Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

E’ in via di definizione…

Qualche settimana fa, in occasione di una visita, il medico mi ha chiesto: ” Lei è un fumatore? ”

” Un po’ ” ho risposto.

Il medico mi ha guardato: ” Essere fumatori è come essere incinta: o lo si è oppure non lo si è. ”

” Intendevo dire che fumo poco. – ho precisato – Comunque sì, lo sono. ”

Mi è tornato in mente questo episodio quando, qualche giorno fa, di prima mattina, durante la colazione (della serie come rovinarsi la giornata subito di mattina presto) ho visto un dibattito in tv al quale partecipava Marco Minniti, quello al cui confronto Dracula sembra Raz Degan.

A un certo punto il giornalista gli ha chiesto come rispondeva all’obiezione di chi sostiene che le elezioni anticipate sono un salto nel buio, perché non c’è un governo alternativo con un programma.

Il Minniti ha risposto che allo schieramento alternativo ci si sta lavorando e che il programma “è in via di definizione”.

In via di definizione???

😯    😯    😯

Cioè, fatemi capire. L’Italia è con l’acqua alla gola (e dico acqua perché sono un signore…). Dal 2008 fino a un mese fa il governo diceva che andava tutto bene e che stavano varando la più grande diminuzione delle tasse di tutta la storia mondiale. Ormai tutti chiedono le dimissioni del berlusca, comprese le Pro Loco e l’Ordine delle Suore Romite di San Giovanni Battista. C’abbiamo un capo di governo che è circondato da spacciatori di droga, affaristi della peggiore specie, leghisti e puttane (che nella compagnia fanno la figura migliore…) e che in questo momento litiga proprio con il suo ministro dell’economia (che non è un economista, ma – guarda caso – un commercialista, cioè un esperto di come non pagare le tasse).

Insomma, in questo casino che ormai tutti conosciamo purtroppo bene, se domani il grande venditore di fumo dovesse dimettersi (bada bene: l’unico modo che ha per dimettersi è quello di fuggire all’estero, cioè di dichiararsi latitante), l’opposizione che fa?

Sta definendo il programma!

Cioè, come se andate in salumeria, chiedete un etto di prosciutto e vi rispondono che lo stanno definendo, cioè stanno macellando il maiale; oppure andate a comprare un armadio e vi dicono che stanno abbattendo gli alberi per costruirlo! Come se io domani in ufficio mi metto a leggere il giornale e quando mi chiedono perché non lavoro, rispondessi che, dopo 25 anni, sto ancora definendo il mio contratto!

E per fortuna che questi fanno di professione i politici a tempo pieno! Il programma è come essere incinta: o l’embrione c’è oppure non c’è, non ci sono alternative!

Roba da matti…

Non ci resta che piangere…

25 settembre 2011 Posted by | Politica, Questa poi... | | 16 commenti

Un infinito numero

Io, umile scribacchino padano, credo che Sebastiano Vassalli sia uno dei migliori scrittori italiani viventi.

Dopo essere stato letteralmente affascinato da La Chimera, i successivi libri che ho letto mi hanno rafforzato nell’idea che ho testé espresso, compreso quest’ultimo, acquistato in una libreria di Cesenatico, nella quale la piccola mi trascinava quasi ogni sera.

Un infinito numero è, anch’esso, un romanzo storico. Anzi, un romanzo sulla storia, che è cosa diversa, che è cosa che avvolge e travolge gli uomini, che ne schiaccia la stragrande maggioranza, che li umilia, che ne fa emergere alcuni affinché possano tormentare i loro simili, finché anch’essi saranno seppelliti da chi prenderà il loro posto.

La storia è ambientata nell’antica Roma, ai tempi di Ottaviano Augusto, dopo la fine della guerra civile con Marco Antonio ed è raccontata da Timodemo direttamente all’autore.

Timodemo è l’ex schiavo di Virgilio, poi reso libero ma che resterà vicino a lui fino alla sua morte, e narra il viaggio che loro due, insieme a Mecenate, compiono nell’Etruria, cercando di capire per quale motivo gli Etruschi non abbiano lasciato tracce scritte della loro storia. Ma i tre sono anche alla ricerca di notizie sulle origini di Roma, perché Virgilio ha ricevuto l’incarico di celebrarle in un poema, per dare lustro a Ottaviano.

