Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Vabbeh, comunque buon anno con un racconto.

Ho mantenuto la promessa di evitare i buoni propositi di fine/inizio anno.

A pensarci bene, però, anche questo è un proposito, quindi di proposito sono caduto in contraddizione con il mio proposito di non avere propositi?

Boh…

Comunque questo è l’ultimo post del 2009 e lo “infarcisco” con un racconto.

Non ha riscosso il successo che pensavo, però me ne frega poco. A me piace e lo pubblico così come mi è venuto, senza rivisitazioni/ristrutturazioni/rimescolamenti.

IL PRIMO VIAGGIO

Non è molto piacevole essere svegliati all’improvviso nel cuore della notte e ritrovarsi su questo marciapiede ad aspettare l’autobus, con in mano un biglietto di sola andata per chissà dove, senza nemmeno sapere quanto durerà il viaggio. Ma era ovvio che prima o poi questo momento sarebbe arrivato anche per me.

E’ quasi l’alba, le ultime stelle che sono rimaste a tenermi compagnia si stanno spegnendo una alla volta, quando dal fondo della strada spunta un pullman. A dire la verità non sono sicura che sia quello giusto, ma è l’unico che si è visto finora e io sono decisa a salirci sopra; e poi mi piace perché è tutto colorato, sembra un gigantesco giocattolo. Mentre il bus mi sfila davanti lentamente, dai finestrini illuminati posso scorgere gli altri viaggiatori, evidentemente anche loro diretti dalle mie parti. Salgo passando di fianco all’autista, il biglietto bene in vista nella mano e mi siedo in prima fila, così posso scrutare la strada.

Una volta ho sentito dire che si può intuire il carattere di una persona anche dal posto che decide di occupare sui mezzi pubblici. Chi siede davanti dovrebbe sentirsi proiettato verso il futuro, curioso di vedere il cammino che ha di fronte, desideroso di incontrare luoghi e persone nuove. Può darsi che sia così; io invece mi sono seduta qui perché sono timida e non mi andava di sfilare in mezzo agli altri per cercarmi un posto tra quelli ancora liberi, e poi la vicinanza dell’autista mi fa sentire più sicura.

Prima di sedermi ho dato un’occhiata agli altri passeggeri; ci sono bambine e bambini di tutti i colori: bianchi come me, gialli, verdognoli, marroncini di diverse tonalità e perfino qualcuno nero come la pece. Una bella comitiva variopinta, non c’è che dire; alcuni felici ed esultanti, altri con l’espressione inquieta e preoccupata, qualcuno sembra addirittura spaventato.

Nel frattempo l’autobus è ripartito dolcemente, ma alla fermata successiva, benché vi sia qualcuno nell’attesa di salire, l’autista non rallenta e prosegue deciso la sua marcia. E’ una bambina; incrocio il suo sguardo quando le passiamo davanti: è terrorizzata. Che l’autista non l’abbia vista? Impossibile, mi accorgo che la sta osservando dallo specchietto retrovisore, con l’espressione triste. Perché non si è fermato a raccogliere quella bimba? Ora cosa farà tutta sola su quel marciapiede? Passerà un altro autobus? Mi tornano in mente alcune storie che ho sentito raccontare sul posto dove sono diretta: storie bellissime ma anche tremende e quella alla quale ho assistito ora mi sembra proprio una di queste.

Il viaggio prosegue senza intoppi e io mi sto quasi appisolando, quando sento l’autobus rallentare e fermarsi, per fare scendere un bambino. Lo osservo tremante imboccare l’uscita davanti a me e vedo che ci sono due persone ad attenderlo. Il pullman riparte subito e la scena si ripete più volte: chi scende ordinatamente e in silenzio, chi strilla, chi scende assieme ad un altro. In genere c’è sempre qualcuno ad aspettare alla fermata, quasi sempre donne e uomini con il sorriso sulle labbra. Accade raramente che ci sia una persona sola e una volta addirittura non c’era proprio nessuno.

