Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Ci sentiamo dopo?

Ci sentiamo dopo?

Ti chiamo più tardi

Scusa, ora non posso

Se ci fosse un dizionario delle frasi scomparse, queste ci figurerebbero sicuramente.

Sono quelle frasi che, in tempi immemori, si dicevano quando qualcuno ti telefonava e tu ti trovavi in situazioni tali per cui non potevi conversare liberamente con il tuo interlocutore, ma non te la sentivi nemmeno di non rispondere, per cui rimandavi la telefonata a dopo.

E badate bene che in quei tempi immemori le telefonate riguardavano cose più serie di quelle di oggi.

Oggi?

Manco per le palle che ci si perde una telefonata!

Puoi stare in auto durante una manovra particolarmente impegnativa, puoi stare in bagno in un’altra manovra particolarmente impegnativa, puoi stare al supermercato mentre stai mettendo la spesa nel carrello, puoi stare in qualsiasi posto, ma se ti chiamano per sapere se la bistecchina della sera la vuoi impanata oppure alla griglia, tu ti senti in dovere di rispondere, anche a costo di bloccare le operazioni delle persone che ti stanno davanti/dietro/da parte/ecc.

Per non parlare dei messaggi: io i messaggi non li sopporto più.

Tutte le mattine, mentre sto andando al lavoro, appena salgo in auto e mi metto la cintura, deve scattare qualche strano meccanismo nella rete telefonica, perché il telefono fa bip bip. Dato che parcheggio vicino ai bidoni della spazzatura, sarà che lì il campo è più potente e mi arrivano anche i messaggi che ancora non mi hanno inviato.

Ovviamente non li guardo, però tutte le volte penso: ora mi compro un telefono da 50 euro che fa soltanto l’unica cosa per cui hanno inventato questi aggeggi infernali: telefonare.

Ma la cosa ancora più grave, secondo me, è che il telefono cellulare ha portato un vero e proprio mutamente antropologico nell’uomo: è cambiata la sua natura.

Ma di questo parlerò la prossima volta: ho appena ricevuto una telefonata!

Non mi disturba affatto

Annunci

29 settembre 2018 Posted by | Ricordi, Rimpianti, Sani principi, Storie ordinarie | , , , | 18 commenti

Follow up di settembre

E con la visita dall’otorino di oggi si sono conclusi pure i controlli settembrini.

Finora tutto ok: nessun segno di ripresa della malattia.

In questi controlli, come in quelli di luglio, ero stranamente tranquillo, forse troppo.

Non so fino a che punto questo sia positivo: in caso di complicazioni, la delusione sarebbe tremenda.

Nel frattempo continuo con la terapia dalla psicologa: desensibilizzazione dei ricordi negativi (e sono tanti).

E poi ho tante altre cose alle quali pensare.

Però mi rimane dentro un senso di precarietà che prima non avevo: è come se avessi un contratto a tempo determinato con la vita (ora non ditemi che lo sono tutti, perché c’è termine e termine…). Lo sento soprattutto quando sono fuori casa, in mezzo alle altre persone. E’ come se mi sentissi un alieno, come se fossi tornato da una missione nello spazio e avessi evitato per pura fortuna un buco nero, nel quale sarei potuto affogare, ma che ormai mi segue minaccioso, pronto a fagocitarmi in un attimo.

Perché se il cancro si dovesse ripresentare (sotto forma di recidiva o di nuovo tumore), accadrebbe proprio in un attimo.

Non so se questo senso di precarietà si potrà desensibilizzare, non credo. Ci dovrò convivere per tutto il resto della mia vita (qualsiasi sia la sua durata).

Ma per il momento non pensiamoci. Godiamoci questi ultimi giorni di sole di questo avvio autunnale.

 

25 settembre 2018 Posted by | Salute | | 13 commenti

La mente colorata

E’ un libro bello tosto da leggere, soprattutto per uno che l’Odissea l’ha studiata (si fa per dire) più di quarant’anni fa.

Praticamente l’autore analizza la figura di Ulisse, le differenze con gli altri personaggi dell’Odissea e dell’Iliade.

Ulisse discende indirettamente dal dio Ermes, padre di suo nonno; ama la famiglia e la casa, ma ha una vera e propria passione per la mistificazione e l’inganno. E’ estremamente curioso e malfidente: mette tutti alla prova.

E’ interessante il racconto che l’autore fa del ritorno di Ulisse a Itaca e del suo riappropriarsi della casa, della famiglia, del trono e soprattutto della moglie.

Quando Ulisse torna a Itaca, la dea Atena lo rende irriconoscibile nelle vesti di un mendicante. Atena è la dea che lo protegge e lo ama con una dedizione totale. Tranne Penelope, nessuna figura femminile giunge così vicina alla sua mente e al suo cuore: tra i due vi è un’affinità spirituale fortissima e una complicità intellettuale limpidissima.

