Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Io credo alle coincidenze, ma…

Lunedì scorso sono uscito dall’ufficio all’una e mezza.

Ho pranzato e poi avevo intenzione di andare a trovare mia madre, prima di recarmi a prendere la piccolina all’uscita di scuola e portarla a giocare a basket.

Prima di uscire volevo stampare uno dei miei ultimi racconti, per rivederlo in palestra.

Ho acceso il pc vecchio, quello collegato con il filo alla stampante e ho tentato di inserire la nuova cartuccia di inchiostro acquistata proprio il giorno prima. Con mio grande stupore, mi sono accorto che la cartuccia non entrava; era diversa da quella precedente. Eppure sulla confezione era riportata la marca e il modello della mia stampante…

Esternando alcuni commenti irripetibili sui produttori di stampanti (e relative cartucce di inchiostro), ho spento il pc vecchio e ho acceso quello nuovo (collegato alla stampante uaifai). Ho pigiato il tasto di accensione, ma il pc non ha fatto una piega. Allora ho pigiato una seconda volta e a quel punto il pc mi ha informato, con una anonima scritta sullo schermo nero, che si era verificato un errore nel sistema e che avrebbe tentato di ripararlo (bontà sua…).

Intanto i minuti passavano.

Le operazioni di riparazione sono state particolarmente lunghe; poi è subentrato l’antivirus, che mi ha avvertito che dovevo scaricare gli ultimi aggiornamenti e poi ci si è messo pure il fairuoll, che non ricordo più che cacchio voleva.
Alla fine il pc è partito, ho inserito la chiavetta e ho acceso la stampante. Ho selezionato il testo da stampare, l’ho salvato in un altro documento e ho dato l’ordine (diciamo la supplica, che forse è meglio…) di stampa: niente, stampante offlain. Ho seguito le istruzioni per correggere il problema, ho ridato l’ordine di stampa, ma non c’è stato niente da fare.

Ormai era passato troppo tempo e non facevo più in tempo ad andare da mia madre, così ho rinviato la visita a dopo l’allenamento basketofolo. Ho cercato se ci fosse una vecchia stampa del racconto, ho rovistato un po’ e l’ho trovata.
Ho spento pc, stampante e modem (esternando altri commenti sui produttori di pc e stampanti, nonché su quelli di antivirus e fairuoll) e mentre stavo uscendo, ho ricevuto la telefonata: mia madre stava male, molto male; con il senno di poi ho capito che era già morta.

Se non fosse stato per quegli stramaledetti computer e stampanti, l’avrei rivista per l’ultima volta, le sarei stato vicino proprio nel momento della sua partenza e questo ha aggravato i mie sensi di colpa.

Poi ho riflettuto: sarà stata una coincidenza? Forse sì o forse no. A me piacerebbe che i fatti si fossero svolti così.

– E’ permesso?

– Certo, vieni avanti D, ma che ci fai ancora qui? Non dovresti essere da un’altra parte?

– Sì. Mi hanno avvertito che oggi arriverà B. Volevo ringraziarti perché non ha sofferto prima e non soffrirà neppure in questo momento.

– Le leggi della morte sono imperscrutabili, talmente imperscrutabili che ormai non ci capisco più niente nemmeno io.

– Beh, se lo dici tu…

– Appunto. Ma c’è qualche altro problema?

– E’ per mio figlio.

– Aquila? Che ha combinato stavolta?

– Oh, niente, niente. E’ che dando un’occhiata al registro delle intenzioni mi sono accorto che vuole andare a trovare la mamma proprio oggi pomeriggio e praticamente assisterà alla sua morte in diretta.

– Sempre tempestivo quello, eh? E tu vorresti impedirlo?

– Se è possibile, sì.

– Sai che questo farà aumentare i suoi sensi di colpa, vero?

– Sì, lo so, ma se poi ci rifletterà su capirà che è stato meglio così.

– E pensi che se lo meriti?

– In fondo non è cattivo… Basterebbe ritardare di un’oretta i suoi piani…

– Va bene, vedrò cosa posso fare… Facciamo la solita diarrea?

– No, che poi magari fa pure tardi a prendere la piccolina da scuola.

– L’auto?

– Meglio di no, che poi si fa spennare da qualche meccanico e non è che navighi proprio nell’oro…

– E allora?

– Pensavo a un piccolo intervento sul computer. Prima di uscire vuole stampare un suo racconto.

