Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Il trasloco (racconto)

La prima stesura definitiva di questo racconto porta la data del novembre 2004.

Sebbene la vena satirico-umoristica non si fosse ancora esaurita, era già presente un indizio di “perturbazione” (o di preveggenza?).

Questa è una versione del 2006, non ricordo in quale occasione e per quale motivo sia stata stesa. Non ricordo neanche più se è stata pubblicata la 1^ o la 2^ versione.

Comunque beccatevela così com’è.

IL TRASLOCO

Non ci sono più i traslochi di una volta.

Quando ero un bambino il trasloco (che in dialetto veniva chiamato “San Martino”) rappresentava un avvenimento storico per la vita familiare.

Le operazioni in genere iniziavano con la ricerca degli scatoloni dove raccogliere il materiale da trasportare. Non era una operazione di poca importanza questa, perché una volta non vi erano a disposizione tanti imballaggi come oggi e trovare scatoloni capienti e robusti non era facile. Si trattava per lo più di contenitori di generi alimentari, che con quel trasloco intraprendevano una nuova vita che non sarebbe certamente finita lì, perché in seguito sarebbero stati utilizzati di nuovo, per custodire in cantina tutto quello che andava conservato (vecchi vestiti, scarpe, libri, giocattoli). E quegli scatolini avrebbero svolto diligentemente il loro compito ancora per anni, finché l’umidità, la polvere e il peso di altri scatoloni più giovani e robusti non li avesse fatti piegare e spanciare. Soltanto allora, quando si fossero sfaldati, quasi disfatti nelle mani di mio padre, potevano essere buttati nella spazzatura.

Poi occorreva trovare un camion per trasportare mobili, elettrodomestici e gli scatoloni stessi. Questo voleva dire fare intervenire qualche amico che avesse un autocarro disponibile per il tal giorno e alla tal ora e in genere poi l’amico veniva anche coinvolto nel lavoro.

Una volta risolti questi problemi logistici, occorreva mobilitare i parenti affinché dessero una mano per effettuare il trasloco nell’arco della giornata prescelta. Ecco allora arrivare gli zii, che si mettevano all’opera di prima mattina insieme a mio padre e per tutta la giornata smontavano, trasportavano, caricavano, urlavano, inveivano contro porte troppo strette, scale troppo ripide, mobili troppo pesanti.

A mezzogiorno mia madre faceva trovare bell’e pronto un abbondante pasto, annaffiato da un altrettanto abbondante vino (“buono”, per carità, non quello “da pasto”). A me mi facevano sedere a capotavola ed osservavo compiaciuto quell’allegra compagnia che divorava la pastasciutta, il pollo, l’insalata e magari anche una fetta di torta.

In realtà durante la mattinata mia madre non si era certamente limitata a preparare il pasto, ma aveva anche sorvegliato discretamente tutte le manovre che gli uomini man mano compievano. Aveva dispensato suggerimenti che dapprima erano stati bruscamente rifiutati, ma che in un secondo momento i maschi avevano seguito, introducendo qualche piccola ed insignificante variante per farli passare come roba loro (perché si sa, “chi sta fuori vede le cose meglio di chi ci sta dentro”). E mia madre sapeva anche che tutti quegli scatoloni li aveva riempiti lei e quando tutti se ne fossero andati era lei che doveva vuotarli e mettere tutto a posto, per tornare a vivere in un ambiente dignitoso. Non solo, ma lei aveva anche dovuto salvaguardare l’incolumità del figliolame, cioè del sottoscritto; che non intralciassi le manovre degli uomini, che non finissi scricchiolato sotto all’anta di qualche armadio, che non salissi sul camion e soprattutto che non venissi dimenticato nella vecchia casa.

