Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Gigante, pensaci tu

Data la situazione, mi sembra la richiesta più sensata…

Clic!

27 febbraio 2013 Posted by | Politica, Questa poi... | | 34 commenti

Non ci resta che fare le valigie…

donna con valigia

Io sono troppo povero per farlo.

Spero di riuscire a darne la possibilità a mia figlia, se vorrà approfittarne.

Ai miei concittadini italiani, lascio questa, di valigia…

25 febbraio 2013 Posted by | Politica, Questa poi... | , | 32 commenti

Quando offrire un caffè ti migliora la giornata

caffèL’azienda per la quale lavoro ha gestito per decenni anche un manicomio.

In un imponente edificio di tre-quattro piani, separato dal corpo di fabbrica principale e circondato da un grande parco, hanno trovato alloggio e assistenza per anni centinaia di matti, curati da personale religioso e infermieri manicomiali. Gli infermieri manicomiali erano per lo più ex contadini, ex manovali, ex camionisti del luogo, spediti a fare un breve corco di formazione all’ospedale, finalizzato ad acquisire tale qualifica. Il personale religioso erano suore, inquadrate in una struttura gerarchica parallela rispetto a qualle ufficiale (non so se qualcuno si è mai preso la briga di raccontare di quali misfatti si è macchiato il personale religioso nelle strutture assistenziali). Entrambe le categorie erano selezionate soprattutto in base a un elemento: la prestanza fisica.

Con la legge Basaglia del 1978 si è avviato il processo di chiusura del reparto psichiatrico e nel giro di tre-quattro anni il manicomio è stato svuotato. Quell’enorme edificio è rimasto in piedi per altri venticinque anni, ormai desolatamente abbandonato. Il parco intorno è diventato una selva inestricabile di arbusti e cespugli, finché nel 2007 il tutto è stato “alienato” (il termine che usa la pubblica amministrazione per dire che una cosa è stata venduta) e abbattuto, per fare posto a nuove urbanizzazioni.

Durante il processo di chiusura del manicomio i matti sono stati spediti ai loro luoghi d’origine: altri Comuni, altre Province, altre Regioni, altre strutture sanitarie dovevano prendersene carico. Questo è accaduto per la maggior parte dei matti, ma non per tutti. Decine di persone erano in quel posto quasi dalla nascita, non avevano parenti o se li avevano non volevano o non potevano prendersene cura.

Queste persone sono state trasferite in altri reparti della casa di riposo e hanno acquisito la qualifica di ex psichiatrici. Perché ex? Non perché fossero guariti, ma semplicemente perché il loro vecchio reparto era stato chiuso. Quindi i matti sono diventati inabili ex psichiatrici, e tali sono rimasti per un bel po’ di anni.

Ma, si sa, lo Stato è sempre alla ricerca della migliore definizione per i propri cittadini e quindi quando questi inabili ex psichiatrici hanno raggiunto i 65 anni, l’azienda USL è intervenuta prontamente con una sua commissione e ha decretato: “Ma questi non sono più inabili, questi sono anziani!” E così i matti, da inabili ex psichiatrici sono diventati anziani, molti dei quali autosufficienti o parzialmente autosufficienti.

I poveretti, in tal modo classificati dalla competente commissione socio-sanitaria, avrebbero forse potuto incamminarsi verso una serena vecchiaia, ma si sa, lo Stato una ne fa e cento ne pensa (o è il contrario?).

Le case di riposo sono scomparse, trasformate in case protette, o residenze sanitarie assistenziali e qui gli autosufficienti, parziali o meno, non ci stanno, non ce ne deve essere proprio traccia! Che fare allora? Idea: i matti, trasmutati in inabili ex psichiatrici e divenuti poi anziani, sono trasmigrati nella categoria dei disabili. Ed è in questa categoria che si trovano adesso, ma non è detto che non possano diventare qualcos’altro. Dipende. Da che cosa? Semplice: dal fatto che si trovi un’altra categoria che prevede standard assistenziali più bassi, perché tutte queste trasformazioni “genetiche” hanno avuto un elemento in comune: risparmiare sull’assistenza a questi poveretti.

Perché ho fatto questo breve excursus?

Perché stamattina sono andato nell’altro stabilimento aziendale e attraversando il centro socio riabilitativo (dove stanno i disabili) mi è venuto incontro il solito ex matto, ex inabile ex psichiatrico, ex anziano, ora disabile.