Poi una volta è accaduto un fatto strano. Era un bambino diverso dagli altri quello che doveva scendere: camminava tutto dinoccolato, i piedi disegnavano strani ghirigori nell’aria prima di appoggiarsi a terra e aveva lo sguardo perso nel nulla. L’autista lo ha preso per mano delicatamente, lo ha accompagnato fuori ed è iniziato un acceso battibecco con una donna che si trovava lì vicino; soltanto quando lei si è convinta a prendere in consegna il bimbo l’autista è risalito al suo posto di guida, comprensibilmente contrariato.

Mentre la corsa prosegue e i passeggeri a mano a mano scendono, non mi sento più tanto sicura di me come quando sono salita, sento anzi un tremito crescermi dentro e sono colta da un sacco di dubbi. Sarà proprio questo l’autobus giusto? Sarò in grado di riconoscere la mia fermata? E ci sarà qualcuno ad aspettarmi?

Assorta in simili pensieri, ad un tratto mi accorgo che è ormai tarda mattinata, il sole splende accecante nel cielo e qui oltre a me non è rimasto nessuno. Il pullman imbocca una stradina di campagna e sto per avere una crisi di pianto, quando sento che inizia a rallentare, mentre i battiti del mio cuore accelerano: deve essere proprio il mio turno. Sulla strada scorgo due persone, una donna e un uomo: lei è bellissima e lui sembra un tipo simpatico. Li vedo passare in rassegna i finestrini e fissare i loro sguardi sul mio: che stiano aspettando proprio me?

Quando l’autobus è ormai quasi fermo, vengo colta dal panico. Non voglio uscire, non mi sento pronta, non so cosa mi spetta là fuori, ma è come se una forza invincibile mi spingesse verso l’uscita contro la mia volontà. Passo vicino all’autista che sorride e aprendo la porta mi dice: “Buona fortuna Alessia”.

Dunque deve essere così che mi chiamo, penso, mentre sono quasi risucchiata fuori, spinta in braccio alla donna che, sfoderando un sorriso incantevole, mi ricopre di baci e l’uomo mi accarezza dolcemente la testa.

La paura è sparita. Vorrei salutare l’autista e ringraziarlo per il viaggio; vorrei dirgli che cercherò di fare del mio meglio quaggiù, così quando verrà il momento non avrò paura a sedermi di nuovo accanto a lui per il viaggio di ritorno, ma l’autobus è già ripartito. Rivolgo lo sguardo verso la mamma e il papà e dalla mia bocca riesco a fare uscire soltanto uno stridulo vagito.

Sono nata.

BUON 2010


30 dicembre 2009 Posted by | Racconti, Storie ordinarie | , | 8 commenti

Non stop sempre buio in sala

Non_stop_sempre_buio_in_salaNon stop sempre buio in sala non è soltanto il titolo di un film del 1985 con Paola Senatore.

Era anche quello che stava scritto all’ingresso del cinema a luci rosse della mia città, a indicare che all’interno si poteva godere (…) dell’anonimato.

Ricordo con un po’ di nostalgia quando, diciannovenni neo-patentati, si decideva di fare un salto in città, al cinema porno.

I più esperti insegnavano che nei cinema porno non bisognava mai sedersi sulla seconda sedia della fila, perché era un invito inequivocabile a essere avvicinati. Meglio sedersi sulla prima sedia. Se invece si era in tanti, non si correvano rischi.

Oppure ricordo quando ci si avvicinava quatti quatti all’edicola più fuori mano e svelti svelti ci si accaparrava una rivista porno, cercando di capire dalla copertina quale fosse quella che più si avvicinava ai propri gusti (ma poi all’interno erano tutte uguali).

Una mattina rimasi colpito da questo episodio.

