Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Gender – la rivoluzione

gender-revolution-ngm-coversIl numero di gennaio 2017 di National Geographic è dedicato al tema dell’identità di genere. Un tema – si legge nell’introduzione – che da noi viene troppo spesso liquidato con dogmatismo o moralismo.

Appena imparano a parlare, quasi tutti i bambini affermano un’identità di genere (maschio o femmina) conforme al sesso biologico. Con la crescita, però, l’identità di alcuni diventa meno netta. Intorno ai due anni di età i bambini diventano coscienti delle differenze fisiche tra maschi e femmine. A quattro anni, quasi tutti hanno ben chiara la propria identità di genere; nello stesso periodo i bambini imparano a comportarsi in base ai ruoli di genere e a comportarsi ” da maschi” o “da femmine” quando si tratta di scegliere giocattoli, vestiti, attività amici.

Quando i bambini hanno interessi e capacità diversi da ciò che la società si aspetta sono spesso soggetti a discriminazione e bullismo. Per alcuni bambini l’identificazione con l’altro genere può essere temporanea; altri che si sentono di genere non conforme nella prima infanzia diventano adulti transgender. Le cause sono probabilmente sia biologiche, sia sociali. E’ fondamentale che i genitori amino incondizionatamente i propri figli e li accettino per quello che sono. Le ricerche indicano che il genere è definito dalla nascita e che non c’è modo di intervenire per cambiarlo.

Mentre l’identità di genere di solito si evidenzia nella prima infanzia, l’orientamento sessuale (che si riferisce alle persone di cui ci si innamora o da cui si è attratti) si manifesta successivamente. Le ricerche mostrano che, al pari dell’identità di genere, l’orientamento sessuale non può essere cambiato.

Sono contento che una rivista seria si occupi di questo tema, spesso soggetto a commenti idioti.

Però, per uno che è abituato a pensare in termini di maschio/femmina/epoiquelliunpo’diquaeunpo’dilà, mica è facile districarsi tra tutte le categorie che ci sono: queer, androgini, bi-gender, transboy, persone non binarie intersessuali, cisgender, genderfluid…

Ecchecaspita!

Ai miei tempi tutto era più semplice: o stavi de qua, o stavi dellà!

Buona settimana a tutte/i.

Banco del Mutuo Soccorso – Paolo Pa

29 gennaio 2017 Posted by | Manate di erudizione, Storie ordinarie | , | 20 commenti

Per non dimenticare

schindlers-listIeri sera ho visto in tv Schindler’s List.

A volte anche la televisione riesce ad avere momenti “alti”, purtroppo sempre meno frequenti.

Nelle settimane scorse, quando stavo a casa in malattia mi sono visto diversi documentari sulla follia nazista; riesco sempre a stupirmi di quanto sia potuto accadere in Europa 70-80 anni fa, a opera non solo di psicopatici, ma anche di “normali padri di famiglia”.

E mi stupisco ancora di più che da settant’anni l’Europa occidentale sia in pace (credo che sia il periodo più lungo).

Mi rigiro tra le mani il libricino (piccolo per dimensioni ma enorme per il contenuto) di Primo Levi, Se questo è un uomo e oggi come allora mi colpiscono i versi introduttivi del testo:

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici

Considerate se questo è un uomo

“Quando vediamo il Male fatto dagli altri – scrive Foa nell’introduzione – dobbiamo combatterlo a viso aperto, ma dobbiamo anche e sempre contrastare in noi stessi ogni tentazione di intolleranza, di disprezzo, di negazione degli altri.”

Ma il Male spesso, si traveste, si spaccia per altro, si nasconde: efficienza, successo, ricchezza, managerialità, modernità… Hai voglia.

Francesco Guccini – Auschwitz

28 gennaio 2017 Posted by | Film, Libri, Politica | , , | 13 commenti

Nostalgia…

kataweb1Della genesi della parola nostalgia ne ho già scritto qui, adesso voglio parlare di un vero e proprio attacco di nostalgia (un altro?) avuto ieri quando una persona ha pubblicato un post su facebook ricordando gli anni nei quali avevamo i blog su Kataweb e si era formata una solida rete di amicizie.

Alcune di quelle persone si ritrovano ora su facebook; alcune sono scomparse dal web; qualcuna purtroppo è scomparsa anche dalla vita.

