Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Se niente importa

se_niente_importaQuesto non è un libro a favore del vegetarianismo o del veganismo.

E’ un libro contro l’allevamento intensivo (compresa la pesca intensiva) degli animali che mangiamo.

Perché?

Primo: perché gli allevamenti intensivi producono animali malati, sia per farli resistere in condizioni ambientali terrificanti, sia per aumentare la produzione. Ovviamente, queste carni malate ce le mangiamo.

Secondo: perché l’allevamento intensivo di animali provoca disastri ambientali. Il bestiame contribuisce più dei trasporti ai cambiamenti climatici.

Terzo: perché negli allevamenti intensivi gli animali vengono sottoposti a condizioni ambientali terrificanti e a vere e proprie torture.

Jonathan Safran Foer è un giornalista americano di origini ebree. Il suo libro, come dovrebbero essere tutti i buoni libri, è ampiamente documentato: su 360 pagine, 90 sono di biografia.

Il fatto è, scrive Foer, che “una volta c’era un’etica verso gli animali, che poteva essere riassunta con mangia avendone cura“, un’etica che è morta di colpo. In molte culture tradizionali gli animali meritavano rispetto e vi erano pratiche e rituali specifici sul loro trattamento e sulla macellazione.

I geni degli animali vengono manipolati e nelle persone sorgono malattie  che i medici non sanno neppure come chiamare. La stessa origine della pandemia del 1918 fu un tipo di influenza aviaria. Il 95% dei polli sono contaminati, per esempio, da Escherichia coli e tra il 39% e il 75% della carne che arriva sui banchi dei negozi ne è ancora infetta. Per evitare che i consumatori si accorgano che la carne non ha proprio il sapore giusto, vengono iniettati brodi o soluzioni saline per dare il gusto, l’odore e l’aspetto del pollo.

I campi non possono assorbire le tossine contenute nelle deiezioni suine, che inquinano l’acqua e l’aria.

Non parliamo poi della pesca a strascico o con il palangaro, che porta a gettare fuori bordo circa l’80-90% degli animali che vengono catturati.

L’allevamento intensivo non è nato e progredito per produrre più cibo, ma per produrlo in modo che fosse redditizio per le grandi aziende agroalimentari, cioè è solo una questione di soldi: il suo obiettivo non è “nutrire gli affamati“, ma fare soldi. Il costo della carne è basso perché i costi ambientali vengono scaricati sulla società.

Ma gli allevamenti intensivi sono anche inefficienti: occorrono da 6 a 26 calorie di mangime per produrre una sola caloria di carne. Un bovino consuma 790 kg. di proteine vegetali per produrre 50 kg. di proteine animali, ha cioè un’efficienza di conversione del 6%. Sinteticamente, si può dire che per ottenere un kg. di carne occorrono circa 15 kg. di vegetali (soia, mais, grano).

Evito di parlare delle modalità di macellazione: la velocità dei processi produttivi porta a scuoiare anche animali ancora coscienti.

Qual è la soluzione? Mangiare meno carne, tornare agli allevamenti da pascolo e aumentare il consumo di cereali, legumi, verdura e frutta.

Questa ricetta si scontra con enormi interessi economici, perché cambiare il modo di mangiare significa cambiare il mondo.

7 settembre 2014 Posted by | Libri | | 18 commenti

8 secondi (2^ parte)

Lisa Iotti ha girato mezzo mondo, parlando con alcuni esperti che hanno studiato gli effetti della “connessione 24/24-7/7-365/365” (questa è mia), come i professori Peper e Harvey della San Francisco State della California.

“Stare con lo sguardo abbassato – dicono – è simbolico della sconfitta e del fallimento, ma è l’unico modo in cui si può guardare lo smartphone”. Così il peso della testa sulla colonna vertebrale cambia: da 5 chili in posizione normale passa a 12,5 chili se inclinata di 15 gradi; altri 15 gradi e arriviamo a 20 chili; a 60 gradi (il mento tocca quasi il busto) arriviamo fino a 30 chili. Ma stare dritti vuole anche dire sentirsi più sicuri e avere pensieri ottimistici, mentre da curvi si ha più accesso a pensieri negativi. Stare eretti è la posizione che ci ha permesso di sopravvivere agli inizi della specie. E poi i nostri muscoli ciliari ed extraoculari hanno bisogno di distendersi, come per esempio guardare un tramonto all’orizzonte, non essere costretti a fissare il pollice che digita sullo smartphone.

Siamo progettati per reagire agli stimoli e ai rumori, ed è quello che avviene quando arriva una chiamata o un messaggio, spezzando la nostra attenzione: il nostro cervello passa dalla modalità “tranquillo” a quella “pericolo”.

E’ il 21 giugno 2019 quando la sezione di Medicina dell’Ansa (ripresa da altri giornali) batte la notizia della scoperta di due scienziati australiani: ci stanno crescendo le corna. Tecnicamente si trattava di “importanti esostosi del cranio di giovani adulti provenienti dalla protuberanza occipitale esterna“, cioè piccoli coni ossei causati dallo spostamento del peso della spina dorsale alla base del cranio, per colpa della posizione assunta con lo smartphone.

