Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

E adesso che famo?

petraIn una delle scene finali de I predatori dell’arca perduta, Indiana Jones (personaggio al quale mi sento molto simile…) vuole impedire che il suo antagonista Belloq, archeologo asservito ai nazisti, apra l’arca dell’alleanza. Così ferma la colonna dei soldati nazisti che scortano l’arca, puntandogli addosso un lanciarazzi e minacciando di farla saltare in aria. Ma Belloq, ben conoscendo il suo rivale, lo sfida a sparare sull’arca, sapendo che non lo farà mai, perché “noi siamo di passaggio, ma questa è storia“. Ora, a vedere gli sgozzatori dell’Is che frantumano le opere d’arte nel museo di Mosul viene da chiedersi se la follia umana non conosca effettivamente limiti. Intendiamoci, la follia umana non distrugge soltanto opere d’arte: uccide uomini, donne, bambini; massacra, tortura. Ma qui forse c’è qualcosa di più: la storia pullula di massacri, ma pullula anche di rinascite, proprio sulle ceneri dei massacri. Qui invece c’è la volontà di cancellarla la storia, di fare tabula rasa in nome di non si sa bene cosa. Viene di chiedersi cosa ancora dobbiamo aspettare per cercare di salvare qualcosa di questo mondo, ammesso che siamo ancora in tempo per riuscirci…

Take on me

27 febbraio 2015 Posted by | Storie ordinarie | , | 3 commenti

Insciallah

insciallahPer affrontare questo romanzo della Fallaci serve non soltanto avere davanti un lungo periodo di convalescenza, ma anche essere animati da tanta buona volontà. E non soltanto per la lunghezza del libro (800, dicasi ottocento pagine), quanto per la sua struttura.

Pubblicato nel 1990 e acquistato dal sottoscritto nel febbraio 1997, nell’edizione raffigurata a fianco (prima uscita della serie SuperPocket, 6.500 lire), il libro ha sballonzolato per le librerie di casa per 18 anni, ha raggiunto la maggiore età e nel momento in cui mi hanno sgozzato, come un prigioniero dell’Is, ho deciso di affrontarne la lettura.

La storia che racconta la Fallaci è ambientata a Beirut nei primi anni ottanta, tra i soldati italiani che, insieme ad americani, francesi e inglesi, formavano il contingente ONU che avrebbe dovuto riportare un po’ di pace nella capitale libanese.

In particolare la storia parte dalla fine di ottobre 1983, quando due camion carichi di esplosivo fanno saltare in aria i comandi degli americani e dei francesi, provocando alcune centinaia di morti (e le voci parlano di un terzo camion, destinato agli italiani) e i tre mesi successivi, quando gli italiani se ne vanno, dopo gli altri contingenti, perché ormai a Beirut infuria la guerra di tutti contro tutti.

Ciò che colpisce del libro è la sua trama e la sua struttura. Qua e là spuntano le scene di guerriglia, di attentati, di trattative per evitarne altri, ma la parte del leone la fanno le storie di alcuni dei soldati italiani: i loro pensieri, le loro manie, le loro storie d’amore con le donne libanesi, le storie delle loro vite prima dell’arrivo a Beirut, le loro speranze e i loro desideri per la vita dopo Beirut.

E l’intreccio di questi due piani narrativi rende il libro a volte alquanto pesante. Non voglio dire che la Fallaci doveva “accorciarlo”, mica mi permetto tanto. Dico che con tutta la mia buona volontà, sono stato tentato di abbandonarlo per due volte: la prima a metà, la seconda sui tre quarti. Però ho tenuto duro…

Un romanzo dedicato agli uomini, alle donne, ai vecchi, ai bambini trucidati in quella e in tante altre guerre che l’uomo dispensa a piene mani per il pianeta. Emerge dal libro il pessimismo della Fallaci nei confronti della gran parte dell’umanità che, per colpa propria o di altri, uccide, stupra, distrugge, devasta, tortura; emerge la totale mancanza di motivazioni di questo massacro collettivo, se non l’obbedienza agli ordini di un Dio o degli uomini.

Buone le motivazioni, ma come dire? metà pagine sarebbero state più che sufficienti…

 A mano a mano…

25 febbraio 2015 Posted by | Libri | | 21 commenti

Elena Ferrante

elena_ferrante_la_frantumagliaNon ho letto alcun libro di Elena Ferrante, la misteriosa scrittrice che da oltre vent’anni tiene celata la sua vera identità.

