Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Primo!

linguine coda rospoIeri sera, durante una votazione in stile “premio Strega”, Bibùlo2 con 82 voti contro i 69 del secondo classificato si è guadagnato il primo posto nel concorso letterario e la pubblicazione.

Ora attendiamo il contratto di edizione, l’eventuale lifting del testo, le presentazioni autunnali e tutto quello che ne consegue.

Una porta si è chiusa. Da troppo mi trascinavo questo romanzo, dubbioso se potesse piacere oppure no.

Chi vivrà vedrà.

Oggi a pranzo, dato che la piccola se ne sta a scarpinare tra le montagne del Trentino con gli amici, ho cucinato per me e mia moglie le linguine al ragù di coda di rospo (alias rana pescatrice).

Non male… (ma il corso di cucina autunnale alla Biffi lo faccio oppure no?).

31 luglio 2016 Posted by | Libri, Storie ordinarie | , | 14 commenti

I terroristi nostri

In questi giorni di attentati, sparatorie, sgozzamenti e chi più ne ha più ne metta, nonché di strali contro l’Isis, gli islamici, i burka e chi più ne ha più ne metta, mi sono imbattuto casualmente nella storia di Maria Pasquinelli.

Chi era costei?

Maria Pasquinelli era una maestra, nata a Firenze nel 1913. Il 10 febbraio 1947 a Pola uccise con quattro colpi di pistola sparati alle spalle il brigadiere generale inglese Robert De Winton, l’ufficiale più alto in grado del governo militare alleato dell’Istria. In quello stesso giorno si firmava a Parigi il trattato di pace con cui l’Italia perdeva l’Istria, gran parte della provincia di Gorizia e lasciava Trieste nel limbo dal quale sarebbe uscita sette anni dopo.

Maria Pasquinelli più che nazionalista era fascista convinta; uccise l’ufficiale inglese per protestare contro quel trattato e per questo venne condannata a morte dalla Corte suprema alleata. La condanna a morte venne poi tramutata in ergastolo e nel 1964 uscì dal carcere, graziata. Non ha mai rinnegato l’attentato ed è morta nel 2013.

Se guglate un po’, vedrete che vi sono diversi blog che ne esaltano ancora oggi le gesta; alcuni di questi blog si auto definiscono cattolici e/o cristiani, altri sono di chiara ispirazione fascista, altri ancora tutt’e due le cose assieme.

Texas – Say what you want

 

27 luglio 2016 Posted by | Storie ordinarie | | 10 commenti

Saper morire (4^)

saper morireAbbiamo detto prima che quasi tutti vorrebbero morire a casa. Il desiderio di poter controllare il proprio fine vita è una delle molle principali dell’intero dibattito sulle decisioni di fine vita.

Aumentano le persone che chiedono di poter stabilire quali cure debbano essere adottate nella fase finale della loro esistenza. Chi è contrario al testamento biologico sostiene che un individuo in salute non è nemmeno lontanamente in grado di sapere come si comporterebbe in una condizione di grave malattia e che tante persone in simili circostanze prendono decisioni diverse da quelle che avevano immaginato in precedenza.

Ma il testamento biologico viene redatto proprio per le situazioni in cui la persona interessata non è più in condizioni di esprimersi autonomamente. In queste situazioni si è costretti a scegliere tra la volontà che il paziente aveva manifestato in precedenza e la decisione di terze persone (medici o famigliari). E quest’ultima è l’opzione peggiore, soprattutto se a decidere sono i medici o i giudici.

In Germania esiste lo strumento della procura sanitaria, cioè la possibilità di designare un rappresentante fiduciario, perché lì i famigliari non sono automaticamente i rappresentanti legali del malato. Mediante la procusa sanitaria si designa in anticipo la persona che potrà decidere al posto di un’altra, nel caso in cui quest’ultima non fosse più in condizioni di farlo. Il fiduciario deve conoscere bene chi rappresenta, deve accettare esplicitamente l’incarico e può rinunciare in qualsiasi momento.