Per non parlare poi di quello che dice il professor Merzenich dell’Università della California a proposito del cervello: è plastico, ma non elastico. Quando abbandoniamo l’uso di alcuni circuiti, li perdiamo, non possiamo più tornare indietro, quindi rimuovere gli ostacoli e delegare un computer ci semplifica e velocizza la vita, ma stiamo anche rimuovendo alcune capacità dal nostro cervello. Ci stiamo abituando a non usare più la logica, perché le risposte le troviamo velocemente sul telefono. E poi giornalmente riceviamo centinaia di input, continue scelte da prendere (anche insignificanti) e il nostro cervello può prendere un numero limitato di decisioni, indipendentemente dalla loro importanza.

Vogliamo poi parlare dei danni alla memoria?

Sappiamo di avere la memoria “di lavoro” e quella “a lungo termine”. La memoria di lavoro ha una capacità limitata: più o meno sette le informazioni che possiamo considerare contemporaneamente (un numero che alcuni hanno abbassato a quattro). Per trasferire le informazioni dalla memoria di lavoro a quella a lungo termine occorrono tempo ed energia mentale; se il cervello è impegnato a trattenere troppe informazioni, non riesce a elaborarle e archiviarle.

Per acquisire informazioni bisogna fare attenzione e consolidarle. Quando le consolidiamo? Quando dormiamo. Se non dormiamo bene, questo consolidamento viene fatto male, come quando stiamo troppo tempo davanti a uno schermo, soprattutto prima di dormire. Abbiamo bisogno di dormire bene la notte e di momenti di riposo durante il giorno, in cui stiamo con i nostri pensieri, in cui elaboriamo idee, e non nei quali accendiamo lo smartphone per vedere i messaggi.

Dato che non possiamo acquisire tutto dobbiamo avere equilibrio tra quello che abbiamo assimilato e quello che è al di fuori di noi. Gli uomini hanno sempre avuto memorie esterne: oracoli, libri, amici; oggi con gli smartphone abbiamo memorie esterne prodigiose, ma dobbiamo anche avere un nostro archivio personale. La memoria è quella che ci permette di fare delle scelte e di avere delle opinioni: tu parli e io ti rispondo, perché al mio interno ho delle informazioni che ho sintetizzato.

Ebbene, secondo alcuni studi gli adulti hanno perso in questi dieci anni il 50% (cinquantapercento) della memoria: ci stiamo incamminando verso una grande amnesia collettiva.

Forse è per questo che nel cuore della Silicon Valley la scuola di maggiore successo sia la Waldorf School, secondo la pedagogia di Rudolf Steiner. Niente smartphone, niente computer; fogli, colori, ecc. e ci vanno i figli dei vertici delle più grandi company tecnologiche.

Bene, se siete sopravvissuti, ci vediamo alla 3^ parte.

10 gennaio 2022 Posted by | Diavolerie tecnologiche, Libri, Questa poi... | | Lascia un commento

Due o tre cose così…

Dato che i recenti referti della PET (che è una sorta di scandaglio del corpo, mica una pratica sadomaso) e delle analisi del sangue sono risultati negativi e in attesa delle visite dagli specialisti (che spero mi promuovano e poi mi lascino stare fino alla fine dell’anno), mi lancio in alcune considerazioni, sparpagliate qua e là, così, come mi vengono, prima di affrontare la terza settimana lavorativa

uomoalpc2Anzitutto diciamo subito che, dopo un aggiornamento del pc abbastanza problematico di un paio di settimane fa, illo (cioè il pc) si è bloccato e ho dovuto ripristinare il sistema a una data che, secondo me, si colloca tra la prima e la seconda guerra punica.

La ripartenza è stata alquanto lunga e dolorosa e ora la macchina risulta molto più lenta di prima. Inoltre Gugol Crom non funziona più, Fairfox funzionava male anche prima, ragion per cui mi è rimasto Ecsplorer (che da quando lo avvii a quando si avvia passa più tempo che approvare una modifica costituzionale senza Verdini) e Opera, che sto usando adesso, che in passato ho usato spesso, ma sul quale “non ho più la mano”.

Urge una ripulitura della macchina.vendola

Dunque, non si erano ancora chiusi gli strascichi sul gestaccio che un senatore ha fatto nei riguardi di una collega del M5S (che poi però pare che anche quelli del M5S non ci siano andati leggeri con gli insulti alle donne del PD, ma si sa, i grillini appaiono sempre come le verginelle…), che si è aperta la polemica sulla pensione di Vendola.

Che ha fatto il Nichi? Pare che sia andato in pensione a 57 anni, come ex consigliere regionale. Pare anche che dal 2013 questi benefici siano stati cancellati nella regione Puglia (su iniziativa anche dello stesso Vendola), ma che siano rimasti in vigore per gli anni precedenti, ragion per cui il Nichi si becca un assegno di 5.600 euro lordi mensili (che corrispondono, più o meno, a circa 3.000 euro netti).

Dove sta lo scandalo? Tutto regolare, per carità, ma visto che Vendola è comunista, i soliti invidiosi hanno sentenziato: se è comunista, deve rinunciare a questo assurdo privilegio!

dentiera-mobile-superioreSono d’accordo – mi viene da rispondere – ma questo non basta. Troppo comodo. Il comunista deve anche andare in giro in bicicletta (se proprio deve avere l’auto, niente di più di una vecchia Panda), niente vestiti fatti su misura ma solo quelli dei grandi magazzini, tagliarti con l’accetta, niente casa di proprietà (ci mancherebbe altro!) e – per finire – una bella dentiera al posto dei costosissimi impianti dentali che al massimo possono essere riservati a quelli della minoranza PD, che comunisti non sono più (ammesso che lo siano mai stati).

