Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

C’erano una volta… le fotografie.

Nella casa ormai vuota dei miei genitori, sta appesa una foto in bianco e nero, formato 50×80, rigorosamente incorniciata.

E’ una foto che risale alla metà degli anni venti e ritrae tutta la famiglia di mia madre, i genitori e gli otto figli, dal più piccolo di circa un anno al più grande di oltre vent’anni.

Mia madre mi raccontava che suo padre era molto orgoglioso di quella fotografia, che era oggetto di invidia da parte di molti conoscenti. Quella di mia madre era una famiglia poverissima, come lo erano tutte quelle che, a quel tempo, lavoravano la terra degli altri (bisogna ricordare chi, per mettere insieme questo disgraziato Paese, ha messo sul piatto il sudore del proprio lavoro e il sangue dei propri figli). Ma un bel giorno tutta la famiglia si fece 3-4 chilometri per andare dal fotografo del paese, per farsi ritrarre. E quella foto è sempre rimasta appesa nella mia casa.

Delle persone ritratte, oggi non rimane più nessuno, ma quella vecchia foto evoca diversi ricordi.

E mi viene da chiedermi: ma cos’era una fotografia?

Una volta la fotografia era un dono che una persona faceva agli altri. Il dono di un momento, un sorriso, un abbraccio. Il dono di un attimo della propria vita.

E il bello della fotografia stava proprio nell’unione tra questo atto volontario e la naturalezza, la spontaneità e la genuinità dell’attimo fermato dallo scatto dell’apparecchio. Infatti dalle nostre parti si diceva che una foto fosse riuscita bene quando la persona era “naturale”.

E le macchine fotografiche funzionavano a rullini, quindi bisognava stare attenti prima di scattare le foto e si poteva vedere il risultato del proprio lavoro soltanto quando le si andava a ritirare dal fotografo che le aveva sviluppate.

Più avanti sono arrivate le polaroid, poi le macchine usa e getta, ma il principio era sempre lo stesso: occorreva attenzione prima di schiacciare il pulsante.

Poi sono arrivate le macchine digitali e tutto è cambiato. Si possono scattare tutte le foto che si vogliono, guardarle in tempo reale, eliminarle, modiicarle. E con la funzione multiscatto non serve molta fatica o fortuna nel “cogliere l’attimo”: la posa giusta prima o poi la si coglie comunque.

E da ultimo sono arrivati i telefonini, dotati di macchine fotografiche che niente hanno da invidiare a quelle normali. Praticamente le foto si possono fare sempre e dovunque e mostrarle, quasi in tempo reale, a persone che magari se ne stanno a migliaia di chilometri di distanza, o addirittira pubblicarle in rete.

E le foto non vengono nemmeno più stampate, ma salvate in hard disk, dvd, pen drive, cornici digitali e via dicendo.

Ma questi strumenti conserveranno le nostre immagini per decenni? Sicuramente no, ma sembra importarcene poco di questo, perché ormai la foto non è più un dono e ha perso d’importanza.

Come tante altre cose, anche le fotografie hanno perso il loro valore, oggi.

Purtroppo.

28 marzo 2010 Posted by | Ricordi, Storie ordinarie | , , , , | 10 commenti

Tutti pazzi per amore 2 (la vendetta o la ciofeca?)

Esisteva una volta una fiction televisiva intitolata “Tutti pazzi per amore“.

Era una fiction che aveva una sua trama, personaggi ben definiti, una colonna musicale piacevole e andava in onda a cavallo tra il 2008 e il 2009.

Anche se non vado pazzo per Emilio Solfrizzi, Stefania Rocca era bravissima, insieme a Carlotta Natoli e Neri Marcorè e gli altri interpreti.

Ora, sapevo che era stata fatta fuori un po’ malamente la Rocca e che Marcorè sarebbe uscito dalla storia, morendo, ma domenica sera non ho potuto fare a meno di pormi una domanda:

ma chi cavolo è ‘sta sciacquetta di Antonia Liskova?

Cioè, sarebbe come se noi mettessimo Amanda Lear a fare Giulietta e Romeo (nella parte contemporaneamente di Giulietta e di Romeo, ovviamente).

