Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Quando…

A volte va anche un po’ così.

Ogni tanto.

Non spesso.

Un cicinino…

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29 dicembre 2010 Posted by | Un po' di me | | 32 commenti

Il regalo di natale

Onofrio rientrò a casa tardi quella sera: era abituato a cenare alle otto e rincasò alle sette e mezza. Prima di mettersi a tavola avrebbe dovuto impacchettare i regali, affinché fosse tutto pronto per mezzanotte, come ogni notte di natale che si rispetti.

Appoggiò sul tavolo del salotto gli ultimi regali acquistati proprio quel pomeriggio, unì quelli comprati nei giorni precedenti, le carte da imballo, i nastrini, i biglietti, il nastro adesivo colorato e iniziò il lavoro: si rendeva conto che di anno in anno diventava sempre più difficile scegliere i doni.

Il regalo per la moglie, anzitutto. Lo confezionò in una carta rossa, che quello era pur sempre il colore dell’amore e della passione. Attaccò in un angolo una coccarda altrettanto ardente e scrisse il biglietto.

Poi i regali per la figlia: due, perché si sa, per i giovani bisogna avere un occhio di riguardo e lui per quella che ancora oggi chiamava “la sua piccolina” di attenzioni ne aveva avute sempre tante. Per questi aveva scelto una carta arancione. Avvolse i pacchi con un nastro giallo e ne arricciò le estremità con le forbici, lasciandoli lunghi e penzolanti. Giallo e arancione, i colori della gioia. Per un attimo gli tornò in mente quando alla sua bambina, tanti anni addietro, leggeva la favola “Riccioli d’oro” da quel grande libro che aveva tuttora conservato e lei, seduta al suo fianco, lo stava ad ascoltare sempre con la stessa identica attenzione. Per un attimo Onofrio, sentì gli occhi inumidirsi, ma represse sul nascere quell’improvvido singulto e tirò dritto: prese il biglietto, scrisse quello che doveva e mise da parte i due pacchi.

Poi c’era il regalo per i genitori. Cosa potevano desiderare due persone anziane che nella loro infanzia avevano sofferto la fame e per decenni si erano privati di tante cose per consentire a lui, unico figlio, di studiare e di conquistare un gradino più elevato nella scala sociale? Ovviamente un bel cesto con tante leccornie, quelle golosità che in genere durante l’anno non si comprano mai. Mise assieme le diverse confezioni in una bella carta blu, rinchiudendola con tre stelle adesive gialle, proprio come se si trattasse di un cielo stellato.

Quindi Onofrio iniziò a sistemare i regali per gli amici.

C’era l’album di fumetti per Roberto, che era un maniaco per queste cose.

C’era il romanzo d’amore per Stefania e i guanti per sua figlia Sara, che se ne andava in motorino anche quando le temperature erano sottozero.

C’era il saggio di politica per Bruno e il libro di favole per suo figlio Matteo, nato proprio quest’anno.

C’era il CD musicale per Sandra e il DVD di un film poliziesco per Giulio: a un passo dai cinquant’anni quei due erano ancora fidanzati e tutti gli anni a Natale programmavano il loro matrimonio, salvo poi cambiare idea prima dell’epifania ed essersene completamente scordati entro carnevale.

Per ognuno di questi aveva una carta particolare, un nastro o un fiocco diverso e un biglietto d’auguri con una frase speciale.

Onofrio terminò il lavoro che erano quasi le dieci. Depose i pacchi vicino all’albero di natale e ne accese l’illuminazione, alzò la tapparella della porta-finestra del salotto e lasciò uscire quel segnale intermittente, l’unico messaggio lanciato verso il mondo esterno.

Erano le undici passate quando Onofrio, terminata la cena, si distese sul divano e accese la televisione, aspettando mezzanotte. Spense la luce e la stanza rimase illuminata dallo schermo televisivo e dalle luci intermittenti dell’albero. Le immagini dei soliti programmi e film sdolcinati gli passarono velocemente davanti agli occhi, prima che si addormentasse.

Quella notte Onofrio fece un sogno diverso dalle altre notti di natale.