Ho letto l’intervista che ha concesso un paio di mesi fa a Repubblica, nella quale sostiene che i suoi libri sono stati messi alla prova “senza alcun patrocinio”. Hanno dimostrato la loro autonomia. Dice anche che la curiosità di sapere chi sia riguarda per lo più gli “addetti ai lavori”, quelli che devono riempire il vuoto “con una faccia, mentre i lettori lo riempiono leggendo”.

Ora il successo non le imporrebbe di “metterci la faccia?” le domanda l’intervistatrice (detto tra noi, le domande di Simonetta Fiori in questa intervista su Repubblica fanno abbastanza cagare. A volte ho l’impressione che i giornali pubblichino solo per riempire il vuoto lasciato dalle pubblicità. Cioè, hanno venduto mezza pagina di pubblicità e allora si inventano qualcosa da mettere nella parte rimanente).

“Il nostro presidente del consiglio usa spesso questa espressione – risponde la Ferrante – ma temo che serva più a nascondere che a svelare. Il protagonismo fa questo: nasconde, non svela, trucca la prassi democratica. Sarebbe bello invece che non tra qualche mese o anno ma ora potessimo valutare con chiarezza cosa ci viene apparecchiato ed evitare disastri. Invece abbiamo non opere da esaminare ma facce. Io, successo o no, della mia so abbastanza per decidere di tenermela per me”.

Ora pare che la Ferrante abbia accettato di partecipare al premio Strega. Ha accettato a modo suo: sono candidati loro, scrive (“loro” sono i suoi libri), mica io. In una gara che definisce “finta” e alla quale non figurerà comunque.cetto_laqualunque

Desta una certa simpatia la scelta di questa misteriosa scrittrice (mi piace immaginare che sia una donna, anche se non è detto), in un’epoca in cui sembra obbligatorio “metterci la faccia”, invece di metterci le “cose buone” realizzate non dalle facce, ma dalle mani, dalle menti, dalle intelligenze, dalle lungimiranze.

Perché siamo seri, la faccia è importante e dice molte cose di una persona; lo sguardo soprattutto. E poi quando uno parla bisogna guardarlo in faccia e lui deve guardare in faccia il proprio interlocutore.

Ma non diamo alla faccia più rilevanza di quanta ne abbia effettivamente: quanti bei faccioni di politici vediamo sui manifesti elettorali che poi alla lunga (ma anche alla breve) combinano più guai che altro?

Eppure magari anche loro avevano una bella faccia…

Evvai Elena, magari lo compro uno dei tuoi libri in ebook, oppure me lo prendo in biblioteca. Che poi magari l’autrice è proprio la bibliotecaria, oppure la fruttarola all’angolo, oppure la postina… (machissenefrega).

24 febbraio 2015 Posted by | Libri | | 9 commenti

Arieccheme…

Decollete merkeliano...

Decollete merkeliano…

So’ tornato.

Sono tornato martedì, a dire la verità.

Domani dovrebbero togliermi gli ultimi punti che rimangono a deturpare il mio decollete.

Il medico parla di alte probabilità di guarigione.

Io sono più pessimista.

Lui dice che è naturale che io sia pessimista, ma che il mio apporto è essenziale per la guarigione.

Io continuo a essere pessimista.

Lui sottolinea il termine “guarigione”.

Io persisto nel mio pessimismo anti-illusorio.

Fra una settimana vi saranno i risultati definitivi delle analisi delle robacce che m’hanno tolto, sulla base dei quali si stabiliranno le terapie successive.

Vaffanculo…

 I tutti i miei giorni

19 febbraio 2015 Posted by | Un po' di me | , | 17 commenti

Lasciatemi fare ancora due brevi considerazioni, prima di…

farmaci1A me sembra che al giorno d’oggi si diano troppe cose per scontate. Solo perché accadono, anzi, perché alcuni hanno lasciato che accadessero, invece di stabilire delle regole.

Ora, pare che sia stato recentemente commercializzato un nuovo farmaco per la cura dell’epatite C, il Sovaldi, sviluppato da Pharmasset, impresa che è stata acquistata nel 2012 dal colosso farmaceutico americano Gilead.

In America, il costo di 12 settimane di terapia è stato fissato a 84.000 dollari, 1.000 dollari a pillola.

In Italia il farmaco è in vendita a quasi 75.000 euro, ma se la malattia è di quelle più ostiche, possono essere necessarie anche 24 settimane di trattamento. Il servizio sanitario italiano sarebbe riuscito a spuntare dapprima un prezzo di 45.000 euro, poi scontato (di quanto non si sa).