Stavamo quasi per digerire questa diatriba previdenziale, quando è scoppiato lo scandalo degli scandali: il caso Marino.

Dopo mesi e mesi di tiro al piccione nei riguardi del sindaco di Roma, finalmente lo si è beccato in flagrante su una materia che esigerebbe quantomeno il taglio della mano destra: il rimborso degli scontrini per le spese di rappresentanza.ignazio-marino

Gli italiani sono un popolo che non te ne lascia passare uno. Tu puoi sprecare milioni di euro, lasciare centinaia di opere pubbliche incompiute, essere colluso con la criminalità organizzata, essere corrotto, concusso (che devo ancora capire bene cosa significa, perché il correttore di uord continua a sottolinearlo come errore), pedofilo e via dicendo, che non gliene frega niente a nessuno. Ma nel momento in cui vai a una cena di rappresentanza con l’ambasciatore norvegese (tanto per fare un esempio) e prendi una doppia porzione di prugne secche (perché il bifidus dello yogurt stenta a fare effetto), apriti cielo! Ti devi dimettere!

Che poi io non ho mai avuto una particolare simpatia per Marino (e nemmeno per Vendola) e tra me e me non l’ho mai visto molto bene a fare il sindaco di una metropoli come Roma, cioè a coordinare assessori, consiglieri, manager, dirigenti, molti dei quali tirano dalla parte opposta, ma cazzarola, proprio quelli del PD, che stavano infognati fino alla punta dei capelli con i malfattori hanno fatto le pulci sul suo operato? Cioè, il PD che a Roma ha chiuso 35 circoli su 110, evidentemente perché vere e proprie fogne politiche.

E gli altri? La Meloni che ha da starnazzare? Perché non rivolge qualche domandina al suo amico di partito Alemanno, indagato, rinviato a giudizio e scornacchiato alle ultime elezioni amministrative proprio a Roma?

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I grillini (lo so che non vogliono essere chiamati così, ma chissenefrega) sono dati per favoriti e sono quelli che con gli scontrini ci vanno a nozze. Se hanno persone con gli attributi, le tirino fuori, io non sono certamente prevenuto, certo che mi da un po’ fastidio la loro aria di primi della classe, sempre e comunque.

E i romani? Non hanno proprio niente da rimproverarsi?

Se fossi il legislatore, approverei una legge per la quale un commissario, per “bonificare” un Comune, abbia il potere di sostituire tutti i dirigenti, pagandoli per starsene a casa senza fare danni.

Nel caso di Roma, si potrebbe importare una squadra di dirigenti tedeschi, vigili urbani tedeschi, spazzini tedeschi e così via, così ci faremmo quattro risate.

Poi, tra uno scontrino e l’altro, i giornali e la tv hanno trovato anche il tempo di informarci che gli esportatori internazionali di democrazia hanno bombardato un ospedale di MSF, in Afghanistan.

Diciamocelo: è chiaro che il metodo più semplice per evitare il diffondersi di batteri è quello di radere al suolo gli ospedali, no? Costa meno ed è più radicale.kunduz

Però la grande esportatrice internazionale di democrazia, per tagliare la testa alle polemiche, ha pensato bene di criticare pesantemente i russi, che hanno iniziato a bombardare in Siria, secondo loro non l’ISIS, ma gli oppositori di Assad, che sono finanziati dagli americani. Dopo qualche giorno, però, gli stessi americano hanno annunciato che smetteranno di spendere milioni di dollari per addestrare e rifornire i cosiddetti oppositori “moderati” di Assad, perché pare che questi ultimi poi passino con l’ISIS con armi e bagagli.

Che poi, parliamoci chiaro, l’America, la nostra beneamata America che se non ci fosse stata lei noi europei saremmo ancora governati da Adolfo, sta perdendo colpi su colpi. L’ultima che ho letto, per esempio, è che si stanno facendo soffiare dai cinesi anche gli appalti per il GPS. Non c’è più religione.

Non solo non c’è più religione, ma non c’è nemmeno più pudore.

Cioè, la gente quando deve giustificare l’ingiustificabile, non è che chiede scusa e ammette l’errore. No. Tira fuori giustificazioni che sono delle vere e proprie prese per il culo.

augurioOggi per esempio, tanto per dire l’ultima, sentivo in tv un giornalista che intervistava un dirigente pubblico che, insieme ad altri, è stato rinviato a giudizio perché si faceva timbrare il cartellino dai colleghi.

Come si è giustificato questo idiota?

Ha detto – traduco – che lui avrebbe dimostrato al giudice che non aveva compiuto alcuna irregolarità, perché nel suo ufficio c’era molta confusione, i cartellini stavano tutti ammassati da una parte e allora i sottoposti, per evitare il viavai, in segno di benevolenza (ha usato proprio questo termine) verso i superiori, si recavano a timbrare anche il loro cartellino.

E il giornalista annuiva, invece di rispondere ma ce stai a pija’ pel culo?

