Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Piccolo manuale per non farsi mettere i piedi in testa

A volte capita che, alla fine della spesa al supermercato, ti fermi al reparto libri, intenzionato a non acquistare niente (“O me o i libri!” hai pensato dopo l’ultima volta che è franata in soggiorno l’ennesima pila di libri) e poi te ne esci con uno di quei manualetti che promettono, se non di cambiarti la vita, di farti diventare “più sicuro, più determinato, più saggio e anche più bello!

Ma qual è il segreto per tutto questo?

Imparare a farsi valere in maniera educata e gentile significa mantenersi rilassati, apparire sicuri e fieri di sé ed esprimersi in maniera chiara senza risultare aggressivi nei confronti dell’altro.

Facile a dirsi…

Significa comportarsi con garbo ed eleganza, anziché strepitare e dare spettacolo; significa comunicare in modo diretto e chiaro, anziché rimanere passivi e bloccati.

E come si fa a fare ciò?

Semplice, con le cinque strategie del libro.

Prima strategia: contegno fiero e regale.

Utilizzare il linguaggio del corpo, assumendo una postura dignitosa. Tenere busto e testa ben dritti. Mantenere il contatto visivo e lo sguardo allo stesso livello dell’altro. Evitare di annuire. Fermare l’altro se continua a parlare. Prestare attenzione all’altro senza farsi coinvolgere emotivamente.

Seconda strategia: volontà ferrea.

Poiché senza chiedere non succede niente, occorre scegliere il momento adatto e avanzare la propria richiesta (massimo due, mai troppe in una volta sola). Essere stringati e arrivare subito al punto, senza allusioni, che creano soltanto equivoci. Se ci si irrita (può capitare), non incolpare l’interlocutore, ma parlare delle proprie emozioni e dei propri desideri. La maggior parte delle relazioni non termina a causa dei litigi, ma dei silenzi (parole sante). Ricordarsi che un no non è una sconfitta, ma solo una risposta, una tappa di una discussione: di fronte a un no non si arretra, si comincia a trattare.

Terza strategia: il no gentile. Chi dice troppi sì rischia di farsi sfruttare dagli altri, quindi occorre porre dei limiti. Quindi, spiegare chiaramente all’altro cosa non si vuole o non si gradisce, guardandolo direttamente negli occhi. Se il no non viene accettato, ripeterlo. Se si viene offesi o sviliti, bloccare subito lo schema di comunicazione; non rispondere con un’altra offesa, ma ribadire il proprio no. Alzarsi, alzare il tono della voce, guardare la persona negli occhi e non farsi trascinare in una discussione.

Quarta strategia: l’insistenza cortese. Della serie: chi la dura la vince. Senza essere maleducati o sfacciati, occorre ripetersi, cioè dire più volte la stessa cosa. Di fronte alle formula standard di rifiuto, non bisogna arrendersi subito. Prestare attenzione alla risposta dell’altro, ripeterla brevemente in modo da dimostrare di avere ascoltato e ribadire la propria richiesta, motivandola. Se l’altro adotta un comportamento provocatorio, non commentare e non replicare, ma ripetere la propria richiesta.

Quinta strategia: la salda fiducia in sé. Non lasciarsi sovrastare dal proprio critico interiore, che vede solo i difetti. Occorre avere fiducia in sé stessi. Non  bisogna fissarsi sul successo a tutti i costi, ma limitare le proprie richieste a un livello raggiungibile. Interrompere il flusso di pensieri negativi dirigendo l’attenzione altrove. Passare dall’autocritica all’autostima: premiarsi ed elogiarsi ogni giorno, per sconfiggere l’insicurezza.

Semplice, no?

 

 

20 Maggio 2018 Posted by | Libri, Pensieri disarcionati, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 8 commenti

Manuale d’am3re

E’ ormai risaputo (ma ahimè, non ancora universalmente accettato), che le cose importanti nella vita di un essere umano sono tre: mangiare e dormire.