– Ancora con ‘sti racconti? Ma quand’è che si decide a finire ‘sto libro?

– E chi lo sa! Comunque basta che gli blocchi per un po’ il computer e andrà subito nel panico. Lo sai che ci capisce poco in quelle cose. Figurati che per installare un modem ha scomodato nientepopodimeno che la Microsoft in persona!

– Lo so, lo so. Se non lo so io!

– Già.

– Vabbeh, accordato, ma lo faccio per te, mica per lui, anche se devo dire che quell’ultimo racconto che ha scritto… com’è che l’ha chiamato?

Il modulo.

– Mannaggia alla memoria! Certo, non era niente male. Va bene, ora vai, non c’è più molto tempo. Penso io a tutto, tu vedi di portare qui B sana e salva.

– Ok. Grazie, Signore.

28 febbraio 2010 Posted by | Questa poi..., Ricordi, Storie ordinarie, Un po' di me | , | 14 commenti

… .. .

25 febbraio 2010 Posted by | Un po' di me | | 4 commenti

Ciao, mamma

Te ne sei andata anche tu.

L’hai fatto improvvisamente, non ho nemmeno avuto il tempo di vederti per un’ultima volta, di tenerti la mano per accompagnarti nel tuo ultimo viaggio. Ma sono sicuro che al posto mio ci sarà stato il papà. Che state facendo ora? Avete già iniziato a giocare a briscola? Hai già incontrato i tuoi fratelli e sorelle e gli altri tuoi parenti e amici?

E dimmi, com’è lassù? Mi state guardando? State dando un’occhiata tutti e due alla piccolina, che a quest’ora starà dormendo beatamente nel letto accanto alla sua mamma?

Di te voglio ricordare le cose belle.

Di quando, bambino, giocavo nel cortile della nostra vecchia casa e sentivo il rumore della tua macchina confezionatrice che andava avanti e indietro sul carrello e sapevo che tu c’eri.

Di quando mi ammalavo e, rannicchiato nel mio lettino con la febbre, ti sentivo girare per casa e sapevo che tu c’eri.

Di quando volevi comunque alzarti la mattina per vedermi andare a lavorare, anche se ormai ero quello che oggi si definirebbe un “bamboccione”.

Di quando in un assolato pomeriggio di tredici anni fa, con mio grande stupore, mi hai spedito al supermercato a comprare bicchieri e piatti di plastica per il rinfresco prima del mio matrimonio, ordinandomi di fare in fretta perché poi avrei dovuto togliermi dai piedi, perché quello diventava il posto della sposa, dei suoi parenti e amici: tutti, tranne che del sottoscritto.

Di quando, tornati dalle vacanze, la piccolina è corsa camminando, per la prima volta da sola, verso la porta della vostra casa e tu e il papà vi siete meravigliati perché la ritrovavate dopo dieci giorni temeraria e decisa nel mettere un piede davanti all’altro.

Di quando, negli ultimi mesi, osservavo il tuo viso sprofondato tra i cuscini e le lenzuola e mi faceva tenerezza e volevi che ti tenessi la mano, perché la mia era più calda della tua.

Quanto pagherei poter ancora sentire le mie mani strette tra le tue e quelle del papà.

Lo sai che ho fatto fatica ad accettare la tua malattia. Vedere una donna energica e robusta perdere la memoria, faticare sempre più a riconoscere i propri cari, dimenticare il proprio e l’altrui passato, perdere l’interesse alla cura della propria persona. Ho fatto fatica ad accettare tutto questo e non ho saputo evitarti la casa di riposo negli ultimi due mesi della tua vita.

Lo so che tutti mi dicono che ho fatto il possibile, che è stato per il tuo bene, ma ora sento tremendamente la tua mancanza, come sento ancora quella del papà.

Io resto qui, mamma. Non è un bel momento, ma resisto. Cercherò di combinare qualcosa di buono. Cercherò di accompagnare la piccolina lungo le strade impervie della vita.

Tu e il papà sarete sempre nel mio cuore e quando verrà il momento ci ritroveremo e ci faremo un sacco di partite a briscola.

Sarà una lunga notte questa. Una notte di ricordi e di lacrime.

Ciao, mamma.