Ulisse, giunto a Itaca, si dirige nel recinto di Eumeo, il porcaro, e rischia di essere sbranato dai suoi cani. Poi incontra il figlio Telemaco, che dapprima lo scambia per un dio. Il giorno dopo, davanti al suo palazzo, incontra Argo, il suo cane: sebbene vecchio e malato, lo riconosce e scodinzola, ma non riesce ad avvicinarglisi e muore.

Ispirata da Atena e dagli dei, Penelope propone la gara con l’arco, promettendo di sposare il vincitore, anche se non ha alcuna intenzione di mantenere la promessa.

Il massacro dei Proci non viene addebitato a Ulisse: la mano è la sua, ma il volere è degli dei.

Durante la strage Penelope dorme (della serie: io non c’ero, e se c’ero dormivo). Poi scende nella sala e si siede di fronte al mendicante. Ulisse non riesce a guardarla e nemmeno a parlarle.

I due si parlano attraverso Telemaco, fin quando Penelope dice la parola risolutiva:

Se veramente è Odisseo e a casa è tornato, certo noi due

ci riconosceremo anche meglio: perché anche noi

abbiamo dei segni, che noi soli sappiamo, nascosti agli estranei.

Penelope cerca un segno, ma non un segno qualunque, un segno segreto, nascosto agli estranei, fondato sulla sua memoria e su quella di Ulisse. A questo punto Ulisse sorride, l’unico suo sorriso nell’Odissea: manda via il figlio e viene lavato, profumato e vestito. Poi si siede di fronte alla moglie e per la prima volta le si rivolge direttamente: la chiama “donna incomprensibile“, che si rifiuta di riconoscerlo. Anche lei lo chiama “uomo incomprensibile“, perché non capisce ciò che desidera da lui: un segno segreto.

Siccome Ulisse non porta prove, Penelope decide di procurarsele con l’astuzia. Si rivolge a Euriclea, la dispensiera, e le dice:

Orsù Euriclea, stendigli il solido letto

fuori del talamo ben costruito che fece lui stesso;

portate fuori il solido letto e gettatevi sopra il giaciglio,

pelli e coltri e coperte lucenti.

Ulisse rimane sconvolto: quel letto solidamente fissato nel suolo, con le radici immerse nella terra, irremovibile, è il centro della sua vita, racchiude tutti gli aspetti della sua esistenza; il rapporto religioso con Atena, l’ostinata irremovibilità del carattere, il matrimonio, la fecondità della moglie, la casa cresciutagli attorno, il suo potere di re.

Il letto è il grande e segreto segno che solo Ulisse, Penelope e un’ancella conoscono e allora lui inizia a raccontare come, più di vent’anni prima, lo aveva costruito: il letto costruito nell’ulivo è il segno sicuro del quale Penelope può fidarsi; piange, abbraccia Ulisse, lo bacia.

E poi, con l’incontro del padre Laerte, la storia si avvia alla fine: probabile che il poema sia rimasto incompiuto, perché gli ultimi versi sono un po’ anomali.

Cosa ci insegna l’Odissea: secondo l’autore che malgrado le inquietudini, le soste, i viaggi nei paesi dell’immaginazione e della magia, dobbiamo accettare la realtà come è: Itaca.

P.S.: immaginate se, a causa della fortissima emozione (o di un attacco precoce di alzheimer), Ulisse non avesse ricordato subito del letto costruito nell’ulivo…

23 settembre 2018 Posted by | Libri | | 5 commenti

Il bagno (e qualche insegnamento fondamentale)

Mia madre e mia zia Enrichetta erano legatissime, forse perché erano le sorelle più giovani della loro numerosa famiglia e la differenza di età era poca.

Il marito di Enrichetta, Gaspare, era uno degli uomini più buoni che io abbia mai conosciuto: il suo fisico enorme, massiccio, contrastava con lineamenti incredibilmente delicati e un carattere mite e bonario.

Mio zio ha fatto per tutta la vita il bergamino, cioè colui che di giorno e di notte, per tutta la settimana e per tutto l’anno si obbligava con il proprietario di una stalla per curare le vacche. Un lavoraccio, dovendosi alzare tutte le notti per andarle a mungere, dovendo essere disponibile quando partorivano, quando veniva il veterinario, ecc.

Con i soldi risparmiati di questa vitaccia e di quella di mia zia (che faceva la donna di servizio – alias collaboratrice familiare – nelle case dei ricchi del paese), Gaspare e Enrichetta si costruirono una casa tutta loro, dopo aver abitato per anni in catapecchie di campagna.

Quando la casa fu abitabile, ci invitarono a cena (ci invitavano spesso a cena e io mantengo nel mio cuore dei ricordi bellissimi dei miei zii).

