Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Il segreto dell’idolo d’oro

idolo d'oroIl giallo americano, quello d’inizio novecento o tra le due guerre.

Quello essenziale, senza fronzoli, che di giallo deve avere anche la copertina.

Un’edizione del 1997, 1.500 lire, striminzita ed essenziale come il racconto.

L’inventore dei “quattro giusti“.

1.500 lire, quando l’euro era ancora di là da venire, almeno per noi umani, e la Grecia era soltanto la patria di Omero.

29 giugno 2015 Posted by | Libri | | 2 commenti

Dolores Claiborne

dolores claiborneForse qualcuno ha visto e si ricorda il film del 1995 L’ultima eclissi, interpretato dalla come sempre bravissima Kathy Bates.

Trattasi della versione cinematografica (con qualche adattamento) del romanzo Dolores Claiborne di Stephen King.

La storia è quella – così mi viene da dire – del riscatto di una donna, messo in atto con la necessaria lucidità per proteggere non tanto sé stessa, quando i figli da un marito delinquente e ubriacone.

E’ scritto sotto forma di un lungo monologo, una confessione fatta alla polizia, il percorso a ritroso della ripresa di una vita umiliata e offesa.

Magistrale la figura non solo di Dolores, ma anche quella di Vera Donovan, che potremmo definire la co-protagonista della storia.

Trailer

 

 

26 giugno 2015 Posted by | Film, Libri | , | 22 commenti

50 grammi!

spaghetti-al-pomodoro-frescoMagari qualcuno si metterà a ridere, ma 50 grammi di pasta mangiati da uno che da due mesi sopravvive con té e biscotti non sono mica poca cosa, eh?

Fino a qualche giorno fa potevo stare tutto il giorno – e anche per più giorni – senza mangiare né bere e senza all’apparenza soffrirne troppo (salvo poi finire all’ospedale).

Terminate le terapie, dopo una decina di giorni è come se il mio corpo si stesse pian piano risvegliando.

Dapprima ha iniziato con la sete. Una sete ardente, difficile da placare quando la semplice acqua ti fa abbastanza schifo.

Poi ha proseguito con la fame. Quella fame che ti fa accartocciare lo stomaco e che ti perseguita giorno e notte, anzi di notte la senti ancora di più, nel silenzio che ti sta attorno.

Ma le papille gustative sono ancora lesionate, la salivazione è scarsa e masticare è quasi una tortura, anche se i miglioramenti sono giornalieri.

E così ieri pomeriggio non ce l’ho fatta più: mi sono attaccato alla cucina e ho preparato un buon sugo al pomodoro e basilico (fresco, colto sul mio balcone).

Poi ho messo a bollire 50 grammi di spaghetti, li ho conditi con il sugo e una buona spruzzata di parmigiano e me li sono mangiati direttamente dalla pentola, senza neanche la fatica di “impiattarli” (come dicono gli chef).

Non è stato semplicissimo, ma meno difficile di quanto temessi.

In questo modo ho bloccato il calo di peso (anzi, la bilancia segna un più 400 grammi in due giorni), la pressione è tornata a livelli accettabili e stamattina la colazione è stata più semplice del previsto.

E oggi bis!

Spendi spandi effendi

25 giugno 2015 Posted by | Salute, Storie ordinarie | , | 17 commenti

Blaze

blazeRomanzo “giovanile” di Stephen King, scritto nel periodo 1966-1973, quando – come scrive l’autore nell’introduzione – King faceva (usa proprio questo termine) e vendeva racconti dell’orrore per scollacciate riviste, ma era Richard Bachman “che scrisse una serie di romanzi che non volle nessuno“.

Partorito tra la fine del 1972 e l’inizio del 1973, “mi parve forte mentre lo scrivevo e mi parve una schifezza quando lo rilessi“. Così rimane sepolto nel cassetto per oltre trent’anni.

L’edizione che ho letto è stata pubblicata nell’ottobre 2007, nella biblioteca di Repubblica-L’Espresso, su licenza Sperling & Kupfer.

