Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Ciao, mamma

Te ne sei andata anche tu.

L’hai fatto improvvisamente, non ho nemmeno avuto il tempo di vederti per un’ultima volta, di tenerti la mano per accompagnarti nel tuo ultimo viaggio. Ma sono sicuro che al posto mio ci sarà stato il papà. Che state facendo ora? Avete già iniziato a giocare a briscola? Hai già incontrato i tuoi fratelli e sorelle e gli altri tuoi parenti e amici?

E dimmi, com’è lassù? Mi state guardando? State dando un’occhiata tutti e due alla piccolina, che a quest’ora starà dormendo beatamente nel letto accanto alla sua mamma?

Di te voglio ricordare le cose belle.

Di quando, bambino, giocavo nel cortile della nostra vecchia casa e sentivo il rumore della tua macchina confezionatrice che andava avanti e indietro sul carrello e sapevo che tu c’eri.

Di quando mi ammalavo e, rannicchiato nel mio lettino con la febbre, ti sentivo girare per casa e sapevo che tu c’eri.

Di quando volevi comunque alzarti la mattina per vedermi andare a lavorare, anche se ormai ero quello che oggi si definirebbe un “bamboccione”.

Di quando in un assolato pomeriggio di tredici anni fa, con mio grande stupore, mi hai spedito al supermercato a comprare bicchieri e piatti di plastica per il rinfresco prima del mio matrimonio, ordinandomi di fare in fretta perché poi avrei dovuto togliermi dai piedi, perché quello diventava il posto della sposa, dei suoi parenti e amici: tutti, tranne che del sottoscritto.

Di quando, tornati dalle vacanze, la piccolina è corsa camminando, per la prima volta da sola, verso la porta della vostra casa e tu e il papà vi siete meravigliati perché la ritrovavate dopo dieci giorni temeraria e decisa nel mettere un piede davanti all’altro.

Di quando, negli ultimi mesi, osservavo il tuo viso sprofondato tra i cuscini e le lenzuola e mi faceva tenerezza e volevi che ti tenessi la mano, perché la mia era più calda della tua.

Quanto pagherei poter ancora sentire le mie mani strette tra le tue e quelle del papà.

Lo sai che ho fatto fatica ad accettare la tua malattia. Vedere una donna energica e robusta perdere la memoria, faticare sempre più a riconoscere i propri cari, dimenticare il proprio e l’altrui passato, perdere l’interesse alla cura della propria persona. Ho fatto fatica ad accettare tutto questo e non ho saputo evitarti la casa di riposo negli ultimi due mesi della tua vita.

Lo so che tutti mi dicono che ho fatto il possibile, che è stato per il tuo bene, ma ora sento tremendamente la tua mancanza, come sento ancora quella del papà.

Io resto qui, mamma. Non è un bel momento, ma resisto. Cercherò di combinare qualcosa di buono. Cercherò di accompagnare la piccolina lungo le strade impervie della vita.

Tu e il papà sarete sempre nel mio cuore e quando verrà il momento ci ritroveremo e ci faremo un sacco di partite a briscola.

Sarà una lunga notte questa. Una notte di ricordi e di lacrime.

Ciao, mamma.

23 febbraio 2010 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | | 10 commenti