Attraversando un’Etruria ormai in decadenza, una sera in un tempio i tre rivivranno tragicamente le vicende dello sbarco di Enea in Italia, della distruzione dei villaggi nelle terre dove si vogliono fermare, dei massacri di uomini, vecchi e bambini, della prigionia delle donne, tenute in vita per la prosecuzione della specie. E da questa operazione di pulizia etnica, narrata in pagine che difficilmente si dimenticano, nascono le dodici città etrusche, ma anche una tredicesima, Roma, mai riconosciuta come etrusca e abitata dalla feccia della feccia dei conquistatori.

Tornati a Roma, Mecenate, come tutti gli amici dei dittatori, cade in disgrazia, mentre Virgilio viene costantemente torchiato da Ottaviano affinché termini il suo poema e lo si pubblichi. Ma Virgilio è restio a raccontare la storia di Enea in chiave agiografica e prima di morire incaricherà due servitori di distruggere l’Eneide. Lo stesso Timodemo cercherà di farlo, senza riuscirci e, essendo stato condannato a morte, se ne fugge nella campagna pugliese, senza poter più visitare la tomba di Virgilio e senza poter leggere alcun libro, per non destare sospetti sulla sua vera identità.

Ecco, questa è la storia raccontata obrobriosamente da uno scribacchino padano che ora, senza ulteriori tentennamenti, giura di chiudersi in casa, indossare un cilicio e concentrarsi su Bibùlo2.

21 settembre 2011 Posted by | Libri | | 40 commenti

Attenti alle vendite di maglioni!

Aquila, che vuole fare sempre di testa (e becco) sua, ha messo qualche annuncio di vendita di arredamento e abbigliamento, su quei giornaletti di annunci gratuiti che circolano anche qui. Roba della quale vuole liberarsi recuperando qualche euro, che poi andrà a gozzovigliare in giro per bettole padane di infima categoria.

Ieri ho ricevuto questo sms: “Ho visto annuncio per i maglioni. Ma sei single?

😯  😯  😯

Visto che LUI combina i guai e poi io devo aggiustarli, ho pensato che la “vendita di maglioni” fosse una frase in codice, un gergo per chissà quale transazione, e allora ho risposto: “Non ho capito bene la domanda. Che c’entra?

Dall’altra parte per tutta risposta è arrivato un altro sms: “E’ chiaro che è la domanda di una che cerca conoscenze! Ma quanti anni hai? Sei carino?

Ho controllato a fatica Aquila, che voleva rispondere che, al confronto, l’Harrison Ford di Indiana Jones è una sciacquetta e ho interrotto lì il messaggiamento, che è terminato (dall’altra parte) soltanto stamattina, quando evidentemente la persona “in cerca di conoscenze” si è convinta che quello era un annuncio di vendita e non di “acquisto”…

Ma dico io! E se quello metteva in vendita un cappotto, cosa mi sarebbe successo?

Boh… music, plis… (nessuno vuole un’Aquila in comodato d’uso?)

Uso? Ops! Che ho detto?

19 settembre 2011 Posted by | Questa poi... | , | 14 commenti

E’ finita…

Parlo dell’estate, ovviamente.

Lunedì iniziano le scuole e mercoledì la stagione estiva terminerà anche meteorologicamente.

Nel tardo pomeriggio sulla bassa padania sono arrivati i primi nembostrati, con forti temporali, che qui da me hanno portato soltanto un po’ di vento e fulmini, spazzando i cortili e illuminando per un’oretta l’orizzonte.

Lo so che altri avrebbero molto più semplicemente scritto che sono arrivate nuvole, ma non io, che all’età di 12-13 anni, nella cartoleria vicino a casa acquistai un libro di meteorologia che conservo tuttora gelosamente (Piccole guide Mondadori, 650 lire). Per quale motivo un bambino di quell’età acquisti un libro di meteorologia rimane tuttora un segreto anche per me. Forse i miei genitori avrebbero dovuto comprendere quel sintomo e farmi visitare da uno bravo (ma forse, se lo avessero fatto, non sarebbe mai nato lui…). Ricordo bene quella cartoleria, che esiste ancora: ero affascinato dalle penne e dai quaderni colorati, dai libri di Salgari e di fantascienza, insomma da tutto quello che non potevo comprare, perché di soldi ce n’erano pochini e anche una penna nuova era un piccolo lusso da concedersi raramente.

Per tornare a bomba, è finita un’estate che è scivolata via fulminea, mi è sgusciata tra le dita come lo stipendio.

