Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

La Storia

morante_storia_etHo trovato finora un solo aggettivo in grado di raffigurare questo romanzo: MAESTOSO.

Ma andiamo con ordine.

Era il 1974 e io ero un imberbe adolescente che aveva appena scoperto la politica. Era il periodo delle ultime battute della guerra in Vietnam, degli scandali Lockeed e dei petroli in Italia, dell’omicidio Fenaroli-Ghiani. Ero innamorato della politica e disdegnavo la letteratura, fatta eccezione per i romanzi gialli e per quelli di Piero Chiara (scrittore che sarebbe ottima cosa rivalutare).

Quando uscì questo libro ne sentii parlare, ovviamente, ma non lo lessi, così come non ne lessi tanti altri.

L’ho comprato l’anno scorso, l’ho iniziato ma non sono andato oltre il primo capitolo. Non perché non mi piacesse, ma perché evidentemente non era ancora il momento giusto.

L’ho ripreso il mese scorso e per diverse sere ho fatto a pugni con le palpebre che volevano abbassarsi per proseguirne la lettura, per terminare le sue storie l’una dentro l’altra, per seguire i pensieri, i sogni, le avventure e disavventure dei suoi personaggi.

L’ho finito proprio oggi, all’ora di pranzo e un po’ mi spiace lasciare la compagnia di Iduzza, Ninnuzzu, Useppe, Daniele, Bella. Lascio un libro pieno di sottolineature, di appunti, di brevi commenti a margine o a piè di pagina e forse vi lascerò anche questi pensieri.

LA STORIA di Elsa Morante è uno di quei libri che rimarranno nella mia memoria, come LA CHIMERA di Sebastiano Vassalli o IL MAESTRO E MARGHERITA di Michail Bulgakov, tanto per citarne solo alcuni. E’ uno di quei libri che rileggerò sicuramente, a distanza di anni, quando tornerà il momento giusto e che mi regalerà sensazioni nuove e diverse da quelle di adesso, perché, come scrive giustamente Cesare Garboli nell’introduzione, “I libri non esistono in sé e per sé. Esistono solo nel momento in cui qualcuno li legge” e ognuno esiste tante volte quante sono le volte che li leggiamo. Rileggere un bel libro non è mai tempo perso. Qualcuno potrebbe pensare che “non fa numero”, ma è una sciocchezza. Tempo fa ho letto un post su un blog dove l’autore scriveva di una gara che annualmente svolgeva con una sua amica a chi leggeva più libri in un anno: una grandissima sciocchezza, da non commentare nemmeno.

LA STORIA ha suscitato aspre critiche e discussioni quando è uscito ed è un romanzo “criticamente abrogato” –  come scrive Garboli – un romanzo infetto, del quale nessuno ne scrive. Mi piacerebbe avere il tempo di ripescare i commenti di quegli anni, molti dei quali, ne sono sicuro, intrisi di uno pseudo-ideologismo che oggi farebbe ridere.

La storia narrata dalla Morante di svolge a Roma, dal 1941 al 1947. La protagonista Ida Ramundo, Iduzza, è una maestra elementare, dalla vita insignificante come tutti gli altri personaggi del romanzo (ma attenzione, qui il termine insignificante assume un significato del tutto particolare). Iduzza, vedova di origini ebree da parte di madre, viene stuprata da un soldato tedesco di passaggio, ma l’autrice poco si sofferma su questo fattaccio. E’ come se la Storia si fosse scontrata, per caso, con questa donna, lasciandole in dono un bambino, Giuseppe, nome simpaticamente storpiato d alui stesso e dagli altri in quello di Useppe.

Iduzza ha già un altro figlio quindicenne, Nino, ovverossia Ninnuzzu, nullafacente di simpatie fasciste, e nasconde a tutti la sua gravidanza.

Iduzza vive ne terrore che si scoprano le sue origini ebree e non dirà mai a nessuno da dove viene quel pargoletto. Né mai glielo chiederà nemmeno Ninnuzzu e anzi tra i due fratelli si svilupperà un amore senza confini.

La famiglia si arrabatta nella Roma occupata dai nazifascisti, bombardata, in preda alla fame. Ninnuzzu parte per la guerra sotto la bandiera fascista e torna partigiano comunista, impegnato a combattere i tedeschi prima dell’arrivo degli americani.

Useppe rimane piccino, gracile, denutrito, campando tra altre persone insignificanti che cercano di sopravvivere alla Storia.

Ma cos’è questa Storia che si aggroviglia intorno a queste figure? La Storia con la esse maiuscola è quella che distrugge, annienta le persone, che non si occupa di loro se non come “carne da macello” e poco importa se il macello prenda la forma della guerra o della finanza. E le persone ripagano la Storia con la stessa moneta, interessandosene poco, anche se la lotta è impari: da una parte la Storia, dall’altra le sue vittime.

La Morante è maestra nelle digressioni e negli antefatti. Il suo romanzo è un labirinto di storie che si intersecano. Senza quasi accorgersene si viene proiettati indietro nel tempo e più di una volta mi sono fermato nella lettura, sono tornato indietro per cercare lo “stacco” dal presente. E poi vi sono le “incursioni” del narratore, cioè dell’autrice, che sembra volerci ricordare, con un tocco leggero ma deciso, che è lei che sta raccontando. I teorici del romanzo a noi scrittori esordienti ci dicono che bisogna attirare il lettore dentro la storia che raccontiamo. Beh, nel caso della Morante sembra quasi che voglia fare il contrario, cioè avvisarci ogni tanto che la storia nella quale siamo immersi è un racconto, ma il suo racconto.