Nun ce sta, nun ce sta proprio!

E’ stata isterica per tutta la puntata, cribbio!

E poi perché fare morire uno dei personaggi principali, Michele (cioè Marcorè)?

E poi perché introdurre un bambino adottato?

E poi perché iniziare la serie a fine marzo? Quando andiamo a finirla? A luglio?

Uhm… che dire?

Una puntata forse è poco per esprimere un giudizio, ma mi ha convinto poco.

Vedremo…

24 marzo 2010 Posted by | Storie ordinarie | | 24 commenti

Regalami un sorriso

E’ primavera.

Soffio per spingere via le nubi.

21 marzo 2010 Posted by | Musica, Storie ordinarie, Un po' di me | , | 10 commenti

Uscire dalla solitudine

Per una persona che si sente sola, la prima difficoltà nel leggere libri sulla solitudine è quella di andarli a comprare.

Sì, perché bisogna uscire di casa, abbandonare il proprio guscio protettivo e addentrarsi in una libreria, con il rischio di incontrare altri esseri umani, forse anche qualcuno che conosci e che ti assale: “Ciao! Quanto tempo! Ma cosa hai comprato? La solitudine? Ma non dirmi che ti senti solo, vecchio marpione! Perché non vieni a casa mia sabato sera che c’è una cena tra vecchi amici? Sai che viene anche Alice? Sì sì, proprio lei – e accompagna la descrizione con un inequivocabile movimento rotatorio delle braccia e delle mani – quella con due airbag… Ora si è lasciata con il fidanzato, sai?”. E tu pensi che ti ricordi eccome di Alice, ma a differenza degli altri, non hai mai spettegolato sui suoi airbag e infatti non t’ha mai cagato e se adesso s’è molata con il fidanzato, che vada a cagare.

Potresti comprare i libri su internet! Direbbe qualche furbone, ignorando che per le persone sole è quasi impossibile acquistare su internet, perché le consegne avvengono tramite corriere e se non c’è nessuno a casa, succedono malintesi inenarrabili.

Comunque sia, se si riesce a superare questo scoglio, può darsi che ci si ritrovi per le mani questo libro.

Olga Chiaia è una psicoterapeuta (nessuno è perfetto) che attualmente vive e lavora nella capitale della mia provincia, Piacenza (mi dispiace per lei).

Sono incappato nel suo libro mentre, al culmine di una giornata all’insegna dell’ottimismo, cercavo un’edizione economica dei Sepolcri di Ugo Foscolo, ho letto la quarta di copertina e l’ho comprato, insieme all’altro e a un altro ancora.

Esistono, in sintesi, due tipi di solitudine. Quella che può essere un momento per cambiare e crescere, occasione di raccoglimento e riflessione, alternata a momenti di comunicazione e di espansione. Una solitudine scelta e accettata, creativa, consapevole.

Poi c’è un’altra solitudine, che ti tiene fuori dagli scambi vitali, sofferta, vuota, senza affetti. Un buco nero, insomma, una trappola.

Il malessere della solitudine è un sintomo, un segnale biologico che ci sprona a rinnovare la connessione sociale per non ammalarci a qualche livello. Occorre liberarsi dalle paure e dalle distorsioni interpretative, per rendersi più disponibili agli altri, anche pochi.

Ma ci sono due ordini di problemi. Uno sociale: paura, diffidenza, assenza di luoghi d’incontro, mancanza del senso di comunità non favoriscono certamente incontri e rapporti distesi tra le persone.

E poi c’è un problema personale, anzi spesso ci sono caterve di problemi personali che impediscono che i rapporti di amicizia fluiscano spontanei.

Questo libro non è un manualetto per farsi gli amici. E’ un libro che, secondo me soprattutto nella seconda parte, offre diversi spunti di riflessione su sé stessi, sul proprio modo di porsi agli altri.

E’ un libro che ci parla della necessità di essere gentili, di amare il prossimo ma anche sé stessi, di ascoltare, essere pazienti, condividere, con la consapevolezza che “Certe volte una soluzione immediata non c’è. Resti solo. E’ importante non sentirsi in colpa, non deprimersi, non arrabbiarsi con nessuno, e non spaventarsi”.