A un certo punto della sera mio padre chiese di andare in bagno e quando tornò sulla sua faccia stava stampato un malcelato senso di stupore: “E il bagno dov’è?” disse.

Il bagno non c’è – rispose Gaspare – ho finito i soldi.

In quella che era la stanza da bagno stavano soltanto un water e un lavabo di quarta mano, recuperati forse in qualche discarica nei dintorni.

Ecchecazzo! – disse mio padre (cioè, in realtà non disse proprio così, ma il senso era quello) – Me lo potevi dire, no? I soldi te li presto io e me li restituirai quando potrai. Preferisco darli a te piuttosto che lasciarli nelle mani di quelle sanguisughe delle banche (anche a proposito della banche non usò propriamente il termine di “sanguisughe”)!”

Io ero piccolo allora, avrò avuto sette-otto anni, ma questa scena la ricordo come fosse accaduta ieri.

Mio padre prestò i soldi a mio zio e lui si fece installare il bagno come Dio comanda e la volta successiva che andammo a cena da loro potemmo godere anche di quell’ambiente.

Ecco, questo episodio ha conficcato in me una regola chiara e semplice: i soldi servono non soltanto a se stessi, ma anche ai parenti e agli amici. A chi riscuote la nostra fiducia non bisogna mai far mancare un aiuto, anche economico, anche se sappiamo che forse quei soldi non li vedremo mai più. Anzi, proprio perché sappiamo che quei soldi non li vedremo mai più.

Perché c’è un una frase di Jack London che andrebbe affissa in tutte le scuole e gli uffici pubblici del nostro disastrato Paese:

Un osso al cane non è carità.

Carità è l’osso diviso con il cane, quando sei affamato quanto il cane.

Meditate gente…

Disco!

22 settembre 2018 Posted by | Ricordi, Sani principi, Storie ordinarie, Un po' di me | , | 9 commenti

Mi ha lasciato… (e io sono rincoglionito)

Parlo del mio pc di casa.

Dopo sette anni di fedele servizio, se n’è andato.

Mi ha lasciato il tempo di salvare su altro disco il contenuto dell’hard disk e poi ha smesso definitivamente di avviarsi.

Ora verrà sostituito con un modello più moderno, più potente, più sottile, più versatile, più…

Vabbe’… tutto si rompe. Almeno con questo non ho perso tutto il suo contenuto.

Però, tanto per non smentirmi, ho inserito la password per il tablet e non me la ricordo più.

Ho già fatto decine di tentativi, ma non c’è niente da fare: sono rincoglionito.

18 settembre 2018 Posted by | Diavolerie tecnologiche, Storie ordinarie | | 19 commenti

Sempre colpa di qualcun altro…

Pensavo proprio qualche giorno fa, osservando il comportamento di mia figlia, che ha ereditato (non so da chi) una delle peggiori abitudini: quella, di fronte a un problema, di lamentarsi.

Non so se questo sia un difetto prettamente italiano, ma so che ultimamente di è diffuso a macchia d’olio.

Quando sorge un problema, l’atteggiamento corretto ed efficace, secondo me, è quello di “mettersi le gambe in spalla” per risolverlo.

Intendiamoci, non è che uno non si possa lasciare andare a qualche geremiade, lamentela, piagnucolio, mugugno, lagnanza, duolo, brontolio, ma lo può fare per qualche minuto, non di più, poi basta.

Occorre anzitutto partire dal presupposto che nella vita non è che vada tutto bene, anzi è più facile proprio il contrario.

Il problema occorre analizzarlo, verificare quali sono le forse in campo (anche le proprie), trovare una soluzione ed evitare che si presenti in futuro, cioè curarne le cause e cercare di prevenirlo.

Se invece di fronte a un problema una persona comincia a prendersela con il “destino cinico e baro”, con la sfiga, con gli altri, con l’Europa, il riscaldamento globale, ecc., non risolverà mai un cazzo. Anzi, tenderà a cercare aiuto dagli altri e gli andrà bene finché lo trova, perché poi quando gli altri lo manderanno a quel paese, si ritroverà nella cacca fino al collo (e forse anche di più).

Spero (per lei) che cambi…

P.S.: non vorrei dare l’impressione di essere quello che sa tutto/vede tutto/impara tutto/è il più bravo/bello/intelligente/eccetera, perché non è così.

Anni fa, di fronte a un problema complesso, venni preso dal panico e scappai, fuggii, me la diedi a gambe insomma.

Avrei dovuto rassicurare la persona che avevo di fronte e invece non ebbi il coraggio di farlo.

A mia (parziale) discolpa posso dire che il mio non fu un comportamento doloso o colposo: non fuggii volontariamente, fu una reazione più forte di me.