Le orecchie a sventola, i tratti del viso marcati, due cespugliose sopracciglia, lo sguardo velato di tristezza, la schiena ricurva, la camminata goffa. Ogni volta che mi vede mi saluta e inizia a parlare, rigorosamente in dialetto. “Come va? Dove vai? Come stai?” A volte incespica nelle parole, abbassa lo sguardo, non osa avvicinarsi più di tanto. Non so come si chiami, da dove venga, da quanto sia lì. Se lo incontravamo io e la piccola quando andavamo a trovare mia madre, lei mi stringeva la mano, nascondendosi dietro di me e io le dicevo: “Non devi avere paura dei matti. Devi temere quelli che vengono chiamati normali“.

Stamattina, preso da un piccolo languorino, mi sono appropinquato alla macchina del caffè e allora lui mi si è avvicinato e mi ha sussurrato: “Mi dai un euro?”

“Un euro? – ho ribattuto – E cosa lo fai un euro?”

“Prendo il caffè” mi ha risposto, abbassando lo sguardo.

Ho infilato la mia chiavetta nella macchina distributrice di bevande (tutti mi invidiano la chiavetta; pare che non ce l’abbia nessuno in azienda e io, lo confesso, quando la uso per  offrire il caffè a qualche collega – rigorosamente femmina – faccio un po’ il figo) e gli ho detto: “Prendi quello che vuoi”

Lui ha schiacciato il pulsante del tè, ha aspettato che il bicchierino si riempisse e poi se lo è sorseggiato lì vicino, aspettando che io mi finissi il mio caffè. Poi ci siamo salutati. “Ci vediamo la prossima volta, eh?” ho detto io. “Sì sì” ha ribattuto lui, seguendomi fino all’uscita, con la sua andatura goffa e lo sguardo soddisfatto.

Non so perché, ma questo episodio ha “bonificato” un po’ la mia giornata…

Ti regalerò una rosa

23 febbraio 2013 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , | 6 commenti

Breaking the silence

Ovviamente ognuno è libero di farsi l’idea che vuole.

Io continuerò nella mia lettura dell’Ebreo errante,

perché questo popolo nella storia ha subito violenze inenarrabili.

Ma ciò non gli dà il diritto di…

Testimonianze

The sound of silence

19 febbraio 2013 Posted by | Storie ordinarie | | 10 commenti

Giordano Bruno

17 febbraio 1600

Non potevo non ricordarlo

Statua di Giordano bruno a Campo de' Fiori

Statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori

Monito (ai viventi) a quello che è stata e che è la Chiesa cattolica.

Le passioni, le colpe, i delitti dell’umanità restano fissati per sempre

(Carlo Bo)

17 febbraio 2013 Posted by | Religione | , | 14 commenti

Il principe abusivo

il-principe-abusivoVa bene che il film del sabato pomeriggio è all’insegna del “facciamoce quattro risate e nun pensamo a gnente”, ma potrebbero elevare un pò la qualità di certe pellicole.

La storia, secondo me, doveva essere un po’ “arricchita”, altrimenti risulta banale: la principessa che finge una storia d’amore con un “uomo del popolo” per fare notizia (anche se per un nobile fine: raccogliere fondi attività benefiche), del quale alla fine s’innamora, condividendone la sorte “finché morte non ci separi”.

Alessandro Siani, regista e protagonista, passa metà film a fare una smaccata imitazione di Massimo Troisi che, ovviamente, non poteva riuscire. Nella seconda metà lascia un po’ di spazio agli altri personaggi, ma troppo poco per recuperare smalto.

Sarah Ferbelbaum c’azzecca abbastanza nei panni della principessa: onestamente, si è guadagnata la pagnotta.

Christian De Sica trova pochi spazi per alzarsi in volo, per non oscurare il protagonista.

Il risultato che è venuto fuori è, da parte mia, un sei a cinque (sei sbadigli contro cinque risate).

La cosa migliore del film?

Indubbiamente lei.

serena autieri

16 febbraio 2013 Posted by | Film | | 27 commenti

Prenditi cura di me / Gli scheletri nell’armadio

Navighicchiando nel sito dell’editore Sellerio, mi sono imbattuto in questo scrittore qui, Francesco Recami.

Insuriosito, ho preso in biblioteca un paio dei suoi libri.

prenditi dura di meIl primo è stato “Prenditi cura di me“.

Il protagonista del libro, Stefano, è un quarantenne sprofondato nel nulla, un eroe negativo, che a un certo punto si trova a fare i conti con l’anziana madre colpita da ictus.

Stefano stronzo era e stronzo rimane, soltanto più incasinato di prima e con l’obiettivo di fregare i soldi sul conto bancario della madre, per risolvere i suoi problemi.