E tanto per finire questa logorroica logorrea domenicale, oggi mentre facendo benzina all’iperself, pensavo questo. Perché c’è il sistema del “ti servi da solo e risparmi” solo per la benzina? Non si potrebbe fare, per esempio, anche nei supermercati per i salumi? Oppure nei ristoranti: cucini direttamente tu e risparmi. Cioè, il mondo va verso il self, quello che per noi buzzurri sarebbe il fai da te.autoerotismo

Che poi, diciamocelo tra noi, il self in alcuni casi è da sempre molto diffuso. Per esempio, sul piano sessuale: si inizia con il fai da te e in molti casi si prosegue così per tanto, ma tanto tempo…

A differenza di tante altre attività, non provoca danni nell’ambiente circostante.

Non vale per conseguire prima la pensione (anche se forse uno “sconto” previdenziale lo meriterebbe).

Non necessita di rimborso spese, con relativi scontrini, nel senso che non necessita di strumenti particolari (se si vogliono, sono comunque opscional).

E, per finire, non fa nemmeno bombardare i nemici, anzi, forse rende più disponibili nei confronti dell’altro.

E se avete avuto la forza e la pazienza di arrivare fino in fondo a queste schizofrenate, ricordate che

siete sempre nei miei pensieri, così…

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11 ottobre 2015 Posted by | Pensieri disarcionati | | 24 commenti

Il deserto dei Tartari

deserto tartariSe questo è veramente un periodo buzzatiano, è impossibile non parlare del Deserto dei Tartari.

Questo libro (che fa parte dei cento libri del secolo eh? mica ciufoli…), insieme a un altro che ho sul comodino, me lo ricordo da una battuta di un professore d’italiano del liceo che, rispondendo a una domanda di uno di noi (“Professore, ma che succede nel Deserto dei Tartari?“), rispose: “Niente. Ma tu leggilo e ti accorgerai che accade una cosa d’importanza fondamentale nella vita di ogni uomo“.

E quella cosa d’importanza decisiva sta nelle ultime pagine del libro, nelle ultime frasi, nelle ultime parole.

Durante la lettura è impossibile non provare simpatia per il protagonista, quel Giovanni Drogo che rimane impigliato nella fortezza Bastiani per tutta la vita, senza capire bene il perché e il percome. Tutti i militari ad aspettare che compaia il nemico dal grande deserto nordico, che darebbe finalmente un senso alla loro permanenza in quella desolata fortificazione all’estremo nord del regno.

Ma purtroppo succede ben poco e la vita del tenente Giovanni Drogo, nel frattempo divenuto maggiore, si consuma tra le ferree regole militari, il desiderio di andarsene, la perdita degli amici nella sua città e, alla fine, la malattia per la quale viene obbligato a lasciare la fortezza proprio nel momento in cui arrivano nuovi militari perché forse sta per accadere qualcosa.

Se è vero che ogni libro esiste nella misura in cui viene letto, nel mio caso vi ho ritrovato tutto il senso del tempo che passa nella smania, nella frenesia, nel vagheggiamento (che può anche diventare sogno a occhi aperti) che accada qualcosa che interrompa, che scombini quel niente dal quale spesso ci si fa avvolgere. Ma spesso questo niente esiste soltanto nella nostra mente, perché in realtà è affollato di persone, di luoghi, di ricordi con i quali noi non riusciamo più a essere in sintonia. Struggente è la scena di Giovanni Drogo che, durante una licenza, incontra la sorella di un amico, della quale era ed è innamorato, ricambiato, ma con la quale non riesce più a entrare in confidenza, se non proprio in intimità. E la lascia andare e si lascia andare, tornando mestamente nella sua fortezza.

Ma cosa accade di così fondamentale alla fine della storia?

Mentre Giovanni Drogo, stanco e malato, si sta dirigendo verso la città, si ferma in una locanda e solo, nella sua stanza, in quella che doveva essere una sera di felicità per gli uomini anche di media fortuna, sentì che il duro carico dell’animo suo stava per rompere in pianto.

Giovanni Drogo sente stringersi attorno a sé il cerchio conclusivo della vita. E dall’amaro pozzo delle cose passate, dai desideri rotti, dalle cattiverie patite, veniva su una forza che mai lui avrebbe osato sperare.

Coraggio Drogo. E lui provò a fare forza, a tenere duro, a scherzare con il pensiero tremendo. Ci mise tutto l’animo suo, in uno slancio disperato, come se partisse all’assalto da solo contro un’armata. E subitamente gli antichi terrori caddero, gli incubi si afflosciarono, la morte perse l’agghiacciante volto, mutandosi in cosa semplice e conforme a natura. Il maggiore Giovanni Drogo, consunto dalla malattia e dagli anni, povero uomo, fece forza contro l’immenso portale nero e si accorse che i battenti cedevano, aprendo il passo alla luce.

Eccola qui la cosa di fondamentale importanza che affronta il protagonista.

La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.

Vien voglia di dire alla fine: ciao Giovanni. In bocca al lupo.

P.S.: questo film devo averlo in videocassetta. Rimetto in funzione il video registratore e me lo vedo.

17 marzo 2015 Posted by | Libri | | 16 commenti

Il cecio cinese

legumiMentre oggi al supermercato facevo scorta di lenticchie, ceci e fagioli, mi sono ricordato di un vecchio articoletto di alcuni mesi fa e tornato a casa sono andato a riprenderlo, ricordandomi di averlo messo da parte (per quale motivo, non lo so nemmeno io).

Pare che in Italia dalla fine degli anni 50 vi sia stata una progressiva riduzione delle coltivazioni dei legumi destinati alla produzione industriale (fagioli borlotti, cannellini, ceci, lenticchie).