Blaze è il soprannome di un omone grande e grosso, un po’ ritardato, che mette in atto il rapimento di un bambino di sei mesi di vita. L’omone non è nato ritardato, lo è diventato dopo che suo padre – ubriacone –  da piccolo lo ha scaraventato per ben tre volte giù dalle scale, riducendolo in fin di vita.

Blaze è uno dei rappresentanti di quella “varia umanità” americana nata e cresciuta nella povertà, nello sfruttamento e quindi nella violenza (anche nella sfiga, se vogliamo essere precisi), al quale la società a un certo punto volta le spalle e lascia sprofondare nella disperazione. Vissuto tra piccoli lavoretti e piccoli crimini, a un certo punto Blaze incontra George, che diventerà suo amico e suo compagno di truffe. E’ George “la mente”, perché Blaze è stupido, ed è George che ha l’idea del rapimento, ma viene ucciso qualche mese prima.

Blaze decide di avviare l’impresa da solo, anche se trova il modo schizofrenico di “consultarsi” con l’amico che non c’è più: gli parla, gli chiede consigli.

Il rapimento viene portato a termine e Blaze si affeziona pure al bambino, arrivando addirittura a immaginarsi una vita insieme a lui in un’isola tropicale. Ma in realtà non c’è alcuna possibilità che la sua impresa abbia successo, incassando il milione di collari richiesto alla famiglia per la liberazione del piccolo: braccato dalla polizia tra le nevi del New England (l’atmosfera ricorda un po’ quella di Shining, che verrà scritto cinque anni dopo), alla fine Blaze viene ucciso.

Il romanzo alterna questa vicenda alla – grama – storia del protagonista, dagli anni del collegio fino alla prigione. Alla fine quest’omone ci risulta simpatico, soprattutto nei suoi goffi tentativi di nutrire e curare il bambino.spaghetti_scoglio

Io ho sempre provato una naturale simpatia per Stephen King. L’ho sommamente apprezzato nella lettura de Il miglio verde, che consiglio spassionatamente, ma anche in quei suoi libri nei quali fa capolino quella parte “oscura e sconosciuta” di noi che, se prende il sopravvento, sono cazzi amari.

Completa l’edizione il racconto “Memoria“, uscito nel 2006 (“il seme da cui è cresciuto il romanzo intitolato Duma Key, pubblicato nel 2008″).

P.S.: lo so che gli spaghetti allo scoglio non c’entrano niente con il libro, ma c’entrano con la mia fame…

24 giugno 2015 Posted by | Libri, Storie ordinarie | | 4 commenti

Toast, bruschette & co.

toast-farcito-2Ok, lo so, potrebbe essere poco, ma per uno che da un mese e mezzo sopravvive con te, biscotti, coca cola e qualche succo di frutta, è un pranzo luculliano.

Oggi mi sono fissato con i toast.

Un toast farcito come quello della foto, per esempio, al quale io aggiungerei una base di salsa verde e, sopra all’insalata, un po’ di salsa per toast alle verdure.

Ah… un morso a tale ben di Dio…

Poi mi sono detto: ma perché fermarsi al toast?

Che ne diresti di una della bruschetta?Bruschetta.104

Eh beh… certo, resistere a un bel bruschettone come quella della foto mica è facile.

E non è mica una cosa che si può improvvisare così, da un momento all’altro.

Occorre quanto meno avere un buon pane a disposizione e un buon pomodoro.

Ok, termino qua.

Vado a prepararmi qualcosa da mettere sotto ai denti.

Stamattina sono riuscito a mangiare un wafer alla crema! Un grande successo, anche se quando dico un wafer intendo proprio un wafer, e non un pacchetto. Cerco di sentire se le mie papille gustative stiano riprendendosi dai bombardamenti delle ultime settimane, ma a parte qualche timidissimo segnale di ieri e di oggi, mi sembra che sia ancora troppo presto, anche se la situazione complessiva della bocca mi sembra che sia leggermente migliorata.

Speriamo…

Buon appetito a tutte/i.

P.S.: la piccola a volte viene assalita da crisi di pianto, ripensando a come eravamo e cosa facevamo insieme fino a qualche mese fa. Non posso fare altro che rassicurarla che tutto tornerà come prima e nascondere le pugnalate al cuore che questo mi provoca. Un mio amico qualche giorno fa mi ha detto che ho dimostrato come si comporta un vero uomo e che lui non ce l’avrebbe fatta. Ho risposto che avrei con piacere evitato questa prova.

