Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Come gli stiravo le camicie io…

Mi è capitato e mi capita (non tanto spesso, per fortuna) di raccogliere le confidenze di qualche mamma-suocera.

Cos’è una mamma-suocera?

Quella di cui parlo io è una donna tra i 50 e i 55 anni, sposatasi abbastanza presto, che ha allevato per una trentina d’anni uno spilungone (o anche più di uno) che a un certo punto decide di convolare a nozze oppure di convivere con la propria compagna.

La mamma-suocera ha ormai abbandonato obsoleti moralismi e ritiene che, almeno nel suo caso, la convivenza sia migliore del matrimonio: almeno è più facile tornare indietro.

La mamma-suocera, insomma, non è ancora una suocera nel vero senso della parola, ma è rimasta sicuramente una mamma a tutto tondo. A un certo punto ha dovuto affidare il suo tesssoro (tanto per usare un termine tolkeniano) a una sciacquetta che ha la metà dei suoi anni (e già questo le da’ molto fastidio) e che assiste impotente alla discesa del proprio figlio agli inferi.

La sciacquetta è istruita (c’ha la laurea e forse anche qualche master conseguito in paesi che lei non sapeva nemmeno che esistessero), un buon lavoro anche di una certa responsabilità e sta fuori tutto il giorno. Quando rientra si attacca al computer per controllare un budget (che non è un particolare tipo di sugo, come pensava la mamma-suocera), scambia mail con colleghi di lavoro, ma fa venire le ragnatele sul piano di cottura della cucina.

La mamma-suocera pensa alle 4-5.000 calorie che pompava giornalmente nello stomaco del figlio e si chiede come possa sopravvivere ora con la metà dell’apporto calorico e quindi scruta il suo tesssoro per scovare i segni del suo decadimento fisico.

Ma la sciacquetta non difetta soltanto sul mangereccio: magari!

Fa la lavatrice mettendo insieme bianchi, colorati, scuri, lane, sete, stracci e tutto il resto, estraendo dal cestello dell’incolpevole elettrodomestico una massa informe di tessuti tutti dello stesso indefinibile colore (secondo lei).

Non fa il letto tutti i giorni, perché appartiene a quella scuola secondo la quale è inutile ricostruire al mattino una cosa che alla sera verrà irrimediabilmente distrutta.

Non da’ la caccia in casa ai riccioli di polvere, ma li lascia gironzolare liberamente per i corridoi.

Non sa fare la spesa, ma riempie semplicemente il carrello, all’incirca una volta al mese, quando il frigorifero inizia a fare le valigie, tanto si sente inutile in quella casa, e lo riempie di cose che lei al suo tesssoro non gli avrebbe nemmeno permesso di guardarle.

Ecco, la mamma-suocera c’ha queste e tante altre cose ancora sullo stomaco che a un certo punto deve vomitare fuori e allora con chi decide di farlo? Non con il marito, per carità: quello manco c’è accorto che il figlio non sta più in casa. Non con i parenti, che godrebbero immensamente di questa sua situazione e andrebbero subito a spifferarla a mezzo mondo. E allora non rimane che il conoscente, il collega di lavoro, il vicino di casa. E a volte io capito in questa categoria e assorbo tutte le contumelie della mamma-suocera.

Tento di introdurre una variabile razionale al discorso: “Beh, sarà tuo figlio a fare un bilancio dei costi-benefici, no?“, ma l’eruzione della mamma-suocera è inarrestabile: al suo confronto, il bombardamento di Dresda appare come un tranquillo pic-nic domenicale.

E come gli stiravo le camicie io! – colpisce ancora – Non trovavi una piega neanche a osservarla al microscopio! Adesso? Non capisci se quella che indossa è una camicia, un pigiama o un k-way.

Dopo aver lasciato defluire tutto lo sfogo, per cercare di alleggerire un po’ la situazione, osservo: “Beh, ma forse la ragazza ha altri pregi che tu non sai valutare.

A quel punto lo sguardo della mamma-suocera si fa truce e mi guarda non più come persona, ma come categoria e sentenzia: “Tutti uguali voi uomini. Davanti a un paio di gambe aperte non capite più niente. Ma io ho un sospetto.

