Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Ieri è storia, domani è un mistero, oggi è un dono.

Ho voglia di archiviare la storia, ordinatamente, in faldoni facilmente classificabili, in modo tale da poter ritrovare comodamente, quando ne ho voglia, qualche bell’episodio della mia vita.

In modo tale da poter fare rivivere, nella mia memoria, le persone che mi furono care e che ancora stanno con me, nel cuore e nella mente.

In modo tale da poter rimettere poi tutto al proprio posto, cosciente che quello è il mio passato.

Giusto o sbagliato che sia.

Prendere o lasciare.

Ho voglia di guardare bene in faccia al mistero del futuro, costruendolo pezzo per pezzo sulle radici che, bene o male, ho messo a dimora finora.

Poi ho voglia di scartare il dono del presente.

Beh, è un bel programma, no?

30 settembre 2010 Posted by | Un po' di me | | 27 commenti

Ma quante ne avrò perse?

Qualche settimana fa, mentre stiravo (sciatto come una sciatta casalinga padana di Voghera, vabbeh) guardavo alla tv una commediola, di quelle che adesso chiamano fiction.

In poche parole, era la storia di due persone, un uomo e una donna, che erano state sposate, avevano anche avuto un figlio, poi si erano lasciate, poi forse lui era cambiato e voleva tornare con lei, lei però era indecisa, perché nel frattempo c’era un altro, però lui insomma… (come fanno sempre le donne).

A un certo punto c’erano questi due seduti al tavolino di un bar a prendere un aperitivo, quando lei dice a lui: “Mi hanno detto che hai una bella casa.” Nella scena successiva si vedono i due nella vasca da bagno della casa di lui, preludio di una infuocata notte d’amore.

La storia poi proseguiva, non ricordo nemmeno come (però ricordo quante mutande, maglie, calze e pantaloni ho stirato).

Il giorno dopo ho ripensato a quelle scene e mi sono detto: “Cavolo! Ma allora l’affermazione di lei – Mi hanno detto che hai una bella casa – era praticamente un invito!”

La cosa mi ha un po’ sbalestrato, perché io non l’avrei mai capito.

A una che mi chiede se è vero che ho una bella casa, potrei rispondere: “Mah, che vuoi, mica tanto. Sì, ho due bagni, due balconi, cantina e box, però bisognerebbe dare una ripassata ai serramenti (direi “ripassata” senza alcun secondo fine…), forse una tinteggiatura ai bagni.”

Insomma, alla fine mi sono chiesto: “Ma quante me ne sono perse nella vita?

23 settembre 2010 Posted by | Un po' di me | | 38 commenti

Nostalgia – una malattia nata nel ‘600.

Qualche giorno fa, nelle mie ordinarie operazioni di pulizia, ho trovato un interessante articolo di giornale del marzo 2008 di Jean Starobinski sulla nostalgia (non è che adesso siete autorizzati a pensare che faccio le pulizie ogni due anni e mezzo. Sarà rimasto lì incastrato da qualche parte… Comunque se qualche buonanima si offrisse volontaria…).

Che dice questo qui? Cerco di riassumere.

La nostalgia è una virtualità antropologica fondamentale: è la sofferenza che l’individuo subisce per effetto della separazione, quando continua a dipendere dal luogo e dalle persone con cui aveva stabilito i suoi primi rapporti.

La nostalgia è una varietà del lutto.

Pare che questo nome sia un neologismo dotto del 1688. Infatti questa parola è apparsa nel momento in cui il sentimento che designa ha assunto per i medici i connotati di una malattia e come tale è stata catalogata.

Prima di ricevere questo nome medico-specialistico, la nostalgia era chiamata con un nome più generico: desiderio.

Alcuni classici della letteratura hanno dato inizio a quella poetica della nostalgia che ha svolto un ruolo rilevante nella tradizione intellettuale dell’occidente. Per esempio, all’inizio dell’Odissea, Ulisse è prigioniero di Calipso, che vorrebbe trattenerlo nella sua isola, ma lui continua a pensare a Itaca e si consuma nel dolore.

