato la storia di questo gattone. Me lo sono immaginato in trepidante attesa dell’autobus, non incazzato e nervoso come noi umani, ma felice di potersi prendere la gitarella preferita, finché un taxi troppo veloce lo ha spedito al ponte arcobaleno.

Ma – come scrive Casper – c’è un tempo per tutti noi. E il mio tempo con la mia mamma, e con voi, è giunto alla fine.

Ognuno di noi, alla fine, c’ha il proprio autobus. L’importante è riuscire a prenderlo sempre con il sorriso sulle labbra.

la storia di Casper

24 luglio 2011 Posted by | Animali, Notizie dal mondo fatato, Sani principi, Storie ordinarie | | 37 commenti

Prima i cani o i cristiani?

VENEZIA
Cani trattati meglio dei cristiani e non come animali. Questo pensiero di don Marco Scattolon espresso in un editoriale del bollettino della parrocchia di Spinea (Venezia) ha mandato su tutte le furie gli animalisti che annunciano iniziative, compresa quella di presentarsi in chiesa durante la messa con i migliori amici dell’uomo.

Il sacerdote fa pollice verso sul boom di negozi che abbinano veterinari al parrucchiere, contro coloro che sperperano il denaro per croccantini, abbigliamenti e acquistano «cani appena sposati e non “compra” figli» e spendono «più per il proprio cane che per la carità cristiana, che fa più carezze al cane che agli esseri umani».

Don Scattolon, come riferisce la stampa locale, ricorda che nella Bibbia questo animale su 36 citazioni, 32 erano di disprezzo e che solo Tobia ne ha parlato bene. «Si troveranno prima i soldi per un canile che per una casa per i fratelli del terzo mondo?» si chiede don Scattolon il quale ammonisce che, in caso di risposta affermativa, «suonerò le campane a morto perchè sarà morta la fraternità cristiana».

Qui di seguito pubblichiamo il testo integrale della cartolina del parroco di Spinea (Ve) Don Marco Scattolon

Caro cane,
mi sono ripercorso la Bibbia cercando appigli per parlare bene di te. Su 36 citazioni trovate, 32 erano di disprezzo, solo nel libro di Tobia si parla bene del cane oltre che nella creazione. Il cane è diventato, oggi, animale da compagnia; sappiamo che c’è la grande, triste, spietata solitudine dell’uomo ed il cane di qualsiasi tipo, razza, dimensione, colore e pedigree, la può dare rimpiazzando l’assenza dei parenti. Guai se a certe persone morisse il cane! I ragazzini al camposcuola, al memento dei defunti nella messa, intervengono: “Io ricordo, il nonno, io la nonna defunta,…io il mio cane”
Ormai gli animali sono equiparati agli umani: si parla col cane, si chiedono informazioni ai giardini su dove l’altro compera i croccantini, liscia il pelo o lima le unghie del suo cane.
A volte si stimano di più le persone che hanno un cane simile al proprio, perchè quelle persone a modo, educate e di buoni sentimenti più delle altre.
Ormai è il cane che scandisce l’orario del padrone.
Un amico mi raccontava: “Ieri sera, ho telefonato a mia mamma un po’ più tardi e mi hanno rimproverato per l’ora perchè il cane già dormiva e non si poteva disturbare.”
Aumentano i negozi che abbinano veterinario al parrucchiere per cani. Basta guardarsi attorno “Qua la zampa! – Fido ti lavo – Collare di stelle – Barba, baffi e pelo lucido” sono negozi per estetica canina. E così giovinastri senza studi e specializzazioni hanno trovato l’America con i cani.
“Ho smarrito cagnetta…” trovo scritto spesso sulla porta della Chiesa oppure “Vendo cuccioli di gran pregio…”, c’è chi offre “Casa Pensione per cani (e gatti) aperto tutto l’anno, box riscaldati o con 5.000 mq di verde.
Dire BAU, salutandosi, sembra diventare una prospettiva per il domani. Anche a casa nostra avevamo il cane, ma per difendere il pollaio e la casa, viveva all’aperto nella cuccia e mangiava le briciole della nostra sobria tavola.
Ad un cane si può dare una carezza o un pizzicotto, ma… – c’è gente che spende più per il suo cane che per la sua carità cristiana;
– c’è gente che fa più carezze al cane che al suo anziano;
– c’è gente che appena sposata compra il cane e non “compra” un figlio;
– c’è gente che si scandalizza se il consorzio dei nostri comuni non ci provvede di un bel canile accessoriato.
Io spero che prima si provveda ad una casa di prima accoglienza per quei terzomondiali che dormono sulle panchine o dentro le case diroccate. Ne conosco più di uno.
Prima i cristiani dei cani!
Si troveranno i soldi per il canile zonale prima che per una casa per i fratelli terzomondiali? Se sì, giuro che suonerò campane a morto, per un buon tempo, perchè sarà morta la fraternità umana. Diceva Gesù: “Non date le cose sante ai cani, date loro le briciole”.
I telegiornali finiscono sempre con notizie su animali, mai notizie dall’Africa: sulla siccità o le epidemie, sugli acquedotti e le scuole inaugurate. Parlino delle belle iniziative delle Associazioni: Mato Grosso, Amnesty, Emergency o altre ancora che chiedono sostegni e realizzano progetti!
E ai cani diamo gli avanzi dei nostri pasti, non le scatolette piene di sonniferi: un cane ama la libertà, la terra e le corse non il guinzaglio, il salotto e il passo lento come il nostro. Che “vita da cani” facciamo fare loro!
Se hai un cane: trattalo bene, ma non sostituisca i poveri o l’affetto tra familiari. Saranno belle anche le sfilate dei cani, perchè sono affettuosi e gioiosi, ma sono animali…e io i sacramenti a loro non li posso dare. Ci sarà un perchè!