Il testamento biologico, invece, sono le indicazioni che un paziente dà al suo futuro medico. Introdotto in Germania con una legge del 2009, il paziente può indicare il desiderio di ricevere determinate terapie (in questo caso l’ultima parola spetta al medico) e può anche indicare il rifiuto a sottoporsi a determinate cure, e in questo caso il rifiuto deve essere obbligatoriamente rispettato, anche se dovesse portare alla morte. Il testamento biologico viene firmato anche dal medico, che attesta le capacità mentali del paziente e diventa l’interlocutore degli altri medici che dovessero occuparsi di quel paziente in condizioni critiche.sfondo_tramonto

Il concetto di eutanasia in Germania è controverso. La cosiddetta eutanasia attiva, cioè l’azione diretta e attiva di uccisione di un individuo, è considerata reato. Mentre esiste un concetto giuridico di eutanasia passiva che è la rinuncia ai trattamenti medici finalizzati al prolungamento della vita: se sono inefficaci e dannosi, non è eutanasia, ma buona medicina.

La medicina palliativa non è una branca né dell’anestesia né dell’oncologia, ma è una medicina generale altamente specializzata nel fine vita. Le grandi industrie farmaceutiche che controllano l’anestesia e l’oncologia non hanno alcun interesse a sviluppare un approccio olistico alla cura della persona, cioè a considerare il paziente in tutte le sue componenti, non solo fisiche, ma anche sociali e spirituali; per loro l’importante è produrre e vendere farmaci.

La grande differenza sta tra una medicina tecnocratica e focalizzata sui singoli organi e una medicina centrata sulla cura dell’intera persona. Nel primo caso si parla di guarigione, di remissione in salute; nel secondo caso si parla di cura e di assistenza amorevole.

E tra le due cose c’è una grande differenza, perché moltissime persone che hanno avuto problemi seri di salute si lamentano che i medici hanno un approccio al paziente limitato alla sua malattia e non si confrontano e coordinano con gli altri medici, figuriamoci poi con le figure non sanitarie.

Ho voluto dedicare forse più tempo del dovuto a questo libretto non per una sorta di mania “mortale”, come qualcuno ha insinuato, ma perché finora io, come tanti altri, ho dovuto occuparmi del fine vita dei miei genitori. Ma in occasione della mia sventurata avventura dell’anno scorso, ho imparato che mi devo occupare anche del mio fine vita. C’è chi sostiene che è meglio non parlare della propria morte ed è meglio dimenticare le morti dei propri cari. Rispetto queste opinioni, ma io la penso diversamente.

Occuparsi della propria morte non vuol dire pensarci tutti i giorni, ma potrebbe voler dire lasciare debite istruzioni per il proprio fine vita; nel mio caso, non vorrei sicuramente trattamenti degradanti e inutili come ho visto troppe volte effettuare nelle case di cura. Dimenticare le morti dei propri cari, invece, vuol dire non averle ancora elaborate.

Buona settimana a tutte/i.

 

24 luglio 2016 Posted by | Libri, Salute | , | 4 commenti

Saper morire (3^)

saper morire“Morire di fame” o “morire di sete” sono slogan che vengono sbandierati come spauracchi.

In realtà, un conto è soffrire di fame e si sete e un conto è aver bisogno di mangiare o di bere. In un malato terminale, soprattutto se anziano, l’organismo umano consuma più energia di quanta ne possa ricevere, perché il cibo non può più essere assimilato e la perdita di peso è inevitabile, quindi è più che sufficiente somministrare minime quantità di alimenti e di liquidi.

La sensazione di sete nel fine vita è dovuta alla secchezza delle mucose orali, non a carenza di idratazione.

La ridotta somministrazione di liquidi nel fine vita riduce diverse spiacevoli conseguenze e una leggera carenza idrica sembra rappresentare una modalità meno pesante per il corpo. Alcuni anni fa in Olanda è stato effettuato uno studio su pazienti affetti da demenza per i quali si è rinunciato alla nutrizione e idratazione artificiale; il rilevamento della loro sofferenza ha dimostrato una sua progressiva diminuzione. Un altro studio tra infermieri di hospice statunitensi che hanno avuto a che fare con malati (non terminali) che hanno rinunciato spontaneamente a mangiare e bere, per abbreviare il tempo che rimaneva loro, ha mostrato che i pazienti sono deceduti nel giro di 15 giorni e valutando da zero a nove questi decessi (0= morte terribile; 9= morte serena), il valore medio è stato di otto.

Insomma, la nutrizione e idratazione artificiale nel fine vita non dovrebbe di norma essere effettuata, risultando a volte perfino dannosa, mentre negli ospedali e nelle case di cura si compiono operazioni che impediscono alle persone di morire con serenità: pensiamo per esempio alla PEG.