Purtroppo, a due di queste tre cose, cioè mangiare e dormire appunto, spesso occorre sottrarre un po’ di tempo, per dedicarlo alla famiglia, ai divertimenti, alla lettura e, purtroppo, anche al lavoro (c’è chi sottrae tempo anche alla terza cosa, e in questo modo poi accadono le disgrazie alle quali assistiamo quotidianamente nel mondo).

Accade quindi che l’amore si fa largo inaspettatamente, sotto le più diverse spoglie, qualche volta provocando anche qualche guaio.

Questo film di Giovanni Veronesi sviluppa tre gradevolissime storie che hanno per protagonista la terza cosa importante della vita, in tre momenti distinti dell’esistenza umana: giovinezza, maturità e oltre.

Nel primo episodio, Riccardo Scamarcio riesce perfino a trattenere entro limiti accettabili il suo sguardo da trota grigliata. Il merito a mio parere va al regista, a Laura Chiatti e Valeria Solarino, nonché alla compagnia di buontemponi toscani che sono un vero e proprio sollazzo.

Il secondo episodio, protagonista Carlo Verdone e Donatella Finocchiaro, si apre con una vera e propria performance comica dei due attori che mi ha fatto piangere dalle risate.

Senza soluzione di continuità si passa poi al terzo episodio, con due eccezionali interpretazioni di Michele Placido e Robert De Niro. De Niro è uno di quegli attori che recitano anche se stanno immobili.

E poi c’è lei: Monica Bellucci.

Come definirla?

Uno scorcio di paradiso mandatoci sulla terra per farci assaporare quello che può attenderci dopo, se facciamo i bravi prima.

La cappella sistina del genere femminile.

La prova che il buon Dio quando ci si mette fa proprio le cose per bene.

Vabbeh, mi fermo qui.

Un grazioso film, che fa trascorrere serenamente un paio d’orette.

Prima di tornare al lunedì, ai TG e a tutte le disgrazie di questo bislacco mondo.

Consoliamoci con questa, poso conosciuta ma molto bella.

27 febbraio 2011 Posted by | Film | | 24 commenti

Il Manuale delle Giovani Marmotte

Appartengo a quella categoria di persone che, nella loro infanzia, hanno avuto la fortuna di partecipare alla vita di Paperopoli e di Topolinia e quindi di condividere le avventure di Paperino, Paperone, Topolino, Pippo, Pluto, Qui Quo Qua, Paperoga (il mitico Paperoga, che dovrebbe essere studiato nelle università), Paperina, Nonna Papera, il commissario Basettoni e via dicendo.

I miei genitori non navigavano certo nell’oro, ma per diversi anni non mi hanno mai fatto mancare l’appuntamento settimanale con Topolino e, qualche volta, anche con qualche albo speciale.

Io mi sentivo partecipe della vita e delle vicende di quei fantastici personaggi. Una volta scrissi addirittura una storia (credo che il protagonista fosse Paperinik) e la inviai alla redazione di Topolino. Mi risposero, facendomi i complimenti e mi inviarono in regalo alcuni gadget della Disney e io mi sentii molto entusiasta di questo.

Altri tempi…

Mi spiace molto non avere tenuto nessuno di questi ricordi, ma questa è tutta un’altra storia…

Ho avuto anche il privilegio di possedere il mitico Manuale delle Giovani Marmotte, proprio nell’edizione raffigurata qui a fianco, che è, se non sbaglio, dei primi anni settanta.

Il Manuale è un libro, formato tascabile, posseduto da Qui Quo Qua – in quanto appartenenti alle Giovani Marmotte – che contiene una serie inverosimile di notizie. Ti può dire come si traduce una certa frase in giapponese, come accendere un fuoco senza fiammiferi o come cucinare una torta di mele.

Qual è, secondo me, l’importanza del Manuale?

Il Manuale non è una panacea, non è il rimedio di tutti i dubbi e le incapacità che ci aggrediscono quotidianamente. Il Manuale è un aiuto, è un supporto, è quello che ti da’ la spinta: ti dice come accendere il fuoco, ma poi lo devi fare tu, se ce la fai senza scottarti, altrimenti peggio per te; la prossima volta vedi di fare meglio.