23 febbraio 2010 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | | 10 commenti

Mi sto fissando di fissare il fissante

Avevo preso un paio di giorni di ferie per dipingere la stanza che fra un mese ospiterà la cameretta nuova della piccolina. Ovviamente non l’ho fatto, con la scusa che “tanto c’ho davanti ancora un mese…“. Lo so già che andrà a finire che dipingerò la notte prima dell’installazione…

In segno di buona volontà, però, la scorsa settimana mi sono recato al “Fai da te” e ho comprato: due pennelli (uno largo e uno stretto), un barattolo di acqua ragia (per pulire i pennelli), un telo di plastica (per coprire il pavimento) e un rotolo di nastro di carta (per le rifiniture).

Poi ho iniziato a esaminare le diverse vernici. Stavo esaminando le caratteristiche delle idropitture, il diverso grado di impermeabilità e/o permeabilità, la resa per metro quadrato, le percentuali di diluibilità, quando ho letto su tutti i barattoli una frase che recitava così: “Per una stesura uniforme della pittura, si consiglia di stendere sulle pareti il fissante“.

Il fissante?

Dopo un attimo di smarrimento, mi sono messo alla ricerca dei fissanti e li ho trovati poco lontano.

I fissanti sono liquidi contenuti in barattoli di plastica che, miscelati con l’acqua, devono essere stesi sulle pareti da dipingere, affinchè, appunto, l’idropittura si fissi alla parete stessa.

E mentre stavo valutando che, oltre alle due mani di idropittura, avrei dovuto stendere anche due mani di fissante e già mi chiedevo se fosse sufficiente una settimana di ferie o se avessi dovuto chiedere un periodo di aspettativa, ho letto sui barattoli una frase che suonava così: “Accertarsi che le pareti siano idonee all’applicazione del fissante, al fine di evitare stesure non omogenee dell’idropittura“.

Cioè, riassumendo, per evitare di dipingere una stanza a grumi, devo stendere prima il fissante, però devo sapere se la parete sopporta il fissante (che faccio, le mando una mail?), perché altrimenti non solo il fissante non si fissa alla parete, ma nemmeno l’idropittura si fissa al fissante, oppure l’idropittura di fissa comunque al fissante, ma è il fissante che non si fissa alla parete e crolla tutto.

Sono rovinato…

15 febbraio 2010 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 32 commenti

Due di tutto e una valigia

“Era quasi un’ora che arrostivo a fuoco lento su quella panca. La maglietta sintetica, scolorendo, aveva allargato una macchia rosa sotto il seno sinistro e del trucco mattutino era rimasto solo un alone nero intorno agli occhi. Su una porta a vetri incrociai la mia faccia: un procione scampato a un incendio. Così ero ridotta quella mattina.”

 Questo è l’incipit di un grazioso romanzo di Mila Venturini pubblicato da poche settimane dall’editore Nottetempo, Due di tutto e una valigia. Racconta con toni lievi e uno straordinariamente equilibrato umorismo la vicenda di una bambina di nove anni e del fratello di sei i cui genitori si separano. La voce narrante è quella della bambina, ormai ventenne, che nella sala d’aspetto di un ospedale attende l’esito dell’operazione del padre, reduce da un incidente stradale senza gravi conseguenze.

I suoi ricordi ripercorrono i momenti nei quali i genitori, non senza sensi di colpa, cercano di riorganizzare le proprie vite e quelle dei figli, senza provocare troppi disastri. Due di tutto e una valigia è il sinonimo di quella situazione nella quale si trovano i figli quando il loro tempo viene diviso a metà tra i due genitori, traslocando settimanalmente da una casa all’altra e, ovviamente, approfittando anche della situazione, che presenta i suoi vantaggi.

Il romanzo è caratterizzato da una serie di personaggi ed episodi che strappano più di una risata. A volte sono risate amare, ma l’autrice sa essere straordinariamente delicata. Vi sono capitoli ai quali è difficile resistere, tipo quello degli “appuntamenti mancati” oppure quello del “reggiseno fantasma“. A rileggerne alcuni brani mi scappa ancora da ridere.

Il finale, per niente scontato, è originale e, lo confesso, mi ha strappato qualche lacrimuccia, non perché sia doloroso, anzi, al contrario perché piacevole, senza essere sdolcinato.

Mila Venturini  è una sceneggiatrice televisiva dalla faccia simpatica e questo è il suo primo romanzo. Mi sono ritrovato in più di una situazione raccontata e il libro è più istruttivo di un noioso saggio sull’argomento letto un paio d’anni fa.

Mi auguro che questo libro abbia il successo che si merita.

13 febbraio 2010 Posted by | Libri | | 11 commenti

Stasera…

… rientrare a casa è stato particolarmente spiacevole.