Let it be

 

18 giugno 2015 Posted by | Storie ordinarie | | 12 commenti

Sola con te in un futuro aprile

sola con teIl 2 aprile 1985 un’autobomba esplode a Pizzolungo, vicino a Trapani.

Obiettivo della mafia è il sostituto procuratore di Trapani Carlo Palermo, da poco trasferitosi su sua richiesta da Trento.

Il magistrato si salva miracolosamente (anche se acciaccato, e lo resterà per tutta la vita), perché tra la sua auto blindata e l’autobomba transita l’auto di Barbara Rizzo, che sta portando a scuola i suoi due figli di sei anni, Giuseppe e Salvatore. L’auto e i corpi degli occupanti vengono dilaniati, spiaccicati sul muro di una villetta di fronte.

Su quell’auto doveva esserci anche Margherita Asta, la figlia di dieci anni, che però, per non fare tardi a scuola, ha preferito chiedere un passaggio a un’amica.

Margherita si ritrova con la famiglia distrutta. All’inizio pensa che la colpa sia del mancato obiettivo della strage, cioè di Palermo, poi pian piano capisce che i responsabili si chiamano mafiosi, che non hanno esitato a compiere quella strage. E così in questo libro Margherita Asta, insieme a Michela Gargiulo, ricostruisce le tappe della sua vita da quel tragico giorno, intrecciate con le vicende di Carlo Palermo.

Palermo si era trasferito da poco da Trento, dove aveva indagato su traffici di armi e di droga all’estero. Arrivato a sfiorare Bettino Craxi, da poco diventato presidente del consiglio, era stato oggetto di procedimento disciplinare da parte del CSM su esposto proprio di Craxi. A Trapani Palermo scoprirà una delle più grandi raffinerie di droga, ma soffrirà, come tanti altri, di isolamento.

Ricordiamo che quelli sono anni pesanti.

Nel 1980 vengono uccisi il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il procuratore capo di Palermo Gaetano Costa.

Nel 1982 il segretario del PCI siciliano Pio La Torre, il generale dei carabinieri e prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Nel 1983 i magistrati Giangiacomo Ciaccio Montalto e Rocco Chinnici.

Nel 1984 il giornalista Giuseppe Fava e tanti altri carabinieri, poliziotti, imprenditori, finché si arriverà agli anni novanta, con l’uccisione di Falcone e Borsellino e gli attentati in varie città d’Italia.

Pochi mesi dopo l’attentato, Carlo Palermo si trasferisce a Roma e in seguito lasciò la magistratura.

Margherita Asta ha “elaborato” il suo dolore grazie alla sua nuova famiglia e all’incontro con Libera di Don Luigi Ciotti.

E’ un bel libro, che ci fa riflettere e tornare per un attimo a quegli anni bui, a quegli intrecci tra politica e criminalità organizzata che, di fatto, non sono ancora stati dipanati. E ci fa pensare a quanti servitori dello Stato abbiamo dovuto rinunciare, per colpa di uno Stato che non è riuscito (rectius: non ha voluto) farli lavorare e proteggerli come figli.

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Ieri, venerdì 12 giugno, ho terminato le mie terapie: radioterapia e chemioterapia. Dal 14 aprile al 12 giugno, mica ciufoli.

Ora attendo con pazienza e con ansia che ricrescano le mie papille gustative e quindi di riprendere a mangiare.

Ho perso dai 18 ai 20 chili. Il naso si è fatto aguzzo, lo sguardo a volte mi sembra spiritato. Il sapore in bocca è di un disgustoso che è impossibile descriverlo.

Dal mese prossimo inizieranno i primi controlli. Speriamo vada tutto bene.

Ora lasciatemi postare la foto di un piccolo… desiderio (piccolo e semplice, ma per uno che sopravvive da due mesi con te, biscotti e flebo, è già tanto).

Saluti a tutte/i.

spaghetti

13 giugno 2015 Posted by | Libri, Storie ordinarie | | 5 commenti

Il ponte sulla Drina

ponte drinaVi pare possibile scrivere un romanzo di quattrocento pagine su un ponte (non nel senso di scriverlo stando sopra un ponte, ma avente come soggetto un ponte)?