Il creatore di questo termine è il medico Johannes Hofer, con la sua tesi di dottorato Dissertatio medica de nostalgia – Basilea 1688. L’intenzione dell’autore era quella di riflettere dal punto di vista medico sul dolore che affliggeva gli svizzeri che avevano “perduta la dolcezza della patria”, dolore che non era stato ancora sufficientemente studiato dai medici. E poiché si trattava di esporre una cosa nuova, era necessario trovare un nome nuovo per definirla, come del resto s erano comportati tutti quanti, in casi analoghi.

Pensa che ti ripensa, il dottorino concluse che il termine nostalgia vi si adattasse alla perfezione, in quanto nome di origine greca e composto di due termini, il primo dei quali, nostos, significa “ritorno in patria” e l’altro, algos, indica invece il dolore o la tristezza. Un neologismo che suonava bene e che aveva la possibilità di essere ripreso nel corpo della lingua volgare.

L’Accadémie Francaise accettò il termine nel 1835, che si affermò nei paesi di lingua italiana, inglese, russa e via dicendo (in tedesco invece fa concorrenza a heimweh).

In un’epoca in cui va alla grande l’opera di classificazione delle malattie, il medico tenta di isolare uno stato di sofferenza per trasformarlo in entità morbosa e sottoporlo al ragionamento scientifico.

Per Johannes Hofer, la nostalgia è una malattia dell’immaginazione, riprendendo il concetto rinascimentale di imaginatio laesa, con il quale si designavano i disturbi di rappresentazione del mondo e di se stessi.

Hofer cita due casi da manuale. Il primo è quello di uno studente di Berna trasferitosi a Basilea: è triste, febbricitante e soffre di angoscia cardiaca, aggravandosi di giorno in giorno. Quando ormai è dato per spacciato, si decide di riportarlo nella sua città e non appena si allontana da Basilea il suo stato migliora, per guarire definitivamente una volta arrivato a casa. Il secondo è quello di una donna portata in ospedale dopo un grave incidente. Quando riprende i sensi ha una sola idea in testa: tornare a casa. Si indebolisce a tal punto che i medici decidono di restituirla ai familiari e in pochi giorni, senza cure, si ristabilisce perfettamente.

Il quadro completo della malattia comporta inoltre una tristezza incessante, sonni agitati nei quali si rivedono i luoghi del passato o insonnia, insofferenza e senso di stanchezza, paura, palpitazioni, frequenti sospiri, prostrazione…

Questa, insomma, è la genesi del termine nostalgia.

Chi la conosce bene, sa che entro certi limiti non è una malattia. E’ un desiderio con il quale alcune persone hanno la fortuna/sfortuna di dover convivere per tutta la vita. E’ una compagna (o compagno).

Purtroppo per qualche persona è l’unica (o l’unico).

19 settembre 2010 Posted by | Pensieri disarcionati, Smancerie pseudo-sentimentali, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 40 commenti

Il Manuale delle Giovani Marmotte

Appartengo a quella categoria di persone che, nella loro infanzia, hanno avuto la fortuna di partecipare alla vita di Paperopoli e di Topolinia e quindi di condividere le avventure di Paperino, Paperone, Topolino, Pippo, Pluto, Qui Quo Qua, Paperoga (il mitico Paperoga, che dovrebbe essere studiato nelle università), Paperina, Nonna Papera, il commissario Basettoni e via dicendo.

I miei genitori non navigavano certo nell’oro, ma per diversi anni non mi hanno mai fatto mancare l’appuntamento settimanale con Topolino e, qualche volta, anche con qualche albo speciale.