Notizia tratta dal sito       www.lastampa.it

Beh, che dire di questa notiziola?

Sinceramente non lo so. Io sono un mangiapreti, per cui lascio commentare agli altri.

Mi limito ad augurare a tutte/i un fantastico week-end e un arrivederci a lunedì, con questa canzoncina vecchiotta ma sempre bella.

26 settembre 2008 Posted by | Animali, Questa poi..., Religione, Sani principi, Storie ordinarie | , | 8 commenti

Laika

Laika era la cagnetta di mio zio Gaspare.

Gaspare la portò a casa una sera d’autunno che era praticamente un batuffolo semi-peloso che stava in una mano. Si nascose paurosa sotto al divano, finché la fame la spinse fuori, ad accettare il cibo dalle mani di quello che sarebbe stato il suo padrone, nonché il capo del gruppo al quale era destinata ad appartenere.

Non mi fu mai chiaro di che razza fosse quella cagnetta. Diciamo che assomigliava ad un Welsh Corgi Pembroke. Il pelo marrone chiaro con alcune chiazze bianche, un musetto da volpino con le orecchie sempre dritte e un’aria sempre leggermente incazzosa con gli estranei alla famiglia sono le caratteristiche che ricordo meglio.

Gaspare era un omone grande e grosso che aveva sposato Emilietta, una delle sorelle di mia madre. Dal loro matrimonio erano nati due figli, un maschio morto subito dopo la nascita e una femmina, Vera, di una decina d’anni più grande di me.

Gaspare aveva fatto per tutta la vita il bergamino, il che voleva dire alzarsi a mezzanotte, inforcare la bicicletta o il motorino (non aveva mai preso la patente) e recarsi alla stalla a mungere le vacche. Tornare a casa all’alba e dormire fino all’ora di pranzo, per poi, a dodici ore esatte dalla mungitura notturna, riprendere con quella pomeridiana.

Una vitaccia, ma Gaspare oltre ad essere forte come una quercia era anche un uomo straordinariamente buono e infatti non a caso andava molto d’accordo con mio padre.

Io allora avevo sette-otto anni ed ero l’unico estraneo alla famiglia che poteva permettersi di giocare senza problemi con Laika.

Serbo ancora oggi, nel baule dei ricordi nella mia mente, dolcissimi ricordi di quella cagnetta, di come si metteva a pancia in su accanto a me sul divano, dei suoi morsi alle dita quando le facevo solletico oppure quando cercavo di imprigionarle il muso nelle mie mani.

Spesso alla domenica la nostra famiglia andava a trovare Gaspare, che abitava in un paese ad una decina di chilometri dal nostro e io passavo il pomeriggio a giocare con Laika. Quando arrivava l’ora di cena, immancabilmente mia zia chiedeva a mia madre: “Allora vi fermate a cena, no?”, immancabilmente mia madre rispondeva: “No, no, adesso andiamo a casa” e infatti un’ora dopo eravamo tutti seduti intorno al grande tavolo rotondo della cucina a mangiare la pastasciutta, il pollo arrosto e le patate.

Lo zio Gaspare apriva una bottiglia “di quello buono, quello che spuma” e discuteva con mio padre, mentre Laika, che aveva già mangiato, si aggirava sotto al tavolo tra le nostre gambe, in attesa di qualche bocconcino extra.

“Mi raccomando – mi diceva mia zia – se vuoi, dalle qualche pezzettino di carne, ma assicurati che non ci siano dentro ossa, perché le ossa del pollo le bucherebbero la pancia”.

Laika visse più di dieci anni. Il pelo divenne sempre più chiaro, ingrassò un poco, poi divenne sorda, artritica e un po’ rincoglionita, ma tutte le notti era sveglia quando Gaspare usciva per andare al lavoro e quando tornava a casa, al mattino.

Un giorno, malgrado le cure, Laika si sedette e non si alzò più. Il veterinario consigliò di sopprimerla, per non farla soffrire.

Lo zio Gaspare, pur essendo d’accordo, si rifiutò di accompagnarla dal veterinario e se ne incaricò mia cugina. Mi disse che quando l’aveva lasciata sul lettino dello studio medico, Laika le aveva rivolto uno sguardo nel quale aveva letto queste parole: “Noi non ci vedremo più, vero?”