Beh, è possibile se vi chiamate Ivo Andrić, se siete stati premio nobel per la letteratura nel 1961 e se il ponte è quello sulla Drina, vicino alla cittadina bosniaca di Visegrad.

Reminiscenza liceale, quando un professore di italiano ce ne consigliò la lettura, me lo sono acquistato qualche mese fa e ho approfittato della mia convalescenza forzata per leggerlo.

Che dire? Si tratta di un grande romanzo corale, che copre quattro secoli di vita di una comunità e del suo ponte, che rappresenta la continuità della vita e della storia.

Ma andiamo con ordine.

Visegrad è una cittadina bosniaca, vicina al confine sud occidentale della Serbia. Il fiume Drina separava la città dal suo sobborgo, situato sull’altra riva e poteva essere attraversato soltanto con una chiatta. Il visegradese ha uno “smoderato amore verso le donne, inclinazione al bere, alle canzoni, al vagabondaggio o allo starsene senza far niente, sognando accanto al natio fiume” (un po’ come i romani, insomma…).

Terre occupate per secoli dai turchi dell’impero ottomano, che alle popolazioni non musulmane chiedevano un pegno in sangue: un certo numero di bambini cristiani erano prelevati dalle loro famiglie e portati a Istanbul, circoncisi, turcizzati e destinati a trascorrere la loro vita nelle fila dell’esercito o in qualche altro servizio imperiale.

Ma uno di questi ragazzi divenne un valoroso dignitario della corte del sultano, quindi genero dell’imperatore, condottiero e statista di fama mondiale: Mehmed Pascià Sokoli, che, memore della sue origini, decise di costruire il ponte sul fiume Drina, per ordine e spese del visir.ponte drina2

Così iniziano i lavori, condotti in maniera arrogante dal funzionario Abidaga. Egli costringe a lavorare i contadini del posto strappandoli dai lavori nelle loro terre, senza pagarli e ovviamente iniziano le proteste, che sfociano in veri e propri atti di sabotaggio. Abidaga reagisce duramente e quando cattura un contadino intento di notte a sabotare i lavori, lo fa prima torturare e poi impalare vivo, e “un terrore indescrivibile s’impossessò dei cittadini e degli operai”.

Ma ahimè, il diavolo fa le pentole ma non gli spezzatini, e dopo tre anni di lavori forzati qualcuno pensò bene di avvertire il visir che Abidaga faceva lavorare la gente gratis, tenendo per sé i soldi destinati al vitto e al salario degli operai (mica l’abbiamo inventata noi mafia capitale…). Allora il fetentone viene sostituito dall’architetto Arifbeg, uomo onesto che porta a termine i lavori, con tanto di balli, festa e entusiasmo finale della popolazione (vorrei trovare un paragone in qualche politico attuale, ma non mi viene…).

Undici arcate di diversa grandezza, con una grande balconata centrale (“la porta”) dove ci si può incontrare, sedersi a discutere, amoreggiare, fumare, festeggiare.

E così si dipana la storia della gente di Visegrad e del suo ponte. Ovviamente la cittadina si sviluppa in traffici e commerci; accanto al ponte sorgono l’albergo, la locanda; in città nascono negozi. Il ponte è l’unico collegamento sicuro con la Serbia.

Ma la storia, quella con la esse maiuscola, si compone di tante storie, quella con la esse minuscola. Le storie delle persone, dei loro amori, dei loro affari, delle loro vicissitudini; le storie delle comunità turca musulmana, serba cristiana ed ebrea; le storie che fanno parte e vengono travolte dagli avvenimenti più grandi di loro: le rivolte, le guerre.

visegradEd ecco che verso la fine dell’ottocento i turchi si ritirano e arrivano gli austriaci.

“Gli austriaci che entravano temevano le imboscate. I turchi avevano paura degli austriaci, i serbi degli austriaci e dei turchi. Gli ebrei avevano paura di tutto e di tutti.”