Io mi sentivo partecipe della vita e delle vicende di quei fantastici personaggi. Una volta scrissi addirittura una storia (credo che il protagonista fosse Paperinik) e la inviai alla redazione di Topolino. Mi risposero, facendomi i complimenti e mi inviarono in regalo alcuni gadget della Disney e io mi sentii molto entusiasta di questo.

Altri tempi…

Mi spiace molto non avere tenuto nessuno di questi ricordi, ma questa è tutta un’altra storia…

Ho avuto anche il privilegio di possedere il mitico Manuale delle Giovani Marmotte, proprio nell’edizione raffigurata qui a fianco, che è, se non sbaglio, dei primi anni settanta.

Il Manuale è un libro, formato tascabile, posseduto da Qui Quo Qua – in quanto appartenenti alle Giovani Marmotte – che contiene una serie inverosimile di notizie. Ti può dire come si traduce una certa frase in giapponese, come accendere un fuoco senza fiammiferi o come cucinare una torta di mele.

Qual è, secondo me, l’importanza del Manuale?

Il Manuale non è una panacea, non è il rimedio di tutti i dubbi e le incapacità che ci aggrediscono quotidianamente. Il Manuale è un aiuto, è un supporto, è quello che ti da’ la spinta: ti dice come accendere il fuoco, ma poi lo devi fare tu, se ce la fai senza scottarti, altrimenti peggio per te; la prossima volta vedi di fare meglio.

Il Manuale, in una parola, è come un amico: uno scambio di aiuti, consigli, sorrisi, chiacchiere. Regalati senza chiedere niente in cambio.

Mai.

12 settembre 2010 Posted by | Libri, Ricordi, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 22 commenti

Sta zitto!

Pare che in questo scampolo di estate si sia diffusa un nuova moda: andare alle feste del PD e impedire a qualcuno di parlare.

Il povero PD, che annaspa in acque sempre più incomprensibili, assiste a questo gioco con aria smarrita, intontita.

Eppure basterebbe dire l’unica cosa possibile a questi rivoluzionari da operetta: il prossimo che viene a una mia festa a disturbare deve solo pregare che ci sia la polizia a proteggerlo, perché altrimenti lo prendo e lo butto in un pentolone per la cottura dei tortelli, ovviamente quando l’acqua bolle.

Io appartengo a un’altra scuola, quella che ritiene che sia profondamente sbagliato impedire a chicchessia di parlare, qualunque cosa dica. Nessuno può ergersi a giudice di chi debba o non debba esprimere le proprie idee. Questi qua sono degli imbecilli, che dovrebbero essere mandati a spalare letame.

Forse la battaglia del terzo millennio è quella contro i fanatici. I fanatici  religiosi, i fanatici ideologici, i fanatici e basta.

Leggo sul dizionario che la parola fanatico deriva da latino fanaticum, cioè ispirato da una divinità, invasato da estro divino.

C’è poco da fare, la religione c’è sempre di mezzo.

Chissà come saranno fieri delle proprie azioni coloro che lanceranno pietre contro questa donna. Ecco, i rivoluzionari dei centri sociali potrebbero andare a contestare loro, così vediamo che fine fanno…

Voltaire nel suo Dizionario filosofico (è uno di quei pochi libri che godono del privilegio di occupare un posto stabile sulla mensola accanto al letto – vabbeh, mo’ lo so che potrebbero farsi diverse battutacce sulla circostanza, ma esigo il silenzio!) racconta il dialogo tra Lord Boldmind, generale inglese e il conte Medroso, famiglio dell’inquisizione.

I due si incontrano ai bagni di Barèges, dopo che – e il particolare non è di secondaria importanza – il generale era stato ferito, mentre l’altro era caduto da cavallo dietro le salmerie, a una lega e mezzo dal campo di battaglia.

“Voi siete dunque guardia dei Domenicani? Fate un ben brutto mestiere.” esordisce Boldmind.

“E’ vero – risponde Medroso – ma ho preferito esser loro servo che loro vittima: ho preferito incontrar la disgrazia di bruciare il mio prossimo a quella di venir cucinato io.”