Passarono gli anni. Ero ormai diventato un ventenne all’inizio della propria carriera universitaria, con la macchina nuova, una moderata passione per le discoteche e una rispettabile sfilza di “no” da parte delle ragazze.

Gaspare nel frattempo era andato in pensione, aveva fatto per un paio d’anni la vita del nonno, ma poi il suo fisico robusto esigeva lo svolgimento di un’attività ben più impegnativa. Trovò lavoro in una grande azienda agricola della zona dedita alla coltivazione dei pioppi. Il direttore dell’azienda era il padre di un mio compagno di scuola, una persona molto coscienziosa sul lavoro e molto corretta. Tra lui e lo zio si instaurò un rapporto umano che andava ben al di là di quello lavorativo.

Un pomeriggio d’inizio settembre arrivò a casa mia una telefonata: era mia cugina Vera che ci avvisava che era successo un incidente a suo padre. Ci pregava di passare a casa sua a prendere la madre e recarci nel posto dove il padre stava lavorando.

Io e i miei genitori ci recammo subito dalla zia Emilietta, per dirigerci poi verso una località sulle colline; non avevo il coraggio di guardare nello specchietto retrovisore, per pausa di incrociare lo sguardo di mia zia, che sentivo piangere sommessamente. Arrivati sul posto, presi la stradina a sinistra che conduceva nei campi, come mi avevano spiegato, e là vidi un trattore con un carro attaccato dietro e sul carro il corpo di mio zio Gaspare, coperto con un lenzuolo bianco.

La zia Emilietta si mise ad urlare e voleva a tutti i costi salire sul carro. I carabinieri cercarono di dissuaderla, ma poi dovettero cedere. Il collega di mio zio, quello che guidava il trattore, se ne stava seduto in mezzo all’erba, in evidente stato di choc. Poco dopo arrivò anche il direttore dell’azienda, sgomento per quanto era accaduto. Ci assicurò che avrebbe pensato a tutto lui, mentre il maresciallo dei carabinieri ci spiegò la dinamica dell’incidente.

Lo zio Gaspare stava sul carro, con in mano un attrezzo che serviva a potare gli alberi. Inavvertitamente doveva essersi avvicinato troppo ad una linea dell’alta tensione e la scarica elettrica lo aveva uccico, presumibilmente sul colpo. Il suo collega si era diretto verso la strada e aveva fermato la prima auto di passaggio, che aveva chiamato i carabinieri da una casa vicina. Il medico aveva già constatato la morte, ma prima di muovere il corpo si doveva attendere il magistrato.

Aiutai mia cugina a sbrigare alcune incombenze burocratiche dopo l’arrivo del procuratore e una impresa funebre trasportò il corpo dello zio nella camera mortuaria del vicino cimitero.

Prima di allontanarci, il maresciallo ci chiese: “Il cane era suo? Lo aveva con sé al momento dell’incidente?”

Io, mia cugina e il direttore dell’azienda lo guardammo con sorpresa.

“Quale cane?” chiese il direttore.

“Quando siamo arrivati, accanto al corpo del signor Gaspare – spiegò il maresciallo – c’era accucciato un cane. Ci sembrava strano che una cagnetta come quella avesse potuto salire sul carro, quindi abbiamo pensato che la portasse con sé sul lavoro. Comunque quando ci siamo avvicinati è saltata giù dal carro ed è fuggita verso il bosco”.

“No – disse il direttore – Gaspare non portava alcun cane sul lavoro”.

“E noi a casa – incalzò mia cugina – non abbiamo nessun cane”.

Io sorrisi dentro di me e alzai gli occhi al cielo in quel triste pomeriggio settembrino che volgeva ormai al tramonto. L’aria era fresca e non c’erano nubi, così abbassai lo sguardo nella direzione del bosco e mi sembrò di scorgere due ombre che si diradavano tra gli alberi, ma forse era soltanto la mia fantasia.

“Grande Laika – pensai – se lo hai accompagnato tu, sono sicuro che lo zio avrà avuto un po’ meno paura” e mi diressi verso l’auto insieme agli altri, nascondendo un leggero sorriso sulle labbra che per tutti sarebbe stato decisamente fuori luogo.

Ancora oggi, dopo tanti anni, a volte ripenso a quell’episodio e mi chiedo se veramente anche i cani possano andare in paradiso e serbare tanto amore per i loro padroni da riuscire ad accompagnarli nel loro ultimo viaggio, quello senza ritorno.

Non lo so, forse la mia è stata soltanto immaginazione, eppure mi piace pensare allo zio Gaspare che lassù gioca a carte con il mio papà, magari davanti ad un bicchiere “di quello buono”, con la dolce Laika accovacciata tra i loro piedi.

14 luglio 2008 Posted by | Animali, Notizie dal mondo fatato, Storie ordinarie | 11 commenti