Non sognò la moglie che se ne era andata tanti anni prima, dicendogli “è meglio che ognuno segua la propria strada”. Se le ricordava bene Onofrio quelle parole e il risentimento che ancora oggi nutriva nei suoi confronti.

Non sognò la figlia, che pian piano si era staccata da lui e con la quale riusciva a malapena, ogni tanto, a parlare al telefono.

Non sognò il padre e la madre, che all’età di quasi novant’anni erano stati sistemati in una casa di riposo e che lui, sentendosi in colpa, non visitava ormai da mesi.

Non sognò gli amici e le amiche che non vedeva da anni, perché li aveva trascurati, ci aveva litigato, non sapeva dove fossero o semplicemente perché da troppo tempo se ne stava chiuso dentro sé stesso.

Quella notte Onofrio fece un sogno magico.

Sognò che a mezzanotte Babbo Natale entrava nel suo salotto e gli lasciava un enorme regalo, tutto per lui.

Si svegliò che erano quasi le otto: le luci dell’albero scintillavano debolmente nel chiarore del mattino e dal televisore continuavano a gracchiare i soliti insulsi personaggi.

Onofrio si lavò, si vestì, fece colazione e poi prese lo scatolone che aveva tenuto da parte, riponendovi dentro con cura tutti i regali. Si diresse verso la stanza in fondo al corridoio, aprì la porta e osservò gli altri scatoloni simili, che contenevano i regali di natale degli ultimi quindici anni. Quelli che nessuno aveva mai ricevuto; quelli che lui non aveva mai avuto il coraggio di donare.

Tornò in salotto e soltanto allora si accorse della porta-finestra socchiusa e della neve che cadeva abbondante. La aprì completamente e uscì sul balcone, respirando l’aria gelida del mattino. Tornò dentro, prese il telefono che ormai suonava sempre più di rado, scorse la rubrica, tirò un profondo respiro e iniziò a chiamare il primo numero: “Pronto Marta? Ciao, sono Onofrio. Auguri. Avrei un regalo da darti.”

La voce dall’altra parte iniziò a parlare, a raccontare, a ridere e a scherzare insieme a lui, come non accadeva da tempo, mentre la neve continuava a cadere.

E mentre Onofrio scartava piano piano il suo regalo di natale, non si chiese mai se avesse visto veramente quelle strane impronte sul suo balcone, che la neve stava ricoprendo sempre più velocemente.

Buon Natale, perché malgrado tutto…

24 dicembre 2010 Posted by | Notizie dal mondo fatato, Racconti, sogni, Storie ordinarie, Un po' di me | , | 16 commenti

Natale 2012

Come sarà il mio Natale 2012?

Mi chiedo questo, perché il Natale 2010 è alle porte e so come lo trascorrerò: insieme a mia figlia e per la prima volta senza più alcuno dei miei genitori.

Posso anche immaginare come trascorrerò il Natale 2011, ma non sto qui a tediarvi.

L’incognita è invece rappresentata dal Natale 2012.

Non nego che mi piacerebbe andare a fare un giretto qui, ma è un po’ presto per organizzarlo.

Anche perché poi lo so che sarei tentato da non tornare più. Ho perso completamente la fiducia nei confronti degli italiani. Certo, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ma qui le cose vanno sempre peggio.

“L’umanità io l’ho divisa in due categorie di persone: uomini e caporali. Quella degli uomini è la maggioranza. Quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza. Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare come bestie tutta la vita, senza vedere mai un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra di un’esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno, li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l’autorità, l’abilità e l’intelligenza per farlo, ma con la sola bravura delle loro facce toste, pronti a vessare il povero uomo qualunque.”

“Ricordate quella mia battuta – Siamo uomini o caporali? – Ebbene, arrivato a questa età mi accorgo che al mondo di caporali ce ne sono tanti, ma di uomini pochissimi”

(Totò)

P.S.: Alison è sempre mitica…

21 dicembre 2010 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , | 15 commenti

Lettera agli “studenti”

Devo dire che sono d’accordo al 99% con quello che ha scritto oggi su Repubblica Roberto Saviano nella “Lettera ai ragazzi del movimento”.