Sarà perché quando la piccolina rimane con me diversi giorni e poi se ne va, lascia dietro di sé un vuoto abissale.

Sarà perché la giornata lavorativa è stata merdaiola.

Sarà perché sono passato a trovare mia madre in casa di riposo e non l’ho vista molto bene.

Sarà perché… boh…

Rientrare a casa e trovarla deserta è stato pesante. I tortellini con ripieno di verdure grigliate non hanno migliorato molto la situazione. Figurarsi che io, che sono un aracnofobo di prima categoria, mentre mi cambiavo in camera da letto ho visto un ragno sul muro che, un po’ rincoglionito, tentava di guadagnare il retro dello specchio. In altre occasioni avrei avuto una reazione alla Walker Texas Ranger. Stasera l’ho osservato un po’ (forse anche lui lo ha fatto) e ho pensato: “Lasciamolo stare, che almeno stasera qui saremo in due…“.

P.S.: stamattina il topo (cioè il sottoscritto) si è accorto di avere dimenticato di mettere sul comodino la tangente per la caduta di un premolare della piccolina avvenuto ieri pomeriggio. E così, mentre lei cercava per tutta la casa chiedendosi: “Ma papà, il topo non è passato!“, il topo (cioè il sottoscritto) ha aperto di fretta il portafoglio e si è accorto di avere dentro una sola banconota da cinquanta euro! E mentre la piccolina, trovatola improvvisamente sotto al cuscino (“Ma papà, come avrà fatto a metterla sotto al cuscino?” “Beh, sai, il topo è un po’ magico… E poi tu sul tuo cuscino non ci dormi mai, perché te ne stai sempre sul mio!“), la sventolava felice e correva a metterla nel suo borsellino, il topo (cioè il sottoscritto) pensava: “Mannaggia! Devo ricordarmi di passare al postamat, che altrimenti non c’ho manco i soldi per comprare il giornale!

10 febbraio 2010 Posted by | Pensieri disarcionati, Un po' di me | , , | 31 commenti

Il vecchio stanco che giocava a tris telefonando (e ha perso la partita).

I commenti che ho ricevuto al post immediatamente precedente meritano una risposta articolata.

Anzitutto desidero precisare che il mio non voleva essere un piagnisteo, bensì una semplice constatazione. Da tempo non mi piace la mia immagine allo specchio e l’immagine delle persone spesso non è altro che l’emersione di quello che sta dentro. Io mi reputo fortunato, perché ho mantenuto la capacità di sognare, di avere obiettivi che vanno al di là della pura sopravvivenza. E sono convinto che, paradossalmente, sia proprio questa mia caratteristica che mi impedisce di avere rapporti “normali” con le altre persone: io cerco di fare le cose in funzione di qualcos’altro, non fini a sé stesse.

Sono consapevole di essere fortunato, ma fortuna e sfortuna sono termini relativi. Ho un lavoro che, pur rappresentando ora un incubo, paga abbastanza bene. Certo sto meglio di un cassintegrato, il quale però dovrebbe reputarsi fortunato rispetto a uno che è stato licenziato o che il lavoro non l’ha mai trovato. E quest’ultimo, a sua volta, dovrebbe sentirsi fortunato rispetto a un terremotato de l’Aquila? E il terremotato de l’Aquila, in fondo, non sta meglio di un terremotato di Haiti? E il terremotato di Haiti non dovrebbe ringraziare il suo Dio per essere ancora vivo e non sepolto sotto alle macerie della sua casa? E quello morto sotto alle macerie della sua casa dovrebbe sentirsi graziato di essere morto sul colpo e non fatto a pezzi a colpi di machete in qualche villaggio africano?

La tendenza a guardare indietro è, secondo me, tipica della nostra cultura cattolica ed e sempre servita a “tenere buone” le persone.

Secondo me è meglio, invece, guardare avanti e cercare di migliorare la propria posizione, però facendo in modo che i propri “successi” si riversino anche, a cascata, sulle altre persone. Tanto per fare un esempio: bene l’imprenditore che ampliando la propria azienda fornisce lavoro ad atra gente; male l’imprenditore che ampliando la propria azienda si tiene i profitti e magari li deposita in qualche paradiso fiscale. E’ lo stesso spirito con il quale ho fatto politica per oltre vent’anni e ne sono uscito povero in canna come quando vi sono entrato.