Il problema è che in Italia, con un numero di malati che oscilla tra cinquecentomila e un milione, garantire questa cura a tutti comporterebbe costi enormi, che attualmente non sono coperti. A chi somministrare quindi il farmaco? Ai malati più gravi? Ma il diritto alla salute prescinde dalle copertura finanziarie, e se un malato, lasciato fuori dalle cure, si rivolgesse a un giudice non è detto che quest’ultimo non decida di imporre al servizio sanitario nazionale la copertura delle spese per la sua cura.

La rivista medica indipendente americana Prescrire ha scritto che il prezzo di questo farmaco non ha nulla a che vedere né con i costi di produzione, né con i costi della ricerca. E’ semplicemente il risultato di un colpo finanziario, di una speculazione. Il Senato americano ha avviato un’indagine per stabilire la congruità del prezzo del farmaco.

Ora, a me sembra una enorme bestialità che la ricerca e la commercializzazione dei farmaci sia lasciata nelle mani dell’impresa, che ha come logica il profitto. Mi sembra una di quella castronerie talmente eclatanti che non dovrebbero nemmeno esistere. Perché è ovvio (e lo capirebbe anche un bambino) che se domani si scoprisse che una determinata malattia viene curata con sistemi naturali (che non possono quindi essere brevettati), questa scoperta verrebbe ovviamente occultata immediatamente. E chissà quante ne sono già state occultate, solo per preservare la logica del profitto.rasatura

Intendiamoci, il profitto è l’obiettivo primario di un’impresa; quello che in questo caso è sbagliato è che si lasci che venga applicato alla salute. La ricerca sui farmaci e la loro produzione dovrebbero essere del tutto sganciati da qualsiasi logica finanziaria (così finirebbero anche quelle immonde visite degli informatori scientifici negli studi dei medici di famiglia, che tanto fanno incazzare i pazienti). Per non parlare poi delle speculazioni a livello internazionale, ovviamente sulle spalle dei più poveri.

Chiudo queste brevi considerazioni salutando tutte le amiche e gli amici del blog. Domani sarà una giornata dedicata al silenzio, alla preparazione e alla rasatura.

Sono circa 25 anni che non mi rado completamente. Immagino che domani sarà un’impresa titanica cercare di evitare di sgozzarmi prima ancora dell’intervento chirurgico.

Introduzione PICC 2Ieri è stato l’ultimo giorno di lavoro. I colleghi mi hanno augurato buona fortuna; ho risposto che ne avrò bisogno, e molto. Poi oggi invece ho incontrato uno che mi ha detto “Fossi in te, non mi preoccuperei”. Ho risposto (con un sorriso sulle labbra che stava a mo’ di vaffanculo) “Se fossi in te, manco io sarei preoccupato“. Mi è venuto in mente quel detto secondo il quale tutti sono capaci di fare il gay con il culo degli altri.

Oggi ho avuto l’ultima seduta pre-operatoria, con l’inserimento di un PICC, cioè un catetere venoso, di ben 39 centimetri, che parte dal braccio e arriva fino al collo. I sanitari che hanno eseguito l’operazione sono stati bravi e gentili e non ho sentito alcun dolore, ma essere steso su un lettino del reparto di oncologia non mi risultava particolarmente gradito. E anche adesso, sapere di avere all’interno un tubicino di gomma di quasi mezzo metro, con una specie di rubinetto che spunta fuori dal braccio, mi mette un po’ a disagio…

Ieri ho anche regalato alla piccola il cellulare nuovo, dopo avere fatto la stessa cosa con mia moglie, un paio di settimane fa. Tutt’e due avevano il vecchio apparecchio imballato, e così ho fatto violenza (l’ennesima) alla mia carta di credito, che per un po’ se ne starà tranquilla.

Ora vado a letto. Comunque vada, sarà un successo. A risentirci, eh?

Buonanotte e buona vita a tutte/i.

What a feeling (bisogna sempre ricominciare…)

 

6 febbraio 2015 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 33 commenti

Lunedì…

sala-operatoria1Domenica alle 10 entro in ospedale.

Lunedì mi operano, ovverossia mi sgozzano, ammesso che non lo faccia prima io nel farmi la barba, dopo 25 anni che non eseguo più questa operazione.

Ieri, in autostrada, mentre tornavo dall’ospedale dopo aver fatto un pre-deposito di sangue (nel caso in cui serva una trasfusione durante l’operazione), osservavo le Alpi innevate, che da noi si vedono quando le giornate sono particolarmente limpide. C’era un sole magnifico; quando sono partito alle otto la temperatura era prossima allo zero, ma al ritorno, alle dieci, stava sui cinque-sei gradi.

