Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Un giorno… che ti credi?

… a questo punto non devi lasciare,

qui la lotta è più dura, ma tu

se le prendi di santa ragione,

insisti di più.

Dedicato a tutte le persone che non mollano

31 ottobre 2008 Posted by | Musica, Pensieri disarcionati, Sani principi, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , | 3 commenti

Picchiateli, picchiateli e ancora picchiateli!

Il buon Francesco Cossiga, emerito (…) presidente della repubblica, ha pensato bene, sul Quotidiano Nazionale del 23 u.s. (che sta per “ultimo scorso” e non, come molti potrebbero pensare, per “Una Stronzata”), di dare qualche consiglio al ministro dell’interno su come trattare gli studenti e i professori che stanno protestando contro la cosiddetta “riforma Gelmini”.

Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’interno” – ha detto il nostro – “Lasciare perdere gli studenti dei licei“, perché la gente s’incazza se succede qualcosa ad un ragazzino, ma per gli universitari lasciarli fare, “infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città“.

Che succederebbe dopo? Succederebbe, ovviamente, che l’opinione pubblica passerebbe dall’odierna simpatia all’incazzatura e allora le forse dell’ordine, “forti del consenso popolare“, “non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano“.

Anche i docenti? chiede stupito il giornalista.

Non dico quelli anziani, – precisa il nostro – certo, ma le maestre ragazzine sì“, che poi precisa che questa “è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio“.

E quale sarebbe questo incendio che potrebbe divampare sulla miccia delle contestazioni studentesco-docentesche? Ma c’è bisogno di chiederselo: ovviamente è lui, il mostro nemico di tutte le democrazie occidentali, il TERRORISMO. E al nostro, in fondo in fondo, non gli si può neanche contestare l’esclusività di questa idea, perché in fondo Bush ha scatenato una guerra disastrosa per tutto il mondo contro l’Iraq sostenendo che era la fucina del terrorismo quando è ormai assodato che erano tutte balle (ma molti paiono esserselo dimenticato questo piccolo particolare).

Quando ho letto la sintesi dell’intervista non volevo credere ai miei occhi e pensavo alla solita esagerazione giornalistica, quindi sono andato a cercare l’originale e purtroppo quelle cose le ha dette veramente.

Ora, che fare?

Liquidare la cosa con una pernacchia?

Lamentarsi del servizio sanitario nazionale che non assiste dovutamente i malati di alzheimer?

Denunciare il nostro per istigazione alla violenza, attentato alla sicurezza dello stato, vilipendio alle forze dell’ordine e discriminazione sessuale (perché picchiare soltanto le maestre ragazzine)?

Non lo so. So soltanto che ora i manifestanti anti-Gelmini mi appaiono un po’ più simpatici.

Ma vuoi vedere che questa qui (nella foto sopra, intendo), che “tanto gentile e tanto onesta pare”, è capace di mandare gambe all’aria non soltanto la scuola, ma anche il governo? Dicono che vada spesso a piangere dal berlusca e che per questo gli altri ministri si siano arrabbiati (finché va soltanto a piangere…). Hanno detto anche che ha cercato una “scorciatoia” per l’abilitazione forense, andando a sostenere l’esame dove che non me lo ricordo più? In Libia? In Uganda?

Mah, io l’ho sempre detto fin dall’inizio: all’istruzione dovevano metterci la CARFAGNA, poffarbacco!

27 ottobre 2008 Posted by | Guerra al terrore, Politica, Questa poi..., Storie ordinarie | , | 18 commenti

Evvvvvai!

Raccontino inviato all’editore romano selezionato per l’antologia che uscirà a fine mese.

Non male, considerato che l’ho rivisitato in fretta e furia negli ultimi giorni.

Ora devo proprio concentrarmi sul mio libro.

Devo, dovetti, fortissimamente dovrebbi…

P.S.: guadagno dall’operazione = zero, ma nella vita mica si vive di soli euri, no?

No?

22 ottobre 2008 Posted by | Libri, Racconti, Storie ordinarie, Un po' di me | , , , | 23 commenti

Ciao, Bimby

Il mio Bimby se n’è andato.

Era un regalo di matrimonio e in questi anni ha lavorato come un mulo.

Ha impastato, frullato, tritato, mescolato, sminuzzato, polverizzato.

E cucinato. Ho preparato delle fantastiche paste e fagioli, sughi gustosi e leggeri, impasti per torte prelibate.