Forse, anzi, sicuramente per certi aspetti sono ancora “adolescente”, un cinquantenne adolescente, praticamente una sfiga catastrofica. Si rischia la dissociazione a essere adolescenti e tenere i piedi ben piantati per terra, non è mica facile.

E’ vero poi che a volte la stanchezza prende il sopravvento, soprattutto nelle giornate un po’, per così dire, “merdaiole”. Ma io sono ben lontano dal cosiddetto pessimismo leopardiano del “meglio sarebbe non esser mai nati”, anche se a volte posso comprenderlo.

Io penso semplicemente che in certe giornate sarebbe buona cosa avere accanto qualcuno che ci possa dare una mano. E’ semplice utilitarsimo? No, le nostre risorse (in senso lato: le nostre forze, i nostri soldi…) hanno un senso soltanto se servono ad aiutare gli altri: la nostra famiglia, i parenti, gli amici. A che servono altrimenti? La nostra rete di rapporti sociali dovrebbe anche servire ad aiutarci a superare le difficoltà; se questo non avvienem vuol dire che abbiamo coltivato rapporti da operetta.

E per finire:

Maria: sempre catastrofica sei… Tu hai messo rimesso sul piatto della bilancia la tua vita, ma l’altro o gli altri cosa ci hanno messo?

M: benvenuta, chiunque tu sia, ma cosa vuol dire che l’adolescenza è finita? Che non c’è più trippa per i gatti? O che non devo dire gatto prima di averlo nel sacco?

Minnie: ora che mi ci fai pensare, anch’io è da moltissimo tempo che non faccio più sogni erotici. Il massimo dell’eroticità dei miei sogni è cucinarmi un minestrone…

Ifi: scusa, non è per essere malfidente, ma avevi un alibi quando m’hanno fregato il cellulare? E poi, non è che per fare tris tu mi occupi proprio la casella che serve anche a me, eh?

Pendolare: per la terza crocetta mi sa che più che una buona intenzione occorra una ristrutturazione completa…

Comunque buon fine settimana a todos!

“Papà, ma perché parli piano sottovoce? Stai sassuolando?

Sassuolando? Ahahah! No, si dice sussurrando!

8 febbraio 2010 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , | 15 commenti

Il cellulare, un vecchio stanco e il gioco del tris.

Il cellulare che utilizzo attualmente l’ho acquistato nel novembre 2007.

L’apparecchio precedente, della stessa marca, mi è stato rubato una domenica mattina da un ragazzo nordafricano mentre camminavo in una via centrale del paese. Troppo tardi mi sono accorto che lo stronzone mi si era avvicinato troppo ed era troppo insistente. Quando mi sono accorto del furto – e avere promesso il voto leghista per i successivi cinquant’anni, nonché avere caldeggiato l’espulsione di tutti gli extracomunali – ho bloccato la SIM, ho sporto denuncia e il giorno successivo ho anche bloccato il telefono. Dal sito del gestore ho poi appurato che lo stronzone aveva effettuato tre o quattro chiamate in Marocco, prosciugandomi il credito. Oltre al disagio di aver dovuto ricostruire la rubrica, ho perso anche qualche foto carina, soprattutto della piccolina. Quel cellulare ce l’avevo da poco più di un anno, da quando quello precedente – sempre della stessa marca e quindi, per la proprietà transitiva, della stessa marca di quello attuale – mi aveva lasciato a piedi una domenica mattina (si sarà capito che la domenica mattina è il momento critico per i miei cellulari): improvvisamente era sparito il display, per non ricomparire mai più e un cellulare senza display è inutilizzabile.

Il cellulare attuale, insomma, ce l’ho da circa due anni e tre mesi, è dotato di tutto quello che mi serve e l’unico difetto che ha sono le batterie, che hanno una durata molto limitata (è un difetto comune dei cellulari della mia marca, comunque), non superiore ai due giorni. Negli ultimi giorni, però, mi è sembrato di notare per due-tre volte qualche “cedimento” del display interno, quello principale. Mi è venuto il sospetto, insomma, di dover prevedere prossimamente l’acquisto di un apparecchio nuovo.

Tutto questo per dire che venerdì sera ero al ristorante con la piccolina, con la neve che scendeva a gargarozzi. Mentre stavamo mangiando – penne al salmone per lei e trofie gamberetti e zucchine per me – le ho scattato una foto con il cellulare. Ovviamente, lei ha voluto fare altrettanto e quando ho guardato il display ho visto un vecchio stanco: io.