Dico al 99% perché io avrei accentuato un po’ di più alcuni toni, ma è un’opinione personale.

Scrive bene Saviano: “Ogni gesto violento è stato un voto di fiducia in più dato al governo Berlusconi. I caschi, le mazze, i veicoli bruciati, le sciarpe a coprire i visi: tutto questo non appartiene a chi sta cercando in ogni modo di mostrare un’altra Italia.”

Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo.

Mi si dirà: e la rabbia dove la metti? La rabbia di tutti i giorni dei precari, la rabbia di chi non arriva a fine mese e aspetta da vent’anni che qualcosa nella propria vita cambi, la rabbia di chi non vede un futuro. Beh quella rabbia, quella vera, è una caldaia piena che ti fa andare avanti, che ti tiene desto, che non ti fa fare stupidaggini ma ti spinge a fare cose serie, scelte importanti.

Bisognerà organizzarsi, allontanare i violenti. Bisognerebbe smettere di indossare caschi. La testa serve per pensare, non per fare l’ariete.

Ma chi manifesta non si vergogna e non si nasconde, anzi fa l’esatto contrario. E se le camionette bloccano la strada prima del Parlamento? Ci si ferma lì, perché le parole stanno arrivando in tutto il mondo, perché si manifesta per mostrare al Paese, a chi magari è a casa, ai balconi, dietro le persiane che ci sono diritti da difendere, che c’è chi li difende anche per loro, che c’è chi garantisce che tutto si svolgerà in maniera civile, pacifica e democratica perché è questa l’Italia che si vuole costruire, perché è per questo che si sta manifestando. Non certo lanciare un uovo sulla porta del Parlamento muta le cose.

Sono parole importanti quelle che ha scritto Saviano (per un attimo mi è perfino scattato un moto di simpatia nei suoi confronti, subito represso però), soprattutto quel “ci si ferma lì“, che sta a indicare che mai e poi mai, per nessun motivo, bisogna violare le regole.

Se si vuole fare opposizione a Berlusconi, bisogna mostrare che si vuole un’Italia diversa, non soltanto con le parole e le idee, ma anche con i fatti e i comportamenti. Se vogliamo, per esempio, difendere la legalità, dobbiamo farlo sempre, anche quando siamo di fronte a un poliziotto o un finanziere che ci blocca la strada. Soltanto in questo modo possiamo poi pretendere che quello stesso poliziotto o finanziere a sua volta rispetti le regole.

Si dirà: ma i violenti sono una minoranza. Probabilmente è così, ma allora devono essere isolati veramente e isolarli due giorni fa a Roma voleva dire ritirarsi. Le migliaia e migliaia di studenti pacifici dovevano semplicemente ritirarsi, dimostrare fisicamente che loro erano un’altra cosa e lasciare che le forze dell’ordine se la vedessero con i violenti. Soltanto in questo modo sarebbe risultato evidente che gli studenti erano un’altra cosa.

Come sono andate invece le cose, non promette nulla di buono. A parte Berlusconi.

P.S.: Saviano ha scritto quel “ci si ferma lì” perché a lui le forze dell’ordine gli salvano quotidianamente la vita…

17 dicembre 2010 Posted by | Politica, Sani principi | , | 18 commenti

Evabbeh, parliamo un po’ di politica?

Perché no?

Sono giorni, anzi settimane che ci scassano gli zebedei su questa storia della fatidica data del 14 dicembre. Come se oggi avesse dovuto succedere chissà che cosa. Ma l’Italia non è un paese dove “succedono cose”. E se succedono, non si sa mai “cosa” effettivamente sia successo.

Se vogliamo parlare di politica, non dobbiamo pensare allo squallido spettacolo offerto dai parlamentari, deputati e senatori. Poi uno dice che bisogna andare giù duro, per esempio, contro la violenza negli stadi. E quella in parlamento? Poi uno dice che bisogna valutare il voto in condotta degli studenti. E i nostri rappresentanti, che non sono nemmeno capaci di votare in modo composto?