Ma la madre invece di peggiorare (o morire, circostanza che a Stefano non dispiacerebbe per niente), migliora; migliora al di là di ogni più rosea prospettiva e allora i contrasti tra i due si fanno sempre più pesanti, fino a un finale che mi ha lasciato senza parole (nel senso che non l’ho proprio capito: più aperto di così…).

Quello che mi ha colpito in questo libro è la capacità dell’autore di mettersi nei panni della madre di Stefano, cioè di un’anziana che ha perso la propria autonomia e vede il mondo in un’ottica diversa da “prima”.

Azzeccato anche il profilo di Stefano, uno di quei figli che pensano che arrivati a un certo punto e in certe condizioni, è meglio che i genitori muoiano, così si risparmiano tribolazioni e soldi per badanti e/o case di riposo.

Credo che all’autore non interessasse particolarmente approfondire né la psicologia del figlio stronzo, né quella della madre non più autosufficiente, né quella delle difficoltà di entrambi ad accettare e muoversi nel loro nuovo ruolo. E’ come se la storia “fluttuasse” sugli avvenimenti, come la vita di Stefano, persa tra uno squallido lavoro di corriere per una cooperativa, pagato a cottimo, squallide serate al bar a bere con gli amici, uno squallido appartamento ricavato in un bar  con mega tv da 32 pollici.

Di tutt’altro tenore il secondo libro, “Gli scheletri nell’armadio“. scheletri nell'armadio

Si tratta di una specie di poliziesco che ruota intorno a una casa di ringhiera di un paese del basso milanese e ai suoi stravaganti abitatori. Uno di questi si trova inaspettatamente in casa tre scheletri, riportati alla luce da un suo amico durante la risctrutturazione della sua casa di campagna.

La trama è più complessa, in quanto a questa storia se ne intrecciano altre, tutte gravitanti intorno a malintesi, travisamenti dei fatti, erronee interpretazioni di avvenimenti. I dialoghi procedono fluidi, ben miscelati con le parti descrittive, in una sorta di “commedia degli errori” in cui l’autore ogni tanto fa sentire la propria presenza. E alla fine il mistero verrà dipanato per il lettore, non per i protagonisti.

Anche qui però l’intreccio della trama non si sviluppa completamente; è come se le vicende che fanno da corollario a quella principale rimanessero in stand by, come se continuassero a “mordersi la coda” anche dopo la fine della lettura del libro.

Tutto sommato sono contento di avere scoperto questo scrittore. Il secondo libro mi ha strappato qualche risata, che comunque male non fa.

14 febbraio 2013 Posted by | Libri | | 12 commenti

Al nipote di Fassino… date il gelato più piccino!

stupiditàMi spiace ricordarlo, però io l’avevo detto: manca poco alle elezioni, ma possiamo ancora perderle!

Non bastava aver fatto incazzare le bidelle. Ora ci siamo inimicati pure gli editor della Mondadori (che saranno in numero inferiore rispetto alle prime, ma per come siamo messi nelle cosiddette regioni “in bilico”, ci facevano comodo anche i loro voti).

L’antefatto.

Qualche giorno fa, durante una manifestazione elettorale del PD, ha preso la parola una signora, lavoratrice precaria, che ha detto: “Io mi sono stufata di vedere mogli di, figli di, fratelli di nei posti migliori. Io faccio nomi e cognomi: Giulia Ichino, a 23 anni, è stata assunta come editor della Mondadori. Della più grande casa editrice italiana, a soli 23 anni, mentre un mio amico, giornalista precario per un quotidiano di sinistra, resterà precario chissà fino a quando“. Pier Luigi Bersani, al termine del suo intervento, l’ha abbracciata.

Ora, io vorrei qui levare alta la mia esecrazione non soltanto nei confronti dei figli di, ma anche contro gli suoceri di, i nonni di e i nipoti di.

So per certo, per esempio, che quando lo suocero (o il suocero? boh…) di D’Alema va a fare il pieno con il SUV, il benzinaio gli sgrulla la pompa del serbatoio per cinque minuti nella bocchetta dell’auto, per fare scendere fino all’ultima goccia di carburante, mentre agli altri rimane mezzo litro di gasolio nel tubo.

E so anche che il nonno dela Camusso quando va a fare la spesa alla Coop con la badante, gli passano la tessera socio alla cassa per ben due volte, così si becca il doppio dei punti e arriva prima degli altri a prendere il set di pentole con rivestimento in pietra del Kurdistan, che cuociono i cibi anche senza accendere sotto il gas.