In direzione della Val d’Aosta si poteva osservare un massiccio montuoso enorme, completamente innevato. Ripensavo al giorno valle-d-aosta-savoiaprima, quando sono andato con mia figlia alla Decathlon. Guardavo le biciclette, le maglie termiche che avrei comprato per pedalare su e giù per le nostre colline anche con queste giornate gelide. Non le ho mai comprate le maglie termiche, ma quest’anno l’avrei fatto, sapete? E sarei anche andato a correre (sempre con le maglie termiche, ovviamente), sapete?

E poi mi sarei pure iscritto ai corsi di cucina della Biffi, che tengono in un paese dell’Oltrepo vicino al mio. L’ho scoperto soltanto l’estate dell’anno scorso che ogni anno si tengono questi corsi di cucina e in autunno avrei iniziato, sapete?

Ora forse qualcuno si starà chiedendo: ma tutto adesso dovevi fare? Non potevi fare tutte queste cose prima?

Sì, ora mi accorgo di quante cose avrei potuto fare, prima

Lavorerò fino a giovedì mezzogiorno e in questi giorni sto passando le consegne a chi mi sostituirà. Mi sento uno zombie.

In casa mi sforzo di rimanere normale, ma ieri sera mia figlia mi ha detto che mi trovava un po’ “strano” e quindi stasera mi sono sforzato di più di ridere e scherzare (e per fortuna ce l’ho fatta).

Non ti devi disperare, – mi dicono – ti devi incazzare.

A volte mi riesce, ma non sempre. Il momento più difficile è alzarsi al mattino, e poi quando mia moglie e mia figlia escono di casa prima di me e io mi ritrovo da solo per mezz’ora. E non mi vergogno di dire che in quella mezz’ora mi viene da piangere. E lo faccio (non per mezz’ora, eh…). E’ come se dovessi scaricare la tensione. Poi riparto.

Stasera mi sono rivisto in tv il film Immaturi – il viaggio. Era il gennaio 2012 quando lo vidi al cinema. Tre anni fa. In una delle scene finali, la compagnia di amici, chiusa in prigione, fa il gioco del vorrei tornare indietro a…

Io invece vorrei fare il gioco dell’andare avanti a…

Minuetto

3 febbraio 2015 Posted by | Un po' di me | | 16 commenti

L’isola del tesoro

isola_tesoroIn questo mio vagabondare per le reminiscenze giovanili, mi sono letto (o riletto?) l’Isola del tesoro di R. L. Stevenson.

Romanzo avventuroso per eccellenza, fin dalle prime pagine si nota subito la differenza tra la scrittura di Stevenson e quella, per restare a un libro letto riletto recentemente, di London: la prima è molto più “corposa”, sebbene la trama rimanga tutto sommato abbastanza lineare.

Nella mia mente di bambino si sono fissate alcune figure tipiche (e mitiche) di questo libro e del mondo dei pirati: il rumore della gamba di legno di Long John Silver; i terribili e crudeli bucanieri; la mappa del tesoro; l’isola sperduta in chissà quale oceano; l’incredibile avventura vissuta dal protagonista, il ragazzo Jim Hawkins e dai suoi compagni d’avventura. E durante la lettura pensavo che i nostri figli oggi non hanno il privilegio (perché lo considero tale) di immagazzinare nella memoria queste storie fantastiche. Forse le leggeranno tra qualche decennio (forse), ma non sarà la stessa cosa. Io ricordo che sentivo il rumore della gamba di legno di Silver; vedevo la locanda Ammiraglio Benbow; aprivo davanti a me la mappa del tesoro. E ho fatto tutto questo quando ero un ragazzo e ho sognato con e dentro queste storie, che fanno parte della nostra cultura, del nostro immaginario collettivo. E poi ho combattuto insieme a Sandokan, ho viaggiato dalla Terra alla Luna e così anni dopo sono andato alla ricerca di tesori con Indiana Jones e ho aiutato Frodo a sconfiggere il signore degli anelli. Insomma, ho avuto una vita movimentata, almeno nella fantasia. E me li tengo strettissimi questi ricordi.

Mi spiace soltanto di avere letto (o riletto?) questo libro in un momento così particolare, nel quale la mia mente spesso virava altrove e io dovevo riportarla con pazienza sulla pagina stampata, tornando indietro di alcune righe e riprendendo con pazienza il filo della storia. Chissà, forse lo riaprirò fra qualche anno e lo riassaporerò meglio…

Avrai

 

1 febbraio 2015 Posted by | Libri | | 8 commenti