A questo punto Boldmind fa notare al suo interlocutore che la libertà di pensiero e di parola non indeboliscono le nazioni: “L’impero romano è forse stato meno potente perché Cicerone scriveva in libertà?”

“Si tratta altro che di Cicerone, qui! si tratta del nostro santo padre il papa e di sant’Antonio da Padova; e io ho sempre sentito dire che la religione romana è perduta, se gli uomini si mettono a pensare.” risponde Medroso.

“Ma se i primi cristiani non avessero avuto la libertà di pensiero, non è forse vero che non ci sarebbe mai stato il cristianesimo?” obietta l’inglese, ma l’altro non capisce: “Ma dicono che, se tutti pensassero con la propria testa, sarebbe una gran confusione.”

“E’ esattamente il contrario. – afferma Boldmind – Quando si assiste a uno spettacolo, e ciascuno dice liberamente il suo parere, tutti restano in pace. Ma se qualche protettore insolente di un qualche poetastro volesse obbligare tutte le persone di buon gusto ad approvare ciò che per loro non val nulla, allora si incomincerebbe a fischiare, e i due partiti potrebbero prendersi a patate, come avvenne una volta a Londra. Sono i tiranni degli spiriti, che hanno causato una parte delle sventure di questo mondo. Noi in Inghilterra viviamo felici solo da quando ciascuno gode liberamente il diritto di dire il proprio parere.”

“Ma viviamo tranquillissimi anche noi a Lisbona – dice Medroso – dove nessuno può dire il suo.”

“Siete tranquilli, ma non siete felici. E’ la tranquillità dei galeotti, che remano in cadenza e in silenzio.”

“Vi sembra dunque che la mia anima sia in galera?” chiede Medroso.

“Sì, e io vorrei liberarla.”

“Ma se io mi trovo bene in galera?” obietta Medroso.

In questo caso, meritate di starci.


11 settembre 2010 Posted by | Politica, Sani principi | , | 5 commenti

Cuore di pietra

Lassù sopra le nostre teste, infatti, negli spazi senza tempo, che noi chiamiamo universo, di tanto in tanto gli Dei – quelli di Omero – vengono ad assistere allo spettacolo delle nostre passioni e delle nostre lotte; e un’eco delle loro risate è forse percettibile nello scroscio delle acque che in primavera straripano tutt’attorno alla città, allagando i terreni coltivati, e nel rumore del vento che, d’autunno, fa turbinare le foglie sui viali, spingendo le nuvole verso le montagne lontane. Gli Dei – già il vecchio Omero ne era consapevole – non hanno alcuna pietà delle sciagure degli uomini e hanno un senso dell’umorismo piuttosto bizzarro, perché conoscono l’esito delle nostre vicende prima ancora che siano incominciate; sanno il giorno e l’ora in cui moriremo, e in quali circostanze; e ridono fino alle lacrime vedendoci lottare per cose che non ci apparterranno, e che saranno comunque diverse da come le abbiamo immaginate.

E’ il terzo romanzo di Sebastiano Vassalli che leggo.

Obiettivamente non lo ritengo un “romanzo storico”, così come non lo sono né “La chimera” né “L’italiano”. E’ un romanzo che narra la storia dell’Italia (e degli italiani, ammesso che esistano), attraverso gli inquilini di una casa, una grande casa costruita da un architetto magistralmente disegnato nei primi capitoli del libro. La storia dell’Italia dall’unità ai giorni nostri, dei grandi avvenimenti che fanno da sfondo alle vicende dei protagonisti del libro.

La casa si trova in “una città piuttosto piccola che grande, piuttosto brutta che bella, piuttosto sfortunata che fortunata e però e nonostante tutto questo che s’è appena detto, piuttosto felice che infelice“. Una città collocata in una grande pianura, che si affaccia su un orizzonte di montagne cariche di neve, “in un paesaggio che gli Dei hanno voluto sistemare in questo modo, perché fosse il loro teatro“.