Che poi ci sono le anime belle che sostengono che i parlamentari non si dovrebbero vendere. Nella mia misera carriera politica, che non è andata mai oltre i confini di una piccola, squallida, umida provincia padana, ho visto consiglieri comunali acquistati e venduti a ogni prezzo. Quaquaraqua senza onore e senza pudore che continuano impunemente a fare pseudo-politica; incombe loro soltanto l’onere di evitare di guardarmi in faccia se mi incrociano per strada (ma io giro poco per il mio paese).

Mi tornava in mente proprio oggi quando ho iniziato a interessarmi di politica: era verso la metà del gennaio 1974, di tardo pomeriggio di un giorno feriale. Lo ricordo come se fosse ora, fu una folgorazione improvvisa. Ma già dall’anno successivo iniziai a spostare la mia attenzione sugli avvenimenti di politica internazionale.

Lo devo fare pure ora.

Ecco, se proprio vogliamo parlare di politica, parliamo, per esempio, di quello che è successo oggi in Islanda.

In attesa di poter emigrare. Definitivamente.

Gli italiani sono ormai irrecuperabili.

P.S.: interessante questo articolo che ho trovato or ora cazzeggiando sul web…

15 dicembre 2010 Posted by | Politica | , | 20 commenti

Yara

Questa cosa la sento come uno “strappo” al cuore.

Sarà che sto invecchiando.

Sarà che ho una figlia che tra qualche anno inizierà a uscire da sola.

Sarà che non siamo preparati a simili orrori.

Ovviamente mi hanno fatto incazzare quelli che, appena arrestato il ragazzo marocchino, si sono subito scatenati nella “caccia al nero”.

Ovviamente, mi fanno pure incazzare quelli che adesso gongolano perché non è stato il marocchino e se la prendono con ‘sti bergamaschi leghisti che ora non sanno più cosa pensare.

Ma possiamo vivere sperando che cose simili non accadano e se proprio devono accadere, che colpiscano altri paesi e altre persone?

Possiamo vivere sobbalzando tutte le volte che qualcuno non risponde al cellulare; tutte le volte che sentiamo la sirena di un’ambulanza; tutte le volte che vediamo per strada qualcuno con la faccia strana?

No, non si può. Non possiamo abituarcisi. Non possiamo accettarlo.

Voglio una vita normale, perdincibacco.

8 dicembre 2010 Posted by | Storie ordinarie | | 24 commenti

Il Barone di Sigognac

Questa sera voglio parlare del Barone di Sigognac (l’avevo promesso).

Il Barone di Sigognac è uno dei protagonisti del film Il viaggio di Capitan Fracassa di Ettore Scola, anzi, secondo me è il protagonista.

Il viaggio di Capitan Fracassa è uno dei miei film preferiti. Sta sul podio insieme a Il pranzo di Babette, Camera con vista, Indiana Jones, Guerre stellari e pochi altri. Gli attori interpretano i personaggi in maniera a dir poco eccellente.

Il film è tratto dal romanzo Il Capitan Fracassa di Theopile Gautier, scrittore e giornalista francese del diciannovesimo secolo. Non ho letto il romanzo originale, ma da quel poco che so ho capito che Scola e Cerami lo hanno egregiamente reinterpretato. A dire la verità, ricordo che un professore del liceo ci parlò di Gautier, consigliandoci di leggerlo e l’ultima volta che sono stato a Roma ho anche trovato un suo libro alla libreria Feltrinelli della stazione centrale, ma era un’opera minore. Se si fosse trattato del Capitan Fracassa, probabilmente l’avrei acquistato.

Siamo nella Francia della metà del XVII secolo, durante il regno di Luigi XIII, per la precisione in Guascogna.

Una scalcinata compagnia itinerante di attori è ferma in mezzo alla campagna. Nel carro vi è qualcuno che sta male.

Arriva un Regio intendente di sanità addetto all’igiene pubblica e ai pericoli di contagione (interpretato da Giuseppe Cederna) a svolgere i controlli di rito e si accorge che c’è qualcosa che non va.

