Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

“Sono venuta solo per telefonare”

Stasera vorrei fare un ragionamento piccolo piccolo. Per farlo, chiederò aiuto a un grande scrittore, Gabriel Garcia Marquez e a un racconto della sua antologia Dodici racconti raminghi, della quale avevo già parlato in questo post: “Sono venuta solo per telefonare“.

Occorre dire subito che il racconto presenta la struttura narrativa tipica di tutte le storie: il protagonista sta vivendo la sua vita normale; a un tratto accade qualcosa di imprevisto, che la sconvolge; il protagonista dovrà lottare per raggiungere un nuovo equilibrio (migliore o peggiore di quello iniziale).

Una donna sta viaggiando con la sua auto: si chiama Maria, è andata a trovare i genitori e sta tornando dal compagno, che l’aspetta per la sera stessa.

A un tratto la sua auto va in panne e piove pure a dirotto (quando si è fortunati nella vita…).

Arriva un autobus che va nella sua stessa direzione. L’autista l’avvisa che non va molto lontano, ma a lei interessa soltanto poter telefonare al suo compagno per avvisarlo che farà tardi.

Maria sale sull’autobus e si siede accanto a un’altra donna, che le dà una coperta per asciugarsi e coprirsi. Sull’autobus vi sono altre donne con coperte uguali alla sua.

Maria si addormenta e si sveglia mentre l’autobus entra in un grande e tetro edificio; scende insieme alle altre donne, riparandosi con la sua coperta come tutte le altre, dal momento che continua a piovere.

Maria si rivolge a un’altra donna all’ingresso, chiedendo dove può trovare un telefono, ma quella la invita a proseguire insieme alle altre. Lei insiste per poter telefonare, ma inizia a essere trattata abbastanza brutalmente.

A questo punto Maria comprende dov’è finita: in un manicomio, e le altre donne sono tutte pazze, recluse in quella struttura. Ovviamente, quando si accorge di questo, Maria inizia a “dare fuori di matto” e altrettanto ovviamente, trovandosi in un manicomio, viene trattata come una pazza.

Intanto il suo compagno l’attende a casa inutilmente, dapprima preoccupandosi per il suo ritardo, poi convincendosi che lei lo ha abbandonato un’altra volta. Maria, infatti, prima di lui ha avuto altri due compagni e non è nuova a tradimenti. Il compagno passa dalla preoccupazione, alla gelosia, alla rabbia e infine all’indifferenza.

Intanto in manicomio Maria più si agita e più viene sedata, finendo devastata fisicamente e psicologicamente. Finalmente riesce a fare avere un messaggio al suo compagno, spiegandogli dove si trova. Lui va a trovarla, ma prima parla con il medico, direttore del manicomio, che gli spiega che è pazza, che la stanno curando e mettendolo in guardia che è fissata con il telefono.

I due si incontrano. Maria è pronta per andarsene, ma lui le dice che deve rimanere lì ancora un po’, almeno fino a quando non sarà completamente guarita, ma di non preoccuparsi perché verrà a trovarla ogni sabato. Lei comprende di essere perduta e si aggrappa a lui, chiedendo disperatamente di essere portata via, ma interviene prontamente una guardia che li separa.

Da quel momento Maria non vorrà più vedere il compagno e finirà per accettare supinamente la permanenza in manicomio; il compagno per un po’ di tempo continua ad andarla a trovare, poi si rifà una vita con un’altra donna, si trasferisce e lascia un po’ di soldi a una vicina affinché le porti le sigarette ogni tanto. Poi finiranno anche quei soldi e alla fine anche l’ospedale, nel quale Maria aveva trovato “la pace del chiostro”, verrà demolito.

Mi perdonerà il grande Gabo se ho così indegnamente riassunto un suo racconto, ma mi serviva per un riflessione.

C’è un momento nel quale Maria sbaglia il proprio comportamento e trasforma la sua storia in tragedia? Da quando ha messo piede sull’autobus, poteva comportarsi diversamente per evitare di finire rinchiusa in manicomio?

