Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Tutti contro tutti

tutti contro tuttiNo, non è un post di commento all’attuale situazione politica (mi prendo ancora qualche giorno, perché tanto mi sa che qui le cose vanno per le lunghe…).

E’ il film che ho visto oggi. Indeciso tra questo e un altro, alla fine ho optato per questa opera prima di Rolando Ravello. Non so cosa ho perso, ma di questo ne sono rimasto soddisfatto.

In rete se ne può trovare facilmente la trama: una famiglia che tenta di ritornare in possesso del suo appartamento, occupato abusivamente durante la breve assenza per la comunione del figlio.

Quello che voglio sottolineare è che con questo film si ride e si sorride, ma si pensa anche, si riflette, con la giusta dose di sdegno. E non è vero che il film “non riesce a bilanciare i salti di registro dal tragico al comico” come ha scritto qualcuno: tutta la storia è tragicomica e non si eccede mai né in un senso e tantomeno nell’altro.

Ma la cosa che più mi ha colpito di questo film sono gli attori: non tanto Rolando Ravello, Kasia SmutniakMarco Giallini (già apprezzato in Posti in piedi in paradiso) e Stefano Altieri (il nonno che tutti vorremmo avere). Bravissimi sono Raffaele Iorio (figlio del protagonista, il protagonista della comunione che ha “scatenato” la perdita della casa), Agnese Ghinassi (la figlia, che riesce a trasmettere la complessità e la ricchezza degli adolescenti) e l’altro piccolo del quale non sono riuscito a trovare il nome, ma che ricopriva il ruolo del figlio dello stronzone di turno (il “cattivo” insomma).

Come ha scritto qualcuno, non è un film perfetto (e vorrei proprio vedere cosa lo è), ma più che piacevole.

Nella giornata di oggi, una boccata d’ossigeno.

2 marzo 2013 Posted by | Film | | 30 commenti

Contromano

Oggi sono andato a vedere l’ultimo film di Antonio Albanese, Contromano.

Premesso che non sono mai stato un fan di Albanese, ho avuto modo di apprezzarlo nel film L’abbiamo fatta grossa con Carlo Verdone.

Considerato che non vi erano molte alternative che mi ispiravano, ho deciso di vedermi questo, anche perché il tema del film è quello dell’immigrazione, che oggi rappresenta una questione quasi universale con la quale misurarsi.

Il film è gradevole; alcune scene sono esilaranti (come quella con Davide Anzalone, che interpreta un disabile).

Albanese interpreta Mario Cavallaro, un cinquantenne proprietario single di un negozio di calze, metodico e cavilloso, quasi bizantino, il cui unico hobby è coltivare un orto sul terrazzo di casa.

Ma il suo mondo, che vorrebbe immobile nelle sue abitudini ultradecennali, sta cambiando vorticosamente e in peggio: gli stranieri imperversano ovunque, anche davanti al suo negozio, dove si piazza un venditore ambulante senegalese di calze che gli ruba tutti i clienti.

Allora a Mario balza in testa un’idea geniale: riportare il fedifrago nel suo paese, perché se tutti facessero così, il problema dell’immigrazione sarebbe automaticamente risolto.

In un travagliato viaggio verso il Senegal, Mario impara a essere un po’ più tollerante, finché alla fine le parti si ribalteranno (non dico di più per non togliere il gusto della sorpresa).

Tornato a casa, mentre mi gustavo un cono alla stracciatella e croccantino, pensavo che è già passato più di un mese dalle elezioni e il centro destra aveva promesso di rispedire a casa loro seicentomila immigrati irregolari, diecimila al mese per cinque anni: hanno già un mese di arretrato.

Ma pensavo anche che c’è chi dice che il flusso di immigrati attuale è niente rispetto a quello che avverrà nei prossimi decenni: di fronte all’inaridimento delle terre, milioni di persone emigreranno verso le zone ricche del pianeta. E allora non ci saranno muri capaci di contenerli.

Ma tant’è: c’è chi pensa di risolvere tutto con le ruspe…

Nord sud ovest est

8 aprile 2018 Posted by | Film | | 6 commenti

Beata ignoranza

beata-ignoranzaE’ molto facile ironizzare sul nostro rapporto (morboso o superficiale che sia) con la tecnologia e in particolare con quella tecnologia che oggi non ci abbandona un attimo: lo smartphone e i suoi “fratelli”, computer e tablet.