Da un anno a questa parte il suo utilizzo veniva centellinato, perché si vedeva e si sentiva che aveva dei grossi problemi.

Poi dieci giorni fa, dopo l’ultima torta preparata a fatica e un periodo di riposo forzato, l’ho portato in un centro di assistenza e la diagnosi è stata impietosa: “Troppo onerosa la riparazione. E poi una volta sostituite le parti guaste, non si sa quanto possano ancora resistere le altre, vista l’età della macchina.”

E’ come se il Bimby avesse seguito la parabola discendente della famiglia di cui ha fatto parte in tutti questi anni: è sempre stato lì, sulla cucina e ha assistito alla nostra vita familiare.

Ci ha visti terminare l’arredamento della casa.

Ci ha visti a colazione, a pranzo e a cena.

Ci ha visti parlare, discutere, ridere, scherzare, litigare, fare pace.

Ci ha visti portare in casa la piccolina e ha dato il suo contributo al suo sostentamento. L’ha vista crescere, imparare a camminare, a parlare. L’ha vista al mattino andare all’asilo, poi alla scuola materna e alla fine alle elementari.

Mi ha visto piangere per la morte di mio padre.

E poi ha assistito alla lenta agonia della famiglia e all’allontanamento di una sua parte fondamentale.

E’ come se mi avesse detto “Così non voglio più continuare. Tu mi hai utilizzato tante volte, ma io da quando sono entrato qui dentro sono stato anche manipolato, accarezzato, lavato e asciugato da mani femminili, che ora non ci sono più”.

Se ne è andato quasi chiedendomi scusa per non riuscire più a fare il suo dovere e lasciandomi il dubbio se sostituirlo con il modello nuovo oppure no.

Domani andrò a ritirarlo e penso che lo depositerò in cantina: per incrementare la raccolta differenziata c’è sempre tempo.

Gli farò anche una foto, così potrò ricordarlo anche nel futuro.

Ciao Bimby.

21 ottobre 2008 Posted by | Storie ordinarie, Un po' di me | , | 8 commenti

La bruttissima e tristissima storia di David Reimer

Una volta o l’altra parleremo della cosiddetta identità di genere e della sua formazione.

Per il momento, chi vuole si legga questa tristissima storia.

http://www.promiseland.it/view.php?id=1481

P.S.: sono contentissimo di saper fare le lasagne, tant’è vero che uno dei miei rimpianti è proprio quello di non avere fatto di professione il cuoco.

(Nella foto: Kaley Cuoco)

20 ottobre 2008 Posted by | Manate di erudizione, Questa poi..., Storie ordinarie | , | 11 commenti

Ti ricordi, papà? (La mia esperienza/speranza)

Ho comprato il libro, dicevo nel post precedente, nel 2005, appena uscito, interessato al tema trattato.

L’ho riletto oggi, dopo tre anni e alla luce di una situazione familiare diversa (avrei scritto “compromessa”).

Voglio partire dai paragrafi che, allora come oggi, mi hanno colpito maggiormente e che cito testualmente:

Quando sogna un uomo per la vita, ogni ragazza consulta la sua “mappa” dell’universo maschile, mappa che ha disegnato nel corso degli anni, reagendo ai pregi e ai difetti del padre. Ma cosa sia veramente un uomo, una donna lo impara soprattutto dalla madre che, in modo consapevole o no, le trasmette tutto ciò che di buono o di cattivo ritiene di aver ricevuto dai maschi: padre, marito, fratelli, amanti.

La paternità è dunque, paradossalmente, un affare di donne. Non solo la madre passa alla figlia le sue idee sugli uomini, ma decide anche, più o meno inconsciamente, la “dose” di padre che la figlia deve assumere. E’ la madre a stabilire lo spazio fisico ed emotivo che è disponibile a lasciare libero per consentire al marito di esercitare il mestiere di papà.

Nella diversità dei ruoli che uomo e donna rivestono all’interno della famiglia, qui ne viene rappresentato uno decisivo che deve svolgere la donna: è lei che tiene le redini della vita affettiva della famiglia.

Quello che il libro non spiega è cosa succede quando la donna non esercita pienamente questa funzione e lascia troppi “spazi liberi”, soprattutto quando questi ultimi attengono a spazi “essenziali” nella vita dei bambini.