Qualcuna di quelle persone l’ho conosciuta personalmente o telefonicamente, ma con la maggioranza di esse si era sviluppato un “comune sentire” che andava al di là della conoscenza diretta ma era qualcosa di profondo, sincero, reale. Mi sono appassionato alle loro storie e loro probabilmente alle mie. Storie, avventure, peripezie, disgrazie anche, che si sentiva il bisogno di raccontare in un luogo pubblico, sicuri di raccogliere quell’empatia che forse era insufficiente nella vita reale.

Ricordo i miei problemi di quegli anni, ma al confronto di quelli di oggi mi sembrano quisquilie. Avevo ancora la voglia di pensare a lunga scadenza.

Di quella compagnia sono uno dei pochi rimasti nella cosiddetta “blogosfera”. Chissà perché…

Ai posteri l’ardua sentenza.

Cocciante – Celeste nostalgia

27 gennaio 2017 Posted by | Ricordi | , | 11 commenti

Uccidi il padre

uccidi-il-padreNon avevo mai letto niente di Sandrone Dazieri, anche perché in genere non mi sento molto portato verso i polizieschi italiani contemporanei.

Qualche settimana fa mi sono lasciato prendere da questo libro (sopratutto dal titolo) e l’ho acquistato in edizione flipback.

Se dovessi esprimere un giudizio sintetico da 1 a 10, gli assegnerei un 9+.

Il libro mi ha piacevolmente sorpreso. La trama è intrigante; l’intreccio narrativo è tipico dei romanzi gialli; lo stile è scorrevole; i personaggi sono ben delineati e credibili; i due protagonisti principali, con tutte le loro fobie, risultano anche simpatici. E quando la storia sta per finire, uno dei due commette un errore che comporta un finale al cardiopalma.

Inoltre, il formato flipback consente di portarsi in giro il libro e di proseguirne la lettura anche fuori casa, perché spesso si sente proprio il desiderio di sapere cosa succede nel capitolo successivo.

Questo libro è uscito nel 2014 e fa parte di una trilogia; il secondo volume è uscito l’anno scorso: L’Angelo.

Ampiamente consigliato.

P.S.: domani si torna al lavoro. ‘tacci…

22 gennaio 2017 Posted by | Libri | | 13 commenti

In bicicletta

mountain-bikeDomenica pomeriggio sono andato con un amico e le nostre figlie in un negozio di articoli sportivi.

Mentre loro facevano compere, ho dato una sbirciata alle biciclette.

La bicicletta rappresenta il mio habitat naturale, come l’acqua per i pesci. Se potessi, vivrei in bicicletta. Quando pedalo, rinasco.

Non sono uno di quei fanatici che si vedono in giro d’estate con 40 gradi e d’inverno a -10 che sudano sui pedali, con tute colorate ultra tecnologiche che manco al giro d’Italia ci stanno. No, per me la bicicletta è sì fatica, ma è soprattutto piacere. Piacere di andare anche piano, di fermarsi a osservare il panorama, di scoprire posti nuovi.

Nell’estate del 2014, prima che comparisse il fetentone, quasi tutte le sere dopo cena mi facevo 10-15 chilometri in bici, oltre ai giri nei fine settimana. L’aria serale mitigava un po’ il caldo, che non sentivo più di tanto. Magnifico (mi accontento di poco, io).

Per questo la mia city bike, che mi ha fedelmente accompagnato per anni (quasi venti), è diventata un po’ stretta. Per i tragitti più lunghi, mi servirebbe qualcosa di più.

Quindi, se sopravvivo, quest’anno mi compro la mountain bike.

Magari per l’utilizzo facciamo a metà con la piccola, visto che la sua gliel’hanno fregata l’anno scorso in piscina.

Cocciante – In bicicletta

18 gennaio 2017 Posted by | Un po' di me | | 29 commenti

Quando si diventa grandi…

monica-bellucciStasera mi sono rivisto Manuale d’am3re, già visto a suo tempo al cinema e fattore scatenante di elucubrazioni sul genere femminile contenute nel mio post dell’epoca (quasi sei anni passarono; mamma mia come passa il tempo, come invecchiate…).