La vita dei visegradesi cambia, sotto l’amministrazione della nuova potenza. Servizio di leva obbligatorio, censimento, costruzione di acquedotto e ferrovia e consumismo stravolgono la vita degli abitanti.

“Ovunque i grammofoni raspano e stridono marce turche, canzoni patriottiche serbe oppure arie di operette viennesi, secondo gli avventori per i quali suonano. Infatti, dove non c’è rumore, splendore e movimento, la gente non va e non spende.”

La Serbia rimane inquieta e poco dopo iniziano ad arrivare anche qui le idee nazionaliste e socialiste che si sono diffuse in Europa.

E arriva l’autunno del 1912 e poi il 1913, con le guerre balcaniche e le vittorie dei serbi. La frontiera turca arretra improvvisamente di oltre mille chilometri e la geografia europea cambia, così come viene scossa dalle fondamenta anche la vita della cittadina.

E infine arriva il 1914, l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie a Sarajevo e, ovviamente, le persecuzioni dei serbi, ovunque si trovino. Si diffondono il senso di pericolo e di odio e “gli uomini si divisero in cacciati e cacciatori”, con tanto di evacuazioni e impiccagioni.

E qui si interrompe il racconto, quando le artiglierie serbe e quelle austriache, nel loro cannoneggiamento quotidiano, prendono di mira anche il ponte, abbattendone uno dei pilastri, “terribilmente, malignamente spezzato nel mezzo”.

E Andrić ci racconta la scena con gli occhi e con il cuore del vecchio imano, per  il quale è crollato tutto un mondo.

“Se Dio ha tolto la sua mano da questa sventurata cittadina sulla Drina, l’ha tolta forse anche da tutto il mondo e da tutta la terra che si trova sotto il cielo?”

Immerso in tali pensieri, l’mano avanza sempre più faticosamente e lentamente, finché stramazza a terra, agonizzando.

Che dire? Nobel meritato.

Ma le avventure di questa terra straziata non sono certamente finite con la prima guerra mondiale. Ben altre violenze avrebbe dovuto conoscere negli anni novanta, durante la guerra civile jugoslava. Ma questa è ormai storia dei giorni nostri.

Stasera l’aria è fresca…

11 giugno 2015 Posted by | Libri, Storie ordinarie | | 10 commenti

Ripartiamo?

Sogliola alla mugnaia

Sogliola alla mugnaia

Domani si riparte per gli ultimi sei giorni di terapia.

La situazione mi sta sfiancando non poco, un po’ per la stanchezza, ma soprattutto per il non riuscire a mangiare.

Ormai il cibo, da me ancora così distante, sta diventando una vera e propria ossessione.

Oggi, per esempio, mi sono fissato con il pesce.

Non vedo l’ora di mangiarmi una bella sogliola alla mugnaia, come quella della foto, ma anche una soglioletta al vapore, con patate, andrebbe benone (vabbe’, in queste condizioni andrebbe bene anche un panino  con la mortadella… anche senza mortadella).

L’ultima volta che mi sono pesato, qualche giorno fa, ero a quota -15 chili rispetto alla situazione pre-intervento.

Prima che possa riprendere le funzioni mangerecce prevedo un -20.

Lasagne di pane carasau

Lasagne di pane carasau

Domenica pomeriggio ho cucinato le lasagne con pane carasau, con sugo alla salciccia e ai funghi.

Considerato che le mie narici funzionano benissimo, è stata una tortura annusare tutti i sapori del piatto e non poter mettere in bocca alcunché.

Chiederete: ma perché vuoi farti male?

Perché per un paio d’orette mi è sembrato di tornare alla normalità, salvo poi chiudermi in camera da letto non appena i miei familiari hanno iniziato a fare funzionare le ganasce e tintinnare le forchette.

Finora ho collezionato sette inviti a cena, quando tornerò alla normalità.

Spero di sfruttarli al più presto.

In tutti i casi, se ne accettano altri, eh?

P.S.: il 2 giugno 1981 moriva Rino Gaetano, indimenticabile cantautore che ci avrebbe regalato – ne sono sicuro – tantissimi altri bellissimi brani, oltre a quelli che ci ha lasciato.

A mano a mano

2 giugno 2015 Posted by | Salute, Storie ordinarie | , | 21 commenti