La superficie destinata a coltivazione di fagioli, per esempio, è passata dai 365.000 ettari del 1961 ai 7.000 ettari attuali; da 21.000 a 2.000 quella destinata alle lenticchie; da 79.000 a 7.000 quella dei ceci.

La motivazione del tracollo di queste produzioni, pari a circa il 90%, sta nella bassa redditività di questi prodotti.

E però gli italiani mica hanno smesso di mangiare lenticchie, ceci e fagioli (e si sente…).

La produzione italiana copre all’incirca il 10% del nostro fabbisogno, ergo, dobbiamo importare, non solo dai grandi produttori del Nord e Sud America (il fagiolo è originario dell’America), ma anche dalla Turchia, dal Medio Oriente e dalla Cina.

In questi ultimi casi, pare che i controlli si siano fatti più rigidi, ma si sa come vanno le cose in Italia, no? Ormai possiamo stare certi di aver mangiato o di avere in dispensa un bel po’ di legumi cinesi…

Certo, lo capisce anche un bambino che continuando a disseminare il nostro territorio di immensi capannoni di cascinalogistica con parcheggi spropositati; continuando a costruire strade che appena terminate sono già intasate di auto e si pensa subito a raddoppiarle; continuando a sbancare terreni per fare posto a linee ferroviarie ad alta velocità che non servono a una beata mazza di niente, perché il viaggio durerà forse mezz’ora in meno, ma poi una volta arrivato a destinazione sprechi un’ora per arrivare alla meta; insomma, continuando così, i terreni agricoli si sono ridotti drasticamente e allora i prodotti della terra dobbiamo andarli a prendere all’estero.

Avremmo dovuto preservare l’agricoltura, utilizzando le macchine per eliminare i lavori più faticosi, ma mantenendo quegli indispensabili presidi del territorio che erano le vecchie cascine di una volta. Avremmo dovuto insegnare ai nostri figli a mantenere un legame con la terra; ad abbronzarsi non soltanto al mare o in piscina, ma anche nei campi; a spalancare le finestre al mattino e ritrovarsi davanti campi, prati, alberi e non una strada piena di automobilisti schizofrenici.

In fondo, sono stato fortunato a vivere, nella mia infanzia, questi momenti. Lo so che non torneranno più, però il loro ricordo mi scalda il cuore…

 

2 dicembre 2014 Posted by | Questa poi..., Storie ordinarie | | 13 commenti

Sesso ecologico: vabbeh, ma c’è pure l’eco-incentivo?

Roma, 14 maggio 2009 (adnkronos)

Dagli afrodisiaci naturali alla lingerie in bambù o soia, ai giocattoli erotici a energia solare, passando per la depilazione allo zucchero, fino al letto ecologico e al profilattico bio. Arriva l’eco-sesso per un rapporto di coppia a prova di ambiente. A dettare le regole dell’amore ‘ecologically correct’ è una guida ad hoc pubblicata sul sito www.greenme.it, che, capitolo per capitolo, dispensa consigli utili per inquinare meno e risparmiare energia ‘sotto le lenzuola’.

Ecco dunque alcune regole dell”eco-sesso’:

AFRODISIACI NATURALI: Da sempre l’uomo ha sempre cercato di aumentare la sua potenza sessuale attraverso alcuni cibi, spezie o erbe ritenuti più stimolanti ed energetici di altri. E allora perché non accendere la passione con afrodisiaci naturali e ancor meglio biologicamente certificati? Il tartufo soprattutto quello bianco (che costa un occhio nella testa!) contiene l’androstenediolo, un ormone molto potente presente anche nel sudore umano (e allora tanto vale evitare la doccia per un paio di mesi, no?). Le sue sostanze odorose agiscono a livello olfattivo, non solo in alcuni animali ma anche sull’uomo, provocando uno stato di benessere generale e di attrazione verso l’altro sesso. Erbe come Ginseng, la radice di Kava, le foglie di Damiana, la radice di Fuco, il Tribulus, il Ginko Biloba, la Rhodiola rosea, e ancora spezie quali il peperoncino vasodilatatore, lo zafferano e lo zenzero definito il “viagra orientale” possono aiutare a stimolare i sensi.

animation E ancora: fragole, ciliege, more o mirtilli, succo di melograno, a patto che non sia frutta transgenica o trattata con pesticidi. Anche ostriche e crostacei sono ottimi afrodisiaci (soprattutto quando arrivi alla cassa per pagarli). Ma i nostri mari soffrono a causa della pesca intensiva. In più le ostriche sono bioindicatori delle condizioni delle acque, perché accumulano inquinamento. Quindi è necessario verificare che provengano da mari puliti e non dalle acque delle grandi città costiere. Quanto al vino, meglio se ottenuto (prodotto) da uve provenienti da agricoltura biologica. E per finire con il dessert prediligere quello al cioccolato, potente afrodisiaco usato dal mitico re azteco Montezuma. Ovviamente cioccolato prodotto con cacao proveniente da agricoltura biologica.

INTIMO ECOLOGICO E SEXY LINGERIE: L’intimo è una componente fondamentale del rapporto che può addirittura compromettere la riuscita della serata. Onde evitare defaillance sul più bello e per ‘sentirsi a posto’ anche con l’ambiente, meglio scegliere biancheria eco-sostenibile, a base di cotone biologico o materiali a basso impatto ambientale come la soia o il bambù (mutande di legno, praticamente). Insomma lingerie, biodegradabile e a impatto zero. Ma anche eco-reggiseni a energia solare con I-Pod incorporato (ma la musica come l’ascoltiamo noi uomini? Con la cuffietta oppure ci stanno pure le casse?).