E in questo teatro Vassalli ci fa conoscere il bizzarro architetto che, con la sua mania di grandezza, rovina tutte le comunità che, disgraziatamente per loro, gli affidano qualche costruzione da sistemare; il garibaldino, i poveri, i banchieri e i matti; il re della lue che fa sparare sulla folla di uomini, donne e bambini che manifestano pacificamente; i comunisti, il fascismo, l’arrivo dei meridionali e degli extracomunitari e via dicendo fino ai giorni nostri, attraverso le vicende degli abitanti della casa.

C’è un capitolo sul quale vorrei soffermarmi: “Banca e manicomio“.

Gli abitanti della città nascono e muoiono ma sentono di non poter essere pienamente felici perché non avevano una banca per metterci i loro soldi e nemmeno un manicomio per chiuderci i loro matti. “La ricchezza e la pazzia, infatti, erano cresciute in modo straordinario nella nostra città, che un tempo era stata povera e saggia; ed erano – diceva la gente – la naturale conseguenza del progresso, rappresentavano le due facce di uno stesso fenomeno: la modernità! I soldi facevano girare il mondo sempre più in fretta, e la fretta faceva impazzire gli uomini.” E allora i nuovi ricchi danno vita alla banca. Ma nella città si diffonde anche uno strano morbo, quello della pazzia: i poveri impazziscono, non riescono ad accaparrarsi nemmeno un rivoletto di quel fiume di soldi, si incattiviscono e si fanno strane idee sull’origine della proprietà, sulla religione… Allora entrano in scena i benefattori, che vogliono, anzi devono aiutare i poveri. I quali poveri, però, dopo che per secoli nessuno si è occupato di loro, pur essendo sempre stati poveri, adesso che tutti vogliono soccorrerli non si vogliono fare aiutare: non vogliono mangiare e dormire a ore fisse; non vogliono recitare ad alta voce le preghiere per i loro benefattori; preferiscono ubriacarsi o battere anziché vivere in un istituto dove comandano le suore. I poveri, insomma, sgusciano come anguille tra le maglie dei buoni propositi dei loro soccorritori. Quindi, “si pensò che i poveri, se non si lasciavano aiutare, erano matti, e che bisoganva fargli un bel manicomio“.

Non c’è che dire, 11 euro ben spesi.

8 settembre 2010 Posted by | Libri | | 35 commenti

Settembre

Sono partito che era estate e sono tornato che è autunno.

Non capisco perché in questa terra che non esiste (per fortuna) ad annunciarmi l’arrivo dello pseudo-autunno debbano essere i pollini e le cimici. Entrambi si insinuano dove non dovrebbero e si fanno un baffo degli spruzzi di sostanze che dovrebbero tenerli lontani.

Ho l’impressione che questo sarà un lungo inverno – perché l’autunno non esiste e non è mai esistito – e che sarà dura (da noi in dialetto si dice “bisognerà farsi su le maniche“) aspettare di poter di nuovo scaldare le chiappe al sole – ma forse nemmeno le chiappe esistono, a pensarci bene. Sono soltanto il contorno a una svirgolata della natura -.

Sebbene manchi ancora qualche giorno prima del rientro al lavoro – temo che fra un po’ nemmeno quello esista più – praticamente con la testa sono già in ufficio, a pensare alla prima cosa che mi farà incazzare.

Comunque ce l’ho fatta a leggermi “Cuore di pietra” di Sebastiano Vassalli. Non mi ha deluso. Certo, non è all’altezza de “La chimera“, ma mi convinco sempre di più che questo genovese che vive in Piemonte – ma esiste il Piemonte? Oggi è circolata una strana notizia sui piemontesi che sarebbero in polposiscion nel fare certe cose… – sia proprio un grande scrittore.

Arrivederci.

6 settembre 2010 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , | 18 commenti