Aquila Non Vedente

Aquila e tutta la sua famiglia (compreso Bibùlo)

Laika

Laika era la cagnetta di mio zio Gaspare.

Gaspare la portò a casa una sera d’autunno che era praticamente un batuffolo semi-peloso che stava in una mano. Si nascose paurosa sotto al divano, finché la fame la spinse fuori, ad accettare il cibo dalle mani di quello che sarebbe stato il suo padrone, nonché il capo del gruppo al quale era destinata ad appartenere.

Non mi fu mai chiaro di che razza fosse quella cagnetta. Diciamo che assomigliava ad un Welsh Corgi Pembroke. Il pelo marrone chiaro con alcune chiazze bianche, un musetto da volpino con le orecchie sempre dritte e un’aria sempre leggermente incazzosa con gli estranei alla famiglia sono le caratteristiche che ricordo meglio.

Gaspare era un omone grande e grosso che aveva sposato Emilietta, una delle sorelle di mia madre. Dal loro matrimonio erano nati due figli, un maschio morto subito dopo la nascita e una femmina, Vera, di una decina d’anni più grande di me.

Gaspare aveva fatto per tutta la vita il bergamino, il che voleva dire alzarsi a mezzanotte, inforcare la bicicletta o il motorino (non aveva mai preso la patente) e recarsi alla stalla a mungere le vacche. Tornare a casa all’alba e dormire fino all’ora di pranzo, per poi, a dodici ore esatte dalla mungitura notturna, riprendere con quella pomeridiana.

Una vitaccia, ma Gaspare oltre ad essere forte come una quercia era anche un uomo straordinariamente buono e infatti non a caso andava molto d’accordo con mio padre.

Io allora avevo sette-otto anni ed ero l’unico estraneo alla famiglia che poteva permettersi di giocare senza problemi con Laika.

Serbo ancora oggi, nel baule dei ricordi nella mia mente, dolcissimi ricordi di quella cagnetta, di come si metteva a pancia in su accanto a me sul divano, dei suoi morsi alle dita quando le facevo solletico oppure quando cercavo di imprigionarle il muso nelle mie mani.

Spesso alla domenica la nostra famiglia andava a trovare Gaspare, che abitava in un paese ad una decina di chilometri dal nostro e io passavo il pomeriggio a giocare con Laika. Quando arrivava l’ora di cena, immancabilmente mia zia chiedeva a mia madre: “Allora vi fermate a cena, no?”, immancabilmente mia madre rispondeva: “No, no, adesso andiamo a casa” e infatti un’ora dopo eravamo tutti seduti intorno al grande tavolo rotondo della cucina a mangiare la pastasciutta, il pollo arrosto e le patate.

Lo zio Gaspare apriva una bottiglia “di quello buono, quello che spuma” e discuteva con mio padre, mentre Laika, che aveva già mangiato, si aggirava sotto al tavolo tra le nostre gambe, in attesa di qualche bocconcino extra.

“Mi raccomando – mi diceva mia zia – se vuoi, dalle qualche pezzettino di carne, ma assicurati che non ci siano dentro ossa, perché le ossa del pollo le bucherebbero la pancia”.

Laika visse più di dieci anni. Il pelo divenne sempre più chiaro, ingrassò un poco, poi divenne sorda, artritica e un po’ rincoglionita, ma tutte le notti era sveglia quando Gaspare usciva per andare al lavoro e quando tornava a casa, al mattino.

Un giorno, malgrado le cure, Laika si sedette e non si alzò più. Il veterinario consigliò di sopprimerla, per non farla soffrire.

Lo zio Gaspare, pur essendo d’accordo, si rifiutò di accompagnarla dal veterinario e se ne incaricò mia cugina. Mi disse che quando l’aveva lasciata sul lettino dello studio medico, Laika le aveva rivolto uno sguardo nel quale aveva letto queste parole: “Noi non ci vedremo più, vero?”

Passarono gli anni. Ero ormai diventato un ventenne all’inizio della propria carriera universitaria, con la macchina nuova, una moderata passione per le discoteche e una rispettabile sfilza di “no” da parte delle ragazze.

Gaspare nel frattempo era andato in pensione, aveva fatto per un paio d’anni la vita del nonno, ma poi il suo fisico robusto esigeva lo svolgimento di un’attività ben più impegnativa. Trovò lavoro in una grande azienda agricola della zona dedita alla coltivazione dei pioppi. Il direttore dell’azienda era il padre di un mio compagno di scuola, una persona molto coscienziosa sul lavoro e molto corretta. Tra lui e lo zio si instaurò un rapporto umano che andava ben al di là di quello lavorativo.

Un pomeriggio d’inizio settembre arrivò a casa mia una telefonata: era mia cugina Vera che ci avvisava che era successo un incidente a suo padre. Ci pregava di passare a casa sua a prendere la madre e recarci nel posto dove il padre stava lavorando.

Io e i miei genitori ci recammo subito dalla zia Emilietta, per dirigerci poi verso una località sulle colline; non avevo il coraggio di guardare nello specchietto retrovisore, per pausa di incrociare lo sguardo di mia zia, che sentivo piangere sommessamente. Arrivati sul posto, presi la stradina a sinistra che conduceva nei campi, come mi avevano spiegato, e là vidi un trattore con un carro attaccato dietro e sul carro il corpo di mio zio Gaspare, coperto con un lenzuolo bianco.