Se ci penso, il mio primo smartphone (che uso tuttora) l’ho comprato nell’estate del 2012: quattro anni e mezzo fa. Sembra passata una vita (e nel mio caso di cose ne sono successe…). Con i due cellulari precedenti avevo a malapena il collegamento a internet; ed è bastato scaricare una app che l’apparecchio precedente è andato in tilt.

Ora invece la connessione con il resto del mondo non ci lascia (quasi) un attimo, in qualsiasi posto siamo e questo ha comportato una modifica delle nostre abitudini della quale ci possiamo rendere conto solo se facciamo uno sforzo per ricordare come eravamo messi prima.

Ma c’è ancora qualcuno che rifiuta questa modalità di vita (perché di questo si tratta)? C’è ancora qualcuno che nei momenti liberi (in bagno, sul treno, nella sala d’aspetto del dentista) legge un libro o un giornale oppure parla con qualcun altro, invece di estrarre l’aggeggio infernale e navigare, chattare, uozzappare, laicare (mettere i like) eccetera?

Su questo ironizza questo film di Massimiliano Bruno, del quale ho visto i precedenti Gli ultimi saranno ultimi, Tutti contro tutti, e che si avvale della bravura di Alessandro Gassmann e Marco Giallini (che però rischiano di fare la fine dell’origano sulla pizza), nonché di quella di Teresa Romagnoli nella parte della figlia di due padri.

Alla fine del film, dopo il piccolo ma inaspettato colpo di scena finale, tutti a posare lo sguardo sul cellulare: non si sa mai che nel frattempo non sia successo qualcosa di rilievo…

Seven seconds

26 febbraio 2017 Posted by | Film | | 11 commenti

Insciallah

insciallahPer affrontare questo romanzo della Fallaci serve non soltanto avere davanti un lungo periodo di convalescenza, ma anche essere animati da tanta buona volontà. E non soltanto per la lunghezza del libro (800, dicasi ottocento pagine), quanto per la sua struttura.

Pubblicato nel 1990 e acquistato dal sottoscritto nel febbraio 1997, nell’edizione raffigurata a fianco (prima uscita della serie SuperPocket, 6.500 lire), il libro ha sballonzolato per le librerie di casa per 18 anni, ha raggiunto la maggiore età e nel momento in cui mi hanno sgozzato, come un prigioniero dell’Is, ho deciso di affrontarne la lettura.

La storia che racconta la Fallaci è ambientata a Beirut nei primi anni ottanta, tra i soldati italiani che, insieme ad americani, francesi e inglesi, formavano il contingente ONU che avrebbe dovuto riportare un po’ di pace nella capitale libanese.

In particolare la storia parte dalla fine di ottobre 1983, quando due camion carichi di esplosivo fanno saltare in aria i comandi degli americani e dei francesi, provocando alcune centinaia di morti (e le voci parlano di un terzo camion, destinato agli italiani) e i tre mesi successivi, quando gli italiani se ne vanno, dopo gli altri contingenti, perché ormai a Beirut infuria la guerra di tutti contro tutti.

Ciò che colpisce del libro è la sua trama e la sua struttura. Qua e là spuntano le scene di guerriglia, di attentati, di trattative per evitarne altri, ma la parte del leone la fanno le storie di alcuni dei soldati italiani: i loro pensieri, le loro manie, le loro storie d’amore con le donne libanesi, le storie delle loro vite prima dell’arrivo a Beirut, le loro speranze e i loro desideri per la vita dopo Beirut.

E l’intreccio di questi due piani narrativi rende il libro a volte alquanto pesante. Non voglio dire che la Fallaci doveva “accorciarlo”, mica mi permetto tanto. Dico che con tutta la mia buona volontà, sono stato tentato di abbandonarlo per due volte: la prima a metà, la seconda sui tre quarti. Però ho tenuto duro…

Un romanzo dedicato agli uomini, alle donne, ai vecchi, ai bambini trucidati in quella e in tante altre guerre che l’uomo dispensa a piene mani per il pianeta. Emerge dal libro il pessimismo della Fallaci nei confronti della gran parte dell’umanità che, per colpa propria o di altri, uccide, stupra, distrugge, devasta, tortura; emerge la totale mancanza di motivazioni di questo massacro collettivo, se non l’obbedienza agli ordini di un Dio o degli uomini.