Avevo più di trent’anni e le riviste porno non mi interessavano più (non perché avessi intorno tante donne, ma più semplicemente perché stavo già percorrendo la lunga e tortuosa strada verso la pace dei sensi..). Al mattino, prima di andare in ufficio, mi fermavo alla solita edicola a prendere il giornale. Era l’edicola vicina a una fermata degli autobus e all’ospedale. Come tutte le edicole, vi era una parete praticamente tappezzata da giornali pornografici.

Una mattina, dopo avere acquistato come al solito il giornale, stavo indugiando a sbirciare le riviste e i libri, quando si avvicina una signora appena scesa dal pullman. Era una bella signora, dell’età di circa 40-45 anni, vestita in modo assolutamente normale, con uno sguardo dolce. Si mette a guardare la parete con le riviste pornografiche e a un certo punto, arrossendo, chiede all’edicolante: “Scusi, vorrei una di queste da portare a mio marito all’ospedale. Quale mi consiglia?

Non ho avuto il coraggio di guardare in faccia il pover’uomo che doveva assolvere l’ingrato compito. Allora ero troppo giovane, oggi avrei chiesto alla signora: “Scusi, non per farmi i fatti suoi, ma potrei sapere che malattia ha suo marito?

Anche questi sono stati i vent’anni ai miei tempi, con vizietti che a confronto di quelli di oggi sembrano robe da prete.

Altri tempi, trent’anni fa.

Altri tempi…

30 dicembre 2009 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , | 10 commenti

Riemersione post-natalizia con il proposito di non avere buoni propositi

Salve a tutti i viandanti del blog.

Riemergo da Natale e dalla relativa coda abbastanza in forma.

Questo Natale ha chiuso diverse cose, il futuro è alle porte e i prossimi Natali saranno diversi, lo so. Non so se meglio o peggio, ma sicuramente diversi.

Quest’anno mi sono promesso di non fare bilanci di fine anno e di non esprimere buoni propositi per l’anno nuovo.

Quello che ho fatto, l’ho ormai fatto, bene o male che sia stato. Non è il caso di rimuginarci su; se valeva la pena farlo, l’avrei già fatto, altrimenti posso anche farlo a febbraio, no?

Quello che non ho fatto, ci sarà stato un motivo per non farlo, tanto vale mettersi il cuore in pace. Sugli errori fatti ci penso a marzo.

Gli obiettivi per il futuro che mi sono dato tanto vale che inizi a perseguirli da ora, non vedo perché aspettare il 1° gennaio. Se non sono cose urgenti, le rivedo ad aprile.

Quello che ho mi deve bastare, se non mi basta farò un fioretto a maggio.

Se voglio cambiare aria, programmo le vacanze per giugno e poi forse anche per agosto (a luglio no, mi assorbo tutto il caldo e l’umidità padana), poi a settembre spero torni un po’ di frescura.

Il calendario di ottobre e novembre è fitto-fitto di impegni, dopodiché…

è già Natale 2010!!!

Ascoltiamoci questa bellissima canzone di Pierangelo Bertoli, che, come recita il titolo di un suo album, ci ha regalato bellissime parole di rabbia e incantevoli pensieri d’amore.



27 dicembre 2009 Posted by | Pensieri disarcionati, Sani principi, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , | 5 commenti

Che c’è da dire stasera?

I tetti e i campi sono ricoperti da neve ormai gelata. I meno tre gradi di questo pomeriggio saranno forse diventati meno cinque o sei e fumare la sigaretta sul balcone è diventata una vera e propria impresa.

La testa, in preda a un leggero mal di testa (per forza, mica può soffrire di mal di stomaco, no?), attende che la pastiglia faccia l’effetto per il quale è stata inventata. La devastazione psicologica rimane in fase avanzata e la solitudine se n’è andata al cinema, stanca di sopportare il sottoscritto.

Il programma di posta elettronica è stato sistemato e ora posso inviare tranquillamente mail da tutti i miei accaunt (ammesso che ci sia qualcuno dall’altra parte a riceverli).

La televisione è accesa sul notiziario della tv locale, che mostra il ricevimento dato dal prefetto per i consueti auguri natalizi. Sfilano davanti alla telecamera vecchie cariatidi sorridenti, sindaci affaristi, carabinieri impettiti e le immancabili autorità religiose.