La zia Emilietta si mise ad urlare e voleva a tutti i costi salire sul carro. I carabinieri cercarono di dissuaderla, ma poi dovettero cedere. Il collega di mio zio, quello che guidava il trattore, se ne stava seduto in mezzo all’erba, in evidente stato di choc. Poco dopo arrivò anche il direttore dell’azienda, sgomento per quanto era accaduto. Ci assicurò che avrebbe pensato a tutto lui, mentre il maresciallo dei carabinieri ci spiegò la dinamica dell’incidente.

Lo zio Gaspare stava sul carro, con in mano un attrezzo che serviva a potare gli alberi. Inavvertitamente doveva essersi avvicinato troppo ad una linea dell’alta tensione e la scarica elettrica lo aveva uccico, presumibilmente sul colpo. Il suo collega si era diretto verso la strada e aveva fermato la prima auto di passaggio, che aveva chiamato i carabinieri da una casa vicina. Il medico aveva già constatato la morte, ma prima di muovere il corpo si doveva attendere il magistrato.

Aiutai mia cugina a sbrigare alcune incombenze burocratiche dopo l’arrivo del procuratore e una impresa funebre trasportò il corpo dello zio nella camera mortuaria del vicino cimitero.

Prima di allontanarci, il maresciallo ci chiese: “Il cane era suo? Lo aveva con sé al momento dell’incidente?”

Io, mia cugina e il direttore dell’azienda lo guardammo con sorpresa.

“Quale cane?” chiese il direttore.

“Quando siamo arrivati, accanto al corpo del signor Gaspare – spiegò il maresciallo – c’era accucciato un cane. Ci sembrava strano che una cagnetta come quella avesse potuto salire sul carro, quindi abbiamo pensato che la portasse con sé sul lavoro. Comunque quando ci siamo avvicinati è saltata giù dal carro ed è fuggita verso il bosco”.

“No – disse il direttore – Gaspare non portava alcun cane sul lavoro”.

“E noi a casa – incalzò mia cugina – non abbiamo nessun cane”.

Io sorrisi dentro di me e alzai gli occhi al cielo in quel triste pomeriggio settembrino che volgeva ormai al tramonto. L’aria era fresca e non c’erano nubi, così abbassai lo sguardo nella direzione del bosco e mi sembrò di scorgere due ombre che si diradavano tra gli alberi, ma forse era soltanto la mia fantasia.

“Grande Laika – pensai – se lo hai accompagnato tu, sono sicuro che lo zio avrà avuto un po’ meno paura” e mi diressi verso l’auto insieme agli altri, nascondendo un leggero sorriso sulle labbra che per tutti sarebbe stato decisamente fuori luogo.

Ancora oggi, dopo tanti anni, a volte ripenso a quell’episodio e mi chiedo se veramente anche i cani possano andare in paradiso e serbare tanto amore per i loro padroni da riuscire ad accompagnarli nel loro ultimo viaggio, quello senza ritorno.

Non lo so, forse la mia è stata soltanto immaginazione, eppure mi piace pensare allo zio Gaspare che lassù gioca a carte con il mio papà, magari davanti ad un bicchiere “di quello buono”, con la dolce Laika accovacciata tra i loro piedi.

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14 luglio 2008 - Posted by | Animali, Notizie dal mondo fatato, Storie ordinarie

11 commenti »

  1. lo spero tanto anche io.
    avrebbe tutto piu’ senso.

    Commento di Valeria | 14 luglio 2008 | Rispondi

  2. Commenti seri non ne lasci mai tu, giusto?
    Questa volta ne avrei gradito uno! 😦
    Se vuoi anche via mail
    A.

    Commento di a77 | 14 luglio 2008 | Rispondi

  3. Chissà! Non lo scopriremo mai e chi scopre questo mistero non è destinato a tornare indietro per raccontarlo a noi.
    Comunque gli animali sono capaci di un amore immenso, danno tutto e non chiedono niente in cambio 😉
    A.

    Commento di a77 | 14 luglio 2008 | Rispondi

  4. molto bello.Dolce.(Non male, dopo una nottataccia!)

    Commento di laura | 14 luglio 2008 | Rispondi

  5. …’notte…. 🙂

    Commento di Buzzi | 14 luglio 2008 | Rispondi

  6. E’ una storia bellissima, una vera storia d’amore, fino alla fine…

    Commento di Linda | 14 luglio 2008 | Rispondi

  7. Sei riuscito a farmi commuovere.
    Bello, delicato e toccante.
    Davvero.

    Commento di melania | 15 luglio 2008 | Rispondi

  8. bellissimo! semplicemente bellissimo racconto!

    Commento di ali | 15 luglio 2008 | Rispondi

  9. che bello sarebbe…

    Commento di francescaxxxx | 15 luglio 2008 | Rispondi

  10. La fantasia certo non ti manca 😀
    Buongiorno e grazie per la bella risata che i hai strappato
    A.

    Commento di a77 | 16 luglio 2008 | Rispondi

  11. Bel racconto!! 🙂

    Commento di karla | 21 luglio 2008 | Rispondi


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