Il Manuale, in una parola, è come un amico: uno scambio di aiuti, consigli, sorrisi, chiacchiere. Regalati senza chiedere niente in cambio.

Mai.

12 settembre 2010 Posted by | Libri, Ricordi, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 22 commenti

Al voto, al voto!

Abbiamo assistito in queste settimane a un’enorme burla nei confronti degli italiani, che si è conclusa (provvisoriamente) domenica, con il Presidente della Repubblica che ha…

Ma cos’ha fatto di preciso Mattarella?

Secondo me ha preso il telefono e ha chiamato quelli che detengono una buona parte del nostro debito pubblico (cioè coloro che ci prestano i soldi per continuare a cazzeggiare) che, miliardo più miliardo meno, è di circa 2.300 miliardi di euro, cioè oltre il 130% del PIL, che detto paro paro vuol dire che noi produciamo 100 e abbiamo 130 di debito.

Ne avrà chiamati un bel po’ e avrà chiesto loro: “Ma se io faccio partire ‘sto governo del Matteo e del Giggino, tu ci presti ancora i soldi, cioè ci compri ancora i nostri titoli di stato quando scadono?

Sticazzi! – gli avranno risposto quelli – Piuttosto i miei soldi li vado a investire in Burundi!

E mo’ il Matteo e il Giggino sproloquiano che loro avrebbero fatto quisquilie e pinzillacchere se avessero potuto governare, se non ci fosse stato quel cattivaccio con i capelli bianchi.

Pazienza… Li sentiremo sparare minchiate ancora per qualche mese.

P.S.: quello che mi fa più incazzare è che all’università mi sono sorbito un manuale di diritto costituzionale di 800-900 pagine e adesso devo sentire le lezioni dei soliti sapientoni al bancone del bar!

 

29 Maggio 2018 Posted by | Politica | | 2 commenti

Quando si diventa grandi…

monica-bellucciStasera mi sono rivisto Manuale d’am3re, già visto a suo tempo al cinema e fattore scatenante di elucubrazioni sul genere femminile contenute nel mio post dell’epoca (quasi sei anni passarono; mamma mia come passa il tempo, come invecchiate…).

Però stasera c’è stata una frase pronunciata nel primo episodio che mi ha fatto riflettere.

C’è un momento – dice il protagonista – nel quale ci si accorge di essere diventati grandi“.

Ecco, io mi sono ricordato del momento nel quale mi sono accorto di essere diventato grande, mio malgrado. Non mi ricordo né l’anno, né il mese e tanto meno il giorno, ma il momento sì, quello me lo ricordo benissimo. E’ stato quando di fronte a un problema familiare (all’epoca vivevo con i miei genitori), mi sono accorto che non potevo più chiedere aiuto a loro, ma erano loro che lo chiedevano a me: il problema lo dovevo risolvere io.

E quello è stato solo il primo di una lunga serie, come accade nella vita.

Cioè, come dovrebbe accadere, perché ci sono persone che i problemi più importanti continuano a farseli risolvere dagli altri. Per una serie fortuita (per loro) di circostanze, si trovano nella posizione per cui qualcun altro è tenuto a risolvere i loro problemi, per evitare guai non tanto a loro, quanto ad altre persone che non hanno colpe.

Lo so che il discorso forse è un po’, contorto, ma accade proprio così a volte. Fidatevi.

Mina – Oggi sono io

17 gennaio 2017 Posted by | Film, Smancerie pseudo-sentimentali, Storie ordinarie | , , | 19 commenti

Cronaca breve di lievi ricordi mattutini

storia illustrataIeri sera sono andato a letto, come spesso accade, verso mezzanotte, ma alle cinque ero già sveglio.

Troppi pensieri sgomitavano nella mente, ragion per cui ho deciso di metterli a tacere iniziando un nuovo libro: Declino e caduta dell’impero romano di Edward Gibbon.

Non faccio mistero che mi sono sempre piaciuti i libri di storia; mi piace leggere le cose del passato.

