Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Possiamo salvare il mondo, prima di cena

Perché prima di cena?

Perché l’autore, proseguendo il discorso del suo precedente libro Se niente importa, insiste sul concetto che continuare a mangiare animali provenienti dagli allevamenti intensivi distrugge il nostro pianeta.

Anche questo libro, come il precedente, è solidamente documentato e l’autore inserisce momenti della sua esperienza personale e dei suoi familiari nel corso della narrazione.

I cambiamenti climatici rappresentano la più grande crisi che l’umanità si sia mai trovata davanti e si tratta di una crisi che saremo chiamati a risolvere e contemporaneamente ad affrontare da soli. Non possiamo mantenere il tipo di alimentazione cui siamo abituati e al tempo stesso mantenere il pianeta cui siamo abituati. Dobbiamo rinunciare ad alcune abitudini alimentari oppure rinunciare al pianeta. La scelta è questa, netta e drammatica.

Quello che il libro promette di spiegare all’inizio, però, rimane un piccolo mistero: dato che la situazione è così drammatica – e non parliamo di secoli, bensì di decenni, cioè il tempo in cui vivranno i nostri figli – perché persistiamo in comportamenti che ci portano alla distruzione di massa?

Forse perché l’essere umano non è fatto per mobilitarsi a fronte di disastri futuri, anche se le loro avvisaglie sono già ben presenti. Anzi, direi che l’essere umano si mobilita solo se lui stesso è in pericolo in questo stesso momento, altrimenti chissenefrega!

Ma probabilmente c’è un altro motivo per questo menefreghismo di massa.

Nel mondo, l’impronta di carbonio media è di circa 4,6 tonnellate all’anno. Ovviamente, come nella statistica del mangiare i polli, quella dell’americano medio è di 19,8 tonnellate all’anno e quella del bengalese medio è di circa 0,29 tonnellate all’anno. Il Balgladesh, con il suo consumo medio di quattro chili di carne all’anno è anche uno dei paesi più vegetariani al mondo. Sei milioni di bengalesi sono già stati costretti a lasciare le proprie case a causa dei disastri ambientali e si prevede che altri milioni dovranno fare altrettanto nei prossimi anni.

Capito? I poveri pagano il prezzo maggiore dei disastri ambientali provocati dai ricchi. E’ per questo che non ce ne frega una beata mazza.

Jonathan Safran Foer (di origini ebree) fa notare che ogni anno muoiono tre milioni di bambini sotto i cinque anni per denutrizione. Durante l’olocausto sono morti un milione e mezzo di bambini. Viviamo un olocausto giornaliero e fingiamo di non accorgercene.

Ma forse la spiegazione di tutto questo sta nella storiella iniziale.

Nel 1942 un partigiano polacco di 28 anni, Jan Karski, si avventurò in una missione che dalla Polonia occupata dai nazisti lo portò a Londra e poi in America. Voleva informare i leader mondiali delle atrocità che i tedeschi stavano commettendo. Nel 1943 arrivò a Washington e incontrò il giudice della Corte suprema Felix Frankfurter, uno dei massimi giuristi americani, ebreo. Dopo avere ascoltato la storia di Karski, gli disse che “non posso proprio credere a quello che mi ha detto”. Dopo varie insistenze, precisò: “Non ho detto che lei stia mentendo. Ho detto che non sono in grado di crederle. La mia mente, il mio cuore, sono fatti in modo che non mi permette di accettarlo”.

Ecco, forse il segreto sta qui: sappiamo che stiamo distruggendo il pianeta, ma non siamo in grado di crederci.

31 Maggio 2020 Posted by | Libri, Storie ordinarie | | 2 commenti

Comunque…

… sono sempre vivo, eh?

Un po’ incasinato, ma vivo e pure vegeto.

Sono anche alle prese con la dieta.

Cioè, non è proprio una dieta, è più che altro un tentativo di perdere qualche chilo, diminuendo i dolci e aumentando verdura e frutta.

E’ che ce l’hanno tutti con me: mi regalano le torte!

Quell’attimo in più

 

30 Maggio 2020 Posted by | Un po' di me | | 10 commenti

Una poesia

Vorrei rilanciare questo post di un paio d’anni fa.

Lo faccio perché questa poesia mi è tornata in mente qualche giorno fa, non ricordo in quale occasione o per quale associazione d’idee.

Questa poesia, attribuita a Charles Bukowski, l’ho scoperta casualmente stasera in rete.

Non sono sicuro che si intitoli effettivamente così.

Non sono neanche sicuro che appartenga proprio a Bukowski.

So soltanto che è bellissima.

Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.

15 Maggio 2020 Posted by | Notti insonni | | 10 commenti

E quest’anno saranno sessanta…

Con questa emergenza sanitaria e con tutti i casini che ha provocato, mi stavo quasi (quasi) dimenticando che quest’anno compio sessant’anni.

Cioè, sono passati due decenni dall’inizio del nuovo millennio, da quando ci preoccupavamo che l’anno 2000 avrebbe fatto saltare tutti i nostri sistemi informatici, riportandoci all’età della pietra.

E invece non è successo niente, per lo meno quell’anno, ma quello dopo abbiamo assistito increduli a due aerei che abbattevano due immense torri a New York, nel cuore dell’America, e all’inizio di una lunga guerra ai terroristi, cioè a quegli stessi che una settimana prima li finanziavamo come nostri amici.

E l’anno successivo ci siamo ritrovati in tasca una moneta nuova, con tanti spiccioli che pensavamo che valessero niente, memori degli spiccioli della lira, e invece questi avevano un valore completamente diverso.