Però stasera c’è stata una frase pronunciata nel primo episodio che mi ha fatto riflettere.

C’è un momento – dice il protagonista – nel quale ci si accorge di essere diventati grandi“.

Ecco, io mi sono ricordato del momento nel quale mi sono accorto di essere diventato grande, mio malgrado. Non mi ricordo né l’anno, né il mese e tanto meno il giorno, ma il momento sì, quello me lo ricordo benissimo. E’ stato quando di fronte a un problema familiare (all’epoca vivevo con i miei genitori), mi sono accorto che non potevo più chiedere aiuto a loro, ma erano loro che lo chiedevano a me: il problema lo dovevo risolvere io.

E quello è stato solo il primo di una lunga serie, come accade nella vita.

Cioè, come dovrebbe accadere, perché ci sono persone che i problemi più importanti continuano a farseli risolvere dagli altri. Per una serie fortuita (per loro) di circostanze, si trovano nella posizione per cui qualcun altro è tenuto a risolvere i loro problemi, per evitare guai non tanto a loro, quanto ad altre persone che non hanno colpe.

Lo so che il discorso forse è un po’, contorto, ma accade proprio così a volte. Fidatevi.

Mina – Oggi sono io

17 gennaio 2017 Posted by | Film, Smancerie pseudo-sentimentali, Storie ordinarie | , , | 19 commenti

La strana morte del signor Benson

bensonLa strana morte del signor Benson è la prima avventura di Philo Vance, l’investigatore creato da S.S. Van Dine, pseudonimo di Willard Huntington Wright.

Pubblicato nel 1926, segna l’ingresso nella letteratura poliziesca di quello che Augias definisce “il più raffinato e colto degli investigatori”.

Ma Philo Vance non è solo questo; è anche e soprattutto insopportabilmente vanitoso, egocentrico, spocchioso e chi più ne ha più ne metta.

Intuisce chi può essere l’assassino dopo aver visto per cinque minuti la scena del delitto, ma ci mena per il naso per sei giorni e 220 pagine, tanto che il suo amico procuratore Markham, a tre quarti della storia, a un certo punto sbotta: “Sono dannatamente stanco di questo vostro atteggiamento di superiorità. O sapete qualcosa oppure no. Se non sapete niente, fatemi il favore di rinunciare a questi toni saccenti. Se sapete qualcosa, dovete dirmelo.

Ma il metodo d’indagine di Vance è completamente diverso da quello della polizia. Lo spiega lui stesso chiaramente: “La verità può essere raggiunta solo attraverso un’analisi dei fattori psicologici implicati in un crimine e riferiti al singolo individuo. Le sole vere prove sono psicologiche, non materiali.

Obiettivamente, questo libro di S.S. Van Dine mi sembra però un po’ più “datato” delle storie di Sherlock Holmes. Forse sarà perché io ho un debole per quest’ultimo, ma mi sembra che la sua figura sia più “umana” (Augias scrive che il divertimento delle avventure di Vance è assicurato proprio dalla loro scarsa credibilità).

Vorrei proprio vedere Philo Vance a Garlasco; potrebbe anche fare meglio dei RIS.

16 gennaio 2017 Posted by | Libri | | 4 commenti

Silence

silenceIeri sono andato a vedere Silence, l’ultimo film di Martin Scorsese.

Sono andato a vederlo dopo avere letto sommariamente la trama, senza giudizi (e pregiudizi) in merito e pensando che fosse un film tipo quel grande capolavoro che è stato Mission, uscito sugli schermi giusto trent’anni fa.

Tra le recensioni e i giudizi letti dopo averlo visto, ho trovato una frase che mi sembra azzeccata: non è un film per tutti. E non parlo ovviamente delle scene di violenza che vi sono contenute (le torture inflitte ai cristiani), ma del contenuto del film. Non arrivo a concordare con chi ha scritto che è utile portarsi un cuscino al cinema, ma indubbiamente sono 161 minuti di visione impegnativi.

Dal punto di vista tecnico, sicuramente è un prodotto di altissima qualità. Non ho le competenze per giudicare questo aspetto, ma la qualità del prodotto si percepisce anche a pelle. Non mi ha convinto molto, invece, il protagonista Andrew Garfield, ma è un parere strettamente personale.

Il tema del film, invece, è tutt’altro che scontato.