No, molto probabilmente no. E questo è la caratteristica angosciante della storia.

Maria paga il conto di errori passati: quando mette piede sull’autobus è ormai troppo tardi, la sua storia è segnata. Nessuno le crederà più, tantomeno il suo compagno.

Ci sono storie, insomma, che forse non si possono più raddrizzare, per le quali non si può fare altro che portare le sigarette ogni tanto. Finché non sopraggiunge l’oblio…

😛

P.S.: il mio libro uscirà per Pasqua. Spero di poter organizzare una presentazione nella capitale a fine mese. Avevo pensato a un gigantesco uovo dal quale spuntare fuori e produrmi in un balletto a mo’ di questa qua:mrgreen:

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7 aprile 2011 - Posted by | Libri, Sani principi | ,

17 commenti »

  1. Buonasera.
    Questo del “Gabo” non l’ho letto, ma visto che salvi solo due racconti e uno l’hai praticamente raccontato tutto, penso che risparmierò i soldi per comprare questo libro e aspetterò fiduciosa un tuo post col secondo racconto.
    Vista la mia situazione, leggere la tua consapevolezza nell’ultima frase mi rattrista un pò, anche se, di fatto, tant’è! E io non fumo nemmeno. Ma con “oblio” intendi la pace dei sensi??? 🙂

    Ps: in bocca al lupo e…spero proprio di poterci essere; per niente al mondo vorrei perdermi un Pennuto che balla “a mò di quella la”

    Commento di Rory | 8 aprile 2011 | Rispondi

  2. auguri per l’uscita del libro.

    Commento di Maria | 8 aprile 2011 | Rispondi

  3. Cmq, ripensando al titolo del racconto, penso che quella sì che è una donna che si accontenta! Il post di Ifigenia le farebbe un baffo. 🙂
    Beh, per oggi ho scritto fin troppe stupidaggini, me sa. Meglio che me ne vado a dormire che ho sonno!
    ‘notte wi-a! 🙂

    Commento di Rory | 8 aprile 2011 | Rispondi

  4. Uovo … uscita come “quella là” ?!?
    Ser @Aquila, ritorna in te !
    Noi saremo ad aspettarti per farti una “standing ovation” e poi … per andare a cena con te, tutti a spese tue, ovviamente !
    Te ne sei dimenticato ???
    😛

    Commento di cavaliereerrante | 8 aprile 2011 | Rispondi

  5. Sono convinto che nella vita siamo in gran parte artefici del nostro destino. Però ci sono delle reazioni a catena che una volta avviate sono inarrestabili. Se non le riconosciamo in tempo dobbiamo poi subirne le conseguenze.

    Commento di Giulio GMDB© | 8 aprile 2011 | Rispondi

  6. che racconto angosciante! 😯

    Commento di anto | 8 aprile 2011 | Rispondi

  7. io ho anche smesso di fumare…

    Commento di Martina | 8 aprile 2011 | Rispondi

  8. Ho l’opera completa del grande Gabo, uno degli scrittori che amo di più. Eppure mi ero completamente dimenticata di questo racconto. Non è uno dei miei preferiti, a dire la verità.
    Io non credo che per forza Maria abbia sbagliato in qualche cosa, né nel passato né nel momento specifico. Una vita come tante, insomma. Ma è la stessa vita che, con una crudeltà inaudita, periodicamente ci presenta il conto (di che cosa?) e ci mette alla prova. Certe persone più di altre. Sono quelli i momenti in cui ci si apetterebbe e si vorrebbe e si cerca l’aiuto nel prossimo. In particolare nelle persone che ci stanno più vicine. Forse più che l’aiuto la comprensione. Non sempre arriva. Anzi molto spesso le persone care ci girano le spalle proprio quando avremmo bisogno di una mano tesa e di un sorriso (vedi il compagno di Maria verso il quale ho provato un senso di repulsione e odio profondo). Quindi si resta con se stessi. E la forza per andare avanti, per continuare, la si deve cercare dentro se stessi. Sperando che l’oblio, presto o tardi, arrivi e diluisca questa sensazione di inadeguatezza al mondo in cui viviamo.