COME FARLO: Se proprio non si può fare l’amore durante il giorno e si vuole comunque guardare negli occhi il proprio partner, si scelga di farlo a lume di candela senza accendere le luci. Si risparmierà energia elettrica. Ma, per rispettare questa regola è necessario, se non doveroso, acquistare candele che non fanno male alla salute e all’ambiente: a quelle fatte di petrolio e di paraffina preferire le candele ecologiche di provenienza naturale come quelle di cera d’api, stearina, soia o palma e non quelle a base di petrolio.

DOVE FARLO: Anche il letto, oltre che comodo e confortevole, deve essere ‘verde’? Per questo bisogna verificare che la struttura abbia la certificazione del FSC (Forest Stewardship Council) una Ong internazionale con sede anche in Italia, che rilascia un marchio ecologico per identificare i prodotti contenenti legno ottenuto da foreste gestite secondo criteri di “ecosostenibilità”. Se possiamo permetterci un letto nuovo, meglio acquistarne uno in bambù, che oltre ad essere un legno durissimo e resistentissimo è l’ultima risorsa rinnovabile sul pianeta. E’ importante infine che il letto non sia costruito con parti in metallo, potente conduttore elettrico, e che il materasso sia in lattice naturale o ancora meglio in fibra di bambù, riciclabili e biodegradabili. Stesso discorso per le lenzuola: di cotone biologico 100% o anche in questo caso in fibra di bambù.

GIOCATTOLI EROTICI ‘BIO’ (e mo’ qui ve vojo vedè…): Vibratori, palline anali e tutta la gamma dei giocattoli erotici di ultima generazione sono spesso dannosi per la nostra salute in quanto contengono sostanze chimiche, ovvero ftalati, spesso utilizzate per ammorbidire la plastica dura come il Pvc e dargli quella sensazione di morbida gelatina. Dunque il consiglio è: cercare di non acquistare giocattoli in Pvc morbidi ma usare almeno quelli in plastica dura (capito?). Ancor meglio quelli in acciaio, vetro borosilicato, silicone, lattice, caucciù e legno più facilmente riciclabili. Ma l’ultima frontiera ‘in materia’ sono i vibratori a energia solare, un ottimo modo per salvare tonnellate di batterie. In alternativa è bene usare sempre batterie ricaribili.

ECO-CONDOM: Non c’è alternativa migliore dei preservativi in lattice, che non contengono tracce di proteine del latte e quindi adatti anche ai vegani, totalmente riciclabili e biodegradabili.

SOTTO LA DOCCIA: Sexy, divertente e green, fare la doccia con il partner è un modo per risparmiare acqua (ma poi si perde la puzza di sudore stimolante!). A patto che decidiate di chiudere i rubinetti nei momenti in cui non è necessario tenerli aperti. Non solo: usate shampoo e bagnoschiuma prodotti con ingredienti naturali, senza ftalati e sostanze chimiche provenienti dal petrolio, profumi sintetici e coloranti artificiali e assicuratevi che il prodotto non sia testato sugli animali. Utilizzate flaconi in vetro o plastica riciclata e riciclabile, nonchè asciugamani rigorosamente ecologici.

Allora, tanto per tirare qualche conclusione:

1) non ci si fa la doccia per un mesetto, meglio ancora se nel frattempo si approfitta per ripulire cantina e garage e ci si fa frustare con una bella radice di kava da mezzo chilo e, se proprio si vuole andare sul sicuro, si prende un bel peperoncino e…

2) si fa un mutuo per acquistare tartufi, aragoste e cioccolato azteco, in vendita on line a 200 euro l’etto

3) si controlla che la biancheria della partner sia di bambù e, prima di iniziare con i preliminari (per chi ce la fa…) si carica sull’i-pod qualche album di al bano. Se poi il reggiseno della partner funziona a carica solare, la si posiziona per un paio d’ore fuori dalla finestra, così alla fine ci si ricarica il vibratore (che serve poi…)

4)  se è sera e/o notte, evitare di accendere la luce (sperando di essere entrati nel letto giusto…)

5)  accertarsi che eventuali giocattoli erotici siano di materiale duro, ma non troppo per evitare spiacevoli paragoni

6) non farsi la doccia alla fine, così si mantiene addosso il puzzo stimolante.

Orbene, alla fine di tutto ciò, mi chiedo:

ma con il sesso eco-sostenibile, c’è pure l’eco-incentivo?

14 Maggio 2009 Posted by | Questa poi..., Storie ordinarie | | 8 commenti

Possiamo salvare il mondo, prima di cena

Perché prima di cena?

Perché l’autore, proseguendo il discorso del suo precedente libro Se niente importa, insiste sul concetto che continuare a mangiare animali provenienti dagli allevamenti intensivi distrugge il nostro pianeta.

Anche questo libro, come il precedente, è solidamente documentato e l’autore inserisce momenti della sua esperienza personale e dei suoi familiari nel corso della narrazione.