La “missione evangelizzatrice” cristiana di popoli che avrebbero potuto benissimo farne a meno; la resistenza religiosa e culturale locale a questa “colonizzazione”; i poveri che possono essere martiri o carnefici senza comprendere le ragioni né degli uni né degli altri, mi sembrano tematiche che stanno sullo sfondo del film.

Probabilmente il suo vero scopo è quello di penetrare nell’inconscio di chi ha un rapporto tormentato con Dio e la facile teoria dell’imperscrutabilità del suo comportamento non riesce a essere abbastanza convincente.

Io, che questo rapporto tormentato non ce l’ho, non mi sono turbato più di tanto alla visione di questo film.

Il mio Dio prescinde dalle religioni, dalle Chiese, dai preti, dalle preghiere e da tutte quelle umane costruzioni che ne hanno inficiato l’immagine. Forse non esiste neppure, anche se ho bisogno di sperare che vi sia un aldilà nel quale poter rivedere, anche solo per un attimo, chi mi è stato accanto per tanti anni nel corso della mia vita.

La prossima volta torno a vedere un film che fa ridere…

Eyes without a face

 

15 gennaio 2017 Posted by | Film, Religione | , | 30 commenti

Walter e Anna

cimiteroDal 1971 al 1982 ho vissuto nell’appartamento di una palazzina appena costruita, situata nella via che il mio paese ha deciso di dedicare a Gian Domenico Romagnosi.

Era (ed è tuttora) una stretta strada del centro storico, che a un certo punto incrocia un vicolo che la collega alla via centrale. Se invece si va avanti, si raggiunge una piazzetta, dalla quale si può proseguire soltanto a piedi, perché dopo qualche decina di metri passa un rio – in quella zona ancora scoperto – che si attraversa su un ponte pedonale: la conformazione delle vecchie abitazioni della zona non consente sbocchi più larghi.

Dalla piazzetta si entrava nel cortile del mio palazzo: tre piani per quattro appartamenti. Al piano terra stavano l’ingresso, le cantine e un locale di deposito per le biciclette; al primo piano due appartamenti, così come al secondo. La porzione di terreno tra il palazzo e il rio era occupata dagli orti: ogni condomino aveva a disposizione la propria striscia di terra. Tutta la zona rappresentava una sorta di scorcio di campagna all’interno del paese, sia per le abitazioni in stile rurale, sia per le aree verdi e la vegetazione disseminate lungo il rio.

La mia famiglia abitava al secondo piano (i miei genitori avevano la fissa di abitare “senza avere nessuno che ti cammini sulla testa”) e i nostri dirimpettai erano una famiglia composta dal papà operaio (Walter), la mamma casalinga (non ricordo il nome) e la figlia Anna, di un anno più giovane di me.

Anna era bellissima. Una bellezza che definirei paradisiaca, eterea, quasi d’altri tempi. Di carattere era timida, taciturna, forse un po’ malinconica. Era talmente bella che mi metteva soggezione e non riuscii mai a entrare in confidenza con lei; quasi facevo fatica a parlarle.

Verso la fine degli anni settanta, quando il papà andò in pensione, la famiglia si trasferì e aprirono una piccola lavanderia in paese. La mamma lavava e stirava e il papà faceva le consegne. E io persi i (pochi) contatti con Anna. Seppi in seguito che si era laureata e dopo alcuni anni prese a insegnare lingue alle scuole medie del paese.

Il papà Walter morì nel 2003, ultraottantenne, e nel 2007, a soli 46 anni, un cancro alla testa si portò via anche Anna. La mamma non l’ho più vista.

La loro tomba sta in un campo all’entrata del nostro cimitero. Tutte le volte che vado a trovare i miei genitori, i miei parenti e quegli amici che sento il bisogno di rivedere, mi fermo anche da Walter e Anna. In pratica mi sono preso cura della loro dimora, perché ho notato che le visite che ricevono devono essere abbastanza rare. Osservo le foto dei due e immagino che ora Anna stia con il suo papà Walter. Mi tornano in mente quegli anni spensierati (a confronto di oggi) e felici; gli anni della mia adolescenza e della mia giovinezza. Mi fermo sempre da loro e mi sale il magone, anche adesso.