Inoltre, quando il libro è stato scritto nel 2005 non era ancora uscita la legge sul cosiddetto “affidamento condiviso” nelle separazioni. In questo caso i figli si trovano a convivere, alternativamente, con entrambi i genitori e se questo evita che uno dei due venga dimenticato, pone comunque alcuni problemi ai padri che non devono più limitarsi a portare i figli in giro, al campo giochi, al cinema o in pizzeria. Vi dovranno invece convivere per interi periodi nei quali dovranno svolgere tutte quelle funzioni che non appartengono al loro “genere”: cucinare, pulire, lavare, stirare, ecc.

Se è vero (come temo) che i figli sviluppano la loro identità di genere osservando i genitori, nel mio caso temo una vera e propria catastrofe: mia figlia imparerà che chi va al bar a giocare a carte è la mamma, che è anche quella che si dimentica di darle la merenda al mattino per la ricreazione a scuola? Imparerà che è il papà che fa le lasagne e che le compra i vestiti?

Ma la cosa che più mi spaventa è l’adolescenza, quel periodo, cioè, nel quale si manifesta e si sviluppa il desiderio di indipendenza e si creano i conflitti per raggiungere questo obiettivo. Ho l’impressione che a quel punto il cosiddetto “affidamento condiviso” possa difficilmente reggere. Ovviamente molto dipende dal carattere dei ragazzi, ma la mia convinzione è che la separazione dei genitori rappresenti comunque un fattore di rischio.

Sperimento sulla mia pelle, giornalmente, quanto sia problematico il rapporto tra un padre e una figlia piccola. Quanto la figlia cerchi comunque una presenza femminile ma non nomini mai la mamma.

Sperimento giornalmente la difficoltà dell’indeterminatezza del futuro, la solitudine e quanto questo non debba trapelare nei rapporti con la bambina.

Avrei preferito un ruolo più “normale”, non c’è dubbio. Vi è, in questo periodo, una ricomparsa alla memoria di alcuni momenti della mia vita e una loro analisi spietata, che fa un male tremendo.

Ma questa è un’altra storia…

Domani è lunedì e quindi consoliamoci…

19 ottobre 2008 Posted by | Libri, Notizie dal mondo fatato, Sani principi, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 9 commenti

Ti ricordi, papà? (il libro)

Padri e figlie, un rapporto problematico“, recita il sottotitolo del libro, scritto da Gianna Schelotto e uscito nella primavera del 2005.

L’ho comprato e letto quando mia figlia aveva tre anni e la mia era una situazione familiare “normale”.

L’ho riletto in questo fine settimana, quando mia figlia ha sei anni e la mia situazione familiare è cambiata.

Vorrei riassumere brevemente i contenuti del libro e metterli a confronto, poi, con la mia esperienza personale.

La prima storia d’amore di una donna è quella con il proprio padre e spesso è anche la più complicata. Per crescere, la bambina deve staccarsi dall’unione simbiotica con la mamma, concepire un sentimento profondo per il papà e poi accorgersi che a quel sentimento occorre porre dei limiti. Dall’andamento di questa vicenda dipenderà in larga misura quello degli amori successivi.

Il padre non è meno importante della madre nel formarsi dell’identità femminile.

Se nell’amore materno il figlio si imbatte ancor prima di nascere, quello paterno non è invece un dato acquisito, ma è un processo che cresce, si costruisce e si trasforma negli anni.

La voglia di padre accompagna le donne in ogni momento della loro vita, perché dal padre la bambina impara a conoscere il mondo: il genitore “diverso” diventa per la bambina fonte di scoperte e di meraviglie.

Quando sogna l’uomo della vita, ogni ragazza consulta la sua “mappa” dell’universo maschile, che ha disegnato nel corso degli anni reagendo ai pregi e ai difetti del padre. Ma cosa sia un uomo la donna lo impara soprattutto dalla madre (ahimè!), che passa alla figlia le sue idee e che decide anche la “dose” di padre che la figlia deve assumere. E’ la madre, cioè, a stabilire lo spazio fisico ed emotivo che è disposta a lasciare libero per consentire al marito di esercitare il mestiere di papà.

Dopo la fase dell’innamoramento dei primi anni, vi è il distacco dell’adolescenza, quando la ragazza si aspetta che il padre le conceda il “visto” per oltrepassare la frontiera della femminilità, cioè a diventare donna, senza che questo sia uno strappo.

Un padre amorevole e disponibile consente alla bambina di muovere i primi passi con il mondo maschile, diventa cosciente del proprio valore, riceve conferma della propria femminilità e rafforza la percezione che ha di se stessa.