E poco dopo è nata mia figlia.

Insomma, il nuovo millennio è partito alla grande, mica ciufoli.

Avevo ancora grandi progetti a quel tempo, forse grandi illusioni. Poco dopo avrei lasciato definitivamente la politica e dopo qualche anno sarebbe andato in crisi il mio matrimonio.

La vita è proseguita con alti e bassi, mi dedicavo con frenesia alla scrittura, pubblicando qualcosina qua e là e sognando di diventare uno scrittore.

E’ stato alla fine del primo decennio che ho incontrato… ma lasciamo perdere. Le ferite ormai ricucite vanno lasciate stare, al massimo ogni tanto si accarezza la cicatrice.

Il secondo decennio è iniziato con la ricomposizione del mio nucleo familiare, ma non ho nemmeno fatto in tempo a prenderne coscienza che ecco che è arrivato lui: il cancro. Una presenza con la quale mai mi sarei aspettato di fare i conti: ad agosto saranno sei anni che c’ho a che fare.

Sei anni sono lunghi e non è ancora finita.

Certo, a volte penso che in fondo sono stato anche un po’ fortunato: non tutti possono raccontare di essere ancora vivi dopo un cancro, ma la battaglia per tornare normale non è ancora finita. Questo maledetto virus l’ha rallentata, ma sono pronto a riprenderla.

Il prossimo decennio sarà quello della pensione, di un cambio ancora più radicale delle abitudini di vita. Sarà anche quello della fine degli studi di mia figlia (vuole fare l’assistente sociale) e della sua entrata nel mondo del lavoro (spero). Chissà, forse anche quello della creazione di una famiglia sua.

Forse sarà anche il decennio del mio rincoglionimento definitivo.

Sarà il decennio in cui ci lasceremo alle spalle questa brutta epidemia? In cui diventeremo un po’ meno coglioni?

Speriamo.

Intanto oggi è arrivata una buone notizia: liberata Silvia Romano.

Elton John – I’m Still Standing

10 Maggio 2020 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 7 commenti

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

Se n’è andato quindici giorni fa Luis Sepùlveda, senza che io abbia mai letto alcunché di lui.

Da anni tengo in uno scaffale della libreria Un nome da torero, uno di quei libri che si comprano attratti da chissà cosa e poi non ci si decide mai a leggerli.

E così ho approfittato della ristampa del suo primo libro, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, per sbirciare nella sua opera.

E’ una piacevole novella di poco più di un centinaio di pagine che scivola via piacevole e veloce. La classica letteratura latino americana, in questo caso con uno sfondo realista ed ecologista.

Ma non ho comprato e letto questo libro soltanto per curiosità.

No.

La morte di Sepùlveda e quella di Giulietto Chiesa mi hanno riportato alla memoria un evento culturale che si è svolto a Piacenza per sette anni se non erro, quello di Carovane. Si trattava di una settimana tra fine agosto e inizi settembre che dal 2000 al 2006 rinvigorì la vita culturale di Piacenza e non solo. Una serie di incontri con artisti provenienti soprattutto dalle aree “povere” (economicamente) del mondo.

Malgrado io non sia mai andato a nessuna di quelle manifestazioni, ne ricordo il clima che creavano e l’incazzatura dei politici di centro destra, che ne decantavano l’inutilità e il cosiddetto “senso unico”.

Erano gli anni nei quali la provincia di Piacenza era ancora governata dal centro sinistra che, malgrado tutte le sue contraddizioni, qualcosa di buono riusciva a farlo: ora c’è il buio totale.

Insomma, mi sono fatto prendere ancora una volta dalla nostalgia: deve essere la mascherina che impedisce ai miei ricordi di spandersi in giro e restano così appiccicati alla mia memoria.

P.S.: la scorsa settimana ho fatto il famoso test sierologico per il coronavirus. Sono risultato non immune, cioè non ho preso il virus e quindi non ho sviluppato gli anticorpi.

PP.S.: la mascherina mi scivola e gli occhiali mi si appannano. In una parola: non la sopporto.

PPP.S.: voglio vedere quando ci saranno 30 gradi e oltre a fare la fila fuori dai supermercati, al sole e con la mascherina e poi a entrare dentro con uno sbalzo termico di 25 gradi. Chi non muore fuori gli prende una polmonite che il coronavirus gli farà un baffo.

3 Maggio 2020 Posted by | Libri | | 3 commenti

Rincoglionimento?

Credo che periodicamente il cervello vada resettato (vale per chi ce l’ha, ovviamente).

Essendo che oggi, 1° maggio, sono a casa dal lavoro, il mio cervello ha preso questo giorno come se fosse domenica.

Tutto quello che faccio/ho fatto, quindi, è calibrato sulla giornata festiva.

La qual cosa sarebbe comunque tollerabile, se non che, ovviamente, il mio cervello ragiona come se domani fosse non sabato, bensì lunedì.

Se domani stessi a casa dal lavoro, probabilmente il mio cervello si metterebbe un po’ in riga, ma considerato che domani devo andare a lavorare, credo che mi comporterò come se fosse non la fine della settimana corrente, bensì l’inizio della prossima, con tutte le conseguenze del caso.

Aprirò l’agenda su lunedì 4 maggio, guarderò gli impegni della giornata e inizierò a telefonare a destra e a manca e non trovando nessuno mi incazzerò e minaccerò ritorsioni devastanti, fintantoché non rientrerò nei ranghi.

Sperando che poi lunedì non lo scambi per mercoledì…

Mina – Ancora ancora ancora

1 Maggio 2020 Posted by | Pensieri disarcionati, Storie ordinarie | , , | 3 commenti