Oddio – pensi – quale sarà questo sospetto?” e in breve tempo capisci che avevi indovinato subito.

Ho il sospetto che lei non gliela dia più come prima, che si sia accasata anche in questo. Oh… io sì che sapevo come fare ai miei tempi…

Ecco – pensi – mo’ è proprio messo bene quello…” e, rassegnato, lasci defluire le ultime scosse di terremoto, prima che la povera donna si calmi e torni alla sua vita normale.

E anch’io sono contento in questi casi, perché in fondo ho compiuto un’opera buona…

29 aprile 2010 Posted by | Questa poi..., Sani principi, Storie ordinarie | , | 17 commenti

Falsi miti

Roma, 21 apr. – (Adnkronos/Adnkronos Salute) – Via libera ai tacchi, anche tutti i giorni. Per la gioia delle fan di ‘Sex and the City’, un gruppo di medici e specialisti britannici sfata, sul quotidiano ‘Daily Mail’, alcuni falsi miti sul pianeta salute. A partire da un tema caldo per l’universo femminile: le scarpe perfette.

“Meglio indossare sempre i tacchi quando possibile”, afferma infatti Simon Costain del Gait and Posture Centre di Londra. “Molti dei problemi a piedi, gambe e schiena delle persone sono causate dal fatto di calzare scarpe piatte”, come le ballerine o le infradito.

Certo, l’esperto non parla di tacchi vertiginosi. Ma sottolinea che camminare con un rialzo da terra solleva il peso e allevia lo stress da ginocchia e tendini, incoraggiando a una postura migliore. Invece le infradito ad altezza suolo o le scarpe con tacco zero trasferiscono lo stress direttamente alla schiena. E ancora, sempre per le fashion victim, meglio rimandare l’acquisto di un paio di scarpe alla fine della giornata. Anche i piedi delle più modaiole, spiega Nick Masucci, podologo del New Victoria Hospital, si gonfiano con il passare delle ore. Risultato? Le calzature comprate a fine giornata non saranno mai dolorose o troppo strette

Fra gli altri falsi miti analizzati e distrutti dagli esperti, anche il suggerimento di oziare nei giorni festivi. Meglio evitare, se si vuole tenere a bada il mal di testa da weekend, frutto proprio del cambio di abitudini. “Modificare il sonno ha un effetto pesante sull’ipotalamo, responsabile del bilanciamento degli ormoni che possono scatenare il mal di testa”, spiega Andrew Dowson dell’East Kent Headache PT Service. Se si è troppo stanchi, ci si potra’ concedere un pisolino a metà giornata.

E a tavola? Meglio delle tanto decantate cinque porzioni di frutta e verdura al giorno puo’ il fatto di mangiare cibi di tutti i colori dell’arcobaleno, assicura il nutrizionista Adam Mead del Kingston Hospital di Londra. “Solo così si farà il pieno di tutti le sostanze nutritive necessarie, ancor più utili quando possono ‘lavorare’ in sinergie”. E ancora, meglio stare su una gamba sola quando ci si lava i denti. Così, secondo il chiropratico Tim Hutchful, “si fanno lavorare i muscoli dell’addome e si protegge la schiena”.

Se si ha qualche problema, poi, meglio evitare di affogare i cattivi pensieri in una birra. “Da ebbri non si fa nulla di utile. Piuttosto un caffè o una passeggiata con un buon amico – assicura Cary Cooper, psicologo dell’Università di Lancaster – sono la miglior strategia anti-stress”.

Altro falso mito, quello di usare le creme solari solo in estate o nei giorni soleggiati. E’ un errore, assicura Nick Lowe, dermatologo dell’University College di Londra. “I raggi Uva sono nemici silenziosi della giovinezza della pelle, sono presenti tutti i giorni e possono penetrare attraverso le nubi”. Ma lo è anche l’eccesso opposto. Il consiglio dell’esperto è di scegliere il fattore protettivo 30 in estate, evitando di esporsi nelle ore centrali del giorno, perché le creme con schermo 50 offrono solo uno 0,5% di protezione extra e sono molto più grasse, quindi si è meno inclini a utilizzarle.