Buone le motivazioni, ma come dire? metà pagine sarebbero state più che sufficienti…

 A mano a mano…

25 febbraio 2015 Posted by | Libri | | 21 commenti

Ti ricordi di me?

ti ricordi di meSfidando un’autentica giornata quasi estiva, con gente a zonzo in maniche corte e gelaterie pronte a rifornire accaldate famiglie a spasso, sono andato a vedere questo film e devo dire che 8 euro furono spesi bene.

Né il trailer né le schede gli rendono giustizia, secondo me.

Si tratta di una inusuale storia con finale “aperto tendente al bello”, che non eccede in sentimentalismi e che si sviluppa piacevolmente, con momenti di autentico e sano umorismo.

Rolando Ravello, il regista, è reduce da Tutti contro tutti, uscito un anno fa e, malgrado le critiche, ritengo che questo film sia migliore del precedente.

Ambra Angiolini ed Edoardo Leo, i due protagonisti, nei rispettivi ruoli sono quasi perfetti. Il secondo per me è stata una sorprendente scoperta.

Bravi anche i due coprotagonisti, Paolo Calabresi e Susy Laude, quest’ultima “un’attrice delicata che riesce a impersonare, con la leggerezza di un volo, dei perfetti ritratti di donna. Non importa siano esse bellissime e sensuali o sgraziate e irriconoscibili. Non importa siano grandi o piccoli ruoli”, come recita la sua biografia e con la quale sono più che d’accordo, aggiungendo che ha un sorriso assolutamente disarmante.

Questa storia mi ha portato a riflettere, con garbo, a quante e quali sorprese può riservarci la vita e a quanta tenacia dobbiamo ricorrere per riportare le cose sul giusto percorso.

Nella scena finale, Roberto, il protagonista, ritrova Beatrice, la donna della quale si è innamorato (ricambiato), con la quale ha avuto un figlio e che è scomparsa improvvisamente e inaspettatamente, perché durante l’ultima crisi ha perso completamente la memoria. Si mette in macchina e la raggiunge in Svizzera, ritrovandola a capo dell’azienda dell’uomo con il quale si dovrà sposare a breve.

Purtroppo, l’unico “ricordo” della loro vita precedente che riesce a portare con sé è una fotografia di loro due insieme al figlio, sorridenti, stesi sul pavimento di casa.

Quando si accorge che lei non lo riconosce, il suo sconforto è enorme, ma non utilizza quella foto per scombussolarle l’esistenza.

Si affida a una fuggevole ed evanescente riemersione di ricordi; a un gioco di sguardi e di parole che aprono uno spiraglio nella mente di lei.

E mentre lui se ne va, triste e sconsolato, contemplando quella foto che potrebbe essere l’unica cosa che gli rimane di lei, nella mente di Beatrice quello spiraglio inizia ad allargarsi e allora esce dal suo ufficio, lo segue, lo ferma per strada, lo invita a prendere un gelato, proprio come aveva fatto lui quando si erano conosciuti, riaprendo le porte al ritorno alla sua vita precedente.

Che dire? Qualche bel film riusciamo ancora  farlo noi italiani. Questo non è un cinepanettone natalizio e non vincerà l’oscar, ma è un film piacevole e ben fatto.

Ricordati di me

7 aprile 2014 Posted by | Film | | 17 commenti

Dimmi quanto guadagni… e ti dirò se puoi protestare

In queste settimane vi sono state diverse proteste di alcune categorie contro le chiusure delle loro attività: ristoratori, commercianti, palestre, professionisti…

Il coro è unanime: fateci riaprire, oppure ristorateci di più, perché abbiamo perso il 20%, il 30%, il 50%, addirittura l’80% del fatturato.

Ora, io vorrei porre a queste persone una semplicissima domanda e, dopo, fare un’altrettanto semplicissima considerazione.

So che non avrò mai la possibilità di rivolgermi a loro, ma se anche l’avessi dubito che risponderebbero.