Non spaventarsi. Mi piace questo consiglio. Perché é brutto spaventarsi, forse non ci pensiamo abbastanza. Si spaventano soprattutto i bambini e gli anziani, quelli che dovremmo, in quei momenti, prendere per mano e rassicurare, calmare, rimettere in pista guardando le cose dal giusto punto di vista.

Ma se si spaventa chi è solo, rischia di annaspare inutilmente, senza trovare alcun gesto o parola rassicurante.

Dietro le nuvole, l’amicizia e l’amore” recita il sottotitolo del libro. Un piccolo passo in avanti nella difficile e dolorosa ricerca di me stesso, sperando di non perdermi.

18 marzo 2010 Posted by | Un po' di me | , , | 17 commenti

Ritrovo…

In queste settimane sto lentamente svuotando la casa dei miei genitori; la casa nella quale ho vissuto per quindici anni insieme a loro e che poi ho frequentato giornalmente, fino alla morte prima di mio padre e, recentemente, di mia madre.

E’ incredibile quante cose ci stiano in una casa ed è ancora più incredibile quali siano i segni che le persone vi lasciano.

Ritrovo foto recenti e foto di parecchi decenni fa; immagini di persone che non ci sono più e che hanno lasciato in eredità un attimo della loro vita, uno sguardo, un sorriso, un abbraccio a una persona cara.

Ritrovo vecchi scritti, articoli di giornale, bollette, rubriche telefoniche con nomi e numeri ancora a sei cifre, disegnati con la calligrafia di chi aveva conquistato con il sacrificio la capacità di leggere e scrivere e considerava entrambi una cosa seria, da esercitare con cura e rispetto.

Ritrovo pentole capaci di sfamare una decina di persone, reminiscenze di quando la casa era frequentata da parenti e amici e la tavola aveva posto per tutti.

Ritrovo medaglie e targhe di partecipazione a gare bocciofile da parte di mio padre e i vestiti ripiegati e riposti con cura nei cassetti, come era solita fare mia madre, anche quelli miei, troppo piccoli per un figlio ormai cresciuto.

Ritrovo libri che non sapevo più di avere, acquistati negli anni settanta e ottanta, alcuni un po’ ingialliti, altri sottolineati nei passaggi più importanti (sottolineare i libri è un’abitudine che non ho mai perso).

Annuso gli odori degli ambienti alla ricerca di un passato che ormai vive soltanto nei miei ricordi.

Poi ritrovo i segni del buio, della malattia, della trascuratezza, i segni degli ultimi anni, quelli più pesanti.

Ogni cosa rappresenta un pezzo di vita e mi accorgo che vorrei conservare tutto, ma non è possibile; soltanto pochi e significativi oggetti continueranno a tenermi compagnia, gli altri sono destinati a scomparire.

Così va la vita…

14 marzo 2010 Posted by | Ricordi, Storie ordinarie | , | 18 commenti

Nuove strategie educative?

“Papà, la maestra al mattino presto ci fa ascoltare il rock!”

“Eeeehhh?”

“Sì, ci fa ascoltare il rock, così ci svegliamo! E ci fa anche cantare e ballare!”

“Mariastellaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!! TIE’!”

12 marzo 2010 Posted by | Notizie dal mondo fatato | | 9 commenti

Un medico stronzo, un brutto episodio, una risposta vergognosa della USL (e la cellulite…)

Per i miei racconti umoristico/satirici/ridanciani ho sempre preso spunto dalla realtà, da episodi accaduti a me, a conoscenti oppure letti sui giornali. Ovviamente “gonfio” un po’ i fatti, anche se spesso non è che ci devo lavorare sopra molto: basta osservarli nella giusta dimensione e dicono già tutto da soli.