Ricordo che in terza media avevo un anziano professore di storia, ormai prossimo alla pensione. Ci guidava bonariamente nei meandri del programma ministeriale, osservando quei brufolosi adolescenti che a tutto pensavano, fuorché a studiare le cose dei nostri avi.

Quando si accorse che a me piaceva la storia (e, di conseguenza, odiavo il manuale scolastico, triste sfilza condensata di date, re e generali), mi portò una decina di numeri della rivista Storia Illustrata, un mensile di divulgazione storica che, con stile snello e colloquiale e con tante fotografie, cercava di soddisfare le curiosità degli amanti del genere.

Conservo ancora quei vecchi numeri, con le copertine consunte e un po’ sbiadite (possiedo anche il numero della foto), ai quali ne seguirono alcuni altri, quando le mie modeste finanze mi permettevano di comprarli.

L’anno successivo, in prima liceo, avevamo un professore d’italiano, latino e storia che, per la sua formazione, era più adatto al liceo classico che allo scientifico. Era persona di mezz’età, estremamente colta e affabile e lo ricordo ancora adesso per il tono gentile della sua voce, i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri. A tratti sembrava quasi un angelo piovuto dal cielo per cercare di acculturare un po’ quella massa di adolescenti che, benché alle superiori, rimanevano alquanto brufolosi e, nella maggior parte dei casi (e io ero tra questi), estremamente imbranati con le ragazze.

Una volta assegnò alla classe una ricerca di storia, da svolgersi su testi diversi da quelli scolastici.

Io portai la mitologia greca (un po’ ruffianamente, sapendo della sua passione per la Grecia antica) e quando venne il mio turno, esposi alla classe il risultato delle mie fatiche (e allora erano fatiche più di ora, perché mica c’era il web…).

A un certo punto della mia esposizione iniziai a parlare di Esculapio, il dio della medicina.

“Certo certo – sussurrò il professore, socchiudendo gli occhi come per assaporare meglio quelle notizie – Esculapio che in greco si diceva…”

Fece finta di non ricordare il nome greco e io non mi accorsi che quella forse era semplicemente una prova per saggiare la mia preparazione.

Così risposi, con estrema naturalezza: “Asclepio” e ciò mi valse uno sguardo di ammirazione e un voto di tutto rispetto.

Ricordi del passato…

Mi sono tornati in mente leggendo questo libro di Edward Gibbon, storico inglese del settecento, che ha scritto un’opera che ancora oggi è una pietra miliare del suo genere. L’edizione che sto leggendo è un compendio di 500 pagine dell’opera completa, che ne consta circa 3.000.

Io sono arrivato a pagina 30, quindi ne ho letto finora l’1%, ma mi ha colpito una cosa: in queste 30 pagine non vi è una sola – che sia una – data. L’autore ha già parlato di quattro imperatori e li ha collocati in un periodo che va dalla fine del 1° secolo a tutto il 2°, ma di nessuno di questi ha sfornato date.

Ecco, a osservare i testi scolastici della piccola, mi accorgo che la nostra scuola è proprio molto ma molto arretrata. Molto più di un autore del 18° secolo…

 Moby Dick

4 novembre 2014 Posted by | Ricordi | | 11 commenti

Chi mi aiuta a spegnere il computer?

Windows_8_start_screenQualche mese fa, le mamme di due amiche di mia figlia mi hanno detto che avevano intenzione di iscriversi a facebook, perché di lì a poco le bambine avrebbero iniziato a navigare su internet e non volevano farsi trovare impreparate nel poterle controllare.

Beh, – ho pensato – io in fondo sono messo meglio: su facebook ci sono già e, malgrado la mia notoria sfiga sugli aggeggi tecnologici, mi arrabatto abbastanza. E’ vero che non ho ancora capito come funziona twitter, ma c’è tempo… ”

Ho pensato, insomma, che avrei avuto ancora qualche anno di tempo, prima che la piccola mi surclassasse anche in questo settore, considerando anche il fatto che mia figlia finora si è mostrata scarsamente attratta da internet, limitandosi a utilizzarlo – sotto la mia vigile vigilanza – soltanto per stampare disegni da colorare e vedere qualche video di cartoni animati.