Da cosa è stata caratterizzata questa balzana estate, oltre che dalla rapidità con cui è trascorsa?

I viaggi e le vacanze sono state un mezzo fallimento. Se escludiamo il week-end di Roma, per il resto sarebbe stato meglio starsene a casa.

Ho subito un furto in casa che, al di là del computer sottratto, mi ha lasciato un senso di insicurezza che a volte disturba ancora il mio sonno.

Ho conosciuto meglio persone che già conoscevo e ho conosciuto qualche persona nuova; nel primo caso, non sono mancate le delusioni.

E’ stata un’estate nella quale ho preso coscienza che le mie condizioni di lavoro sono destinate a peggiorare, non solo e non tanto sul piano economico, quanto su quello qualitativo.

L’estate nella quale i ragionamenti della piccola si sono fatti sempre più articolati e nella quale ha mosso i primi passi Bibulo2, che spero proprio veda la luce in autunno.

L’estate nella quale i pensieri si sono intrecciati con le fantasie; i sogni con le delusioni; le speranze con lo sconforto.

E’ stata una stagione di passaggio, verso cosa ancora non lo so, ma spero che, attraversando sulle strisce pedonali, non mi investano subito.

E stasera, godendo di questa gradevole aura, mi sento di proporre questa.

17 settembre 2011 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , | 28 commenti

Storia (parecchio alternativa) della letteratura italiana

Antonella Landi è un’insegnante toscanaccia che gestisce anche un blog e un sito e che ha scritto questa storia un po’ “alternativa” della letteratura italiana, partendo dal duecento fino a D’Annunzio (e saltando a piè pari – con soddisfazione – il Carducci).

Perché “alternativa”? Perché fa un po’ di gossip sugli autori, sulle loro manie, le loro fissazioni, le loro ansie. Insomma, su quello che in genere a scuola non ci insegnano (o per lo meno non ci insegnavano).

San Francesco, poeta folle e delicato e Jacopone da Todi, che si converte quando alla morte della moglie scopre che indossava un cilicio.

Jacopo da Lentini, Jacopo Mostacci e Pier della Vigna che discutono dell’amore e ne mettono in versi la dinamica, sempre uguale e sempre la stessa: vedo uno/a che mi garba, mi scarabattolo tutto dentro e piglio una botta che mi ripiglio dopo tre o quattro anni. La passione si scatena, straborda, esonda, poi col tempo si attenua e alla fine non ci si ama più.

Gli stilnovisti che elevano la donna a angelo e fanno impazzire le ragazze toscane, ai quali si contrappongono quelli della scuola comicorealista (“quelli chiacchierano, chiacchierano, chiacchierano, ma ‘un battono un chiodo!”).

Dante Alighieri, troppo grande, troppo completo, troppo bravo; mediocre di statura, il naso a becco d’aquila e le mascelle larghe alla Ridge Forrester. Educato in casa da Brunetto Latini, il gay più erudito di tutta la città, che stimò profondamente ma che nella Commedia butta tra i sodomiti, perché gli omosessuali non li digerì mai.

Francesco Petrarca, anima inquieta che lotta per fare il poeta, polemico e pesante, scrive in latino e schifava i suoi contemporanei.

Giovanni Boccaccio, mandato dal padre a studiare scienze bancarie a Napoli, mentre moriva pure lui dalla voglia di fare il poeta. E a Napoli incontra Maria dei Conti d’Aquino, “bella tonda e soda”. Lui non era come Petrarca (“l’amo, non l’amo, l’amo, non l’amo…”), lui ci dava dentro senza riserve.

Ludovico Ariosto (che scrive l’Orlando furioso dedicandolo all’amico Ippolito d’Este che dice “Un libro così brutto non l’avevo mai letto” e allora lui lo riscrive) e Niccolò Machiavelli, che scrisse quello che pensava senza tanti peli sulla lingua e ne pagò le conseguenze.

E poi Torquato Tasso (sparare su di lui sarebbe come sparare sulla Croce Rossa, che pure uno come Leopardi pianse sulla sua tomba); Galileo Galilei (che abiurò di fronte a nostra madre chiesa per non finire sul rogo come Giordano Bruno); Carlo Goldoni (espluso dal collegio Ghisleri di Pavia per avere scritto una satira contro le donne pavesi); Ugo Foscolo, sempre impegnato in ginnastica erotica e che quando si innamorava emetteva torrenti di parole, che si trasformavano in fiumi di carta scritta.