Al pomeriggio riprendevano le operazioni di fatica e pareva proprio che il vino “buono” avesse allargato un po’ le porte. La casa si svuotava sempre più rapidamente ed osservarla così mi metteva addosso un po’ di angoscia. Rimanevano a terra oggetti che avevo creduto perduti per sempre, qualche fumetto di anni addietro, penne scivolate sotto ai mobili e mai recuperate, giocattoli che improvvisamente recuperavano una loro dignità. Le pareti spoglie diffondevano anche una leggera eco e gli spazi abitati fino al giorno prima sembravano improvvisamente molto più grandi.

Per la sera tutto doveva essere finito. I mobili dovevano essere montati, gli elettrodomestici dovevano funzionare e gli oggetti di uso comune dovevano essere a disposizione per il giorno dopo, perché si riprendeva a lavorare. I parenti se ne andavano, coscienti che forse fra un anno, due o tre ci sarebbe stato un altro “San Martino” e quindi un’altra occasione per aiutarsi a vicenda.

Oggi i traslochi sono attività completamente spersonalizzate.

Chiami una impresa specializzata e alcuni giorni prima di portano in casa una infinità di scatoloni ancora imballati, da assemblare. Sono tutti della stessa dimensione e dello stesso colore e guai a ficcarcene in mezzo uno diverso, si rischia di far fallire tutto il trasloco e forse anche l’impresa stessa. Insieme agli scatoloni ti forniscono pure il nastro adesivo per sigillarli e delle etichette adesive sulle quali scrivere il loro contenuto. A volte sugli scatoloni compaiono strane scritte che non si capisce bene quale sia il loro significato, sembrano nomi di battaglia di invasori extraterrestri e tu non hai più alcun punto di riferimento.

Al mattino del giorno prestabilito arrivano due o tre autocarri con scale e piattaforme mobili e lampeggianti gialli e personale specializzato che smonta, carica, scarica e rimonta senza mai inveire contro porte, scale o finestre. E tu guardi il gigantesco armadio “quattro stagioni” che tua moglie ha voluto comprare quando vi siete sposati che viene smontato da uno sciame di operai nel tempo che impieghi a fumare una sigaretta. Se necessario l’impresa provvede anche a chiedere al Comune il permesso di transennare una parte della strada, posiziona la segnaletica, regola il traffico, mentre gli autocarri continuano a svuotare la tua casa. Così la gente che passa, attirata da tutto quel dispiegamento di mezzi tecnologici, si ferma incuriosita e assiste a tutto il tuo trasloco, ricavandoci preziosissime informazioni sul tuo tenore di vita per andare poi a spettegolare in giro per il paese.

Tutto si svolge nei tempi prefissati e di marmocchi in giro non se ne vedono, forse perché qualcuno ha pensato bene di non farne ancora (si sa, il “lavoro precario”, la “casa troppo piccola”, il “mutuo da contrarre”…). Non hai neanche il tempo di dare un’ultima occhiata alla tua vecchia casa, perché devi seguire le operazioni di montaggio dei mobili in quella nuova.

Alla sera tutto è perfettamente rimontato e a posto, ma tu ti aggiri fra i tuoi trentotto scatoloni, tutti troppo uguali e ti senti svuotato, sfinito. E’ a quel punto che ti accorgi che in tutta questa organizzazione perfetta, c’è stata una sola cosa che non ha funzionato: le etichette sugli scatoloni si sono staccate tutte e tu per trovare le forchette da usare la sera devi disfare cinque pacchi di lenzuola, otto pacchi di profumi, creme, deodoranti e rossetti di tua moglie e poi esausto te ne vai a mangiare una pizza con la consorte e le forchette le ritrovi il giorno dopo, quando ti ricordi che le avevi messe insieme al tuo rasoio (“così le ritrovo subito…”).

Di parenti a dare una mano non se ne sono visti, forse perché ne sono rimasti ben pochi e quei pochi avevano altro da fare. Al massimo possono mandare un messaggio sul telefonino verso sera per sapere se è andato tutto bene e ti chiedono: “Ma come, sei già in pizzeria? Beato te che hai già messo tutto a posto…”.

