Una pazzia?
Ecco dove mi piacerebbe investire
i fantasmagorici guadagni del libro…
Che poi sempre di due ruote si tratta, no?
Così magari mi farei anch’io un giretto così…
L’uomo senza amici
Oggi ho conosciuto l’uomo senza amici.
L’ho conosciuto al supermercato, al termine della spesa; conducevo uno di quei cestini con le ruote e il manico, quando – galeotto fu il pecorino – sterzando improvvisamente verso il banco dei formaggi, i nostri corbelli sono entrati in collisione, proprio davanti al banco degli yogurt. Le nostre spese si sono mischiate; panini e brioche alla marmellata sembrava si salutassero l’uno con l’altro; scatolette di carne e di tonno che si rincorrevano rotolando da tutte le parti; carte igieniche e fazzoletti usa e getta che si scambiavano profumi con i detersivi e i deodoranti per ambienti.
“Mi scusi.” ha detto lui mentre raccattava i suoi acquisti.
“Di niente. – ho risposto io mentre facevo altrettanto con i miei – Lei veniva da destra, aveva la precedenza.”
Mi sono recato in cassa, ho pagato e sono uscito dal supermercato. Nel parcheggio, ho sentito una voce alle mie spalle: “Signore! Scusi signore!”
Mi sono voltato: era lui, l’uomo senza amici. Veniva verso di me con la sua borsa della spesa che era delle stesse dimensioni della mia.
“Credo che nello scontro ci siamo scambiati qualcosa – ha detto, un po’ trafelato – Forse la mia carne è finita nel suo cestino.”
“La sua carne? Non me ne sono accorto.”
Ho frugato nella borsa e ho trovato un sacchettino del banco macelleria. Sarà stato sì e no mezz’etto di carne macinata, sessantotto centesimi.
“Forse è questa?”
“Sì grazie, è proprio questa. Aspetti che gliela pago.”
Ha iniziato a frugarsi convulsamente nelle tasche, concludendo con un “Accidenti! Non ho moneta.”
“Fa niente. Sarà per il prossimo scontro.” ho risposto sorridendo.
“No no, ma ci mancherebbe! – ha proseguito quello – Beh, senta, permetta allora che le offra almeno un caffè.”
E’ stato a quel punto che, per la prima volta, l’ho guardato negli occhi. Il suo sguardo timido e impacciato aveva qualcosa di famigliare, come se quel tipo l’avessi già visto da qualche parte. Non me la sono sentita di rifiutare la sua offerta e così ci siamo diretti, con le nostre borse sempre più uguali, verso il bar del centro commerciale e ci siamo seduti a un tavolino all’esterno.
“Per fortuna mi sono accorto che mi mancava la carne – ha esordito – altrimenti non avrei potuto farmi le lasagne stasera.”
Mi sono ricordato di quel piccolo sacchetto.
“Mi sembra un po’ poca quella carne per le lasagne.”
“Ma io le faccio soltanto per me ed è più che sufficiente. Sa, io non ho amici…” e così dicendo ha abbassato lo sguardo, mostrandomi la sua testa un po’ spelacchiata, proprio come la mia.
“Beh – ho detto – a volte capita di sentirsi soli…”
“No no – ha ribattuto prontamente – non ho detto di sentirmi solo. Io non sono solo. Io sto abbastanza bene con me stesso. Lavoro, leggo ,scrivo, vado in giro in bicicletta, cucino. Io sono soltanto senza amici.”
“Nessun amico? Impossibile.”
“Eppure è così. Giuro. Nessuno con cui parlare, scherzare, litigare, chiedere consiglio o aiuto.”
Mentre pronunciava queste parole osservavo i suoi occhi tristi, che riflettevano una strana luce: per un attimo ho avuto l’impressione che fossero i miei.
“Ma nemmeno da giovane ha mai avuto amici?”
“Alcuni sì, soprattutto ai tempi della scuola, poi le mie amicizie non le ho coltivate e si sono disperse. Nella vita ho avuto genitori, parenti, colleghi di lavoro, conoscenti, compagni di partito, fidanzate, una moglie, dei figli…”
“Lei è sposato?” ho chiesto sorseggiando il mio caffè.
“Lo sono stato. Poi mia moglie se n’è andata. Chi vuole avere un marito senza amici?”
“E i figli?”
“Ne ho due, ma ormai sono grandi e ci vediamo poco. Chi vuole avere un padre senza amici?” 
Ho preso il pacchetto di sigarette e gliene ho offerta una.
“Grazie – ha detto allungando la mano – io fumo pochissimo, ma dopo il caffè ci vuole, no?”
“Anch’io fumo pochissimo.” ho replicato, notando che entrambi avevamo l’abitudine di fare uscire la prima boccata di fumo dal naso.