DOMANDA

Invece di parlare di percentuali di perdita, perché non proviamo a mettere qualche numero nero su bianco?

Quando si dice “Ho perso il 50% del fatturato a causa del Covid“, è possibile sapere quant’era il fatturato e il guadagno del 2019 e quant’è stato il fatturato e il guadagno del 2020 in termini monetari?

Perché tutti comprendono che se io ho un guadagno annuo di 20.000 euro e ne perdo la metà, sono in difficoltà, mentre se il mio guadagno è di 100.000 euro, sto in tutt’altra situazione.

Faccio questa domanda perché per ragioni di lavoro nel corso degli anni mi è capitato di vedere autodichiarazioni reddituali di lavoratori autonomi. Diciamo che il reddito medio che ho visto dei baristi oscillava tra lo zero e i 3.000 euro annui; quello dei ristoratori, invece (agriturismi compresi) oscillava tra perdite di alcune migliaia di euro e guadagni di 5.000 euro annui.

Roba che mi veniva voglia di dire loro: “Ma vendi la tua attività e vai a lavorare a part time in una cooperativa della logistica e guadagni di più! Ecchecazzo!

Ora, mi appare evidente che se uno nel 2019 guadagnava 5.000 euro all’anno e ha avuto una calo di reddito del 50%, se si becca 2/3.000 euro deve fare i salti mortali, mica andare in piazza a protestare!

O no?

CONSIDERAZIONE

Fai bene tu a parlare! – controbattono i protestatori – Tu hai lo stipendio fisso, qualsiasi cosa accada, mentre io sono in balia degli avvenimenti!

Di fronte a questa osservazione dovrebbe scattare il calcinculo, ma noi (plurale maiestatis) siamo persone perbene e controbattiamo:

Certo, io ho lo stipendio fisso, sicuro finché la mia azienda non chiude. Con il mio stipendio fisso giro in utilitaria, faccio una settimana di vacanze al mare (se va bene) con i figli in un 2/3 stelle, abito in affitto (in proprietà se i genitori mi hanno aiutato ad acquistare casa) e me ne vado a mangiare la pizza la domenica sera se le fatture di gas/luce/acqua/telefono mi hanno lasciato qualche soldo in tasca.

Tu invece, grandissimo cornutazzo, giravi/giri in mercedes (la tua utilitaria), c’hai la seconda casa al mare (e forse anche la terza in montagna), nonché il villone qui in paese e in pizzeria non ti ho mai visto, perché te ne vai dallo chef stellato, qualsiasi bolletta ti sia arrivata.

Quindi, caro il mio cornutazzo, non mi rompere i coglioni con le tue proteste di piazza e vaffanculo!

P.S.: perché ti ho chiamato cornutazzo? Chiediglielo a tua moglie


🙂

12 aprile 2021 Posted by | Storie ordinarie | | 10 commenti

L’influenza spagnola a New York

Nel 1918 New York contava cinque milioni e seicentomila abitanti (solo Londra la superava al mondo).

Alla base della sua espansione stava l’emigrazione: tra il 1880 e il 1920 arrivarono negli USA più di venti milioni di persone, quasi tutte proveniente dall’Europa orientale e meridionale.

Affrontare l’epidemia  d’influenza spagnola era dunque una sfida particolarmente difficile, avendo a che fare con comunità diverse che avevano ben poco in comune, se non gli angusti spazi dove vivevano.

Il commissario per la sanità della città si chiamava Royal Copeland, era un medico e omeopata.

Il 12 agosto del 1918 arrivò nel porto una nave norvegese con il contagio a bordo, ma soltanto agli inizi di ottobre si riconobbe ufficialmente l’epidemia.

Copeland prese tre decisioni fondamentali: scaglionò gli orari di apertura di fabbriche, negozi e cinema, eliminando l’ora di punta, creò 150 centri di emergenza sparsi per la città e (decisione più controversa) tenne aperte le scuole, perché Josephine Baker, responsabile dell’igiene infantile, lo convinse che sarebbe stato più semplice controllare i bambini a scuola e curarli, nutrendoli in modo adeguato e utilizzandoli come tramite per comunicare alle famiglie importanti informazioni igieniche. Quell’autunno nessun bambino in età scolare si ammalò d’influenza.