I cambiamenti climatici rappresentano la più grande crisi che l’umanità si sia mai trovata davanti e si tratta di una crisi che saremo chiamati a risolvere e contemporaneamente ad affrontare da soli. Non possiamo mantenere il tipo di alimentazione cui siamo abituati e al tempo stesso mantenere il pianeta cui siamo abituati. Dobbiamo rinunciare ad alcune abitudini alimentari oppure rinunciare al pianeta. La scelta è questa, netta e drammatica.

Quello che il libro promette di spiegare all’inizio, però, rimane un piccolo mistero: dato che la situazione è così drammatica – e non parliamo di secoli, bensì di decenni, cioè il tempo in cui vivranno i nostri figli – perché persistiamo in comportamenti che ci portano alla distruzione di massa?

Forse perché l’essere umano non è fatto per mobilitarsi a fronte di disastri futuri, anche se le loro avvisaglie sono già ben presenti. Anzi, direi che l’essere umano si mobilita solo se lui stesso è in pericolo in questo stesso momento, altrimenti chissenefrega!

Ma probabilmente c’è un altro motivo per questo menefreghismo di massa.

Nel mondo, l’impronta di carbonio media è di circa 4,6 tonnellate all’anno. Ovviamente, come nella statistica del mangiare i polli, quella dell’americano medio è di 19,8 tonnellate all’anno e quella del bengalese medio è di circa 0,29 tonnellate all’anno. Il Balgladesh, con il suo consumo medio di quattro chili di carne all’anno è anche uno dei paesi più vegetariani al mondo. Sei milioni di bengalesi sono già stati costretti a lasciare le proprie case a causa dei disastri ambientali e si prevede che altri milioni dovranno fare altrettanto nei prossimi anni.

Capito? I poveri pagano il prezzo maggiore dei disastri ambientali provocati dai ricchi. E’ per questo che non ce ne frega una beata mazza.

Jonathan Safran Foer (di origini ebree) fa notare che ogni anno muoiono tre milioni di bambini sotto i cinque anni per denutrizione. Durante l’olocausto sono morti un milione e mezzo di bambini. Viviamo un olocausto giornaliero e fingiamo di non accorgercene.

Ma forse la spiegazione di tutto questo sta nella storiella iniziale.

Nel 1942 un partigiano polacco di 28 anni, Jan Karski, si avventurò in una missione che dalla Polonia occupata dai nazisti lo portò a Londra e poi in America. Voleva informare i leader mondiali delle atrocità che i tedeschi stavano commettendo. Nel 1943 arrivò a Washington e incontrò il giudice della Corte suprema Felix Frankfurter, uno dei massimi giuristi americani, ebreo. Dopo avere ascoltato la storia di Karski, gli disse che “non posso proprio credere a quello che mi ha detto”. Dopo varie insistenze, precisò: “Non ho detto che lei stia mentendo. Ho detto che non sono in grado di crederle. La mia mente, il mio cuore, sono fatti in modo che non mi permette di accettarlo”.

Ecco, forse il segreto sta qui: sappiamo che stiamo distruggendo il pianeta, ma non siamo in grado di crederci.

31 Maggio 2020 Posted by | Libri, Storie ordinarie | | 2 commenti

L’influenza spagnola a New York

Nel 1918 New York contava cinque milioni e seicentomila abitanti (solo Londra la superava al mondo).

Alla base della sua espansione stava l’emigrazione: tra il 1880 e il 1920 arrivarono negli USA più di venti milioni di persone, quasi tutte proveniente dall’Europa orientale e meridionale.

Affrontare l’epidemia  d’influenza spagnola era dunque una sfida particolarmente difficile, avendo a che fare con comunità diverse che avevano ben poco in comune, se non gli angusti spazi dove vivevano.

Il commissario per la sanità della città si chiamava Royal Copeland, era un medico e omeopata.

Il 12 agosto del 1918 arrivò nel porto una nave norvegese con il contagio a bordo, ma soltanto agli inizi di ottobre si riconobbe ufficialmente l’epidemia.

Copeland prese tre decisioni fondamentali: scaglionò gli orari di apertura di fabbriche, negozi e cinema, eliminando l’ora di punta, creò 150 centri di emergenza sparsi per la città e (decisione più controversa) tenne aperte le scuole, perché Josephine Baker, responsabile dell’igiene infantile, lo convinse che sarebbe stato più semplice controllare i bambini a scuola e curarli, nutrendoli in modo adeguato e utilizzandoli come tramite per comunicare alle famiglie importanti informazioni igieniche. Quell’autunno nessun bambino in età scolare si ammalò d’influenza.

Copeland non chiuse i luoghi d’intrattenimento, ma impose regole rigide. Durante la pandemia furono vietati i funerali pubblici (solo il coniuge poteva accompagnare il defunto) e fu dichiarato obbligatorio il ricovero in ospedale dei malati che vivevano in caseggiati affollati.

Di tutti gli immigrati presenti in città, il gruppo più recente, più povero e in crescita più rapida era quello italiano: dal 1880 ne erano arrivati circa quattro milioni e mezzo. Erano soprattutto contadini provenienti dall’Italia meridionale, particolarmente vulnerabili alle malattie respiratorie. Antonio Stella, un medico di origini italiane, li curava in ospedale e li andava anche a cercare in giro per la città.