“Il mio ufficio – precisa con fare pignolo al capocomico – in particolare tiene cura dei problemi di sporcizia, feditumi; ispeziono borghi, castella, locande, bettole, stazioni di posta. Visito fognature, scoli, spurghi, fosse, chiuse e chiuseti, pozzi neri, smaltitoi, predelle, sputacchiere, mortegore, schifii, letami e lordure di ogni origine”.

L’intendente chiede se colui o colei che è nel carro abbia per caso contratto qualche malattia contagiosa, ma il capocomico risponde che non si tratta di questo. La persona nel carro sta morendo per ferita di spada e grave malattia ai polmoni.

L’intendente si rivolge allora a una delle persone che bivaccano lì, Pulcinella (interpretato da Massimo Troisi) e gli chiede se vuole raccontare la loro storia, perché: “Parlare è un po’ spartire con gli altri”.

E Pulcinella comincia a raccontare quello che è successo a partire da un anno addietro.

Durante una notte di tempesta, la compagnia, per ripararsi dalle intemperie, bussa alla porta di un vecchio e malandato castello.

Al suo interno ci sta un vecchio servitore (Ciccio Ingrassia, in una piccola parte ma di grande impatto emotivo) e un giovane pulcioso, sporco e vergognoso, il Barone di Sigognac (Vincent Perez).

Il castello è completamente in rovina e il vecchio servitore, quando viene a sapere che gli attori sono diretti a Parigi, li prega di portare con loro il suo padroncino: un suo zio ha salvato la vita del re e quando il Barone giungerà a corte e si farà riconoscere dal re, lui lo abbraccerà e lo reintegrerà sicuramente in tutte le sue ricchezze.

Gli attori decidono di portare con loro il Barone, ma prima della partenza il vecchio servitore avvicina Pulcinella e gli consegna un sacchetto con cento scudi d’oro, frutto dei suoi risparmi nei tempi passati: “Ti vendo il Barone, soltanto che invece di essere pagato, ti pago io. Amalo come io l’ho amato”.

Il volto del vecchio servitore che osserva il Barone allontanarsi, sapendo che non lo rivedrà mai più, rimane scolpito nella memoria.

Nella compagnia vi sono due ragazze, Serafina (Ornella Muti), vivace e disinvolta e Isabella (Emmanuelle Béart), timida e introversa.

Durante il viaggio Serafina a un certo punto confessa al Barone che, da quando ha saputo che è atteso a corte e che sarà ricco, ha iniziato la sua recita: “Succede che un artifizio di donna, un’astuzia che reciti, ti resti dentro davvero anche a recita finita”.

E così – riassume Pulcinella – una sera nel fienile, al caldo della paglia e di Serafina il Barone “è diventato un galletto”.

Isabella soffre perché Sigognac si è innamorato di Serafina e una sera litiga con lo zio, che nella compagnia interpreta l’importante ruolo di Matamoro. L’uomo, offeso dalle parole di Serafina, scompare e muore sotto la neve.

Mentre Isabella piange sulla tomba dello zio, Serafina si rivolge al Barone: “Vai da lei” gli dice.

“Perché?” risponde lui.

“Possibile che non te ne sei accorto? Ti ama.”

“Ma io non la amo” obietta il Barone.

Si ama sempre chi ci ama” taglia corto Serafina.

Il Barone si avvicina a Isabella e lei, disperata per essere stata la causa della morte dello zio, lo apostrofa: “Credeva che vi amassi. Ma non è vero”.

Una sera la compagnia, perennemente alle prese con la fame, viene invitata a esibirsi al castello del Marchese di Bruyeres. Mancando Matamoro, il capocomico decide di rinunciare, quando il Barone di Sigognac, tra la perplessità di tutti, si offre di prendere il suo posto sul palco.

Per dargli coraggio, prima della recita lo fanno bere un po’ e così il suo personaggio (da lui stesso ribattezzato in Capitan Fracassa) ottiene grande successo tra il pubblico.