Proprio in questi giorni mi chiedevo se uno dei “pezzi forti” della mia raccolta, l’ultimo racconto scritto e che ironizza su quel brontosauro che è l’Azienda USL, non avessi esagerato un po’. Poi ieri ho letto una cosa pubblicata nella rubrica delle “lettere al Direttore” di uno dei due quotidiani della mia provincia (che è quella di Piacenza, nell’Emilia Romagna, nella padania). Dapprima mi è montata la rabbia, poi l’incredulità, alla fine ho concluso che no, nel mio racconto non avevo affatto esagerato: la realtà supera ogni fantasia.

Il signor Fabrizio Mazzoni l’11 febbraio porta la mamma, da anni malata di cancro, all’ospedale di Piacenza per una visita cardiologica urgente. In accettazione, i medici fanno a rimpiattino su chi deve effettuare la visita. Alla fine la visita tocca a una dottoressa che procede con aria scocciata, affermando anche a un certo punto “è toccata a me, non la visita nessuno”.

La mamma del sig. Mazzoni viene fatta rimbalzare tra vari reparti, per effettuare esami inutili, visto che li aveva appena effettuati a causa della terapia chemioterapica. Alla fine torna al punto di partenza, dalla stessa dottoressa di prima che le dice: “Signora, forse lei non sa cosa ha: beh, glielo dico io, non le posso togliere l’affanno perché lei oggi farà 30 metri e avrà l’affanno, domani 20 metri e domani l’altro nemmeno uno e morirà soffocata per colpa della sua malattia”.

Avete letto bene. Non ho sbagliato a scrivere.

Il sig. Mazzoni non ha (purtroppo) buttato giù dalla finestra la pseudo-dottoressa. Non ha nemmeno chiesto un decreto legge per fare tornare la pseudo-dottoressa all’asilo e rifare tutta la trafila degli studi. Al sig. Mazzoni gli è preso un nodo in gola a guardare la mamma, si è chiesto se fosse giusto togliere così a una persona la speranza e si è augurato che non tutti i medici dell’ospedale di Piacenza fossero così.

Orbene, dopo avere letto, con incredulità, la lettera, mi sono accinto… accingiuto… ho iniziato a leggere la risposta della direzione dell’Azienda USL.

Che risposta poteva dare la direzione dell’Azienda USL?

In un paese normale, avrebbe fornito, in sintesi, una risposta di questo tenore: ci scusiamo vivamente con il sig. Mazzoni e la mamma. Abbiamo dato alla dottoressa uno di quei cicchetti che se lo ricorderà per tutta la vita e l’abbiamo inviata a un master intensivo di buone maniere, avvisandola che alla prossima si ritrova per strada con un calcio nel culo.

In un paese normale. In Italia no.

La direzione dell’Azienda USL di Piacenza ha fornito una risposta di questo tenore: pur sforzandosi di dedicare al malato attenzione e rispetto, “non sempre gli operatori riescono a comunicare nelle modalità più consone alle aspettative dei pazienti, in particolare quando la gravità e delicatezza della patologia ne condizionano la percezione”. L’Azienda riconosce alla comunicazione “un ruolo determinante nel percorso di cura”. La direziona accoglie con la “massima attenzione” la segnalazione e si scusa “se in questa circostanza l’atteggiamento e le parole degli operatori non sono stati adeguati”.

Capito? Cioè, come se voi entrate in un bar, chiedete un caffè e vi servono una brodaglia imbevibile. Lo fate presente al barista e quello, invece di scusarsi e farvene un altro, vi rispondesse: “Sa, abbiamo aderito alla petizione rivolta all’unione europea per migliorare gli accordi commerciali con i paesi dell’america latina produttori di caffè e fare in modo che la qualità del prodotto migliori gradualmente nel corso dei prossimi anni”.

Ecco, è un po’ così.

P.S.: qualcuno si chiederà: e che c’entra la cellulite?

Beh, in questi giorni la pcicolina ha avuto un po’ di febbre e oggi mi si è piazzata davanti, in mezzo al salotto, sentenziando:

“Papà, io domani non posso andare a scuola perché ho la febbre, il raffreddore, la tosse e la cellulite”.

“Ommadonnamia…”

8 marzo 2010 Posted by | Notizie dal mondo fatato, Questa poi..., Storie ordinarie | , , | 4 commenti