Beh, che dire?

Personalmente, quando ci si lava i denti, suggerirei anche un’altra attività (sempre stando su una gamba sola, ovviamente…)

27 aprile 2010 Posted by | Questa poi..., Storie ordinarie | | 10 commenti

Addio all’estate (e una bizzarra definizione della nostalgia)

“Ci sono giorni che somigliano al riprender fiato, al trattenere il respiro e lasciare il mondo in attesa. Ci sono estati che non vogliono morire.”

Che Ray Bradbury non fosse soltanto uno scrittore di fantascienza me ne accorsi subito, leggendo il primo dei suoi 34 racconti, una raccolta pubblicata negli Oscar Mondadori nel 1984: La sera. Un racconto scritto in seconda persona (che pare sia una cosa difficilissima per uno scrittore) che ti porta a sospendere pian piano il fiato fino all’ultima parola. Neanche dieci pagine che si dimenticano difficilmente.

Bradbury – scriveva Gianni Montanari nell’introduzione – è anzitutto scrittore dell’uomo, del singolo essere umano con le sua paure, speranze, fobie, rimembranze, emotività e tutto il resto, sempre includendo i lati peggiori e migliori dell’essere umano, sempre senza scordare che nell’uomo esistono costantemente, in ogni istante della sua vita, due distinte e opposte pulsioni: quella verso il passato e quella verso il futuro“.

Ma “la sua nostalgia non è rivolta al passato come a qualcosa che si rimpiange e che si vorrebbe sostituire al presente, ma è una nostalgia del futuro; dal passato giungono solo i ricordi e le immagini accumulati nella memoria, le impressioni, gli odori e i colori di un’infanzia ricordata quasi con memoria eidetica (“eidetico”, nel dizionario della lingua italiana, sta subito dopo “eiaculazione”, ma ha un significato profondamente diverso: significa praticamente ricordare a lungo qualcosa che si è visto per brevissimo tempo o che addirittura non esiste nella realtà), ma tutti questi elementi vengono filtrati da una visione che non auspica un ritorno, bensì un progresso verso qualcosa di simile nel futuro“.

Bizzarra questa definizione: la nostalgia – non il desiderio e nemmeno la ricerca – di qualcosa che si vorrebbe avvenisse ancora in futuro.

Che Bradbury non sia soltanto uno scrittore di fantascienza ne ho avuto la conferma nel libro L’estate incantata, che ha incantato pure me. Quando sono arrivato alla fine mi sono chiesto: se dovessi riassumere quello che racconta, cosa direi? Niente, non si può, anche se in quell’estate ai protagonisti è successo di tutto.

Cinquant’anni dopo Bradbury torna in quella città con Addio all’estate, che – leggiamo nella postilla – è un’appendice di quell’altro. I ragazzi prendono una decisione importante, direi quasi decisiva: non vogliono invecchiare. Ma sarà una battaglia persa in partenza, ovviamente…

Il mio modo di scrivere romanzi – scrive l’autore nella postilla – può essere paragonato a quando vado in cucina per friggermi due uova e mi ritrovo a preparare un banchetto sontuoso“.

L’ha scritto nel 2008, a 88 anni…

24 aprile 2010 Posted by | Libri | | 14 commenti

Olindo e Rosa

Io credo che vi siano ragionevoli dubbi per ritenere che Olindo e Rosa siano innocenti.

Non lo penso da ora, ma da quando li hanno arrestati.

Sono due disgraziati, chiusi nel loro mondo, che probabilmente odiavano quella donna che aveva sposato un marocchino con amicizie discutibili, ma le facce dei Castagna, di Frigerio e di Azuz non lasciano presagire niente di buono.

Hanno trovato tracce ematiche delle vittime sulla loro auto, dopo che era stata perquisita da un carabiniere che era stato sul luogo del delitto e che ha dichiarato che in realtà lui aveva soltanto firmato il verbale, ma la perquisizione l’aveva fatta un altro (alla faccia…).

Olindo è stato riconosciuto da Frigerio, con un interrogatorio discutibile.