    Commento di Maria | 8 aprile 2011 | Rispondi

  9. Maria, la tua analisi del racconto è splendida. Non potrei aggiungere altro.

    Commento di Martina | 8 aprile 2011 | Rispondi

  10. Il racconto forse è un po’ angosciante, ma scritto da Marquez scorre via gradevole come l’acqua fresca in queste calde giornate primaverili.
    A volte, purtroppo, occorre prendere atto che non tutto nella vita si può riaggiustare.
    Forse i diretti interessati possono dimenarsi per cercare di scoprire cause, ragioni, responsabilità, scusanti, ecc. ecc. Questo forse serve per sopportare meglio il peso delle loro scelte.
    Agli altri non rimane che proseguire per la propria strada.

    Commento di aquilanonvedente | 8 aprile 2011 | Rispondi

  11. egoismo? una bella soluzione.

    Commento di Martina | 8 aprile 2011 | Rispondi

  12. Punto!
    Hai detto tutto, aquila.

    Commento di Rory | 8 aprile 2011 | Rispondi

  13. uhmm… avrei detto di aver letto i Dodici racconti raminghi.. ma di questo non ricordavo assolutamente.. mah.. :-(((

    Commento di 1,2,3stella | 9 aprile 2011 | Rispondi

  14. Mi ritrovo abbastanza in quanto hai detto. Una volta presa una decisione, scelta o subita, non resta che proseguire per la propria strada. Non sempre è facile, anzi quasi mai lo è.
    Ma non c’entra molto con quello che io ho detto. (so bene che il tuo è un discorso generale e non rivolto nello specifico al mio commento).
    Mi riferisco alla necessità di trovare un punto di contatto anche fra persone che per vari motivi si sono perse. Comprensione, affetto. Chiamalo come vuoi. Sparisce davvero tutto?

    Commento di Maria | 9 aprile 2011 | Rispondi

  15. Non ho mai letto niente di Marquez. Dici che sarebbe meglio rimediare?

    Commento di anto | 9 aprile 2011 | Rispondi

  16. @Aquila-10 ( ma qui da te, si gioca la ‘battaglia navale’ sui quaderni di scuola ? ), credo che, in concreto, Tu abbia ragione, quando dici ( con amarezza ? ) che “A volte, purtroppo, occorre prendere atto che non tutto nella vita si può riaggiustare.” … Eppure ho visto con i miei occhi stessi ( e non elucubrando con meditazioni ‘tardo-romantiche’ e/o filosofiche ), che se i “due cocci”, ma specie il “coccio più debole” ( che in genere, ammettiamolo, è la Donna ! ), riescono ad uscire dalla vana litigiosità ( la peggiore delle quali si gioca sulla testa dei Figli, che diventano ‘oggetto della contesa’ ), e mantengono ciascuna la propria dignità ed il rispetto dell’ uno verso l’ altra, non di rado “quei cocci” si possono rincollare . Certo, non esistono manuali di reincollatura di pezzi umani separati, nè regole da seguire con certezza sugli esiti auspicati, ma esiste ed è sorprendentemente “incollante”, la memoria del rapporto com’ era “prima della rottura”, e l’ aver conservato ( lo capisco, è durissmo, amaro, talvolta devastante … ) uno/una dei due la propria immagine dignitosa ed “indipendente”, talvolta catalizza il reincollaggio !

    Commento di cavaliereerrante | 9 aprile 2011 | Rispondi

  17. Ops mi era sfuggito che volevi uscire dall’uovo quando arrivi qui
    …………nooooooooooo te prego risparmiaciiiiiiiiiiiii!!!!!!!!!!!!!!!!

    tanto ti vogliamo bene lo stesso!
    Ma so che non reggerei!
    😆

    Commento di kate | 13 aprile 2011 | Rispondi


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