La mia prima reazione è stata: “ecco la prova che il display del telefono è partito definitivamente!”, ma mi sono accorto subito che questa spiegazione era una ciofeca: il display non c’entra niente.

Allora ho pensato: “E’ perché ho la barba lunga.” e ho concluso che dovrei fare più attenzione al mio aspetto fisico: tenere la barba sempre corta; smetterla con queste felpe e tornare a indossare qualche giacca o qualche maglioncino con la camicia; riprendere finalmente a fare attività fisica e comprare quella crema rivitalizzante che ho visto in negozio l’altro giorno. E poi tutta un’altra serie di aggiustamenti vari che ora non sto a elencare.

Terminato l’elenco dei buoni propositi – e terminate anche le trofie – la conclusione è stata più terra-terra: io appaio un vecchio stanco perché io mi sento vecchio e stanco. Questa è la realtà.

E allora oggi mi è venuto in mente questo parallelepipedo: la mia vita è come una giocata a tris.

Nel tris uno deve mettere in fila tre crocette o cerchietti. Io finora ne ho messe in fila due.

La prima è mia figlia, senza la quale tutto quello che faccio avrebbe ben poco senso. Una volta questa crocetta comprendeva tutta la famiglia al completo, poi le cose hanno preso una piega diversa.

La seconda è, attualmente, la mia tortuosa attività letteraria. Una volta questo spazio era occupato dal mio lavoro e dall’attività politica. Ora il lavoro è diventato un incubo e serve soltanto per portare a casa lo stipendio e l’attività politica l’ho abbandonata da tempo.

Rimane lo spazio per la terza crocetta (o cerchietto).

Ho l’impressione che quello spazio rimarrà vuoto molto a lungo e io non vincerò mai a tris.

7 febbraio 2010 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , , , | 9 commenti

Sarà capitato anche a voi…

… di avere l’impressione di essere cordialmente evitati da un’altra persona, senza alcun apparente motivo.

Che so, di avere l’impressione che se vi capita di incontrarla per strada, quella da lontano finga di non vedervi e cambi marciapiede, per esempio.

In questi casi io mi ritiro.

Ognuno è maggiorenne e vaccinato, come si dice dalle mie parti…

4 febbraio 2010 Posted by | Un po' di me | | 24 commenti

Orsù donne, figliate, così diminuiranno le tasse!

A ridosso di Natale, girovagando per le tv mi sono imbattuto in una conferenza tenuta a Piacenza dal presidente dello IOR sull’ultima enciclica papale.

Il presidente ha svolto, riassumendolo, questo ragionamento.

“Quando parliamo della crisi economica, parliamo sempre dei suoi effetti, ma mai delle sue cause. La crisi finanziaria, la disoccupazione, la globalizzazione sono conseguenze. La causa della crisi viene dagli inizi degli anni settanta, quando abbiamo deciso di non fare più figli. L’unico modo per fare crescere l’economia è avere bocche da sfamare e ricordiamoci che due figli a coppia equivalgono a crescita zero. Senza figli aumentano in proporzione le spese fisse e non si possono certamente ridurre le tasse e l’immigrazione non basta a colmare questo deficit. Il pericolo di un sovrapopolamento del pianeta è una fregnaccia.”

Ordunque, premesso che il presidente dello IOR ha cinque figli e pochi problemi economici, sentendo il suo ragionamento mi è sorta spontanea una riflessione, da profano.

E’ ovvio che la crescita zero comporta un aumento dell’età media della popolazione e quindi maggiori spese di carattere assistenziale e sanitario, considerando anche l’allungamento della vita. Non sto ora a sottolineare che i figli costano e che di servizi accessibili ce ne sono pochini. Questi sono problemi superabili.

Il presidente dello IOR, cattolicissimo professore, manager e banchiere, si è dimenticato di dire una cosa.

Non basta fare più figli. Bisogna anche dare la disponibilità, periodicamente, a farne massacrare un po’, sempre per rimettere in sesto l’economia, ovviamente.

Già, perché il secondo vero motore dell’economia è la guerra, che ci libera di un po’ di giovani (soprattutto quelli poveri, ovviamente), lasciandoci spazio per fare altri figli e consente di fare lavorare i sopravvissuti per ricostruire quello che hanno distrutto.

Figli e guerre, guerre e figli.

Così poi possiamo diminuire le tasse…

3 febbraio 2010 Posted by | Manate di erudizione, Politica | | 3 commenti