Olindo e Rosa hanno confessato, ma nel contesto generale ci credo poco alla loro confessione.

Come ho già avuto modo di dire, se venissero i RIS in casa mia, potrebbero incriminarmi per l’assassinio di Giulio Cesare.

Mi rimangono alcuni ragionevoli dubbi…

20 aprile 2010 Posted by | Storie ordinarie | | 10 commenti

La carità e l’elemosina

Carità: disponibilità a comprendere e aiutare ogni persona.

Elemosina: secondo il precetto cristiano della carità, soccorso materiale che si dà al prossimo bisognoso.

(Dizionario della lingua italiana)

Nei commenti al post precedente sono stato ripreso da Ifigenia a proposito di un episodio risalente a diversi anni fa. Ricordavo che un giorno, all’uscita da un supermercato in compagnia di mia madre, fummo avvicinati da una bambina nomade che chiedeva la carità. Io feci l’indifferente, mentre con mia sorpresa mia madre si stupì del mio atteggiamento. Mi disse che ai bambini non bisogna rifiutare l’elemosina (come si sarebbe invece dovuto fare per gli adulti) per non dare loro l’impressione di essere circondati da gente senza cuore.

Ifigenia mi ricorda che fare l’elemosina ai bambini è profondamente controproducente, perché quei soldi andranno agli adulti che li sfruttano e che li spenderanno al gioco o a puttane.

L’argomento è delicato e merita un ragionamento a sé stante.

Il ragionamento di Ifigenia non fa una piega, peccato che contenga un virus, anzi un worm.

Premetto che la mia cultura comunista non mi ha mai portato a essere molto ben disposto nei confronti dell’elemosina. Preferisco il più generico concetto di aiuto, materiale e immateriale, rivolto a chi ne ha bisogno. Devo anche dire che in genere non faccio elemosine per strada, ma da anni ho individuato alcune associazioni alle quali devolvere un aiuto periodico.

Detto questo, la domanda che mi viene spostanea dopo avere riflettuto sul commento di Ifigenia è questa: fino a che punto è gusto e possibile, per chi vuole fare elemosina, considerare le conseguenze del proprio gesto caritativo?

Mi spiego meglio, prendendo a esempio proprio due episodi citati nel mio post.

Quando i medici di emergency (o di qualunque altra associazione umanitaria) si trovano di fronte un ferito da curare, dovrebbero forse chiedergli: chi ci assicura che tu non sia un terrorista che, una volta curato e guarito, non indossi una bella cintura esplosiva e si faccia saltare in aria in un mercato, provocando qualche decina di morti, per lo più bambini? Chi ci assicura che curandoti e guarendoti non diventiamo complici di una strage?

Chi glielo può assicurare? Nessuno

Facciamo un altro esempio, senza scomodare l’Afghanistan.

Prendiamo quella persona che ha pagato i conti in sospeso della mensa scolastica del comune di Adro. Forse quella persona si è chiesta: visto che tra quelli che non pagano la mensa ci sono anche dei “furbetti”, chi mi assicura che, saldando questi conti, in realtà non faccia altro che agevolarli nell’usare i loro soldi per giocare al superenalotto o per comprarsi il cellulare nuovo, invece di pagarsi i servizi dei figli?

Sono domande più che legittime, che forse gli interessati si sono anche posti, ma che non hanno cambiato la loro decisione finale, perché la priorità era un’altra: aiutare il prossimo. Molto probabilmente mia madre sapeva benissimo che i soldi dati a quella bambina nomade sarebbero finiti nelle mani di adulti, che forse li avrebbero utilizzati “al gioco o a puttane”, ma la sua priorità era un’altra: non darle l’idea di essere circondata da persone senza cuore.

In una parola: chi decide di fare l’elemosina, la fa e basta, senza guardare troppo in faccia alla persona bisognosa. (Almeno credo che sia così, perché da comunista non sono troppo aduso a queste cose.)

18 aprile 2010 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , | 11 commenti

Il papa, emergency, i bambini senza mensa e comacchio

Ieri pomeriggio, mentre la piccolina giocava a basket, ho dato un’occhiata al giornale, cosa che ultimamente mi capita sempre più di rado.