Quanto pagherei per poter rivivere un attimo solo di quei momenti e rivedere mio padre, mia madre, Anna e la sua famiglia.

In questa brutta giornata, sarebbe meglio di un raggio di sole.

Malinconia

12 gennaio 2017 Posted by | Ricordi, Rimpianti, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 10 commenti

La famiglia del Mulino Bianco

famiglia-mulino-biancoLa famiglia del Mulino Bianco, lo sappiamo, è diventata il simbolo della famiglia perfetta e, proprio per questo, perfettamente irrealizzabile.

I genitori giovani e già simil-manager, i figli belli, bravi, educati, il nonno in perfetta salute; tutti che fanno colazione nella natura, svegliandosi di buon umore già lavati e pettinati; che vanno al lavoro o a scuola in bicicletta; e se questo è l’inizio della giornata, figuriamoci la fine…

Il sito del Mulino Bianco ripercorre tutta la storia degli spot e quindi anche dell’omonima famiglia.

Io non ho mai puntato alla famiglia del Mulino Bianco (che peraltro mi sembra abbia una funzione pubblicitaria e non un intento educativo), ma alcune buone abitudini secondo me andrebbero perseguite.

Se possibile, al mattino è bello fare la colazione insieme. Questo presuppone che i componenti della famiglia abbiano tutti gli stessi tempi, ovviamente. Una colazione anche breve, ma nella quale ci si dia la carica per il resto della giornata (e non soltanto in senso calorico). E se uno dei componenti svolge un lavoro per il quale si alza due ore prima di tutti gli altri ed esce di casa quando tutti ancora dormono? Ovvio che in questo caso non sarà presente e che vi saranno altri momenti nella giornata o nella settimana nei quali si recupererà (N.B.: per svegliarsi di buon umore è necessario coricarsi di buon umore…).

A mezzogiorno, è difficile che tutti i componenti della famiglia possano pranzare insieme, al giorno d’oggi. Se avviene, tanto meglio, ma se non avviene, secondo me è opportuno scambiarsi una breve telefonata (niente messaggi, per favore) per sapere se va tutto bene.

La cena della sera è il momento clou per ritrovarsi. Occorre che qualcuno si sia dato la briga di cucinare, ovviamente, perché anche la qualità del cibo è importante. E parlo di qualità nel senso ampio del termine, intendendo anche l’impegno che ci ha messo chi lo ha preparato: meglio un semplice piatto di pasta cucinato con impegno (magari tenendo conto dei gusti delle persone) piuttosto che un’aragosta cucinata “un tanto al chilo”.

Si dovrebbe quindi cenare a televisore spento e scambiandosi le informazioni non soltanto sulla giornata appena trascorsa (che, in teoria, potrebbe anche avere una prosecuzione nel dopo cena), ma anche su tutte quelle altre cose delle quali si reputa opportuno parlare.

E per finire, si va a letto non da incazzati, ma sereni e tranquilli. Se si è incazzati (capita) ci si disincazza prima di coricarsi.

Ho condensato la mia teoria su alcune abitudini di vita familiare, che non devono essere imposte ma dovrebbero discendere naturalmente dal cuore della famiglia, e cioè da quella comunanza di obiettivi che ne formano il nucleo. E cos’è la famiglia se non condivisione di obiettivi di vita? Mi si potrebbe obiettare che la mia è utopia, è una favola, e forse è vero, ma io non ho detto che occorre fare così. Ho detto che bisogna cercare di fare così, bisogna provarci. Bisogna fare in modo che ogni componente della famiglia sappia di trovare negli altri comprensione e appoggio per risolvere i problemi (tradotto: empatia, cosa molto difficile da mettere in pratica).

La famiglia deve essere il luogo nel quale una persona trova la forza per andare avanti; un rifugio, ma anche un punto di ripartenza.

Non mi dimentico che ci sono anche le persone sole, per scelta o per obbligo.

Il discorso sulle persone sole. E’ più complesso e si svolge su un altro piano. Non rientra nel mio obiettivo di oggi, ma è alle persone sole che va la mia simpatia. Anche a quelle persone che si sentono sole in mezzo agli altri; a chi è solo e a chi si sente solo (anche in famiglia).

11 gennaio 2017 Posted by | Un po' di me | | 25 commenti