Aquila Non Vedente

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Il cervello non ha età (3)

Parte seconda: il cervello pensante. La memoria.

Non pensate che nel cervello esista un unico sistema mnemonico, come un singolo hard disk. Il cervello è più simile a un laptop di alto livello dotato di venti o trenta hard disk separati e ciascun sistema ha il compito di elaborare uno specifico tipo di memoria. I sistemi comunicano tra di loro, ma non si sa in che modo.

Abbiamo per esempio la memoria dichiarativa, chiamata così perché si tratta di ricordi facili da dichiarare, che a sua volta è suddivisa in memoria semantica e memoria episodica. E poi c’è la memoria procedurale (quando mi siedo in auto per guidare, compio meccanicamente una serie di azioni, quasi senza accorgermene).

Una cosa che hanno in comune tutti i sistemi mnemonici è che si formano a partire da esperienze apprese.

La memoria semantica, una di quelle che serve a ricordare i fatti, non si deteriora con l’età, anzi, l’accesso al suo database aumenta con il passare degli anni.

Nemmeno la memoria procedurale si logora troppo in fretta, che rimane più o meno stabile.

Insomma, gli anziani hanno un cervello pieno di esperienze alle quali attingere e hanno un processo decisionale più ponderato e meno impulsivo: è più lento perché devono soppesare diverse alternative. Tutto questo potrebbe chiamarsi saggezza.

Peccato però che non tutti i sistemi mnemonici si mantengano bene con l’età.

La memoria di lavoro (in passato definita memoria di breve termine) non è semplicemente un deposito temporaneo di informazioni; è invece uno spazio dinamico, con componenti che hanno funzioni diverse.

I deficit della memoria di lavoro possono rivelarsi nei modi più imbarazzanti: si perdono le chiavi, ci si dimentica di quello che si stava per dire o per fare o si perde il filo. Il deterioramento può essere drammatico: tra i venti e i trent’anni si ottiene un punteggio di 0,6; a quarant’anni il punteggio è 0,2; a ottanta è di -0,6.

E c’è anche da dire che le abilità della memoria di lavoro sono ereditarie.

Anche la memoria episodica peggiora con l’età: tra i venti e i settant’anni c’è un calo del 33%. La memoria episodica unisce due elementi: le informazioni che vengono richiamate e il contesto a cui queste informazioni vengono riferite. Quest’ultimo elemento appartiene esclusivamente alla memoria episodica e prende il nome di memoria sorgente ed è proprio quest’ultima che viene messa fuori combattimento.

In un esperimento, alcuni soggetti giovani e anziani dovevano guardare delle persone che tenevano dei discorsi. In seguito è stato chiesto di richiamare alla mente i contenuti dei discorsi, poi di abbinarli alle persone che li avevano esposti. Giovani e anziani erano entrambi in grado di ricordare i contenuti (memoria semantica), ma per gli anziani era molto più difficile individuare la persona che li aveva pronunciati (memoria sorgente). A livelli acuti, siamo in presenza delle caratteristiche distintive dell’Alzheimer.

Che fare allora?

Tornare a scuola, sperimentare qualcosa di nuovo, acquisire l’abitudine dell’apprendimento permanente. Un cervello anziano è perfettamente in grado di apprendere cose nuove, ma per farlo occorre immergersi in ambienti dove si impara, tutti i giorni.

Occorre impegnarsi. O attraverso l’impegno ricettivo (imparare qualcosa passivamente, con rilassatezza), ma soprattutto con l’impegno produttivo (confronti attivi, stimolanti, persino aggressivi).

Anche insegnare ad altri è utile, imparare lingue nuove, praticare musica, lettura intensa, fare esercizio fisico e meditazione; dormire a sufficienza, mangiare sano e frequentare buone compagnie (vabbe’, qui cadiamo nel buonsenso…).

E, dulcis in fundo, stare alla larga dagli schermi a luce blu dei dispositivi elettronici (ettepareva…).

5 luglio 2021 Posted by | Libri, Storie ordinarie | | 1 commento