A dire la verità ho letto soltanto le prime 7-8 pagine e mi sono chiesto: chissà quante altre cose interessanti ci sono scritte, potendo andare avanti!

Ma tant’è, accontentiamoci…

In prima pagina c’era un articolo di Hans Kung, sotto forma di lettera ai vescovi cattolici, dal titolo significativo: “Benedetto XVI ha fallito i cattolici perdono la fiducia“.

Con un linguaggio chiaro, semplice ed estremamente esplicito, Kung elenca tutti i passi indietro che B16 ha compiuto in questi cinque anni di pontificato: nessun riavvicinamento con le chiese evangeliche e nessuna continuità di dialogo con gli ebrei e i musulmani; l’abbandono dello spirito del concilio vaticano II; la promozione della messa medievale tridentina in latino, tanto per citarne alcuni. Kung sostiene che la politica restauratrice del papa abbia fallito, allontanando sempre di più la chiesa dalla maggioranza dei cattolici su alcune questioni essenziali, soprattutto relative alla morale sessuale. Invita chiaramente a rivedere la regola del celibato dei preti (a proposito, ricordo di avere letto che nelle prime comunità cristiane i vescovi venivano scelti preferibilmente tra gli sposati, perché ritenuti più “equilibrati”) e dice che B16 quando era cardinale aveva imposto per iscritto ai vescovi il “secretum pontificium” sugli abusi sessuali nei confronti dei giovani. Kung conclude la sua lettera invitando i vescovi a riprendere l’iniziativa per non tacere (“l’obbedianza assoluta si deve solo a Dio“, scrive) e per dare vita a iniziative riformatrici nella chiesa cattolica.

Hans Kung fra pochi giorni compirà 82 anni. La sua lettera sprizza giovinezza da ogni parola.

Accanto vi è un articolo di Gino Strada sull’arresto dei tre operatori di emercengy in Afghanistan, intitolato “Curiamo tutti non taceremo mai“.

Non ho mai avuto una particolare simpatia per Strada, ma questo c’entra poco. Strada sostiene che quella in Afghanistan è una “sporca guerra” condotta per obiettivi diversi rispetto a quelli sbandierati e che la sua organizzazione, che cura le sue vittime, soprattutto bambini, è diventata un testimone scomodo. Concordo con le parole scritte contro la guerra, prese in prestito da Einstein (“La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire“), ma mi sembra che il suo sia un atteggiamento troppo “a prescindere”: se è vero che i talebani non sono il male assoluto, non lo sono nemmeno i soldati della NATO e se è vero che alcune donne afghane hanno potuto lavorare, studiare o semplicemente vivere meglio non è certamente merito dei talebani.

Tra questi due articoli c’è Corrado Augias che pubblica alcuni brani della lettera di quella persona che nel comune di Adro, in provincia di Brescia, ha saldato i conti sospesi della mensa scolastica. Da quello che si legge, si intuisce che non ha voluto soltanto compiere un gesto di solidarietà. “So che fra i 40 ci sono i furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi . I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Dove sono i miei sacerdoti? Dov’è il segretario del partito per cui ho votato che si vuole chiamare partito dell’amore?”

Una lettera che suscita “strani pensieri”, conclude Augias.

Prima o poi dirò la mia su questi episodi, dato che quando ero amministratore mi sono trovato di fronte a problemi simili, che non sono di facile soluzione e impongono una grande equilibrio. Da un lato ci sono i furbetti che, facendo leva sui bambini, se ne fregano di pagare i servizi che usufruiscono; dall’altro lato ci sono le famiglie effettivamente bisognose, che devono essere aiutate. Colpire i primi senza fare ricadere sui bambini le conseguenze del comportamento dei genitori non è facile. Occorre mettere in campo capacità di gestione dei conflitti con tecniche che esigono fermezza e equilibrio, qualità che oggi si vanno sempre più assotigliando. Ricordo che anni fa, all’uscita da un supermercato con il carrello della spesa con mia madre, ci venne incontro una bambina nomade, tendendo la mano. Io feci l’indifferente, sperando che mia madre non la cacciasse via a male parole, invece lei mi disse: “Embè? Non le dai niente? I grandi vanno cacciati, ma i bambini non devono pensare che siamo senza cuore“. Una piccola lezione che suscitò “strani pensieri”…

E per finire, mi si consenta di citare l’articolo sul comune di Comacchio, in provincia di Ferrara, dove si è votato di recente e dopo 64 anni di governo di sinistra è stato eletto un sindaco Pdl-Lega.

