Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Saper morire (1^)

saper morireNon dobbiamo morire in maniera troppo miserabile. La medicina deve impegnarsi perché la gente, arrivata a una certa età, possa coricarsi e morire nel sonno senza soffrire.” (Albert Bruce Sabin, scopritore del vaccino contro la poliomelite).

Sta forse tutto in queste poche parole di Sabin il senso di questo libretto, scritto da Gian Domenico Borasio, che dirige la cattedra di Medicina palliativa dell’università di Losanna.

Una volta, la gente anziana che moriva di vecchiaia, mangiava di meno, beveva meno, si affievoliva e si spegneva in pace. Oggi sappiamo perché: una lieve disidratazione ha effetti analgesici e aumenta la produzione di endorfine. Le cure palliative possono aiutarci a riscoprire la morte naturale.

La morte sopraggiunge quando vi è un collasso degli organi vitali, la cui funzione principale è rifornire il cervello di zucchero e ossigeno.Sintomo visibile di questo collasso è la cessazione della funzione cardiaca e di quella respiratoria. Tutti i processi che portano alla morte sono causati dal danneggiamento diretto o indiretto di uno o più di questi organi vitali: cuore, polmoni, fegato, reni e cervello.

Orbene, la medicina moderna non contempla la morte per vecchiaia, cioè la morte naturale: è considerata una sconfitta. E così dalla seconda metà del XX secolo il processo della morte ha iniziano a essere oggetto di una crescente medicalizzazione. Si stima che circa il 90% dei decessi potrebbe avvenire in casa, con l’accompagnamento di personale sanitario preparato. Per circa il 10% potrebbero essere necessarie cure palliative, ma sempre a casa e soltanto nell’1-2% dei casi i problemi sono così gravi da dover essere trattati in un reparto di medicina palliativa.

Invece la maggior parte dei decessi avviene negli ospedali, in gran parte nei reparti di terapia intensiva, mentre per la maggioranza delle persone il luogo preferito per morire è la propria casa, senza soffrire e sentendosi protetti, cosa che in genere fallisce a causa di un contesto sociale e familiare inadeguato.

E allora che fare?

In Germania hanno creato le equipe SAPV, che garantiscono cure palliative domiciliari specializzate. Sono composte da medici, infermieri e assistenti sociali e supportano il medico di famiglia nell’assistenza domiciliare di pazienti particolarmente gravi.

Ma cosa si fa in un reparto di cure palliative?

Un reparto di cure palliative è un’unità di terapia acuta inserita in un ospedale. Il suo compito primario non è l’accompagnamento alla morte, bensì il superamento delle fasi critiche in malati inguaribili. Equipe specializzate formate da medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi e assistenti spirituali cercano di individuare le cause della crisi e nell’alleviarla nel minor tempo possibile tramite interventi mirati, in modo da stabilizzare il paziente e far sì che possa tornare a casa. E queste crisi possono essere scatenate da fattori fisici (dolore, insufficienza respiratoria, nausea o delirio), ma anche psicosociali (la minaccia della rottura del sistema familiare, crisi esistenziali, ecc.). Anche in Germania, però, il futuro finanziamento dei reparti di terapia intensiva è un’incognita, perché le mutue spingono per i rimborsi a forfait, cioè un importo una tantum per paziente, indipendentemente dalla gravità della malattia e dalla durata del ricovero. Se nei reparti cosiddetti normali questo meccanismo porta alle “dimissioni sanguinose”, ben conosciute anche in Italia, nel caso dei reparti di cure palliative, dove circa la metà dei pazienti muore, una simile modalità di finanziamento produrrebbe automaticamente delle pressioni per una “morte prematura economicamente sostenibile“, ma eticamente inaccettabile.

Mediamente un paziente rimane nel reparto di cure palliative per due settimane. Il 50% dei pazienti viene dimesso e di questi la maggior parte torna a casa; altri sono trasferiti in un hospice (centri di assistenza di piccole dimensioni e ad alta specializzazione per malati terminali).

Ma di cosa hanno bisogno le persone alla fine della vita?

Alla prossima puntata…

18 luglio 2016 - Posted by | Libri, Salute | ,

9 commenti »

  1. Sempre allegro, eh ??? 😯
    Complimenti … un Cassamortaro sarebbe fiero di te ! 😦

    Commento di cavaliereerrante | 19 luglio 2016 | Rispondi

  2. Una volta tanto concordo con il cavaliereerranre😀

    Commento di lettricetecnologica | 19 luglio 2016 | Rispondi

  3. Un post allegro… uno di quelli che si ha bisogno di essere quando si è già psicologicamente sottoterra, per completare l’opera…

    Chiaramente sono d’accordo con te, ognuno dovrebbe morire nel proprio letto, in casa, circondato dall’affetto dei propri cari.

    Commento di Diemme | 19 luglio 2016 | Rispondi

  4. Non posso che essere d’accordo, ed è bene anche parlarne visto che si tratta della realtà, dicevo che non posso che essere d’accordo perché (purtroppo) ho dovuto sperimentare la cosa con mio padre (cancro al pancreas), fino a quando ha potuto andava all’ospedale a fare le flebo, ma quando non se l’è più sentita il centro oncologico ha avviato l’assistenza domiciliare, ogni giorno veniva una ragazza splendida a mettere la flebo e a controllare la situazione e a preparare le varie medicine e due volte alla settimana passava la dottoressa, l’ultima settimana passava ogni giorno…..l’ho tenuto a casa fino quasi all’ultimo, l’hanno ricoverato il venerdì, e la domenica è deceduto….e fino al martedì della stessa settimana si è alzato e ha mangiato con noi. La cosa che temeva di più era d rimanere in un letto allettato per chissà quanto…..e per fortuna è andato tutto come sperava.

    Commento di Silvia | 19 luglio 2016 | Rispondi

    • Non dappertutto ci sono questi servizi, purtroppo.

      Commento di aquilanonvedente | 19 luglio 2016 | Rispondi

      • E’ vero, e infatti a 16 anni di distanza hanno ridotto di molto il servizio anche qui purtroppo

        Commento di Silvia | 19 luglio 2016 | Rispondi

  5. Di cosa hanno bisogno le persone in fin di vita? Chi può saperlo? Non certo di accanimento terapeutico, come accadde a mio padre al quale fecero una trasfusione poche ore prima di morire. Lui stesso, che temeva tantissimo la morte, durante una procedura medica somministrata quella sera disse “basta!”

    Commento di silvia | 20 luglio 2016 | Rispondi

  6. Una domanda sorge spontanea: perché ci devi far rivivere i nostri traumi con queste letture deprimenti? 😛

    Commento di lettricetecnologica | 21 luglio 2016 | Rispondi

  7. Eggjà … perchè ??? 😯
    Provo a indovinarla, @Lec … ma senza impeggnjo : forse perchè, laddove er sor @Aquila nun se sfogasse qquà co’ noyo appjoppannoce ‘ a tradimento’ ‘ste litanje, ma lo facesse ‘n fabbrica o co’ li famijari …. quelli lo pijeressero a zampate ai cojioni ! :mrgreen:

    Commento di cavaliereerrante | 21 luglio 2016 | Rispondi


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