“Non è per farmi i fatti suoi – ho proseguito – ma si dice che vi siano diversi modi per farsi degli amici. Frequentare locali, cinema, palestre. Poi adesso che c’è pure internet…”
“Non è così facile, mi creda. Soprattutto a cinquant’anni.”
La mia età, ho pensato, cercando di convincermi che ne dimostrasse di più, anche se non era vero.
“C’è qualcosa che ci si sente dentro e che non riesce a venire fuori. – ha continuato – Qualcosa che rimane attaccata alla propria pelle, che non trova parole per farsi ascoltare, non trova sguardi per farsi osservare, non trova gesti per farsi avvicinare.”
Non sapevo che dire. Ero in serie difficoltà nel portare avanti quella strana discussione, ma per fortuna lui, l’uomo senza amici, mi è venuto in aiuto.
“Ora devo andare, altrimenti si fa tardi e non faccio in tempo a farmi le lasagne.”
Si è alzato e mi ha teso la mano. Mi aspettavo una stretta debole e molliccia e invece ho sentito una presa forte e decisa, come fosse un desiderio di riscatto – o forse un addio. Ha preso la sua borsa della spesa e si è allontanato. L’ho osservato scomparire nel parcheggio, eclissarsi tra le altre persone, confondersi con le striminzite piante del piazzale, eclissarsi nell’ombra del crepuscolo.
Solo allora mi sono accorto che non aveva pagato il conto.
Epperò! – ho pensato – Ci credo che non ha amici quello! Se invita la gente al bar e poi se ne va senza pagare…
Mi sono diretto al banco, la barista ha schiacciato un tasto della cassa, facendola tintinnare e mi ha consegnato lo scontrino con un sorriso: “Un caffè, un euro.”
Stavo obiettando che i caffè erano due, poi ho guardato il tavolino dov’ero seduto, con la tazzina vuota e il portacenere con un mozzicone e le ho dato l’euro chiesto, ricambiando il sorriso.
Ho preso la mia borsa della spesa, ho controllato di non avere dimenticato di comprare qualcosa – soprattutto la carne macinata – e mi sono diretto al parcheggio, confondendomi tra le altre persone, nella penombra dell’imbrunire.
Devo sbrigarmi – ho pensato – altrimenti non faccio in tempo a farmi le lasagne.
Rincoglionimento!
(Apro una parente) Dato che da un po’ di tempo il mio cellulare ha preso a fare le bizze, ho pensato di sostituirlo con un modello di una marca diversa, che oltre ad avere quello che interessa a me, ha anche il navigatore incorporato. (Chiudo la parente)
Durante le recenti feste pasquali ho avuto la prova provata del mio rincoglionimento
ormai irreversibile.
Dal momento, però, che io sono una persona razionale, che non si fa prendere dal panico, ma che cerca le soluzioni ai problemi, ho anche capito che devo adottare una serie di accorgimenti per evitare di “naufragar dolcemente in questo mare” (di m… – avrebbe aggiunto il grande poeta).
Cos’è che ha fatto scattare questa presa di coscienza?
Beh, è presto detto.
Sabato pomeriggio io e la piccolina, dopo avere sistemato le nostre cose in albergo, siamo andati a fare un giro a Milano Marittima.
Arrivato in prossimità del centro, ho cercato un parcheggio per l’auto, che non fosse soggetto a pagamento o a disco orario (e nemmeno a rimozione forzata, ricordandomi la triste esperienza dell’anno scorso).
Trovato il posto, ci siamo diretti tranquillamente verso il centro, però essendo io persona previdente, ho pensato bene di scrivermi il nome della via dove avevo parcheggiato: viale Manzoni.
Non solo, ma arrivati nella via centrale, mi sono scritto anche il nome della via dalla quale eravamo sbucati e dalla quale – ho pensato – saremmo poi agevolmente risaliti alla nostra auto: viale Romagna.
Detto fatto, sicuro di avere la situazione saldamente nelle mie mani, abbiamo compiuto le nostre scorribande per il paese (minigolf, gelato, ecc.) e poi, verso le 19, ci siamo diretti verso la nostra auto.
Abbiamo trovato viale Romagna e da lì siamo risaliti verso viale Manzoni, ma, dopo avere camminato un po’, della via intitolata all’autore dei Promessi sposi nemmeno l’ombra.
“Ohibò! – ho pensato – Essendo una piccola via chiusa, certamente l’avremo superata senza accorgercene.” e quindi siamo tornati indietro.
Siamo quindi tornati fino alla via centrale, ma di viale Manzoni nessun segno.
“Uhm… – ho ripensato – forse dovevamo risalire di più. A me era sembrata vicina al centro, ma probabilmente avrò avuto una percezione sbagliata della distanza.”
Detto fatto, siamo risaliti lungo viale Romagna, cercando di ricordare se eravamo passati per quei posti. La piccolina si stava stancando e io mi stavo innervosendo.