E invece…

E invece il diavolo, che notoriamente fa le pentole e si mangia anche quello che c’è dentro, si è presentato per Natale sotto le spoglie dei nonni.

Già, perché i nonni hanno pensato bene di regalare alla piccola un pc e quando al telefono mi ha detto: “Poi ci pensi tu a metterlo a posto, vero?” mi sono venuti i sudori freddi.

Supponevo che il nuovo pc avesse il temuto Windows 8, ma alla fine mi sono tranquillizzato: “E che sarà mai? – mi sono detto – In fondo ho usato il Windows 95, il Windows 98, il Windows 2000, il Windows Millenium (una tragedia!), il Windows XP, il Windows Vista e ora il Windows 7, figuriamoci se non me la cavo anche con il Windows 8!

E così, quando è tornata a casa dalle vacanze natalizie dai nonni, la piccola mi ha mostrato soddisfatta il nuovo pc, invitandomi (rectius: obbligandomi) a metterglielo in funzione.

L’ho acceso e ho visto la nuova, mitica schermata iniziale (rectius: interfaccia), ho configurato uomo disperato dl pcl’accesso a internet e ho tentato – senza riuscirvi – di installare l’antivirus/firewall/ecc., rimandando l’operazione a tempi migliori. Quando la piccola mi ha chiesto di spegnerlo, sono iniziati i guai: come cazzo si spegne un pc con il Windows 8? Soltanto in quel momento mi sono accorto di essere privo dei miei tranquillizzanti punti di riferimento: le tradizionali icone che hanno accompagnato tutta la mia vita informatica. Dopo vari tentativi, non ero ancora riuscito ad arrestare la macchina infernale.

Papà, perché non lo spegni?

Dopo aver dato un’occhiata al livello della batteria, ormai prossimo allo zero, ho risposto: “Ehm… vedi… le istruzioni dicono che la prima volta è meglio che il pc si spenga da solo” e ho lasciato che la batteria esaurisse la sua carica.

Confesso che mi sono sentito una merdaccia.

Qualche giorno dopo, la piccola è tornata alla carica, volendo stampare dal suo pc alcuni disegni da colorare. Allora io mi sono messo accanto a lei con il mio pc e, guglando guglando, ho cercato informazioni su come spegnere un computer provvisto di Windows 8. Così, quando ha finito di stampare e mi ha chiesto di spegnere il pc, perché lei non era capace, sono intervenuto prontamente: “Faccio io!” ho esclamato, e ho iniziato a mettere in pratica le istruzioni lette, ma non c’era niente da fare. Il pulsante spegni non saltava fuori da nessuna parte.

Sbatacchiando la freccetta del mouse da una parte all’altra dello schermo, ormai in preda a una crisi isterica, finalmente si è aperta una specie di finestra semitrasparente, all’interno della quale vi era il maledetto pulsante. Con tutta la delicatezza possibile vi ho spinto sopra la freccetta e ho cliccato, osservando compiaciuto la spia della macchina infernale esalare l’ultimo respiro.

Hai visto come si fa? – ho declamato alla piccola – Impara!

Dopo alcuni giorni si è ripresentata la stessa scena e quando è stato il momento di spegnere il pc, ho cercato di mettere in atto le stesse manovre della volta precedente, senza successo.

Ho cercato quindi di ricostruire esattamente la stessa sequenza delle operazioni compiute l’ultima volta, ricostruendo minuziosamente anche l’ambiente circostante: c’era l’acqua per la camomilla sul gas; indossavo una maglietta bianca e le mutande grige; a cena avevo mangiato pasta al ragù; il pc era orientato in direzione dello zenit.

Niente.

Sfiorando la licantropia, ho sentenziato: “Forse qui bisogna comprare un manuale per utilizzare questo c… di sistema operativo!

Forse…” ha replicato lei, mentre ha continuato a colorare tranquilla e beata i suoi disegni.