Prima di andare a letto decidi di farti una calda e riposante doccia, riesci anche a trovare al primo colpo uno scatolone con un pigiama pulito, ma quando l’hai indossato ti accorgi che stranamente non è della tua misura. Stai per chiedere alla moglie “Ma da dove spunta fuori questo pigiama?” ma poi ti fermi un attimo a riflettere… pensi che i tessuti a lavarli si restringono ma certamente non si allargano… pensi che forse ultimamente sei uscito un po’ troppo spesso alla sera… pensi che è meglio non fare più traslochi nella tua vita.

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16 agosto 2008 - Posted by | Racconti, Storie ordinarie, Un po' di me | ,

7 commenti »

  1. Chi i parenti? In queste occasioni i parenti si smaterializzano. Si fanno vedere quando c’è qualche altro piccolo pacco da svuotare e con una bella faccia tosta ti dicono ” se hai bisogno di aiuto, non hai che da chiamare”.
    Ma non se ne potevano ricordare prima quando io mi davo da fare dalla mattina alla sera per evitare di stare in mezzo al caos? O quando portavo in terrazza un mare di scatoloni pesantissimi sentendomi quasi Braccio di Ferro? Mah!
    A.

    PS: Una volta che ti do ragione vuoi cestinare il post e il commento 😦

    Commento di a77 | 16 agosto 2008 | Rispondi

  2. Sì, era molto carino questo senso di “fratellanza” che portava a darsi una mano reciprocamente..
    Adesso è tutta un’altra cosa…sempre più abituati a sbrigarcela da soli..(comprese le sorprese su cui non indagare oltre)

    Commento di karla | 16 agosto 2008 | Rispondi

  3. stanotte non ti leggo.
    mal di testa che mi spacca il cervello e quel poco che c’è rimasto.
    umore che va anche peggio.
    vado a letto e cerco di dormire.
    domani, mattina o sera dipende dal tempo, ti leggo.
    con grande piacere.
    (hai visto l’eclissi?)

    Commento di melania | 17 agosto 2008 | Rispondi

  4. Frizzante come una bottiglietta di coca cola appena agitata e stappata? Io sono così ogni tanto? Se è vero ne sono contenta 😉
    Non preoccuparti, sto bene. Si, sono un po’ lagnosa, ma i miei ultimi post sono stati una specie di catena, uno ha dato origine al successivo. In quello di oggi sono più lagnosa che mai, ma purtroppo esperienze di questo tipo non sono facili da superare perchè ti fanno vivere con l’angoscia che tutto si possa ripetere in qualsiasi momento e sicuramente sono impossibili da dimenticare. Basta niente e riaffiorano nei ricordi, con violenza,momenti particolari insieme a tutte le sensazioni che sono loro legati.
    Comunque, dato che adesso riesco a raccontare e ripetere la parola cancro che io ho eliminato dal mio vocabolario per anni, dovrebbe essere un risultato positivo, almeno credo!
    Buona Domenica
    A.

    Commento di a77 | 17 agosto 2008 | Rispondi

  5. ops! Ho fatto un errore di grammatica. 😦
    Perdono, io non ne faccio mai, per fortuna 😀
    A.

    Commento di a77 | 17 agosto 2008 | Rispondi

  6. ….non ci crederai, nel 2000 ho traslocato dalla mia piccola casa per quella attuale, il trasloco??? ce lo siamo fatti da soli. Sento ancora la fatica e la stanchezza!

    Commento di fiorella01 | 18 agosto 2008 | Rispondi

  7. Ritieniti responsabile del tremendo attacco di orticaria che mi ha preso…

    Io odio i traslochi.
    Odio imballare le cose. Odio non trovarle. Odio disimballare.
    Odio portarle di qua e di la’ per trovar loro un posto nuovo.

    Ci sono momenti che vorrei essere una chioccola.
    O, in alternativa, vorrei poter lasciar tutto nella vecchia casa e non preoccuparmi della nuova.

    Commento di collezionediuomini | 20 agosto 2008 | Rispondi


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