Il prefetto ha pure dichiarato che quella di quest’anno è stata una cerimonia sobria, considerata la crisi economica.

Ma le persone che sono sfilate davanti alla telecamera la crisi economica non la sentono nemmeno di striscio, nemmeno di un alito.

Queste sono le persone che ci governano.

Mi raccontava anni fa un’amica che all’università diedero un esercizio: stilare un budget di una famiglia che poteva contare su un’entrata di un milione e mezzo di lire al mese, inserendovi tutto il necessario. Una sua amica si recò dal professore e gli chiese se per caso c’era un errore nella cifra dettata, ma quello rispose di no. Tornò al proprio posto e disse alla mia amica: “Un milione e mezzo? Ma come faccio a stilare un budget con questa cifra? Io questi soldi li spendo ogni mese soltanto per il parrucchiere!

Quella ragazza apparteneva a una “famiglia bene” del suo paese. Ora forse sarà una manager che, per fare quadrare il budget aziendale, dovrà licenziare un po’ di personale. Oppure sarà una dirigente di qualche pubblica amministrazione che elaborerà piani e programmi per tagliare i servizi pubblici. Oppure farà politica con il PDL…

E io sono qui che darei testate contro il muro (dato che il mal di testa è passato), se non fosse che prima mi devo preparare la camomilla…

Fra una dozzina di giorni finirà questo 2009 che è stato, per il sottoscritto, abbastanza merdaiolo.

Inizierà il 2010, che è anche l’ultimo anno del primo decennio del terzo millennio. Sarà anche l’anno del mio cinquantesimo compleanno. Beh, insomma, un anno importante, no? Anche perché sento che se non riuscirò a fare quello che desidero, non lo farò mai più.

Domani devo andare a comprare i regali di natale per la piccolina: babbo natale in progress!

Farò un salto all’ipercoop, dato che c’ho la carta socio e magari rimedio anche qualche punto (tanto poi li faccio immancabilmente scadere perché non so mai che regalo prendere).

La mia carta di credito sarà contenta di ricevere l’ennesimo assalto alla diligenza, ma…

… cosa cavolo sono i BAKUGAN?

20 dicembre 2009 Posted by | Notizie dal mondo fatato, Pensieri disarcionati, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , | 3 commenti

L’amore e l’odio (in politica)

La politica è la tecnica di governo della società.

Come tutte le tecniche, si impara con lo studio, la pratica, l’impegno e la fatica.

Come tutte le attività, c’è chi è più portato e chi meno, ma nessuno nasce “imparato”. Se qualcuno sostiene di avere la politica “nel sangue”, vuol dire che è un buffone.

Con la politica si decide come allocare e utilizzare le risorse disponibili per rispondere ai bisogni della gente.

Se ci fossero risorse sufficienti per soddisfare tutti i bisogni, non ci sarebbe alcun bisogno della politica. Basterebbe un buon sistema di rilevazione e di risposta alle diverse necessità, praticamente una cosa quasi automatica.

Visto che non è così, c’è bisogno della politica.

Attraverso gli strumenti dei quali si dota la politica, i cittadini (in senso lato) decidono come impiegare le risorse disponibili. Decidono cosa fare o non fare; cosa fare prima e cosa fare dopo; cosa fare in maniera perfetta e cosa fare in maniera passabile e così via.

I politici si occupano di tradurre in azioni concrete queste scelte.

Nessuno può ergersi a giudice delle scelte fatte dalla maggioranza dei cittadini. Quando la maggioranza cambia, può darsi che quelle scelte vengano ribaltate.

Il rapporto tra i cittadini e i politici dovrebbe essere semplice e chiaro: ti credo/non ti credo; mi fido/non mi fido; ti voto/non ti voto.

L’amore e l’odio sono due sentimenti che non hanno niente a che vedere con la politica.