Grande successo riscuotono però anche le ragazze della compagnia. Zerbina (Tosca d’Aquino), la compagna di Pulcinella, convinta (e respinta) da lui rimarrà al castello con il Marchese (“Pulcinella – commenterà l’Intendente – ha rinunciato all’amore di Zerbina per amore”). Serafina verrà abbordata dal nipote del Marchese ma rifiuterà l’offerta.

Isabella viene invece adocchiata dal prepotente Duca di Vallombrosa.

Il Barone, ormai innamorato di lei (corrisposto), interviene in sua difesa e sfida a duello il Duca, rimanendo ferito. Isabella interviene e per salvarlo, accetta di stare con il Duca, che se la porta via.

Il Barone rimane sotto la pioggia martellante, ferito a morte (e pure parecchio incazzato).

Accudito da Serafina, il Barone sta morendo, mentre ricompare uno scalcinato brigante, già conosciuto in precedenza, detto l’Implacabile (Claudio Amendola), che afferma di conoscere un grande cerusico che potrebbe curarlo, ma sono necessari molti soldi.

A quel punto, dopo una rapida consultazione con Serafina, Pulcinella tira fuori il sacchetto con i cento scudi d’oro, che, non senza dubbi, viene consegnato al brigante, affinché vada alla ricerca del grande cerusico e lo porti lì.

A questo punto la narrazione di Pulcinella si ricollega al presente, perché in quel momento la compagnia sta giusto aspettando il grande cerusico, che però non arriva e Sigognac è ormai in fin di vita.

Mentre l’Intendente se ne sta andando, improvvisamente arriva una carrozza: il brigante ha portato il medico, che, senza dire una parola, cura il moribondo e rilascia una lapidaria diagnosi: “Deve passare la nottata”.

Dopo una notte piena di incubi, al mattino il Barone si sveglia e, semidelirante, chiede di che scrivere, perché ha una storia da raccontare, un grande dramma comico.

E così il Barone di Sigognac inizia a dirigere la compagnia nelle prove della nuova storia da lui scritta, Il viaggio di Capitan Fracassa, che lo vede autore e interprete, quando improvvisamente compare Isabella: ha saputo della malattia del Barone e il Duca ha insistito affinché andasse da lui per sincerarsi delle sue condizioni di salute. In realtà il Duca di Vallombrosa, da arrogante è diventato un agnellino e non sopporta di vedere soffrire continuamente Isabella, forse perché ancora innamorata di Sigogna.

I due si incontrano, ma ormai il loro amore è finito.

Sei cambiato. – gli dice lei – Sei pazzo. Non pazzo d’amore. Sigognac adesso ama il teatro”.

“Dammi uno schiaffo – aggiunge a un certo punto lei – voglio piangere”.

“Perché vuoi piangere?” chiede Sigognac.

Perché non ci amiamo più“.

Nella scena finale del film, in una piazza di Parigi affollata di gente entusiasta (tra la quale vi è anche il Regio intendente di sanità), la compagnia sta mettendo in scena la commedia di Sigognac: la vita è cambiata, la fame è passata, gli attori portano serenità e allegria a donne, uomini e bambini e io mi scuso se ho raccontato indegnamente un film stupendo, ma credo di avere compreso che, malgrado tutto, il Barone di Sigognac rimane afflitto da una delle peggiori malattie che possano capitare a un essere umano: non sa più amare.

5 dicembre 2010 Posted by | Film, Un po' di me | , | 23 commenti

Nuove prospettive di vita

“Papà, io posso frequentare la scuola di Pippi?”

“Certo che puoi. Basta che ti trasferisci in Svezia.”

“Perché in Svezia?”

“Perché Pippi abita lì.”

“Va bene, mi trasferisco lì.”

“Buon viaggio allora.”

“Guarda che devi venire anche tu.”

“Io? E perchè?”

“Perché io voglio stare con te.”

(Forse non è una cattiva idea, visto come vanno le cose in Italia…)

Domani parlerò del Barone di Sigognac.

E’ arrivato il momento di parlare di lui.

1 dicembre 2010 Posted by | Notizie dal mondo fatato | | 16 commenti