Siamo arrivati fino a un punto che era decisamente fuori dal nostro percorso, senza trovare alcuna traccia di viale Manzoni.
“Papà – esordisce saggiamente la piccolina – perché non chiedi a qualcuno?”
Facile a dirsi… Passanti, baristi, negozianti, edicolanti, abitanti delle case vicine… nessuno che sapesse dirci dove fosse quella maledetta via, che sembrava sparita, scomparsa, inghiottita nel nulla.
La piccolina iniziava a spaventarsi e io dovevo pure rassicurarla.
“Non è possibile! – mi dicevo tra me e me, ma poi ho pensato di avere trovato l’inghippo – Io pensavo che viale Manzoni fosse sulla destra percorrendo viale Romagna, invece probabilmente è sulla sinistra. Ecco la spiegazione: guardavamo dalla parte sbagliata!”
La piccolina mi ha guardato con aria compassionevole, come per dire: “Tu guardavi dalla parte sbagliata!”
Comunque, così pensando, siamo ridiscesi lungo viale Romagna, guardando attentamente dalla parte opposta, ma anche in questo caso nessuna traccia di viale Manzoni.
Se nella mia vita il Manzoni mi é sempre stato un po’ sulle palle, in quel momento era la persona che odiavo più di tutte.
A un certo punto ho pensato di utilizzare il cellulare.
“Figuriamoci – ho pensato – se questo coso non mi sa dire dov’è viale Manzoni!”
“Papà, ma a chi telefoni?”
“A nessuno, sto cercando una cosa” ho glissato e mi sono collegato a internet, sono andato su Google e ho inserito l’indirizzo ricercato e la risposta è stata: vuoi scaricare google maps?
“GUGOLMAPS??? Maccheccazz! Qui in mezzo alla strada!”
Ma alla fine quando uno è disperato si attacca a ogni speranza, e così ho fatto.
Ho reinserito l’indirizzo ricercato e ho ottenuto una piantina del paese con la posizione ricercata, ma l’ingrandimento non era sufficiente a farmi capire quale direzione dovessi prendere per arrivare in viale Manzoni. Però una cosa riuscivo a capirla: tra viale Romagna (dove eravamo noi) e viale Manzoni (dove dovevamo andare) c’era qualcos’altro, cioè un’altra via che io non avevo segnato.
Sull’orlo della disperazione, siamo ridiscesi verso il centro e abbiamo trovato una tabaccheria. Ero indeciso se acquistare subito una piantina di Milano Marittima o fare un ennesimo tentativo.
Alla fine ho optato per quest’ultimo.
“Scusate – mi sono rivolto quasi supplicante ai tabacchini – sapete dirmi da che parte è viale Manzoni? L’abbiamo lasciata qui, ne sono sicuro, siamo scesi lungo viale Romagna, ma adesso non la troviamo più.”
L’uomo e la donna dietro al banco si sono guardati in faccia e hanno iniziato a domandarsi a vicenda:
“Viale Manzoni è quello dove abita la Tina?”
“No no, quello è viale Leopardi.”
“Allora è quello di Fausto e Liliana?”
“Uhm… Potrebbe essere, ma non è da queste parti.”
“Ma in viale Manzoni non c’era quel dentista…?”
“Chi? Quello dove andava la Giuliana? No no, ma che dici! Quello si è trasferito da tempo!”
Seguivo stralunato quel dialogo, quando a un certo punto l’uomo ha sbottato: “Ma sì, viale Manzoni sta qui dietro!”
“Qui dietro?” ho ribattuto io, ormai ridotto a una larva umana.
“Sì certo, qui dietro. Lei percorre il vialetto qui davanti, poi gira a sinistra in viale Ariosto e avanti una decina di metri c’è viale Manzoni.”
“Viale Ariosto?????”
“Certo, tra viale Romagna e viale Manzoni c’è viale Ariosto! Vero che c’è viale Ariosto?” chiede alla donna al suo fianco.
“Viale Ariosto? Quello dove ha affittato la casa Riccardo?”
“No, no, quello è viale Leopardi”
“Maporcaccialamiseriaccia! Grazie, grazie!” ho interrotto la conversazione e ci siamo diretti verso viale Ariosto, dal quale siamo risaliti in pochi minuti a viale Manzoni.
“Papà, ti eri perso!”
“Chi, io? Naaaaaaaa……. È che non avevo segnato… insomma, sapevo la zona, ecco, ma, insomma, vabbeh…”
Ora di arrivo all’auto: 20.30
P.S.: il giorno dopo a Mirabilandia, dopo avere parcheggiato l’auto tra migliaia di altre automobili, a un certo punto la piccolina mi dice: “Papà, ti sei dimenticato di segnare il numero del nostro parcheggio!”
“Ommadonnamia…”
(Ma questa è tutta un’altra storia…)