“Ecco qui, un altro baluardo caduto!” ho pensato, ma poi leggendo l’articolo si scopre che il centro-sinistra è stato dilaniato da lotte interne, risse, veleni, addirittura dall’arresto di due assessori prima delle elezioni.

“Gestione difficile dei piani regolatori, tenuta fragile del partito” li ha chiamati con un eufemismo il segretario provinciale del PD i problemi del partito. Allora si capisce che anche in questo caso più che avere vinto il centro-destra ha perso il centro-sinistra, come sempre più spesso accade. Ed è una magra consolazione dire che, in fondo, anche il berlusca e Fini stanno litigando: loro litigano sì, ma comunque le elezioni le vincono.

“Se proprio devo stare con gli affaristi – si sente dire sempre più spesso da militanti del PD – almeno sto con chi gli affari li sa fare bene e non con dei principianti come noi”.

Che dire? Siamo messi proprio male…

Buon week-end a tutte/i.

17 aprile 2010 Posted by | Politica, Questa poi..., Religione, Storie ordinarie | , , | 4 commenti

Pensiero disarcionato

Oggi pomeriggio, mentre in auto tornavo da un posto nel quale non avrei voluto andare, nella città della mia Università, mi è tornato in mente questo episodio, che risale alla prima metà degli anni novanta.

Un pomeriggio, tornato a casa dopo il lavoro, dissi a mia madre che uscivo a fare un giro. Mi recai a Pavia, gironzolai un po’ per la città e tornai a casa per l’ora di cena.

I miei genitori mi dissero che durante la mia assenza mi avevano cercato diverse volte al telefono, probabilmente dal Comune, ma loro non avevano saputo dire dove fossi e quando sarei tornato.

Allora io risposi, sorridendo, che se avessi avuto il cellulare sarei stato reperibile.

A quel periodo i cellulari erano grossi come mattoni, pesavano come un sacco di patate, c’avevano una capacità di ricezione simile a una carota, costavano come una utilitaria ed erano un vero “status symbol”. Io scherzavo, eppure quella frase dovette colpire i miei genitori, perché dopo cena mio padre entrò in cucina, tenendo in mano un milione di lire in contanti. Mi porse i soldi e mi disse di comprarmi il cellulare, mentre mia madre annuiva, condividendo la decisione. Io ovviamente rifiutati cortesemente, dicendogli che avevo scherzato, che il cellulare non mi serviva e che non era certamente il caso di spendere tutti quei soldi in quel modo, ma quell’episodio mi colpì.

Un milione a quel tempo era un milione, forse la somma delle loro pensioni di un mese intero.

Oggi è una giornata nella quale è tornato prepotente il loro ricordo.

14 aprile 2010 Posted by | Pensieri disarcionati | | 3 commenti

Le ferite dell’anima non scompaiono mai

Ogni errore, offesa, torto, fatti oppure subiti, provoca in noi una ferita.

Può essere più o meno grande, può provocare più o meno dolore, può rimarginarsi in più o meno tempo, ma non scompare mai.

Possiamo condividere con gli altri il dolore, cioè la loro conseguenza, ma le ferite rimangono roba nostra.

Per questo ogni tanto sentiamo il bisogno di appartarci per lenirle delicatamente, in momenti che sono soltanto nostri e non si possono condividere con nessun altro. E gli altri devono capire quando è il momento di starsene buoni buoni ad attendere che ritorniamo.

E’ un tragico errore pensare di fare scomparire queste ferite utilizzando, in chiave opposta e contraria, gli stessi strumenti che le hanno provocate.

Quando abbiamo imparato a convivere con le nostre ferite e abbiamo incontrato qualcuno che sa riconoscere questi momenti di raccoglimento, possiamo dire di essere felici.