Pare anche che la somministrazione di ossigeno non sia d’aiuto, perché secca le mucose orali, generando una sensazione di sete, che si tende a curare con la somministrazione di liquidi, che devono essere smaltiti per via renale. Ma nel fine vita i reni sono tra i primi organi che sospendo o riducono la propria funzione e quindi i liquidi si accumulano nei tessuti, soprattutto nei polmoni e ciò causa edemi polmonari e, di conseguenza, crisi respiratorie con sensazioni di soffocamento.

Il fatto è che all’assistenza palliativa ci si pensa troppo tardi. A volte perché si ignorano le sue potenzialità, altre volte perché si pensa che in questo modo si tenga lontano il momento della perdita del proprio caro. Occorrerebbe invece chiedere l’introduzione di cure palliative nel momento in cui la malattia prende un’evoluzione che prevedibilmente porterà alla morte, anche se appare ancora lontana, perché la medicina palliativa si occupa soprattutto della vita con la malattia, non solo nella fase terminale.

Nel prossimo post (l’ultimo) parleremo (plurale magistrale) di testamento biologico ed eutanasia.

‘notte…

23 luglio 2016 Posted by | Libri, Salute | , | 14 commenti

Saper morire (2^)

saper morireLe cure palliative sono un approccio atto a migliorare la qualità di vita dei malati e delle loro famiglie che si trovano di fronte a una malattia inguaribile, attraverso la prevenzione e il sollievo delle sofferenze, attraverso il trattamento del dolore e degli altri problemi fisici, psicosociali e spirituali.

La cosa importante è che per la prima volta nella storia della medicina i problemi fisici, psicosociali e spirituali vengono messi tutti sullo stesso piano.

Spesso i medici difettano in comunicazione, lasciando i pazienti insoddisfatti, quando invece il loro compito è quello di assistere informando. Nel fine vita, questo significa aiutare le persone a prendere autonomamente le decisioni di volta in volta più adatte alle loro condizioni.

Nel fine vita, la terapia medica si concentra sulla sofferenza fisica, che non è soltanto dolore, ma anche sintomi internistici (dispnea, nausea, ecc.) e sintomi neuropsichiatrici (confusione mentale, depressione, ecc.).

La terapia del dolore è l’aspetto più noto delle cure palliative, ma non vi è solo quello. Pensiamo per esempio alla dispnea (cioè l’insufficienza respiratoria), che è considerata dai pazienti il sintomo peggiore. Molti pazienti sono costretti a soffrire di dispnea perché i farmaci più sicuri ed efficaci per combatterla non vengono usati dai medici e questo – possiamo ben immaginarlo – provoca conseguenze terribili, che possono arrivare anche al suicidio. Poi vi sono anche i sintomi neuropsichiatrici che vanno curati, per esempio stati di delirio. Spesso questi sono un sottoprodotto delle nuove chemioterapie: allungano la vita, ma aumentano i pazienti con metastasi al cervello o al midollo spinale. Curare tutti questi sintomi ha un valore non solo per il paziente, ma anche per i suoi familiari: un fine vita dignitoso influenza l’atteggiamento dei familiari verso la morte per tutta la loro vita e questo, soprattutto nel caso dei bambini, è molto importante.

Se questi sintomi non rispondono ad alcun trattamento, si può ricorrere alla sedazione palliativa. Il paziente (o chi lo assiste), dopo essere stato dettagliatamente informato, viene indotto in uno stato simile all’anestesia operatoria, eliminando così il dolore.

Ma la medicina palliativa si occupa anche dell’accompagnamento psicologico del paziente, nonché di assistenza sociale, anche nei confronti dei familiari, come accompagnamento durante la fase del lutto, che inizia nel momento in cui viene diagnosticata una malattia inguaribile (ricordiamo che elaborare un lutto non significa riempire un vuoto, ma convivere con esso). Senza dimenticare l’assistenza spirituale, che non significa necessariamente religiosa, perché la spiritualità è un fatto molto personale, che ha a che vedere con il senso della vita.

E allora com’è possibile che, con tutte queste risorse (che costano, non solo in termini economici, ma soprattutto culturali) ci sia ancora chi muore di fame e di sete, o magari soffocato?