Alessandro Manzoni, che da l’avvio alla moderna prosa italiana ed è moderno, attuale per niente bigotto e moralista. I genitori si separano quando era piccolo e viene spedito in un collegio cattolico. A diciotto anni finalmente esce libero (“Il primo che mi parla di Cristi e Madonne lo sfondo!” pare abbia detto una volta a casa) e se ne va a a trovare la madre a Parigi, respirandone l’aria molto diversa da quella della padania. A Parigi Manzoni diventa amico di Claude Fauriel, illuminista, e scopre l’esistenza di una cultura laica, lui che per anni aveva recitato rosari su rosari.

Giacomo Leopardi, infelice per definizione, ma che non era quel pessimista che icono le antologie scolastiche. Esagerato nello studio, nel quale si perdeva, a quattordici anni padroneggiava tre lingue antiche (latino, greco e ebraico) e si esprimeva in inglese, francese e spagnolo, tant’è vero che un giorno il suo precettore si licenziò perché “questo ne sa più di me e mi fa le domande a trabocchetto per vedere se ci casco”. Desideroso di andarsene da Recanati, non ci riuscì mai, finché i suoi lo spedirono a Roma, che però lo deluse parecchio (“Tutto qui? – pare abbia detto – Questa città mi sembra piena più che altro di burini.”) e quando tornò a Recanati, gli faceva schfi più di prima (come succede sempre a me quando mi sposto dalla padania, insomma).

E poi gli Scapigliati; Giovanni Verga, con la sua umanità disgraziata di contadini curvi, minatori, ribelli, sfruttati; Giovanni Pascoli, voce italiana del decadentismo e Gabriele D’Annunzio e la sua storia della costola.

E’ un gustoso libretto che lega questi personaggi alle loro opere in maniera originale e anche divertente. Leggerlo è stato un po’ come compiere un salto all’indietro agli anni del liceo.

Sto diventando troppo nostalgico. Sarà la vecchiaia…

15 settembre 2011 Posted by | Libri | | 34 commenti

… e ritorneremo!

Nun c’è che ddì!

Ehm… pardon… volevo dire non c’è che dire, Roma ha i suoi innegabili vantaggi.

Primo: a Roma la prima cartina che compri va bene per sempre (parlo di cartine topografiche, ovviamente…)! Sì, perché le cose da vedere sono sempre le stesse, non si decidono mai a ristrutturarle malgrado ogni due-tre anni esca un nuovo condono!

Secondo: è facile imparare il dialetto locale. Basta raddoppiare le consonanti dove ce n’è una sola, metterne una dove ce ne sono due, eliminare la prima lettera degli articoli e sostituire il “gl” con la j: vojo ‘na bbella bira ggelata!

Terzo: i monumenti sono naturalmente protetti da un triplo, quadruplo, a volte quintuplo strato di cinesi e/o giapponesi ridenti (ma che c’avranno sempre da ridere ‘sti qua?).

Quarto: è facile farsi fare una foto insieme, perché basta prendere uno dei cinesi e/o giapponesi di cui sopra e consegnare loro la vostra macchina fotografica. E’ possibile che l’abbiano assemblata proprio loro (o un loro parente)  quindi ne conoscono il funzionamento alla perfezione (meglio di voi, magari ve la resettano anche aggratisse…).

Quinto: la gente si sposa nelle ville piene di casini, cosicché uno si sa già regolare dove andrà a finire e infatti gli sposi (maschi) c’hanno un aspetto dimesso dimesso, che vorrebbero scappare se solo ne avessero ancora la forza. E poi in queste ville ci sono posti dove vi fanno sdraiare insieme ad altre persone di sesso diverso, alle quali però qualche secondo dopo viene subito “un gran mal di testa” e allora pensate che andate in bianco pure stavolta (come lo sposo di cui sopra, insomma…  😕  ).

Vabbeh, però Roma è sempre Roma dai…

P.S.: per fortuna che ci sono le romane, che sono sempre un gran bel vedere, ma questo non fateglielo sapere, perché altrimenti si montano la testa… :mrgreen:

12 settembre 2011 Posted by | Amici, Storie ordinarie | , | 12 commenti

Roma, arriviamo!