Se questo non accade, le figlie possono rassegnarsi all’indifferenza e inventare diversi modi per attirare l’attenzione del padre, reprimersi anche per adeguarsi ai suoi desideri, oppure sviluppare sentimenti ostili e astiosi. In entrambi i casi accumulano un fortissimo bisogno di risarcimento affettivo, chiedendolo a mariti e fidanzati che non possono darglielo.

Dal rapporto tra madre e figlia dipende, attraverso l’imitazione, il progressivo formarsi dell’identità di genere, per cui il padre, pur protettivo e premuroso, deve avere slanci affettivi che rimangano nei confini dell’identità maschile, perché è di questo che le figlie hanno bisogno.

C’è tutto un capitolo del libro (il più lungo) dedicato alla disgregazione della famiglia, “Quando il padre se ne va“.

Le immagini di amore e di relazione ereditate dai genitori giocano un ruolo importante nelle persone adulte, che trasformano quel patrimonio emotivo e lo utilizzano nelle relazioni di coppia.

Se nel complesso di Edipo vi è il desiderio di separare i genitori e prendere il posto di quello che viene scacciato, nella separazione questo desiderio diventa realtà che può portare ansie e sensi di colpa. Se poi il genitore desiderato si sceglie un’altra persona come compagna, la sofferenza diventa ancora più acuta.

Il padre e la madre, uniti o separati, rimangono i pilastri insostituibili della crescita umana e i genitori devono garantire ai figli la sicurezza di sentirsi amati.

Considerato che spesso (perlomeno all’epoca del libro) nei divorzi i figli vengono affidati alla madre, per le femmine, che perdono l’oggetto del loro amore (cioè il padre), la situazione diventa più gravosa rispetto ai maschi. Questi ultimi, infatti, realizzano il sogno di avere la mamma tutta per loro, sia pure con gravi danni per la loro maturazione. Le figlie possono sviluppare sentimenti di demolizione o di idealizzazione nei confronti dei padri separati.

Il libro dedica un capitolo anche ai “padri incestuosi” e, alla fine, una bella immagine che racchiude efficacemente tutto il ragionamento: le figlie per crescere hanno bisogno di sciogliere le proprie dipendenze e di allontanarsi dall’universo paterno, portando con sé i doni che il padre ha assegnato loro per il lungo viaggio.

Il libro contiene diverse storie derivate dall’esperienza di psicoterapeuta dell’autrice e non svelo il significato del titolo: si apprende in uno degli ultimi capitoli e lascia… senza parole.

Due piccole curiosità per finire.

Pirandello visse in maniera drammatica il distacco della figlia: le scriveva lettere strazianti nelle quali la pregava di tornare da lui, la supplicava con una ossessività ricattatoria: “Se non torni – le scriveva – non mi trovi più!”.

La figlia di Georges Simenon, invece, si suicidò nel 1978 perché l’innamoramento verso il padre divenne un sentimento distruttivo. “Ti amo così tanto che lotto per riuscire finalmente a esistere” ma da quella lotta uscirà sconfitta: “Non sono più niente, per me non c’è posto. Salvami papà. Sto morendo”.

19 ottobre 2008 Posted by | Libri, Notizie dal mondo fatato, Sani principi, Storie ordinarie, Un po' di me | , , | 3 commenti

Inchiesta sul cristianesimo

Gesù non ha mai detto di voler fondare una religione, una chiesa, che portassero il suo nome.

Non ha mai detto di voler morire per sanare il peccato di Adamo ed Eva e non ha mai detto di essere nato da una vergine.

Non ha mai detto di essere unica e indistinta sostanza con Dio.

Non ha mai dato al battesimo un valore particolare.

Non ha mai istituito alcuna gerarchia ecclesiastica; non ha mai parlato di precetti, norme, cariche, liturgie.

Non è stato lui a chiedere che alcuni testi riferissero i suoi discorsi e le sue azioni.

Gesù era un ebreo e lo è rimasto sempre: non ha mai pensato di rendere obbligatori un comportamento o una verità. Ha esortato, pregato, dato l’esempio.

Che dire?

Quando un libro inizia con queste parole, viene immediatamente da pensare: “Ho sempre sospettato che qualcuno mi stesse fregando…”

Sì, perché il libro, pur con tutti i suoi limiti, conferma una cosa semplicissima: che la Chiesa cattolica è, in fondo, la più grande truffa di tutti i tempi.