Alla prossima…

21 luglio 2016 Posted by | Libri, Salute | , | 8 commenti

Saper morire (1^)

saper morireNon dobbiamo morire in maniera troppo miserabile. La medicina deve impegnarsi perché la gente, arrivata a una certa età, possa coricarsi e morire nel sonno senza soffrire.” (Albert Bruce Sabin, scopritore del vaccino contro la poliomelite).

Sta forse tutto in queste poche parole di Sabin il senso di questo libretto, scritto da Gian Domenico Borasio, che dirige la cattedra di Medicina palliativa dell’università di Losanna.

Una volta, la gente anziana che moriva di vecchiaia, mangiava di meno, beveva meno, si affievoliva e si spegneva in pace. Oggi sappiamo perché: una lieve disidratazione ha effetti analgesici e aumenta la produzione di endorfine. Le cure palliative possono aiutarci a riscoprire la morte naturale.

La morte sopraggiunge quando vi è un collasso degli organi vitali, la cui funzione principale è rifornire il cervello di zucchero e ossigeno.Sintomo visibile di questo collasso è la cessazione della funzione cardiaca e di quella respiratoria. Tutti i processi che portano alla morte sono causati dal danneggiamento diretto o indiretto di uno o più di questi organi vitali: cuore, polmoni, fegato, reni e cervello.

Orbene, la medicina moderna non contempla la morte per vecchiaia, cioè la morte naturale: è considerata una sconfitta. E così dalla seconda metà del XX secolo il processo della morte ha iniziano a essere oggetto di una crescente medicalizzazione. Si stima che circa il 90% dei decessi potrebbe avvenire in casa, con l’accompagnamento di personale sanitario preparato. Per circa il 10% potrebbero essere necessarie cure palliative, ma sempre a casa e soltanto nell’1-2% dei casi i problemi sono così gravi da dover essere trattati in un reparto di medicina palliativa.

Invece la maggior parte dei decessi avviene negli ospedali, in gran parte nei reparti di terapia intensiva, mentre per la maggioranza delle persone il luogo preferito per morire è la propria casa, senza soffrire e sentendosi protetti, cosa che in genere fallisce a causa di un contesto sociale e familiare inadeguato.

E allora che fare?

In Germania hanno creato le equipe SAPV, che garantiscono cure palliative domiciliari specializzate. Sono composte da medici, infermieri e assistenti sociali e supportano il medico di famiglia nell’assistenza domiciliare di pazienti particolarmente gravi.

Ma cosa si fa in un reparto di cure palliative?

Un reparto di cure palliative è un’unità di terapia acuta inserita in un ospedale. Il suo compito primario non è l’accompagnamento alla morte, bensì il superamento delle fasi critiche in malati inguaribili. Equipe specializzate formate da medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi e assistenti spirituali cercano di individuare le cause della crisi e nell’alleviarla nel minor tempo possibile tramite interventi mirati, in modo da stabilizzare il paziente e far sì che possa tornare a casa. E queste crisi possono essere scatenate da fattori fisici (dolore, insufficienza respiratoria, nausea o delirio), ma anche psicosociali (la minaccia della rottura del sistema familiare, crisi esistenziali, ecc.). Anche in Germania, però, il futuro finanziamento dei reparti di terapia intensiva è un’incognita, perché le mutue spingono per i rimborsi a forfait, cioè un importo una tantum per paziente, indipendentemente dalla gravità della malattia e dalla durata del ricovero. Se nei reparti cosiddetti normali questo meccanismo porta alle “dimissioni sanguinose”, ben conosciute anche in Italia, nel caso dei reparti di cure palliative, dove circa la metà dei pazienti muore, una simile modalità di finanziamento produrrebbe automaticamente delle pressioni per una “morte prematura economicamente sostenibile“, ma eticamente inaccettabile.

Mediamente un paziente rimane nel reparto di cure palliative per due settimane. Il 50% dei pazienti viene dimesso e di questi la maggior parte torna a casa; altri sono trasferiti in un hospice (centri di assistenza di piccole dimensioni e ad alta specializzazione per malati terminali).

Ma di cosa hanno bisogno le persone alla fine della vita?

Alla prossima puntata…

18 luglio 2016 Posted by | Libri, Salute | , | 10 commenti

Il binario unico

incidente-ferroviario-pugliaNoi abbiamo sempre bisogno di un nemico.

Ieri e oggi era il binario unico, domani forse sarà un’altra cosa.

Noi dobbiamo sempre partire gridando: chi è il responsabile?

