Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

E l’abusivo ha pagato la sosta. A me

Caro M., ti scrivo pubblicamente per chiederti scusa per diversi motivi. Il primo: non sei neppure più un parcheggiatore abusivo, come tutti ci ostiniamo a definirti, semplicemente perchè non ne esistono più in natura di parcheggiatori abusivi, da quando sono stati introdotti i ticket con la targa impossibili da trafugare e rivendere. Resti un assiduo frequentatore del parcheggio dell’ospedale, in via XXI Aprile. Cerchi di vendere le tue cose, immagino tu sia arrivato dall’Africa, e scusami se non ho neanche fatto attenzione a cosa vendi. In realtà, appena ieri mattina ho parcheggiato l’auto in un posto libero (ce ne erano diversi), ho subito pensato, quando mi hai salutato con educazione, che mi volessi rifilare qualcosa ma non ho fatto caso a cosa.

Voleva vendermi qualcosa. Non avevo soldi. Avrei preso una multa.

Scusami per aver pensato al primo pretesto buono per liberarmi di te: non ho soldi. Vero, peraltro: neanche un euro di moneta, neanche una banconota dentro lo zaino. Andavo di fretta e sì, lo ammetto: prevedendo una sosta veloce, avevo pensato di non mettere il tagliando. Pubblica ammissione di furberia da due soldi, la mia. Tu hai insistito per parlarmi e io intanto mi allontanavo da te, e ti sventolavo sotto il naso come stupido sberleffo la carta di credito fiammante per ribadire non-ho-soldi e quindi, sottinteso, non aspettarti elemosina da me. Scusami perchè in realtà, vedendomi allontanare, mi stavi avvertendo di non lasciare l’auto senza ticket, «i controlli arrivano proprio a quest’ora del mattino». E mentre lo dicevi indicavi l’orologio. Scusami M., perchè ho continuato a ripeterti che non avevo un soldo e chissà che cosa hai capito. No, anzi. Hai capito benissimo. E mentre ti guardavo e tu guardavi me, neanche a farlo apposta, abbiamo visto arrivare l’auto del sorvegliante. Una sequenza di multe e io che – persuasa dagli eventi a essere una buona cittadina e decisa a fare il ticket – ho iniziato a frugare il fondo dello zaino. Senza arrivare a racimolare più di 60 centesimi. Un miraggio l’euro e 5 centesimi necessari. Allora tu mi hai detto: dai, non c ‘è problema, te li do io i soldi. E ti sei fiondato al parcometro più vicino. Avevi memorizzato persino la targa della mia auto. Ho preso dalle tue mani il biglietto e sono andata a metterlo a bordo. Ma ero così basita che non ce l’ho fatta. Te l’ho dovuto dire: io non ci credo che esistano persone che fanno così, senza neanche conoscersi. Tu non mi conosci, M., e io quell’euro potrei non passare più a lasciartelo. Mi viene la tentazione di non credere che esisti davvero. E poi ci siamo abbracciati, e tu sorridendo mi hai detto: a volte i poveri aiutano i meno poveri. Hai ragione, M. Mi hai fatto venire un groppo in gola e gli occhi umidi. Siccome temo (ma magari sbaglio) che tu questa lettera non la legga, stamattina passerò in via XXI Aprile a lasciarti una copia di “Libertà”. E scusami se non volevi che questa storia diventasse di tutti. Ma non ce l’ho proprio fatta a tenerla solo per me.

Dal quotidiano “Libertà” del 21 settembre 2022

17 ottobre 2022 - Posted by | Storie ordinarie |

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