Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Un pirla, soltanto un pirla…

A volte, battaglie in parte giuste, vengono portate avanti da emeriti coglioni.

29 febbraio 2012 Posted by | Questa poi... | | 10 commenti

Un giorno, forse…

… qualcuno, sfogliando i miei libri, si ricorderà di me e delle mie riflessioni, dei miei ragionamenti, delle mie impressioni, come in questo caso.

Aprirà bauli di ricordi e sfoglierà pagine ingiallite e frasi sottolineate e parole evidenziate, testimoni inconsapevoli di fugaci pensieri, di lievi emozioni, di piacevoli momenti di solitudine.

Troverà qualche segno del mio passaggio su questa terra e, spero, sorriderà, guardando l’orizzonte.

Un giorno, forse…

(per ora sto qua!)

21 febbraio 2012 Posted by | Un po' di me | , | 13 commenti

Le imposte, le tasse, i canoni e Belen Rodriguez

Rimembravo recentissimamente (cioè ieri sera, avendo avuto la malauguratissima idea di vedere l’inizio del festival di Sanremo) sui miei trascorsi di diritto tributario.

Poca roba, in realtà. Tanto quanto sarebbe bastato per fare il ministro delle finanze.

Rimembravo la differenza che passa tra le imposte, le tasse e i canoni (con l’accento sulla “a”, onde evitare bibuleggiamenti vari…).

Le imposte sono soldi che lo Stato o gli altri enti pubblici territoriali incassano e che sono prive di vincolo di destinazione: vengono cioè restituite ai cittadini sotto le più svariate forme. Case, scuole, strade, ospedali, pubblica sicurezza, cultura, ecc. Le imposte in genere sono progressive, cioè chi più ha, più paga, non soltanto in termini reali, ma anche in termini percentuali. Le imposte di scopo, cioè istituite per finalità specifiche, sono un’anomalia, e infatti credo che forse paghiamo ancora qualche imposta legata alla guerra di Libia…

Le tasse, invece, sono legate alla fruizione di uno specifico servizio. Vengono pagate ovviamente soltanto da chi usufruisce di quel servizio. Possono essere calibrate sul reddito del cittadino oppure no. Se lo sono, in genere occorre dimostrare di avere diritto alla loro riduzione.

Poi ci sono i canoni, che in pratica sono tasse legate alla fruizione di particolari servizi pubblici. Tipici sono, per esempio, i canoni demaniali.

Orbene, tra questi ultimi vi è uno dei canoni che è forse quello più odioso e iniquo di tutti, cioè il canone RAI. Io sono uno di quelli che lo ha sempre pagato diligentemente, incazzandomi pure con chi invitava (e invita) all’evasione.

Ammesso e non concesso che sia giusto che lo Stato chieda ai cittadini il pagamento di un canone per accedere all’etere, cioè per poter guardare la tv o ascoltare la radio, non si capisce perché il canone debba essere versato alla RAI.

Mi si può rispondere che la RAI è la concessionaria del servizio pubblico radio televisivo.

Una risposta del genere è in realtà una presa per il culo bella e buona, perché ci sono tonnellate di libri e quintalate di sentenze che in pratica sono giunte alla conclusione che il servizio pubblico si qualifica come tale non tanto da un punto di vista formale, quanto sostanziale. Tradotto in soldoni: il servizio pubblico possono farlo anche televisioni e radio private, anche se non ne sono concessionarie e anche se non ne hanno il “timbro”.

Il canone serve per tenere in piedi quell’immondo carrozzone che è appunto la RAI. E io non ho nessuna voglia di pagare il canone per vedere i tatuaggi inguinali di Belen Rodriguez. Perché ieri sera, con una mossa alquanto avventata, mi sono sparato circa tre quarti d’ora di festival di Sanremo e dopo avere visto la cagata dell’anteprima, la cagata dello studio stellare, le cagate delle battute dei conduttori e le cagate delle prime canzoni, mi sono chiesto: “Ma perché attendono così tanto per fare entrare le vallette… pardon, le collaboratrici?”

Beh, ora l’ho capito: perché bisognava uscire dalla fascia protetta, per dare il via a uno degli spettacoli più osceni che abbia mai visto. Dopo il comizio strapagato della prima serata (anche lì è andato un pezzo del mio canone), per fare odiens hanno pensato di andare sul volgare, anzi direi proprio sullo squallido. Se avessero preso una decina di prostitute di strada, lo spettacolo sarebbe stato più fine, avrebbero speso molto meno e avrebbero pure tolto dalla strada per una sera alcune povere disgraziate.

