Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Voglio essere “tutelato”!

assistente sociale1Da quest’anno la mia azienda, per una serie di motivi e concause che non sto qui a elencare, ha in gestione un servizio sociale, cioè una di quelle cose formate appunto in gran parte da assistenti sociali, con alcune psicologhe ed educatrici, che tentano di rimettere in carreggiata le cosiddette “fasce deboli, da tutelare“.

Qualche tempo fa la responsabile di questo servizio ha avuto la bella idea di organizzare un incontro di tutto il personale, per fare conoscere i vertici aziendali.

Il direttore ha prontamente risposto: “Veniamo!”

“Veniamo come plurale maiestatico?” ho ribattuto io.

“No – ha replicato lei – Veniamo nel senso che vieni anche tu.”

Avrei voluto rispondere che avevo da fare cose più importanti e più urgenti che incontrare un gruppo di vecchie assistenti sociali rinsecchite e inacidite, insieme a qualche burbera strizzacervelli, così, applicando le più avanzate tecniche di comunicazione aziendale, ho risposto: “La trovo una stupenda idea! Però, viste le innumerevoli scadenze già scadute che ho di fronte, preferirei rinviare di qualche giorno questo ameno incontro con le nostre nuove maestranze.”

Lei mi ha guardato arcigna e ha troncato la discussione in perfetto stile dirigenziale: “Vieni e basta. Non fare l’orso come tuo solito.” e così, per rispetto della gerarchia aziendale (e soprattutto dello stipendio che mi elargisce mensilmente) ho abbozzato.

Qualche giorno fa, pertanto, ho scarrozzato la capa nello stabilimento dove ha sede questo fantomatico servizio sociale.

Mi aspettavo la tipica sala riunioni con le sedie disposte a cerchio – perché in quegli ambienti dispongono sempre le sedie a cerchio, così in teoria tutti sono uguali, ma c’è sempre “uno più uguale degli altri“, che in quel caso sarei stato io, probabilmente unico uomo maschio di tutta la compagnia – nella quale sarei stato sbranato da un nugolo di vetuste megere, e invece…

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… e invece sono stato accolto da una schiera di dolci pulzelle di un’età media che moltiplicata per due sarebbe arrivata sì e no alla mia, di gradevole aspetto e di invitanti prospettive, armoniosamente accasciate (e accosciate) su comode poltroncine, che mi osservavano con sguardi felini e…

… e vabbe’, insomma ho detto che ero sinceramente dispiaciuto che i vertici aziendali avessero aspettato così tanto tempo prima di portarmi a conoscenza delle impagabili collaboratrici che prestavano servizio in quello stabilimento; che il fatto che stessero in una sede distaccata da quella centrale non doveva assolutissimamente frenarle nelle loro richieste d’intervento del sottoscritto, che anzi auspicavo che la direzione – sempre così attenta al benessere dei dipendenti – istituisse un presidio fisso del sottoscritto presso i loro uffici, allo scopo di agevolare il più possibile il loro lavoro e che tenessero conto che anch’io mi collocavo all’interno di una cosiddetta “fascia debole” – moooolto debole: uomo di poco oltre i 50 (senza dimostrarli) passibile di sbandamenti cerebrali di fronte alle curve tortuose della vita – e che si dilettava nello scribacchiare raccontini umoristici che avrebbero potuto allietare le loro pause lavorative.

Insomma, sono stato preso da un sincero attaccamento alla nuova produzione di servizi, fintantoché sono stato bruscamente riportato alla realtà dalla mia capa che ha chiuso l’incontro con un anonimo “Per qualsiasi problema chiamate pure” al quale io ho prontamente aggiunto:

“Anche fuori dall’orario di servizio!”

:mrgreen:

Vabbe’, che dire? Tutti abbiamo bisogno d’aiuto, no?

Eh…

15 febbraio 2014 Posted by | Questa poi..., Storie ordinarie, Vita lavorativa | | 26 commenti