Gli italiani erano considerati sporchi, trasandati, criminali, alcolizzati, comunisti, ricettacoli di tutte le malattie. Per Stella il metodo migliore per rispondere a questi pregiudizi era l’integrazione, perché anche in passato le ondate migratorie avevano scatenato pregiudizi razziali. Negli anni trenta dell’ottocento i poverissimi immigrati irlandesi furono incolpati della diffusione del colera. Verso la fine dello stesso secolo la tubercolosi era nota come “malattia degli ebrei”.  E quanto nel 1916 scoppiò un’epidemia di poliomielite la colpa ricadde sugli italiani.

Stella capì che i problemi di salute degli immigrati erano sorti in America e non se li erano portati dietro dall’Italia. Il problema maggiore era il sovraffollamento degli edifici nei quali vivevano, aggravato dall’ignoranza e dalla superstizione: erano convinti che le malattie dovessero fare il loro corso e vedevano i medici con sospetto, considerando l’ospedale un posto dove si andava a morire.

Il principale quotidiano in lingua italiana di New York (il Progresso Italo Americano) sostenne la decisione di Copeland di tenere aperte le scuole: invece di bighellonare incustoditi per le strade, i bambini restavano in ambienti maggiormente igienici, aerati e controllati.

Grazie alla sua precedente battaglia contro la tubercolosi, la popolazione di New York aveva familiarità con i principi di base della sanità pubblica. A nessuno dei gruppi di immigrati fu data la colpa dell’influenza.  La comunità italiana arrivò persino a finanziare un nuovo ospedale italiano a Brooklyn.

Copeland sostenne la campagna a favore di case popolari più vivibili, sostenne che gli esami medici agli immigrati dovessero essere svolti prima della partenza e si rammaricava dello spreco di contadini capaci costretti a fare i venditori ambulanti in America. Proseguì il suo lavoro di riforma della struttura sanitaria pubblica. Nel 1934 fu inaugurato il primo progetto di edilizia pubblica della città; sindaco era Fiorello La Guardia, figlio di immigrati italiani.

Ogni tanto un po’ di storia fa bene…

14 febbraio 2021 Posted by | Manate di erudizione | | 3 commenti

Il grande romanzo dei Vangeli

Va bene che il popolo italiano, nella sua sub cultura, poco se ne intende anche di religione (salvo andare in chiesa per sbirciare come si presentano le altre persone) e quindi è sempre interessante scoprire cosa ne pensano gli storici dei Vangeli, ma ora la storia sta diventando un po’ trita e ritrita.

Cos’è che scopriamo di nuovo in questo libro che Augias non abbia già indagato nei suoi precedenti, con l’ausilio di illustri studiosi della nostra religione?

Poco e niente.

Che Gesù probabilmente era un potente esorcista, cioè un curatore di malattie mentali.

Che Gesù aveva fratelli e sorelle (anche loro figli di Maria o figli di Giuseppe di primo letto? mah…).

Che Maria è la grande assente di tutta la storia, pur avendo avuto una parte essenziale.

Che Maria Maddalena era proprio lei, cioè una bella donna che per prima vede il Cristo risorto.

Che Giuda probabilmente non era quella fetecchia che pensiamo, ma il tesoriere degli apostoli.

Che i Vangeli sinottici sono stati scritti alla fine del 1° secolo, mentre quello di Giovanni è stato scritto nel 2° secolo, insieme a tanti altri Vangeli che la Chiesa ha scartato, ma che invece forniscono notizie molto importanti su quella storia.

E – alla fine – che tutto quello che non quadra nella storia e nelle parole di Gesù, viene fatto quadrare con la fede.

Vabbe’, lo sapevo anche prima…

8 febbraio 2020 Posted by | Libri | | 4 commenti

Spazio e mente

Due cose attirano la mia attenzione in questo periodo.

Una è lo spazio, inteso come universo: quando e come è iniziato? Dove finisce? No, non finisce, si espande continuamente a una velocità inimmaginabile. Ma al di là cosa c’è? Niente, perché non c’è spazio, non c’è tempo, non c’è un c…avolo!

La seconda cosa che mi ha sempre affascinato è la mente, anzi, il cervello, perché le due cose partivano da due piani diversi. Ma mica i cervelli normali, no. Mi attirano i cervelli un po’ bacati, quelli che fanno cose strane (sarà perché pure io sono un po’ bacato?).

Così qualche giorno fa, bighellonando in libreria all’Ipercoop di Modena (che ci stavi a fare all’ipercoop di Modena? vi chiederete voi. Cavolacci miei) mi sono imbattuto in questo libro e l’ho comprato.

Al momento ho letto soltanto qualche decina di pagine, ma ho scoperto una cosa interessante: in psichiatria ha preso sempre maggiore importanza il concetto di quantità, cioè la considerazione che esiste una continuità tra i segni iniziali di un disagio e la malattia mentale.

Per esempio: l’ansia è una percezione che scatta quando si devono affrontare situazioni nuove. L’ansia attiva l’attenzione e le capacità mentali. Il battito del cuore accelera per fornire più energia ai tessuti. Si tratta di un’ansia buona, ma se aumenta in maniera sconsiderata diventa angoscia e allora si sprofonda in un tunnel nel quale manca il respiro, la mentre si blocca, si rimane immobili, incapaci di qualsiasi pensiero o azione.

Quindi, cos’è il disturbo mentale? E’ un’alterazione quantitativa di una caratteristica propria della mente, che non è più in equilibrio con le altre.

Almeno così credo di avere capito.

Buona settimana.

7 luglio 2019 Posted by | Libri, Un po' di me | , | 3 commenti