Mi chiedo: ma quanto avranno dovuto pensare i dirigenti RAI per mandare in tv (nella tv del servizio pubblico…) una donna senza mutande? Quanto guadagnano questi geni? Più o meno di diecimila euro al mese (netti, ovviamente)?

Sono stufo di finanziare queste stronzate.

Scriverò una lettera alla RAI: chiederò che mi restituiscano la mia quota di abbonamento relativa al cachet di Celentano, a quello di Belen e agli stipendi dei dirigenti che hanno tolto le mutande a quest’ultima. Entro trenta giorni, altrimenti gli espongo pure gli interessi.

P.S.: oggi sono stato impegnato fuori casa, ma non mi sembra di avere letto di vibrate e accorate proteste della Chiesa cattolica nei confronti dello smutandamento in diretta sulla tv del servizio pubblico. Evidentemente è più preoccupata dell’ICI…

17 febbraio 2012 Posted by | Questa poi... | , , | 23 commenti

Padania Padania…

Stamattina, per lavoro, ho dovuto raggiungere la città in auto.

Da me sono caduti pochi centimetri di neve, ma più mi avvicinavo alla città e più mi accorgevo che la nevicata notturna era stata più consistente.

E più mi avvicinavo alla città più vedevo gente che spalava davanti ai negozi, davanti alle abitazioni, nei cortili.

La strada statale che attraversava l’ultimo paese prima della città era tutto un brulicare di pale e badili che si agitavano nel bianco abbagliante di una mattina a tratti soleggiata.

Uomini e donne imbacuccati che non hanno atteso i bollettini della Protezione civile, non hanno atteso l’ordinanza del sindaco, non hanno polemizzato in tv o sui giornali.

Spalavano. E basta. Perché così si fa.

P.S.: mi sarei volentieri unito a loro, ma gli impegni di lavoro… sapete com’è…

11 febbraio 2012 Posted by | Storie ordinarie | , | 61 commenti

Dalla precarietà del lavoro alla precarietà della vita

Prendete un nano (uno di quelli di Biancaneve, per esempio) e ripetetegli mille volte al giorno che lui è un gigante. Dopo un paio di mesi di questa cura, portatelo in un asilo nido: se ancora aveva qualche dubbio in proposito, si sarà convinto del tutto che lui è un torregginate e imponente spilungone.

Così funzionano le leggi della persuasione e della convinzione: continuare a ripetere un concetto, anche se è il più assurdo, irragionevole, folle; anche se in fatto di logica è una bestemmia.

Così è per il famoso articolo 18.

Premetto che ho scarsa simpatia e fiducia nei sindacalisti: hanno assorbito anche loro l’aria che tira e si sono specializzati nella difesa dei farabutti (forse perché buona parte di loro è effettivamente un farabutto). Se dovessi giudicare il sindacato dalla faccia e dalle parole di Landini, sarei quasi propenso a vietarlo per legge, ma qui il problema travolge anche uno degli ultimi parolai rossi.

Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

In Italia ci sono sostanzialmente due tipi di licenziamento.

Il primo è il licenziamento per giustificato motivo. Il giustificato motivo può essere oggettivo, cioè legato all’azienda (esempio: crisi aziendale, ristrutturazione, ecc.), oppure soggettivo, cioè legato al lavoratore (esempio: lo scarso rendimento o l’insubordinazione). Il licenziamento per giustificato motivo esisteva anche prima dello Statuto dei lavoratori e prevede il preavviso.

Il secondo tipo è il licenziamento per giusta causa. Questo tipo di licenziamento presuppone, in sostanza, che venga a cessare il rapporto fiduciario tra l’imprenditore e il lavoratore. E’ talmente grave, che non c’è nemmeno preavviso: il rapporto di lavoro cessa immediatamente.

Il licenziamento per giusta causa può anche non essere collegato all’attività del lavoratore. Uno degli esempi classici che fa il mio manuale di diritto del lavoro è quello dell’insegnante in una scuola cattolica che divorzia: secondo alcune teorie può essere una giusta causa di licenziamento. Quello può essere l’insegnante migliore del mondo, ma il divorzio (fatto assolutamente personale) può fare cessare il rapporto fiduciario con la scuola di orientamento cattolico e quindi contraria al divorzio civile.

Non parliamo poi dei licenziamenti “mascherati”, nei confronti dei lavoratori a tempo determinato, dei collaboratori, delle finte partite iva. Non parliamo dei licenziamenti in bianco firmati al momento dell’assunzione. Non parliamo dei licenziamenti  per il passaggio da una società a un’altra (simile alla prima, ma con nome diverso).

