Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

10 aprile 2020

Il 10 aprile 2020 – me lo ricordo bene – cadde di venerdì.

L’Italia era piegata dal coronavirus, con una media di quasi 600 morti al giorno.

Non c’erano cure, le strutture sanitarie erano al collasso.

Non c’erano dispositivi di protezione individuale; le poche mascherine che si riusciva a reperire venivano riservate ai sanitari, che affrontavano il virus armati per lo più di coraggio e buona volontà.

La paura dilagava e l’unica risposta sembrava essere quella di chiudersi in casa.

Le attività economiche erano ferme, le strade deserte, il lockdown era totale.

Quel venerdì pomeriggio io presi l’auto e, munito di autocertificazione, mi recai presso la centrale elettronucleare di Caorso.

Qualche giorno prima avevo letto sul giornale locale che la società che gestisce la dismissione dell’impianto aveva donato all’ASL una fornitura di tute protettive. Allora avevo inviato una mail, chiedendo se potevano fare la stessa cosa anche con la mia azienda. Mi risposero affermativamente, a patto che fossimo andarti noi a ritirarle e così quel venerdì pomeriggio mi imbarcai per l’autostrada, diretto verso il paese della bassa.

Superati i controlli, mi riempirono il bagagliaio di preziose tute protettive, che sarebbero servite per gli operatori più esposti al rischio.

Ricordo ancora le chiacchiere con la persona che mi aveva aiutato a caricare il materiale in auto: era interessato a sapere come stavamo affrontando l’epidemia. Sentivo una sorta di spirito di solidarietà che poche volte avrei sentito in futuro.

E’ stato un periodo molto difficile. L’esposizione al rischio è stata enorme. Il lavoro era convulso, in preda a continue emergenze, qualche settimana sette giorni su sette, senza badare all’orario.

Ora abbiamo più cure, più DPI, abbiamo i vaccini, ma si è perso quello spirito di solidarietà, quel rispetto verso le persone più esposte che c’era un anno fa.

Oggi ci sono i coglioni che vanno in piazza a gridare che vogliono riaprire.

Perché li chiamo coglioni?

Ve lo spiego nel prossimo post.

Foreign affair

10 aprile 2021 - Posted by | Guerra al terrore, Storie ordinarie, Vita lavorativa |

8 commenti »

  1. Se siamo ancora in queste condizioni la colpa è solo di quei coglioni che negano il covid, che anche in zona rossa continuano a fare quello che gli pare, che portano la mascherina solo perché obbligati e quando si fermano a parlare se la abbassano, di tutti quelli che fanno giocare i bambini al parco senza mascherina, dimenticando che anche se sono asintomatici i bambini risultano lo stesso positivi e possono attaccare il virus ai familiari…..

    Commento di silvia | 10 aprile 2021 | Rispondi

  2. Come dire ? La mamma dei coglioni è sempre gravida !
    Il covid 19, non è sparito d’ incanto, basta leggere i resoconti giornalieri ( 300, 400 morti ogni giorno ), ma continua a mietere vittime …. e guai a noi se non ci adeguiamo alla norme sanitarie e non rispettiamo quel minimo ( mascherine, distanze … e quant’ altro ci raccomandano i medici ) di sicurezza !

    Commento di cavaliereerrante | 10 aprile 2021 | Rispondi

  3. Sono d’accordo! 😔

    Commento di ally | 10 aprile 2021 | Rispondi

  4. Si è persa l’unità e la solidarietà che c’era un anno fa, in tanti fanno quello che vogliono in barba alle regole, ed è questa una delle ragioni per cui siamo ancora qui a combattere. Non giustifico chi chiede di riaprire, ma in parte capisco chi in questo anno ha perso il lavoro, ha dovuto chiudere la propria attività, e non ha ricevuto che pochi spiccioli chiamati ristori

    Commento di Ehipenny | 11 aprile 2021 | Rispondi

    • Si è persa la solidarietà perché gli italiani non è che siano poi così tanto solidali.
      Forse lo sono quando hanno paura…

      Commento di aquilanonvedente | 12 aprile 2021 | Rispondi


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