10 aprile 2010 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , | 19 commenti

Ciao, Fiorella

Non ci conoscevamo personalmente.

Ci siamo conosciuti attraverso i rispettivi blog. Ci siamo commentati a vicenda, rispettosamente.

Mi sembravi una persona buona.

Poi, qualche mese fa, sei scomparsa.

Stasera, visitando il tuo profilo su facebook, ho capito la ragione: te ne sei andata.

E’ rimasto il tuo blog tra i miei preferiti.

E’ il mio piccolo modo per ricordarti.

Ciao, ovunque tu sia ora.

9 aprile 2010 Posted by | Amici | | 9 commenti

Rincoglionimento!

(Apro una parente) Dato che da un po’ di tempo il mio cellulare ha preso a fare le bizze, ho pensato di sostituirlo con un modello di una marca diversa, che oltre ad avere quello che interessa a me, ha anche il navigatore incorporato. (Chiudo la parente)

Durante le recenti feste pasquali ho avuto la prova provata del mio rincoglionimento

ormai irreversibile.

Dal momento, però, che io sono una persona razionale, che non si fa prendere dal panico, ma che cerca le soluzioni ai problemi, ho anche capito che devo adottare una serie di accorgimenti per evitare di “naufragar dolcemente in questo mare” (di m… – avrebbe aggiunto il grande poeta).

Cos’è che ha fatto scattare questa presa di coscienza?

Beh, è presto detto.

Sabato pomeriggio io e la piccolina, dopo avere sistemato le nostre cose in albergo, siamo andati a fare un giro a Milano Marittima.

Arrivato in prossimità del centro, ho cercato un parcheggio per l’auto, che non fosse soggetto a pagamento o a disco orario (e nemmeno a rimozione forzata, ricordandomi la triste esperienza dell’anno scorso).

Trovato il posto, ci siamo diretti tranquillamente verso il centro, però essendo io persona previdente, ho pensato bene di scrivermi il nome della via dove avevo parcheggiato: viale Manzoni.

Non solo, ma arrivati nella via centrale, mi sono scritto anche il nome della via dalla quale eravamo sbucati e dalla quale – ho pensato – saremmo poi agevolmente risaliti alla nostra auto: viale Romagna.

Detto fatto, sicuro di avere la situazione saldamente nelle mie mani, abbiamo compiuto le nostre scorribande per il paese (minigolf, gelato, ecc.) e poi, verso le 19, ci siamo diretti verso la nostra auto.

Abbiamo trovato viale Romagna e da lì siamo risaliti verso viale Manzoni, ma, dopo avere camminato un po’, della via intitolata all’autore dei Promessi sposi nemmeno l’ombra.

“Ohibò! – ho pensato – Essendo una piccola via chiusa, certamente l’avremo superata senza accorgercene.” e quindi siamo tornati indietro.

Siamo quindi tornati fino alla via centrale, ma di viale Manzoni nessun segno.

“Uhm… – ho ripensato – forse dovevamo risalire di più. A me era sembrata vicina al centro, ma probabilmente avrò avuto una percezione sbagliata della distanza.”

Detto fatto, siamo risaliti lungo viale Romagna, cercando di ricordare se eravamo passati per quei posti. La piccolina si stava stancando e io mi stavo innervosendo.

Siamo arrivati fino a un punto che era decisamente fuori dal nostro percorso, senza trovare alcuna traccia di viale Manzoni.

“Papà – esordisce saggiamente la piccolina – perché non chiedi a qualcuno?”

Facile a dirsi… Passanti, baristi, negozianti, edicolanti, abitanti delle case vicine… nessuno che sapesse dirci dove fosse quella maledetta via, che sembrava sparita, scomparsa, inghiottita nel nulla.

La piccolina iniziava a spaventarsi e io dovevo pure rassicurarla.

“Non è possibile! – mi dicevo tra me e me, ma poi ho pensato di avere trovato l’inghippo – Io pensavo che viale Manzoni fosse sulla destra percorrendo viale Romagna, invece probabilmente è sulla sinistra. Ecco la spiegazione: guardavamo dalla parte sbagliata!”