Orbene, una persona normale cosa dovrebbe pensare?

Si può licenziare per crisi aziendale o per ridurre i costi, si può licenziare un lavoratore fancazzista, si può licenziare quando cessa il rapporto fiduciario. Ci sono centinaia di forme contrattuali possibili. Cosa occorre oltre a questo per tutelare le imprese?

E invece no.

Da anni ci stanno bombardando dicendoci che una persona normale aborrisce questo sistema, che è arcaico, ingiusto, tutela soltanto alcuni e non tutti, disincentiva gli investimenti, ecc.

Insomma, ci stanno raccontando un sacco di balle.

Ma allora ci si potrebbe chiedere: se tutta questa manfrina dell’articolo 18 è una bufala, perché continuare a insistere, a rischiare lo scontro sociale per nulla?

Qui sta il punto.

Al nano di cui sopra, non è sufficiente che gli raccontiate che è un gigante. Dovete anche dirgli: “Ma come, non ti vergogni? Tu sei così alto e gli altri t’arrivano sì e no al ginocchio! Visto che non possiamo certamente accorciarti, ti diamo periodicamente una bella dose di randellate, così sarai costretto a camminare curvo e a testa bassa, così sarai uguale agli altri” e avrete risolto il problema.

Il fatto è che qui si vuole passare dalla precarietà del lavoro alla precarietà della vita.

Vogliono che la gente si alzi al mattino e pensi: “Speriamo che oggi al mio capo piaccia il mio vestito, la mia pettinatura, che gradisca l’abbinamento delle scarpe con la borsa. Speriamo che nel fine settimana non abbia trovato un’altra segretaria con le tette più grosse delle mie. Altrimenti mi licenzia in quattro e quattr’otto”.

Conosco un’obiezione: il sistema attuale non consente il licenziamento dei fancazzisti, che i giudici reintegrano con l’aiuto dei sindacalisti.

A parte il fatto che occorrerebbe chiarire qual è l’entità del problema, non si capisce perché al limite non si intervenga su questo punto, senza scatenare una guerra mondiale.

Perché l’obiettivo non è questo, ovvio. Il problema del cosiddetto “articolo 18” non è economico e nemmeno giuridico, è essenzialmente morale. E la nostra società la morale se l’è ormai messa sotto ai piedi, spiaccicandola coma una cicca di sigaretta fumata e gettata via.

Sarebbe necessaria una levata di scudi morale, non di difesa, ma di attacco, per spazzare via tutte quelle oscenità contrattuali introdotte negli ultimi anni (anche per merito dei soloni del centro sinistra). E per avviare finalmente un processo civile di riconoscimento del lavoro (retribuito il giusto e rispettato) per quello che è: uno dei fondamenti della nostra società.

Ma tant’è…

P.S.: e poi non dite che sono comunista, eh?

7 febbraio 2012 Posted by | Politica, Sani principi | , | 27 commenti

Non voglio aver bisogno di te perché non posso averti…

Prendete quella vecchia canaglia di Clint Eastwood e fategli fare un film interpretato da sé stesso e da quella raffinata attrice che è Meryl Streep e avrete I ponti di Madison County, una chicca riproposta oggi pomeriggio dalla tv.

Un incontro casuale, quattro giorni nei quali scoppia un amore che durerà tutta la vita (e oltre), una scelta dolorosa per una donna, un ricordo incancellabile per entrambi.

Non tutti sono capaci di conservare nel proprio cuore e nella propria memoria un ricordo così indelebile, con il giusto stato d’animo, senza rancori, recriminazioni e disperazioni più o meno mascherate.

trailer

(Scusate l’intermezzo paranoico, ora torno a bibùleggiare…)

3 febbraio 2012 Posted by | Un po' di me | , | 53 commenti

Non ci sono più le corteggiatrici di una volta

Stamattina, mentre ero impegnato in una importantissima e pallosissima riunione di lavoro, il mio telefono cellulare ha fatto plin plin (che non è la pipì di un noto spot pubblicitario, ma il segnale che mi è arrivato un sms).

A fine riunione, ho dato un’occhiata all’apparecchio e ho visto che il messaggio, proveniente da una donna, conteneva una sola, lapidaria parola: Saldo.

E’ la prima volta che una donna, invece di mostrarsi interessata, ma che dico interessata, incantata, affascinata, estasiata, rapita dalle mie doti intellettuali (e non solo…   :mrgreen:    ), mi chiede direttamente (e anche un po’ brutalmente) il saldo del conto corrente…     😦

Che tempi, dove andremo a finire?

1 febbraio 2012 Posted by | Questa poi... | | 71 commenti