Copeland non chiuse i luoghi d’intrattenimento, ma impose regole rigide. Durante la pandemia furono vietati i funerali pubblici (solo il coniuge poteva accompagnare il defunto) e fu dichiarato obbligatorio il ricovero in ospedale dei malati che vivevano in caseggiati affollati.

Di tutti gli immigrati presenti in città, il gruppo più recente, più povero e in crescita più rapida era quello italiano: dal 1880 ne erano arrivati circa quattro milioni e mezzo. Erano soprattutto contadini provenienti dall’Italia meridionale, particolarmente vulnerabili alle malattie respiratorie. Antonio Stella, un medico di origini italiane, li curava in ospedale e li andava anche a cercare in giro per la città.

Gli italiani erano considerati sporchi, trasandati, criminali, alcolizzati, comunisti, ricettacoli di tutte le malattie. Per Stella il metodo migliore per rispondere a questi pregiudizi era l’integrazione, perché anche in passato le ondate migratorie avevano scatenato pregiudizi razziali. Negli anni trenta dell’ottocento i poverissimi immigrati irlandesi furono incolpati della diffusione del colera. Verso la fine dello stesso secolo la tubercolosi era nota come “malattia degli ebrei”.  E quanto nel 1916 scoppiò un’epidemia di poliomielite la colpa ricadde sugli italiani.

Stella capì che i problemi di salute degli immigrati erano sorti in America e non se li erano portati dietro dall’Italia. Il problema maggiore era il sovraffollamento degli edifici nei quali vivevano, aggravato dall’ignoranza e dalla superstizione: erano convinti che le malattie dovessero fare il loro corso e vedevano i medici con sospetto, considerando l’ospedale un posto dove si andava a morire.

Il principale quotidiano in lingua italiana di New York (il Progresso Italo Americano) sostenne la decisione di Copeland di tenere aperte le scuole: invece di bighellonare incustoditi per le strade, i bambini restavano in ambienti maggiormente igienici, aerati e controllati.

Grazie alla sua precedente battaglia contro la tubercolosi, la popolazione di New York aveva familiarità con i principi di base della sanità pubblica. A nessuno dei gruppi di immigrati fu data la colpa dell’influenza.  La comunità italiana arrivò persino a finanziare un nuovo ospedale italiano a Brooklyn.

Copeland sostenne la campagna a favore di case popolari più vivibili, sostenne che gli esami medici agli immigrati dovessero essere svolti prima della partenza e si rammaricava dello spreco di contadini capaci costretti a fare i venditori ambulanti in America. Proseguì il suo lavoro di riforma della struttura sanitaria pubblica. Nel 1934 fu inaugurato il primo progetto di edilizia pubblica della città; sindaco era Fiorello La Guardia, figlio di immigrati italiani.

Ogni tanto un po’ di storia fa bene…

14 febbraio 2021 Posted by | Manate di erudizione | | 3 commenti

Le medaglie hanno sempre due facce

Healthcare cure concept with a hand in blue medical gloves holding Coronavirus, Covid 19 virus, vaccine vial

Stanno facendo scalpore oggi gli articoli dei giornali che parlano di questa notizia: molti operatori delle RSA non vogliono saperne di vaccinarsi contro il Covid-19.

Detta così, la notizia suscita scalpore, anche indignazione.

Ma come! Con tutti i morti che ci sono stati, soprattutto nelle residenze per anziani, sono proprio i dipendenti a non volersi vaccinare?

Premesso che io ritengo che il vaccino anti Covid dovrebbe essere obbligatorio, tolti ovviamente i casi nei quali non può essere somministrato, questa è la tipica notizia che, esplicitata così, lascia il tempo che trova. Anzi, fa più disinformazione che altro.

Anzitutto la notizia deriva da un sondaggio svolto dall’associazione Anaste in Piemonte.

Anaste è un’organizzazione che racchiude diversi gestori privati di strutture socio sanitarie per anziani. Anaste ha anche un proprio contratto collettivo.

I privati, insieme alle cooperative, da tempo gestiscono strutture socio sanitarie per anziani e disabili, perché ci guadagnano.