Che si trattò di panico bello e buono lo capii dopo, anni dopo.

Porto ancora con me il rimorso di quel mio comportamento: non passa giorno che non ci pensi.

 

14 settembre 2018 Posted by | Sani principi, Storie ordinarie | 19 commenti

Se tu mi dimentichi

Questa è una bellissima poesia del grande Pablo Neruda.

E’ l’unica poesia che io, decenni fa (ma tanti), dedicai a una donna.

Che infatti mi dimenticò…

La poesia rimane comunque bellissima.

Se tu mi dimentichi

Voglio che tu sappia
una cosa.

Tu sai com’è questa cosa:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se tutto ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti poco a poco.

Se d’improvviso
mi dimentichi
non cercarmi,
ché già ti avrò dimenticata.

Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare nuova terra.

Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amore mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.

Pablo Neruda

Letta da Ferruccio Amendola

12 settembre 2018 Posted by | Ricordi, Rimpianti | , | 8 commenti

Il paese più bello del mondo

E’ che nell’ultimo fine settimana ho approfittato di questo scampolo di estate settembrina per fare un salto in quel della Liguria, compreso quello che per me è il paese più bello del mondo: Portovenere.

E in particolare di Portovenere mi piace percorrere il sentiero che costeggia il castello e arrivare su fino in alto, volendo anche fino a quel promontorio che si vede nella foto.

E poi proseguire…

Mi sono ripromesso di tornare la prossima primavera, con l’attrezzatura adatta per salire su fino in cima.

Ottimista, eh?

11 settembre 2018 Posted by | Notizie dal mondo fatato | | 9 commenti

Il difficile…

… non è dire “ti amo”.

E’ dire “per sempre”, perché allora il verbo va coniugato al futuro.

P.S.: questo post è rimasto tra le bozze per circa sette anni. Chissà a cosa pensavo allora…

 

4 settembre 2018 Posted by | Musica, Pensieri disarcionati, Sani principi, Storie ordinarie, Un po' di me | 18 commenti

L’Agnese va a morire

Ci sono dei libri che fanno parte della nostra storia (nostra di …enni, perché la maggior parte dei giovani manco sa cosa sono i libri).

L’Agnese va a morire di Renata Viganò è uno di questi.

Una delle opere letterarie più limpide e convincenti che siano uscite dall’esperienza storica e umana della Resistenza. – la definisce Sebastiano Vassalli nell’introduzione – Un documento prezioso per far capire ai più giovani e ai ragazzi delle scuole che cosa è stata la Resistenza: una guerra di popolo, la prima autentica guerra di popolo della nostra storia”.

Chiare e lapidarie le parole di Vassalli, contro tutti quelli che da anni di dannano per dimostrare che, in fondo in fondo, forse i partigiani erano un po’ migliori dei fascisti e dei tedeschi, ma soltanto un po’.

E invece noi veniamo da quella lotta, anche se non ha coinvolto tutta l’Italia.

Ricordo quando, da piccolo, i miei genitori e i miei zii mi raccontavano le storie della guerra, dei fascisti, dell’occupazione tedesca. Faticavo a immaginare che in quelle stesse zone dove c’erano immensi filari di viti, e cascine, e stalle, qualche decennio prima vi fossero sparatorie tra italiani e con i tedeschi; che vi fosse un aereo (il famoso “Pippo”) che mitragliasse qualsiasi luce notturna; che si dovesse lottare per trovare la farina per il pane, l’olio, il burro (noi che eravamo e siamo abituati a entrare al supermercato e uscire con tutto e di più di quello che ci serve).

Ho voluto rileggerlo questo libro e l’ho comprato mentre ero in ferie, unica copia rimasta in una libreria Feltrinelli strapiena di ultime novità. Se ne stava schiacciato tra libri più massicci. Chissà se sarà stata rimpiazzata quell’unica copia presente.

C’è una frase, un modo di dire dell’Agnese, che mi è rimasta impresso: “Quel che c’è da fare si fa“.

Non è un’affermazione di resa; non è la supina accettazione di un ordine, al contrario: è una manifestazione di volontà e di determinazione: poche ciance, se bisogna fare quella cosa, gambe in spalla e muoviamoci.

E’ il contrario dell’armiamoci e partite di fascistica memoria: è il segno dell’assunzione di responsabilità. Il contrario di quello che avviene oggi, che di fronte ai problemi è sempre colpa di qualcun altro che ci mette i bastoni tra le ruote.

Avrebbe potuto essere un motto di un’Italia migliore, se non fossimo sprofondati così in basso.

Buona settimana a tutte/i.

Aggiornamento dell’ultima ora: Milan-Roma 2-1  🙂   🙂   🙂

2 settembre 2018 Posted by | Libri | | 1 commento