Ognuno può amare e odiare chi vuole: un salumiere, un farmacista, anche un politico se vuole, ma questi rimangono sentimenti personali e privati, non devono diventare movimenti collettivi.

L’amore e l’odio, insomma, con la politica non c’entrano una mazza.

Il dibattito di questi giorni, dopo l’aggressione a Berlusconi è quantomeno stucchevole e vomitevole.

Non c’è alcun bisogno di rimarcare ogni cinque secondi che si condanna quell’episodio. Questo dovrebbe essere ovvio. Semmai è chi lo approva che dovrebbe spiegare il perché.

Le aggressioni a opera di squilibrati si prevengono e si evitano con un buon servizio d’ordine.

Punto.

L’amore e l’odio non c’entrano una mazza.

16 dicembre 2009 Posted by | Politica, Questa poi..., Storie ordinarie | , , | 1 commento

Le maestre del CIP E CIOP

Ho visto in tv, come molti altri, le tremende immagini registrate dalla polizia delle violenze inflitte da parte delle maestre ad alcuni bambini dell’asilo CIP E CIOP di Pistoia.

Sono immagini crude, che provocano rabbia e sdegno, difficili da guardare.

Però, come per tutte le cose, non bisogna fare immersioni nell’ipocrisia ed essere onesti e razionali.

1) Non capisco chi ha diffuso il video della polizia e per quale motivo.

Quel video, necessario per provare le violenze, non deve essere visto da noi. Non ce n’è alcun bisogno. Noi non siamo né giudici né investigatori. Perché vengono diffusi soltanto i video dei poveracci e non quelli dei potenti? Perché non ci mostrano i video di Marrazzo? Volevano arrivare a una condanna morale delle maestre? Bene, l’avrebbero comunque avuta anche con delle normali descrizioni, senza scendere troppo nei particolari. Invece noi dobbiamo sempre creare il mostro, il nemico, il diavolo, altrimenti non siamo contenti.

2) Quel video non doveva essere visto nemmeno dai genitori dei bambini coinvolti.

Dovevano vederlo i magistrati, gli investigatori, gli avvocati, i giudici. Qual è la motivazione di questa presa di visione? Fare esplodere la rabbia? Ma vogliamo fare i processi in piazza e nelle tv, al posto dei tribunali?

3) Da quel poco che ho visto in quei filmati, mi sono convinto che le maestre colpevoli di quelle tremende violenze siano malate.

Da quel poco che capisco, ho avuto questa impressione da alcuni gesti, da alcun modi di fare. Quale altro motivo vi può essere per schiaffeggiare una bambina di alcuni mesi che fa capricci per mangiare? O per tirarle i capelli e schiacciarle una manina? Questo rende meno grave quello che hanno fatto? No, ma rende più difficile per noi porvi rimedio e prevenire. E infatti non lo facciamo. Abbiamo scoperto i mostri e questo ci basta. Il prossimo passo, se ci fosse consentito, sarebbe un bel falò in piazza.

4) Vedendo alcuni genitori intervistati in tv, mi sono chiesto da quale mondo venissero e se non fossero loro i primi pericoli per i loro figli.

Prima di parlare potevano chiedersi se avessero fatto effettivamente tutto il possibile per capire come stavano i loro figli. Potevano chiedersi se avessero dovuto e potuto osservarli un po’ meglio a casa, come si comportavano, come giocavano. Alcuni genitori, forse più attenti, avevano avuto sospetti da prima e, anche se non avevano trovato riscontri, avevano ritirato i figli dall’asilo.

5) La nostra società non ama i bambini.

Non li ama e non li rispetta, come con gli anziani, i disabili (che li chiama “diversamente abili” in modo ipocritamente ipocrita) e in generale tutti quelli che “rimangono indietro”. L’elenco sarebbe lunghissimo. Allora meglio indignarsi in casi come questo, così ci puliamo un po’ la coscienza. E intanto che ci indigniamo, forse non ci accorgiamo che nostro figlio ha bisogno di noi.