Forse è ora di aggiornare le mie conoscenze informatiche…

Music!

8 marzo 2013 Posted by | Diavolerie tecnologiche, Storie ordinarie | , , | 20 commenti

Colpi di fulmine

colpi-di-fulmineTanto per passare un “quasi due ore” sorridendo un po’.

Anche se il film è un po’ banalotto e non è mica vero che contiene tutte queste cose qui.

Certo, non è più un cinepanettone, ma comunque è ben lontano da film come Manuale d’am3re o di Immaturi, che hanno ben altro spessore.

Non fosse per Luisa Ranieri, che da sola vale tutto il film, ci sarebbe ben poco da vedere.

30 dicembre 2012 Posted by | Film, Storie ordinarie | | 13 commenti

Dalla precarietà del lavoro alla precarietà della vita

Prendete un nano (uno di quelli di Biancaneve, per esempio) e ripetetegli mille volte al giorno che lui è un gigante. Dopo un paio di mesi di questa cura, portatelo in un asilo nido: se ancora aveva qualche dubbio in proposito, si sarà convinto del tutto che lui è un torregginate e imponente spilungone.

Così funzionano le leggi della persuasione e della convinzione: continuare a ripetere un concetto, anche se è il più assurdo, irragionevole, folle; anche se in fatto di logica è una bestemmia.

Così è per il famoso articolo 18.

Premetto che ho scarsa simpatia e fiducia nei sindacalisti: hanno assorbito anche loro l’aria che tira e si sono specializzati nella difesa dei farabutti (forse perché buona parte di loro è effettivamente un farabutto). Se dovessi giudicare il sindacato dalla faccia e dalle parole di Landini, sarei quasi propenso a vietarlo per legge, ma qui il problema travolge anche uno degli ultimi parolai rossi.

Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

In Italia ci sono sostanzialmente due tipi di licenziamento.

Il primo è il licenziamento per giustificato motivo. Il giustificato motivo può essere oggettivo, cioè legato all’azienda (esempio: crisi aziendale, ristrutturazione, ecc.), oppure soggettivo, cioè legato al lavoratore (esempio: lo scarso rendimento o l’insubordinazione). Il licenziamento per giustificato motivo esisteva anche prima dello Statuto dei lavoratori e prevede il preavviso.

Il secondo tipo è il licenziamento per giusta causa. Questo tipo di licenziamento presuppone, in sostanza, che venga a cessare il rapporto fiduciario tra l’imprenditore e il lavoratore. E’ talmente grave, che non c’è nemmeno preavviso: il rapporto di lavoro cessa immediatamente.

Il licenziamento per giusta causa può anche non essere collegato all’attività del lavoratore. Uno degli esempi classici che fa il mio manuale di diritto del lavoro è quello dell’insegnante in una scuola cattolica che divorzia: secondo alcune teorie può essere una giusta causa di licenziamento. Quello può essere l’insegnante migliore del mondo, ma il divorzio (fatto assolutamente personale) può fare cessare il rapporto fiduciario con la scuola di orientamento cattolico e quindi contraria al divorzio civile.

Non parliamo poi dei licenziamenti “mascherati”, nei confronti dei lavoratori a tempo determinato, dei collaboratori, delle finte partite iva. Non parliamo dei licenziamenti in bianco firmati al momento dell’assunzione. Non parliamo dei licenziamenti  per il passaggio da una società a un’altra (simile alla prima, ma con nome diverso).

Orbene, una persona normale cosa dovrebbe pensare?

Si può licenziare per crisi aziendale o per ridurre i costi, si può licenziare un lavoratore fancazzista, si può licenziare quando cessa il rapporto fiduciario. Ci sono centinaia di forme contrattuali possibili. Cosa occorre oltre a questo per tutelare le imprese?

E invece no.

Da anni ci stanno bombardando dicendoci che una persona normale aborrisce questo sistema, che è arcaico, ingiusto, tutela soltanto alcuni e non tutti, disincentiva gli investimenti, ecc.

Insomma, ci stanno raccontando un sacco di balle.