Però devo dire che, pur essendo molto interessato al tema, c’è qualcosa in questo libro che non mi quadra.

Il libro si occupa dello sviluppo del cristianesimo e della nascita della Chiesa cattolica fino al IV secolo, fino a quando, cioè, poco prima del disgregamento dell’impero romano, il cristianesimo passa dapprima a religione “consentita” (con Costantino) e poi a vera e propria religione di stato (con Teodosio).

All’inizio vi era non uno, ma diversi cristianesimi, spesso il lotta tra di loro, come lo erano stati gli stessi Pietro e Paolo.

Nel secondo secolo il cristianesimo di stacca dal giudaismo e inizia il suo cammino all’interno dell’impero romano, sviluppandosi soprattutto nel nord Africa. Si formano le prime comunità, dove il vescovo (un amministratore del patrimonio della comunità, preferibilmente sposato e con figli) acquista un peso sempre maggiore.

Apprendiamo dell’operazione della Chiesa per costruire il Nuovo Testamento, con l’eliminazione di quei testi che parlavano di Gesù ma in un modo poco “efficace”. Delle prime lotte con il potere politico per la supremazia. Della trasformazione dei cristiani da perseguitati in persecutori, una volta che hanno saldato la loro alleanza con l’imperatore.

Apprendiamo della formazione del canone, dell’importanza affidata alla resurrezione, delle teorie sessuofobiche di Agostino, dei primi monaci.

Insomma, apprendiamo un sacco di cose interessanti sul tema, ma io ho avuto l’impressione che Cacitti si sforzasse troppo di apparire “neutrale, obiettivo”. E’ giusto esporre i risultati delle ricerche storiche, ma un po’ di partigianeria su questo tema è d’obbligo, anche perché così poi si va forse a leggere qualcuno che la pensa nel modo opposto.

Durante e dopo la lettura del libro, comunque, mi sono spesso posto questa domanda: ma allora, con tutte queste costruzioni postume (per non dire falsificazioni), chi era ‘sto Gesù?

Molto interessanti sono le considerazioni finali di Cacitti sullo studio della religione. Gli studenti arrivano all’università totalmente impreparati sulla storia religiosa, perché nessuno la insegna nella scuola italiana: il fenomeno religioso in sé non è contemplato nell’ordinamento didattico del nostro paese.

L’insegnamento religioso, denominato “insegnamento della religione cattolica”, è stato dismesso dallo Stato e appaltato alla Chiesa cattolica, quale estensione della catechesi.

Questo determina che, in pratica, si insegna la dottrina ufficiale della Chiesa (che – ma questo lo aggiungo io – poco c’entra con Gesù) e si arriva a veri e propri paradossi. Per esempio, pur essendo assodato e riportato dagli stessi vangeli canonici che Gesù aveva quattro fratelli e alcune sorelle, un insegnante di religione non potrebbe mai insegnarlo.

Ma su questo, penso che in futuro ci sia spazio per un altro libro: “Inchiesta sul papato” (stavolta però bisognerà pur arrivare al processo, no?).

Buonanotte, ateacci miscredenti. Pentitevi!

17 ottobre 2008 Posted by | Libri, Manate di erudizione, Religione | , | 9 commenti

Vai!

Vai, finché sei in tempo.

Vai, perché questo paese non ti merita.

Vai, perché a noi gli eroi ci piacciono soltanto nelle bare e piangiamo giusto il tempo per seppellirli.

Vai, perché se avessi avuto la possibilità io lo avrei fatto già da tempo.

Vai e non ti voltare indietro. Non ne vale la pena.

15 ottobre 2008 Posted by | Guerra al terrore, Politica, Storie ordinarie | , | 9 commenti

Porcini!

E’ stato grazie ad un commento ad un mio post che mi sono improvvisamente ricordato che, tra le cose buone della vita, ci sono anche i funghi, specialmente i porcini.

E allora ieri sera tagliatelle ai porcini (105 grammi di tagliatelle, mica tante, no?).

Poi un secondo leggero (insalata con olive, uovo sodo e tonno).

Indi yogurt con cereali e alla fine (alla facciaccia vostra) un bel gelato, di quelli tutti ricoperti di cioccolato fondente.

Burp!

P.S.: continuo ad andare a lavorare in vespa, sarà per questo che a tutt’oggi, inaspettatamente, non mi sono ancora beccato nè raffreddore nè mal di gola?

15 ottobre 2008 Posted by | Sani principi, Un po' di me | | 19 commenti