Le loro gestioni sono improntate al guadagno, realizzato con tre strumenti principali:

stipendi bassi al personale dipendente. La voce di spesa per il personale è quella più elevata in queste strutture. Pagare poco il personale, sfruttarlo, risparmiare sulla formazione incide moltissimo sul risultato economico;

bassa qualità dei servizi. Tutti sanno che molti utenti di queste strutture non hanno parenti, o non si occupano di loro o sono lontani. Molti di questi non badano alla qualità, ma a risparmiare sulle rette;

risparmi derivanti da gestioni associate. Concludere contratti con i fornitori per quantità elevate consente di ottenere prezzi più bassi rispetto a chi contratta per piccole quantità.

L’atteggiamento del personale risultante da questo sondaggio (bisognerebbe anche vedere le modalità con le quali è stato condotto) è una diretta conseguenza di consentire (anzi, spesso agevolare) gestioni di servizi socio sanitari particolarmente delicati improntati alla logica del profitto: non c’è ritorno di qualità, non c’è fidelizzazione del personale. Poi che pretendi?

Come dire: chi la fa l’aspetti.

27 dicembre 2020 Posted by | Questa poi... | | Lascia un commento

I carabinieri di Piacenza

Credo che a pochi sia sfuggito quello che è emerso nei giorni scorsi a proposito della caserma dei carabinieri Levante di Piacenza: traffico di droga, festini a luci rosse, torture, ecc.

Ovviamente i politici locali si sono dichiarati tutti stupiti, attoniti, sbalorditi, increduli e via dicendo.

Ovviamente tutti hanno dichiarato che sì, ok, adesso sono venute fuori cose turpi, ma gli oltre centomila carabinieri sono puliti, perdincibacco.

Io vorrei fare invece un paio di considerazioni.

La prima la ripeto ormai da anni: non è normale che noi abbiamo l’esercito che scorrazza per il Paese, a occuparsi di ordine pubblico e di controlli fiscali.

L’esercito deve stare chiuso nelle caserme e deve uscire solo per motivi eccezionali.

A occuparsi dell’ordine pubblico basta la polizia. A scovare gli evasori basta l’agenzia delle entrate.

Carabinieri e Guardia di finanza vanno smantellati poco a poco.

La seconda forse non l’ho mai scritta ma l’ho sempre pensata. Piacenza è la classica città di provincia (dicono): tranquilla, lavoratrice, risparmiatrice.

Piacenza e provincia sono una una realtà stomachevole. L’apparente tranquillità nasconde quanto di più spregevole vi può essere in una realtà di provincia; il lavoro in realtà spesso non è altro che sfruttamento, oltre i limiti della legalità; i risparmi sono un cattivo frutto delle attività precedenti.

Non c’è niente da vantarsi nell’essere piacentini. Ma niente proprio.

Date retta.

 

26 luglio 2020 Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie | , | 12 commenti

La favola del colibrì

Gira in questi giorni in rete una favola, la cosiddetta favola del colibrì.

Vi possono essere diverse versioni, ma la morale è sempre la stessa.

Brucia la foresta.

Tutti gli animali scappano, eccetto un colibrì che fa la spola tra l’incendio e il fiume: si riempie il becco e scarica l’acqua sulle fiamme.

L’incendio manco si accorge di questa goccia d’acqua, ma lui continua imperterrito la spola.

Anche quando il leone gli chiede: “Ma che fai? Pensi veramente di spegnere l’incendio con l’acqua che porti nel becco?”

E il colibrì: “Io faccio la mia parte“.

Ci eravamo dimenticati della morale nascosta in questa storiella: nei momenti di difficoltà conta di più il coraggio che la forza.

Oggi tutti abbiamo paura (chi non ha paura è un imbecille, pericoloso per sé e per gli altri), ma qualcuno la paura riesce a controllarla, a governarla, continuando a fare il proprio lavoro (qualunque sia); qualcun altro invece se la fa sotto e si dilegua.

Molti di quelli che si dileguano sono quelli arroganti, quelli del “se sbagli sei fuori“, quelli che chiamano “call” le chiamate (parla come mangi, coglione). Che poi si ripresenteranno puntuali a raccogliere i frutti del lavoro degli altri, come hanno fatto per tutta la vita.

Esseri inutili.

29 marzo 2020 Posted by | Sani principi | , | 7 commenti