Ma allora ci si potrebbe chiedere: se tutta questa manfrina dell’articolo 18 è una bufala, perché continuare a insistere, a rischiare lo scontro sociale per nulla?

Qui sta il punto.

Al nano di cui sopra, non è sufficiente che gli raccontiate che è un gigante. Dovete anche dirgli: “Ma come, non ti vergogni? Tu sei così alto e gli altri t’arrivano sì e no al ginocchio! Visto che non possiamo certamente accorciarti, ti diamo periodicamente una bella dose di randellate, così sarai costretto a camminare curvo e a testa bassa, così sarai uguale agli altri” e avrete risolto il problema.

Il fatto è che qui si vuole passare dalla precarietà del lavoro alla precarietà della vita.

Vogliono che la gente si alzi al mattino e pensi: “Speriamo che oggi al mio capo piaccia il mio vestito, la mia pettinatura, che gradisca l’abbinamento delle scarpe con la borsa. Speriamo che nel fine settimana non abbia trovato un’altra segretaria con le tette più grosse delle mie. Altrimenti mi licenzia in quattro e quattr’otto”.

Conosco un’obiezione: il sistema attuale non consente il licenziamento dei fancazzisti, che i giudici reintegrano con l’aiuto dei sindacalisti.

A parte il fatto che occorrerebbe chiarire qual è l’entità del problema, non si capisce perché al limite non si intervenga su questo punto, senza scatenare una guerra mondiale.

Perché l’obiettivo non è questo, ovvio. Il problema del cosiddetto “articolo 18” non è economico e nemmeno giuridico, è essenzialmente morale. E la nostra società la morale se l’è ormai messa sotto ai piedi, spiaccicandola coma una cicca di sigaretta fumata e gettata via.

Sarebbe necessaria una levata di scudi morale, non di difesa, ma di attacco, per spazzare via tutte quelle oscenità contrattuali introdotte negli ultimi anni (anche per merito dei soloni del centro sinistra). E per avviare finalmente un processo civile di riconoscimento del lavoro (retribuito il giusto e rispettato) per quello che è: uno dei fondamenti della nostra società.

Ma tant’è…

P.S.: e poi non dite che sono comunista, eh?

7 febbraio 2012 Posted by | Politica, Sani principi | , | 27 commenti

Si parte!

Domani si parte per il mare con la piccola.

Otto giorni di animazione, di balli, di tuffi, di giochi (per lei); di speranzoso relax (per me).

Vediamo un po’ i libri che quest’anno ma faranno compagnia sotto il sole assolato dell’adriatico.

Anzitutto una conferma: da alcuni anni ogni mia vacanza inizia con il mio fumetto preferito: Martin Mystere.

In realtà Martin Mystere (soprannominato “il detective dell’impossibile”) non è soltanto un fumetto. E’ un personaggio incredibilmente normale creato da Alfredo Castelli che si trova di fronte a misteri del passato riaffiorati nel presente, ma che ha a che fare anche con aspetti molto più “normali” della vita di tutti i giorni (uno per tutti: la malattia)

Martin Mystere non è un fumetto “usa e getta”, ma un salto nel fantay, nell’archeologia, nel mistero; in una parola: nell’avventura.

Le sue avventure sono particolarmente intriganti, in compagnia di Java (grugnente uomo neandertaliano) e la fidanzata (che forse si è deciso a sposare) Diana.

Il numero speciale dell’estate 2011, con allegato un albo, mi aspetta ancora intonso, pronto per lo scartamento sotto l’ombrellone.

Il secondo libro che ho deciso di portarmi è Il cerchio capovolto, della casa editrice I sognatori.

I sognatori è una piccola cada editrice di Lecce. Vende soltanto tramite internet e svolge egregiamente il suo ruolo di casa editrice.

La incontrai per la prima volta nel 2007, in occasione della prima edizione del concorso letterario “Un sogno dentro un sogno”, nel quale ebbi l’onore di risultare tra i vincitori, con relativa pubblicazione nell’antologia del premio.