Andiamo a vedere un po’ di ‘sti ruderi, va là…

Che poi chissà cosa c’è lì che non ci sia anche in padania…

8 settembre 2011 Posted by | Storie ordinarie | | 28 commenti

Cronache sconclusionate di una vacanza da obliterare…

Lo dice a volte anche la Tata de La7: a volte i bambini andrebbero ascoltati di più.

Anche quando ti consigliano di tornare, per le vacanze, nell’albergo dell’anno scorso, dove vi siete trovati bene e tu, adulto responsabile, dovresti ricordare quella canzoncina che, nella sua sempliciotteria, ti consiglia la stessa cosa.

E invece tu no: “Stesso posto dell’anno scorso? Ma quando mai! Uomo di mondo sono io!” e ti vai a ficcare in quel di Cesenatico (l’obbrobrio della foto esiste veramente e io ci stavo vicino: una immonda costruzione di una quarantina di piani che non si capisce cosa c’entri con il resto del paese e chi cazzo l’abbia lasciata costruire).

Dove sei arrivato e quanto devi prestare attenzione a tutte le mosse che fai, te ne accorgi subito, all’arrivo in albergo, dove alla reception ti chiedono: “Ha avuto difficoltà a parcheggiare l’auto?”

“No, rispondi, l’ho messa qua vicino al mare.”

“Ah, dove c’è il parcheggio a pagamento?”

“A pagamento? Non me ne sono accorto.”

“Eh già – ti risponde la receptionist – le conviene spostarla subito, oppure pagare 5 euro per il parcheggio giornaliero.”

Pensi che 5 euro per parcheggiare tutto il giorno praticamente in riva al mare non è poi così tanto, finché non scopri che con il termine “giornaliero” non si intende tutta la giornata, ma un sua parte: 5 euro al mattino, 5 euro al pomeriggio e 5 euro la sera. La notte il parcheggio è gratis, ti basta spostare l’auto entro le 8 del mattino.

E come se non bastasse, quando poi vai in un negozio per acquistare una tavola per il mare che costa 10,90 euro e tu appoggi sul tavolo una banconota da 20 euro e 90 centesimi, noti con un certo disappunto che la commerciante mette tutto nel cassetto e ti saluta.

“Mi scusi – osservi con un po’ di disagio – ma io le ho dato 20 euro.”

“No, lei mi ha dato 10 euro.”

“No no, io le ho dato 20 euro e 90 centesimi e se lei non mi dà il resto, chiamo carabinieri, polizia, guardia di finanza e guardia costiera!”

“Sì, forse ha ragione lei, non ho guardato bene.”

“Forse ho ragione? – pensi – Forse sei una str…!”

E per finire in bellezza la prima giornata, quando vai al ristorante dell’albergo e vedi il buffet (“ricco” come da depliant) pensi: “Però! Quanti antipasti!”

Peccato che quelli non siano solo gli antipasti, ma anche il primo, il secondo, il contorno, il dessert e la frutta.

Qualche settimana fa, in una intervista Renzo Arbore diceva che Paolo Villaggio è uno dei più grandi comici italiani, non ancora riconosciuto come merita soltanto perché è ancora vivo. In particolare, la comicità di Fantozzi, per quanto surreale possa sembrare a volte, rispecchia spesso la dura realtà delle cose.

Te ne accorgi quando vai in spiaggia, nel bagno convenzionato con il tuo albergo e noti che ti hanno riservato un ombrellone (con lettino) all’ultima fila, il che vuol dire che al pomeriggio l’ombra del tuo ombrellone se la gode il tuo vicino, mentre tu non ne ricevi da nessuno e ti abbrustolisci al sole.

Di contro, il mare dell’adriatico è sempre una certezza, anzi, una sicurezza: è impossibile annegare, perché per un centinaio di metri dalla riva vi sono talmente tante alghe che è come camminare in un minestrone.

“Papà – ti chiede la piccola – perché c’è la bandiera blu?”

“Lascia perdere e andiamo avanti verso il largo.”

Il largo… parolona grossa nell’adriatico, perché passate la alghe, hai la netta sensazione che il livello dell’acqua invece di salire, scenda. Sì, quest’anno il fondo del mare era proprio ondivago, per cui, alla fine, a mezzo chilometro dalla spiaggia c’hai l’acqua praticamente al ginocchio e ti fa sorridere il segnale di pericolo visto a un centinaio di metri dalla costa che ti avvisa di “acque profonde”.