P.S.: prima che qualcuno se lo chieda, come se la cosa avesse qualche importanza, ho una figlia piccola.

9 dicembre 2009 Posted by | Storie ordinarie | | 18 commenti

Rivoglio i miei fili!

Ochei, facciamo il punto sulla situazione informatica della casa.

Ho un pici portatile al quale è collegato un maus senza fili.

Il pici si connette a un modem senza fili.

Pici e modem sono collegati a una stampante senza fili.

E’ ovvio che tutta questa assenza di fili (che in gergo informatico si chiama uaireless) deve avere creato un ingarbugliamento tale che c’è qualcosa che non va.

Avevo già notato una certa difficoltà a entrare in alcuni siti (per esempio nel blog), nei quali invece entro tranquillamente se mi collego tramite il filo (cioè il cavo), ma pensavo di avere problemi soltanto sul daunlod, invece probabilmente ce li ho anche sull’aplod.

Stasera ho scoperto che non riesco nemmeno a inviare mail dall’accaunt del provaider!

Il bello è che queste macchine infernali, che utilizzano programmi che sono costati milioni di dollari, ti forniscono decine di informazioni inutili, però quando c’è qualcosa che non va fanno le indifferenti, fischiettano come se loro non c’entrassero niente.

E allora stasera, dopo avere appurato che c’è qualcosa che non va nei fili che non ci sono (!) ho pensato di stampare alcune cosette, prevedendo che dovrò sudare sette mutande per rimettere le cose a posto.

E mentre la stampante stampava (cioè faceva il lavoro per il quale è stata creata), hanno suonato il campanello della porta. Sono andato ad aprire ed era quello del piano di sotto.

Oddio! – ho pensato – Vuoi vedere che mi sono inserito nella sua rete uaireless e ho finito per stampare pure da lui?

E invece quello mi fa: “Ma per caso hai lo sciacquone che perde? Perché sento scorrere continuamente acqua…

Cazzarola! – ho ripensato – Vuoi vedere che il pc è collegato pure con lo sciacquone e quando stampo mi parte l’igienizzazione del water?

Sono andato a controllare e i miei due sciacquoni erano a posto, ma un dubbio m’è rimasto: e se ricollegassi tutto con dei normalissimi fili?

3 dicembre 2009 Posted by | Diavolerie tecnologiche, Storie ordinarie | , | 6 commenti

E’ notte…

Lo so, è tardi, ma domani non lavoro, quindi posso stare qui un po’ di più, in quella che da 13 anni è “la stanza del computer” e che ora è in via di smantellamento, dovendo diventare la stanza della piccolina.

Dal salotto arriva un sottofondo musicale e io mi lascio prendere da qualche riflessione.

Io ho la vita sociale di un bradipo imbalsamato.

Roba da pazzi. Da quanto tempo non esco a cena con un amico (non parlo di amiche, perché quelle manco più ricordo come sono fatte…)? Una di quelle sere nelle quali si ride, si scherza, si mangia o si guarda un film (o tutte due le cose). Boh…

Stasera la casa era desolatamente vuota, vuota e fredda.

Sono tornato dal lavoro verso le otto. Le strade erano quasi deserte, tutti in casa a cenare. Il clima era quello tipico padano: umidiccio e freddognolo. I tortellini con la panna sapevano vagamente di tortellini alla panna; il pezzo di pizza avanzato da ieri sapeva velatamente di pezzo di pizza avanzato da ieri; lo yogurt con i cereali sapeva pressappoco di yogurt con i cereali. Boh…

Io non volevo che finisse così.

Cosa? Tutto. Sì, però non è/non è stato sufficiente. Non basta la volontà, è la performance che conta (tanto per usare un termine manageriale che oggi va molto di moda). E la mia performance è deficitaria, molto deficitaria. Spero in tempi migliori, spero sempre in tempi migliori. Boh…

2 dicembre 2009 Posted by | Un po' di me | , , , | 7 commenti