Questa è la raccolta dei racconti vincitori della prima edizione del concorso letterario che porta lo stesso nome del volume e al quale avrei voluto partecipare, se Bibùlo non avesse assorbito gran parte delle mie energie (letterarie, eh? 😉 ).

Però, dal momento che a settembre scadono i termini della seconda edizione del concorso e il mio raccontino sta sempre lì, voglio vedere se il mio sarebbe stato (e sarebbe) all’altezza dei vincitori.

Il terzo libro che ho intenzione di portare è Canale Mussolini di Pennacchi, vincitore del Premio Strega 2010.

Io in genere non acquisto i cosiddetti best seller, ma a volte, come in questo caso, faccio un’eccezione. Vado a fiuto e in genere c’ho azzeccato, con l’unica eccezione di quell’autentica ciofeca di “La solitudine dei numeri primi”. Questo ce l’ho parcheggiato in prima fila sulla libreria del salotto da un anno, in attesa che arrivi il momento di leggerlo. Infatti, non sta scritto da nessuna parte che uno deve leggere subito i libri che compra: c’è un momento per acquistarli, c’è un momento per leggerli.

Senza fretta. Ve lo dice un cinquantunenne…

E poi come posso non portare un giallo? Ne ho trovato uno sepolto in fondo alla libreria (sempre la stessa di prima): Scuola omicidi (e quale miglior titolo?).

Due romanzi brevi (Agatha Christie e Q. Patrick, pseudonimo che nasconde diversi autori) nonché un racconto di quel genio che è stato Cornell Woolrich.

Questi libri bastano per otto giorni di mare?

Sono anche troppi, direi. Io ho detto che li porto, mica che li leggo, anche perché, insieme a questi, me ne porto un altro paio.

Il primo è “Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia” di Sciascia.

Scritto nel 1977, acquistato e letto ai tempi del liceo mentre l’Italia era in preda alle BR, agli autonomi, agli indiani metropolitani ecc. ecc., lo sto rileggendo a distanza di 34 anni (praticamente una vita…).

Riprendendo la formula narrativa del Candido di Voltaire, Sciascia crea un personaggio che con la sua ingenuità e la sua semplicità, si scontra (ma in modo, oserei dire “leggero”) con le contraddizioni, le ambiguità, i compromessi, le mistificazioni della società.

Lo sto rileggendo perché Bibulo2 avrà una formula narrativa molto simile (mi perdonino i grandi Francois-Marie e Leonardo) e devo rinfrescarmi la memoria su come sono stati affrontate e risolte alcune situazioni.

E per finire, ma per finire proprio, quello che al momento ritengo il migliore manuale di scrittura che io abbia avuto tra le mani: Anatomia di una storia.

Diciamo che libri come questo aiutano nel lavoro di “falegnameria” per costruire una storia che stia in piedi.

Cioè, lo scrittore bonazzo della pubblicità che a tarda sera sorseggia un caffè decaffeinato e poi riprende tutto gongolante a scrivere chissà cosa non esiste.

Esistono tipi che, di giorno come di sera, con o senza caffè, si abbruttiscono perché non un capitolo, ma una pagina, un paragrafo, una frase, una riga, una parola non girano, non si legano, non fanno comunella.

Perché in una storia si incontrano tre elementi: il narratore, l’ascoltatore e la storia che viene raccontata. Il narratore deve indurre l’ascoltatore a credere di vivere l’esperienza in prima persona.

Il mondo narrativo – spiega l’autore – non risponde al motto “penso dunque sono”, ma a quello “voglio dunque sono”. Il desiderio alimenta il cambiamento e una storia descrive i desideri di qualcuno e le azioni e le lotte che dovrà compiere per appagarli, e le conseguenze e i cambiamenti che queste produrranno, ecc. ecc.

Ora vado a preparare la valigia, che altrimenti poi devo fare tutto di fretta e mi dimentico qualcosa.

Ci si rivede a settembre.

Fate le brave (e i bravi, ma noi uomini lo siamo di default).

27 agosto 2011 Posted by | Libri, Notizie dal mondo fatato, Storie ordinarie | , , | 22 commenti