E, dulcis in fundo, ho saputo che al nipote di Fassino, quando va a comprare il gelato con la baby sitter, gli danno  sempre la parte di stracciatella dove ci sono più pezzi di cioccolato!

Non se ne può più di tutti questi figli di.

Siamo seri.

Non è che io voglia fare il nostalgico a tutti i costi, ma quando c’era il PCI e l’Unità (organo del suddetto partito, nonché quotidiano fondato da Antonio Gramsci) pubblicava gli interventi al Comitato Centrale, non è che si leggevano simili stupidaggini contro questo o quello. Non è che uno poteva salire sul palco (che dava un rilievo nazionale alle sue parole) e dire che il tal dei tali, da giovane, gli aveva fregato la fidanzata perché era un gran figlio di.

C’era più classe allora? Più autocontrollo? No, c’era un normale e comprensibile intervento censorio, perché se è (purtroppo) sacrosanta la famosa frase di Totò “La democrazia è la possibilità per ognuno di dire tutte le stupidaggini che vuole“, non è detto che questo principio debba poi tradursi in pratica a ogni piè sospinto.

Avrei anche potuto capire se la signora in questione avesse accusato Giulia Ichino di essere la editor di Bruno Vespa, oppure dei romanzi di Walter Veltroni, ma visto che non si è macchiata di tali crimini, la sua bordata mi è sembrata francamente eccessiva.

In un paese normale, forse questa polemicuccia da quattro soldi non avrebbe avuto spazio, anche perché questi metodi mi ricordano un po’ quelli squadristi. Io ci sono incappato diverse volte quando facevo politica: l’attacco personale, con tanto di nome e cognome del bersaglio, era un’abitudine in voga anche a livello comunale, fin da quando al posto di facebook e twitter c’erano i manifesti affissi ai muri.

Che poi tutti andrebbero misurati sul piano delle loro capacità, ben sapendo che non tutti partiamo sullo stesso piano. Ci sono le persone più fortunate, le persone più ricche, quelle più belle. E poi ci sono quelle capaci e quelle incapaci. E’ vero che la precarietà del lavoro (che poi si traduce in precarietà della vita) è una vera e propria piaga sociale, ma su questo il centrosinistra un modesto esame di coscienza dovrebbe anche farselo, per avervi a suo tempo aperto le porte, senza introdurre quelle garanzie sociali e quei controlli necessari per evitarne l’abuso.

Ora, non resta che chiedersi: quale sarà la prossima categoria che faremo incazzare? I produttori di bufaline di Frosinone? Le casalinghe di Voghera? Gli amministratori di condominio?

P.S.: vista la giornata, questa mi sembra proprio la canzone adatta.

11 febbraio 2013 Posted by | Politica, Questa poi... | , | 7 commenti

Since i left you

The Avalanches è un gruppo musicale australiano, del quale si hanno poche notizie in Italia.

Uno dei loro album è SINCE I LEFT YOU, il cui motivo principale credo vinse anche diversi premi.

The Avalanches – Since i left you

Vi fu un periodo nel quale il videoclip veniva trasmesso spesso dalle tv musicali italiane e io ne rimasi affascinato.

Il titolo anzitutto: since i left you, da quando ti ho lasciato, da quando te ne sei andato, come uno struggente ricordo di una persona cara che non è più tra noi.

La musica, sottilmente malinconica, con le parole ripetute in maniera quasi ossessiva, come un ritornello che tenta di recuperare un legame affettivo interrotto.

E poi i personaggi del video, con il protagonista, il minatore che balla leggiadro malgrado la sua stazza, quasi vincendo la forza di gravità, la giuria, dapprima scettica e poi piacevolmente sorpresa e, last but not least, le due ballerine…

Rimasi talmente stregato da questo video che acquistai l’album via internet. E tra la data di acquisto e quella di arrivo, mio padre morì.

Così ancora oggi, quando sento questa canzone, mi prende un groppo alla gola e mi viene da dire: “Papà, mi manchi ancora tanto” e mi piace immaginare che volteggi e piroetti da qualche parte, senza l’assillo delle nostre piccole cose terrene.

9 febbraio 2013 Posted by | Musica | | 13 commenti

Ahahah!!!

Eheheh!!!

Il Giorg ha colpito ancora…

clooney-fastweb

Meditate, gentili donzelle, meditate…

😀

1 febbraio 2013 Posted by | Questa poi..., Storie ordinarie | , | 31 commenti