Verso la metà, il romanzo cambia di intonazione. Nella Roma liberata le vicende dei protagonisti assumono un andamento più famigliare e compare la malattia di Useppe: l’epilessia. Ed è proprio all’interno di questo “Grande Male” che la figura di questo pischelletto assume un rilievo inaspettato. Useppe capisce che ha qualcosa che gli impedisce di stare con gli altri, qualcosa per cui gli altri lo evitano e a volte si ribella a questa sua condizione.

Ma ecco che a dare una mano a Iduzza con il suo bastardino compare quella che diventerà, nei suoi ultimi mesi di vita, una seconda mamma per Useppe: Bella, una pastora maremmana appartenuta a Ninnuzzu che, dopo la morte di quest’ultimo, ritrova quel pischelletto che aveva visto in passato e al quale si affeziona fino all’inverosimile. Useppe non fa un passo fuori di casa se non è in compagnia di Bella e i due si parlano, si capiscono, si comprendono (gli animali nel romanzo della Morante assumono una importanza particolare, al pari degli esseri umani).

Dopo la morte di Ninnuzzu, torna a Roma Davide, un suo amico ex partigiano, intellettuale anarchico che rimarrà vittima del suo male di vivere e della droga. Ed è proprio a questo personaggio che la Morante affida una lunghissima requisitoria in una osteria, inascoltato da tutti, sulla politica, la storia, la religione, affidandogli, quasi regalandogli quelle che appaiono come le sue idee.

“Il termine cristo – fece sapere agli astanti, sforzando la voce – non è un nome o un cognome personale: è un titolo comune, per designare l’uomo che trasmette agli altri la parola di Dio, o della coscienza totale che significa proprio lo stesso. Quel Cristo là si nominava, secondo i documenti, Gesù di Nazaret, però altre volte, attraverso i tempi, il cristo si è presentato sotto diversi nomi, di maschio, o di femmina – lui non bada al genere – di pelle chiara o scura – lui si mette il primo colore che capita – e in oriente e in occidente e in tutti i climi. Siccome lo scandalo era necessario, lui si è fatto massacrare oscenamente, con tutti i mezzi disponibili – quando si tratta di massacrare i cristi non si risparmia sui mezzi… Ma l’offesa suprema che gli hanno fatta, è stata la parodia del pianto! Generazioni di cristiani e di rivoluzionari – tutti quanti complici! – hanno seguitato a frignare sul suo corpo – e intanto, della sua parola, ne facevano merda!”

“E così, d’ora in poi, – continuò , intoppandosi, e tossicchiando a ogni frase, e facendo smorfie – lui, se torna, non dirà più parole, perché tanto, quelle che aveva da dire, le ha gridate ai quattro venti. Quando è apparso in Giudea, il popolo non l’ha creduto il vero Dio parlante, perché si presentava come un poveraccio, non con l’uniforme delle autorità. Però se torna, si presenterà ancora più miserabile, nella persona di un lebbroso, di una accantoncella deforme, di un sordomuto, di un bambino idiota. Si nasconde in una vecchia puttana: trovatemi!, e tu, dopo esserti servito della vecchia puttana per una scopata, la lasci là, e uscito all’aria aperta, cerchi in cielo: ah, Cristo, sono duemila anni che aspettiamo il tuo ritorno! Io – risponde lui dalle sue tane – non sono MAI partito da voi. Siete voi che ogni giorno mi linciate, o peggio ancora, tirate via senza vedermi, come s’io fossi l’ombra di un cadavere putrefatto sotto terra. Io tutti i giorni vi passo vicino mille volte, mi moltiplico per tutti quanti siete, i miei segni riempiono ogni millimetro dell’universo, e voialtri non li riconoscete, pretendete di aspettare chi sa quali altri segni volgari…”

E se non è una lezione di religione o di alto catechismo questa…

Useppe trascorre giornate felici in riva al Tevere con Bella, conosce un nuovo amico, riprende i contatti con Davide, ma la sua malattia se lo porterà via.

La fine della storia è tragica: Iduzza impazzisce nel vegliare in casa il figlioletto ormai morto. Sopravviverà altri nove anni in manicomio, ma in realtà è morta insieme al suo pischelletto. Bella invece mantiene la promessa fatta a Useppe: “Non potranno mai più separarci, in questo mondo” e si fa uccidere dai poliziotti che entrano nella sua casa, sfondando una porta che nessuno vuole o può aprire.

Non posso negare che sia spuntata qualche lacrimuccia alla fine della storia, ma attenzione, il romanzo della Morante è arioso, con spunti comici, è una storia che prende e che lascia dentro qualcosa, come succede soltanto con i grandi romanzi.

Iduzza, Useppe, Ninnuzzu, Bella, Davide e tutti gli altri della compagnia mi mancheranno un po’, ma questa è tutta un’altra storia…

P.S.: stasera, come tutti ben sapranno, penultimo appuntamento con TUTTI PAZZI PER AMORE. Appuntamento doppio, stavolta, perché martedì ci sarà l’ultima puntata. Sarà dura, ma ce la farò…

22 febbraio 2009 Posted by | Libri, Politica, Religione, Storie ordinarie | , , | 49 commenti