Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

L’uomo del gas

Nell’immediato dopoguerra nel mio paese un imprenditore diede vita all’azienda del gas.

Era una di quelle tipiche aziende di paese, con dipendenti del luogo che conoscono il territorio (e le persone che lo abitano) come le proprie tasche.

Uno di questi dipendenti “storici” divenne “l’uomo del gas“.

Lo conobbi alla fine degli anni ottanta, durante la mia prima esperienza come assessore. Era un signore di bell’aspetto, sempre in ordine, sbarbato, folti capelli neri ben pettinati. La sua professione gli forniva anche un certo carisma. Era sposato e aveva un figlio. Non aveva bisogno di tessere di riconoscimento quando si presentava per la lettura del contatore: tutti lo conoscevano.

Con il passare degli anni la piccola azienda del gas di paese venne venduta a una grande azienda, ma l’uomo del gas continuò a fare il proprio lavoro: ne rappresentava un po’ la memoria storica. Quando il figlio raggiunse la maggiore età fu assunto anche lui in azienda. Si somigliavano tantissimo padre e figlio: stessa corporatura, stessa capigliatura, il secondo avrebbe sicuramente ereditato la posizione del padre.

Sono passati tanti anni da allora. L’uomo del gas è andato in pensione, girano per il paese i nuovi automezzi della grande azienda con tecnici in trasferta e per i contatori si fa l’autolettura.

Da un po’ di tempo vedevo l’uomo del gas entrare e uscire dalla casa di riposo.

Pensavo avesse ricoverato qualche genitore o qualche altro parente. Sabato mattina ho fatto un giro nei reparti e l’ho visto nell’ala dove sono ricoverati i cosiddetti pazienti gra.d.a. (gravi disabilità acquisite): un acronimo per definire i pazienti gravemente cerebrolesi, quelli che possono stare per anni immobili in un letto, senza muoversi, senza parlare, nutriti artificialmente.

Mi stavo chiedendo cosa ci facesse lì, quando ha iniziato a spingere una carrozzina, venendo verso di me.

Quando mi è stato davanti mi si è gelato il sangue nelle vene: quello che stava in carrozzina, ridotto a un simulacro di sè stesso ma ancora riconoscibile dietro al suo sguardo perso nel nulla era il figlio.

“Ma quello – ho chiesto a un infermiere – è suo figlio?”

“Sì. – mi ha risposto – Viene qui tutti i giorni a spingere la carrozzina. Si legge il dolore sul suo volto. A volte si ferma tutto il giorno e capita che si addormenti sulla poltrona di fianco al letto.”

E’ in queste situazioni che si comprende come possa trasformarsi la nostra vita da un momento all’altro e quale dono sia ogni giorno che trascorriamo in salute…

La cura – Franco Battiato

 

 

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4 marzo 2019 Posted by | Storie ordinarie | | 8 commenti