Dopo avere fatto un simulacro di bagno in mare e dopo la necessaria, obbligatoria, indispensabile doccia per ripulirti dalle alghe (che a te ti si ficcano anche nelle tasche del costume e che rischi di portarti dietro pure in albergo), ti siedi sotto al tuo ombrellone, ti accorgi che uno dei tuoi vicini è una specie di ghe pensi mi brianzolo al quale un altro disgraziato gli chiede: “Ma tu sei mai arrivato fino agli scogli?” (intendendosi quelli che stanno a circa un chilometro dalla riva e dove il mare – forse – raggiungerà la profondità di un metro) quello risponde tutto esaltato: “Scogli? Ma lo sai che io sono stato l’unico che ha visto qui – e indica il mare-minestrone – un delfino?”

Un delfino??? 😯 😯 😯

Una decina di anzianotti si radunano intorno allo sbruffone brianzolo che racconta una serie di avventure al confronto delle quali quelle del capitano Achab sono come grattate di orecchie.

E così, tra un tentativo di bagno, pasti a base di insalata scondita e verdure grigliate (così almeno non ingrasso, pensi) e un giro tra i negozi del paese, arrivi al giro di boa della metà della vacanza, con la tragica cena in spiaggia, alla quale non ti puoi sottrarre perché la piccola è tutta esaltata all’infausta idea.

“Dove si fa la cena?” chiedi all’animatore dell’hotel.

Un paio di bagni più in là.” è la laconica risposta del delinquente, mentre un folto gruppo di villeggianti affronta, sotto la calura delle sette e mezza, un “più in là” che, a occhio e croce, sarà 3-4 chilometri.

Arrivati al fatidico bagno (ti guardi indietro e ti sembra strano che non ci siano più quei simpatici vecchietti che sono partiti insieme a te e speri che almeno l’ambulanza si arrivata in tempo), noti che il personale dell’albergo, in trasferta lavorativa, fa mettere in fila con modi sbrigativi tutte le persone prima dell’ingresso.

“E ora – inneggia uno di loro – per iniziare una bella sangria per tutti!

No! – senti urlare dalle ultime file – La sangria no!” deve essere qualcuno che c’ha avuto la sfiga di prenotare due settimane di vacanze ed è miracolosamente sopravvissuto alla cena in spiaggia della settimana precedente.

La famosa sangria che ti obbligano a prendere stende un altro 20% circa della compagnia. Soltanto ai bambini viene risparmiato questo supplizio, ai quali però viene distribuito una specie di succo di frutta al cui confronto il mare algoso sembra acqua distillata.

Ai reduci della sangria vengono assegnati i rispettivi tavoli e tutti quanti ci si avvia al buffet, che serve piatti adatti al clima tropicale di questo inizio di settembre: peperoni alla brace, carne di maiale, ecc.

Tornato al tavolo con un piatto di plastica pieno di schifezze più o meno indigeste, ti accingi a mettere qualcosa nello stomaco che possa alleviare le conseguenze della sangria, quando il discgiochei attacca con il suo lavoro e ti accorgi che il tuo tavolo dista un paio di metri da un altoparlante che spara musica a tutto volume.

Non fai in tempo a prendere atto della situazione e a mettere in atto le opportune misure compensatorie (tradotto: a cambiare tavolo), che il discgiochei invita tutti, grandi e bambini, a ballare. Quella che dovrebbe essere una pista da ballo si allarga a dismisura mano a mano che la gente, evidentemente inebriata dal “misto maiale alla griglia con patate novelle”, si unisce alla compagnia.

Vedi la coppia con bambino del tavolo vicino al tuo che viene rapidamente fagocitata da una massa urlante e sculettante e quando una bionda riccioluta in minigonna si piazza a ballare praticamente nel tuo piatto, capisci che è il momento di spostarti un po’ più in là.

La serata termina (almeno per te) quando la piccola, stremata da una serie di balli che avrebbero steso anche un gorilla, ti chiede di tornare all’hotel. E allora affronti il viaggio di ritorno, sperando che la seconda parte della tua vacanza trascorra il più velocemente possibile, invidiando i tuoi colleghi che il giorno successivo devono affrontare soltanto una giornata di tranquillo lavoro…

7 settembre 2011 Posted by | Storie ordinarie | | 16 commenti

… e si torna!

Non so se raccontare,

divertendovici,

oppure dimenticare…

5 settembre 2011 Posted by | Storie ordinarie | | 21 commenti