Non ci preoccupiamo di capire cos’è successo, di evitare che succeda ancora e dopo cercare le responsabilità, che a quel punto sarebbero quasi una conseguenza.

No.

Noi dobbiamo prima cercare il colpevole e la ricerca dura anni, decenni, così possiamo dare sfogo a tutta la nostra azzeccagarbugliaggine e poi ovviamente finisce a tarallucci e vino.

Così non abbiamo capito cosa è successo e soprattutto non abbiamo messo in campo le azioni per evitare che succeda ancora.

Italia di m…

 

13 luglio 2016 Posted by | Storie ordinarie | , | 8 commenti

Bibùlo2

libro2Oggi mi hanno avvertito che Bibùlo2 si è classificato tra i primi quattro in un concorso letterario della nostra provincia.

Questo è stato il responso della giuria tecnica.

Ora la parola passa alla giuria popolare, che decreterà la classifica finale.

A fine luglio le premiazioni.

Che dire? Il popolo è sovrano (speriamo bene…).

Spero di poterlo dare alle stampe entro quest’anno.

Comunque vada, sarà un successo.

Wuthering Heights

11 luglio 2016 Posted by | Libri, Storie ordinarie | , | 10 commenti

Com’è difficile capirsi…

Nell’era di fesibuc e di internet (che, stranamente, si scrive proprio come si legge), capita che per un volta si debba andare in banca fisicamente, perché una delle nostre istituzioni statali (la scuola) viaggi ancora a pieno regime con la carta.

E allora si va in banca e ci si mette pazientemente in fila, fino a quando arriva il proprio turno.

Di fronte a un cassiere un po’ alternativo e mentre si sta sfrucugliando nel portafogli per trovare i soldi per pagare (e chi se li ricorda più i soldi? tra carte di credito, bancomat, postamat, postepay ecc…) ci si sente rivolgere una domanda:

Ha già fatto colazione da noi?

Si rallentano per un attimo le operazioni di ricerca nel portafogli (avete mai notato quanta roba inservibile c’è nel portafogli?) e ci si chiede: “Cos’è che mi ha domandato questo qua?

Si solleva lo sguardo verso il cassiere, che ci guarda a metà tra l’annoiato e lo svogliato, sottintendendo che non abbiamo capito la domanda, anzi, forse è proprio perché l’abbiamo capita che non capiamo cosa voglia il nostro interlocutore.

Lei ha mai fatto colazione da noi?

Mattuguarda! – pensi – Com’è cambiato il mondo bancario. Ora ti servono anche la colazione, pur di farti venire allo sportello!” e, stavolta sicuro di avere proprio capito, ribatti pronto: “Ho già fatto colazione, grazie. Ma questo che c’entra con il MAV che devo pagare?

E’ a quel punto che lo sconsolato cassiere alza lo sguardo nella tua direzione, ti squadra da capo a piedi (complice un open space degno dei bei tempi) e:

Colazione? Io le ho chiesto se lei ha mai fatto operazioni qui da noi! Ci mancherebbe pure che offrissimo la colazione alla gente, adesso…

arrossire

Io…

 

10 luglio 2016 Posted by | Diavolerie tecnologiche, Un po' di me | | 10 commenti

Buoni propositi

E’ da qualche giorno che ci penso e sono sempre più deciso: per l’autunno mi devo trovare un’attività extra lavorativa, qualcosa che mi liberi la mente, altrimenti rischio di farmi prendere dal vortice del lavoro.

Due anni fa, prima che mi ammalassi, volevo frequentare i corsi di cucina che la Biffi tiene in un paese del basso lodigiano, appena uno sputo a nord del Grande Fiume Padano. L’idea è buona, ma non avendo ancora raggiunto la normalità del tandem gusto/salivazione, ho paura di non riuscire a esprimere tutte le mie capacità culinarie.

Altra ipotesi è quella di iscriversi a un corso di recitazione. In realtà è tutta la vita che recito, però faccio finta di fare sul serio. Vorrei invece fare sul serio, ma facendo finta di recitare.

Oppure un corso di lingue, ma una lingua un po’ fuori dal comune, tipo, che so, cinese, arabo, islandese…

Oppure un taglio e cucito, oppure in informatica.

E perché no, uno di quei corsi  di storia delle religioni?

Insomma, ho solo l’imbarazzo della scelta.

Chitarra suona più piano

4 luglio 2016 Posted by | Cucina, Storie ordinarie | , | 17 commenti