La piccolina mi ha guardato con aria compassionevole, come per dire: “Tu guardavi dalla parte sbagliata!”

Comunque, così pensando, siamo ridiscesi lungo viale Romagna, guardando attentamente dalla parte opposta, ma anche in questo caso nessuna traccia di viale Manzoni.

Se nella mia vita il Manzoni mi é sempre stato un po’ sulle palle, in quel momento era la persona che odiavo più di tutte.

A un certo punto ho pensato di utilizzare il cellulare.

“Figuriamoci – ho pensato – se questo coso non mi sa dire dov’è viale Manzoni!”

“Papà, ma a chi telefoni?”

“A nessuno, sto cercando una cosa” ho glissato e mi sono collegato a internet, sono andato su Google e ho inserito l’indirizzo ricercato e la risposta è stata: vuoi scaricare google maps?

“GUGOLMAPS??? Maccheccazz! Qui in mezzo alla strada!”

Ma alla fine quando uno è disperato si attacca a ogni speranza,  e così ho fatto.

Ho reinserito l’indirizzo ricercato e ho ottenuto una piantina del paese con la posizione ricercata, ma l’ingrandimento non era sufficiente a farmi capire quale direzione dovessi prendere per arrivare in viale Manzoni. Però una cosa riuscivo a capirla: tra viale Romagna (dove eravamo noi) e viale Manzoni (dove dovevamo andare) c’era qualcos’altro, cioè un’altra via che io non avevo segnato.

Sull’orlo della disperazione, siamo ridiscesi verso il centro e abbiamo trovato una tabaccheria. Ero indeciso se acquistare subito una piantina di Milano Marittima o fare un ennesimo tentativo.

Alla fine ho optato per quest’ultimo.

“Scusate – mi sono rivolto quasi supplicante ai tabacchini – sapete dirmi da che parte è viale Manzoni? L’abbiamo lasciata qui, ne sono sicuro, siamo scesi lungo viale Romagna, ma adesso non la troviamo più.”

L’uomo e la donna dietro al banco si sono guardati in faccia e hanno iniziato a domandarsi a vicenda:

“Viale Manzoni è quello dove abita la Tina?”

“No no, quello è viale Leopardi.”

“Allora è quello di Fausto e Liliana?”

“Uhm… Potrebbe essere, ma non è da queste parti.”

“Ma in viale Manzoni non c’era quel dentista…?”

“Chi? Quello dove andava la Giuliana? No no, ma che dici! Quello si è trasferito da tempo!”

Seguivo stralunato quel dialogo, quando a un certo punto l’uomo ha sbottato: “Ma sì, viale Manzoni sta qui dietro!”

“Qui dietro?” ho ribattuto io, ormai ridotto a una larva umana.

“Sì certo, qui dietro. Lei percorre il vialetto qui davanti, poi gira a sinistra in viale Ariosto e avanti una decina di metri c’è viale Manzoni.”

“Viale Ariosto?????”

“Certo, tra viale Romagna e viale Manzoni c’è viale Ariosto! Vero che c’è viale Ariosto?” chiede alla donna al suo fianco.

“Viale Ariosto? Quello dove ha affittato la casa Riccardo?”

“No, no, quello è viale Leopardi”

“Maporcaccialamiseriaccia! Grazie, grazie!” ho interrotto la conversazione e ci siamo diretti verso viale Ariosto, dal quale siamo risaliti in pochi minuti a viale Manzoni.

“Papà, ti eri perso!”

“Chi, io? Naaaaaaaa……. È che non avevo segnato… insomma, sapevo la zona, ecco, ma, insomma, vabbeh…”

Ora di arrivo all’auto: 20.30

P.S.: il giorno dopo a Mirabilandia, dopo avere parcheggiato l’auto tra migliaia di altre automobili, a un certo punto la piccolina mi dice: “Papà, ti sei dimenticato di segnare il numero del nostro parcheggio!”

“Ommadonnamia…”

(Ma questa è tutta un’altra storia…)

7 aprile 2010 Posted by | Questa poi..., Storie ordinarie | , , , | 13 commenti